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PORCINO Giovanni (Presidente) Passiamo all'esame della proposta di mozione n. mecc. 201502778/002, presentata dal Consigliere D'Amico in data 25 giugno 2015, avente per oggetto: "Richiesta di modifica della deliberazione di Giunta Regionale n. 30 del 3 giugno 2015 sui servizi residenziali in psichiatria e costituzione di un osservatorio permanente sulla psichiatria". con l'approfondimento dei provvedimenti regionali in merito ai servizi residenziali psichiatrici - ricadute sulla Città. PORCINO Giovanni (Presidente) Il Consiglio di oggi verte sull'approfondimento dei provvedimenti regionali in merito ai servizi residenziali psichiatrici - ricadute sulla Città di Torino. È una discussione che affrontiamo congiuntamente con la proposta di mozione n. mecc. 201502778/002 a firma del Consigliere D'Amico: "Richiesta di modifica della deliberazione di Giunta Regionale n. 30 del 3 giugno 2015 sui servizi residenziali in psichiatria e costituzione di un osservatorio permanente sulla psichiatria". Per i tempi di intervento, se va bene a tutti, ogni Consigliere ha 10 minuti. La parola al Consigliere D'Amico. D'AMICO Angelo Intendo esordire ringraziando l'Ufficio di Presidenza, per aver accolto la mia richiesta di convocazione di questo Consiglio Comunale straordinario in tempi congrui. Quindi, ringrazio il Presidente e tutto il suo Ufficio. Un altro ringraziamento è dovuto anche al Presidente della IV Commissione, il Consigliere Alunno, ed a tutti i componenti della IV Commissione, per il lavoro svolto durante la discussione di quest'atto e per il valore aggiunto che è stato portato a questa proposta di mozione con un emendamento di Commissione, che ho chiaramente accettato e che oggi troviamo direttamente redatto sul testo del provvedimento. Per entrare nel merito della proposta di mozione, la discussione fatta in Commissione è già stata molto ampia ed articolata. Per fare una veloce sintesi di questo atto, partendo da un presupposto sul quale ho già ribadito il mio pensiero in sede di Commissione, ho cercato di redigere questo documento mettendo da parte - assolutamente - la mia componente ideologica e cercando di non strumentalizzare in nessuna maniera questa vicenda, perché ritengo che quando si tratta di argomenti di questa importanza le appartenenze ideologiche debbano essere messe da parte; credo che anche da parte della maggioranza sia stato accolto questo mio pensiero. In sintesi, questa proposta di mozione chiede che il Consiglio Comunale, così come espresso nell'emendamento fatto dalla Commissione, si esprima in maniera contraria al DGR n. 30 della Giunta Regionale, e che il Sindaco e la Giunta si attivino affinché la Regione crei un Tavolo di confronto con gli operatori, le associazioni dei familiari e tutte quelle figure che oggi sono protagoniste nell'ambito della psicoterapia nella nostra Città. Questa proposta di mozione di fatto unisce tutti i gruppi di appartamento (che fino al mese scorso erano a carico della sanità) nel socio-assistenziale. Che cosa comporta questo? Comporta che il 60% della retta, che prima era a carico della sanità, verrà posta a carico degli utenti o dei loro familiari. Partendo dal presupposto che i pazienti psichiatrici non sono famosi per essere dei personaggi milionari e sappiamo benissimo che la maggior parte delle famiglie hanno già grandi problemi, succede che di questo 60% chiesto agli utenti, qualora questi fossero indigenti e non potessero pagare questa cifra, dovrebbero farsene carico gli Enti Locali. Dovrebbero, perché non è un obbligo neanche per gli Enti Locali, perché, non essendo inserito all'interno dei LEA, il Comune può benissimo dire di non avere le risorse per andare incontro a questa esigenza. Quindi, la soluzione alternativa è che queste persone verrebbero spostate in gruppi di tipo A o di tipo B, che sono quelli a media o alta intensità, con un costo sicuramente maggiore, parliamo quasi del doppio se non del triplo, a carico della sanità. Quindi, là dove si voleva trovare un risparmio da parte della Regione, c'è il rischio che questa soluzione aumenti il costo. Dopodiché si ritiene opportuno che venga creato questo Tavolo di confronto, perché il confronto oggettivamente non c'è stato, è stata una deliberazione di Giunta fatta dall'Assessore con i suoi tecnici, senza ascoltare né gli operatori, né le associazioni dei familiari. Non è stato sentito nessuno e questo ha portato a creare una situazione di contrarietà da parte di tutti. Il 10 luglio, quindi tre giorni fa, c'è stato già un primo incontro di confronto tra l'Assessorato e le categorie. L'augurio è che si possa addivenire ad una soluzione che vada incontro sia alle esigenze della Regione, ma soprattutto alle esigenze di coloro che usufruiscono di questo servizio, cioè gli utenti. Questa proposta di mozione non vuole sicuramente risolvere il problema, però vuole essere un pungolo nei confronti della Regione, affinché si attivi a trovare una soluzione migliore di questa. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola alla Consigliera Genisio. GENISIO Domenica Ringrazio il Consigliere D'Amico per i toni, gli atteggiamenti e le motivazioni che sono già state esposte in Commissione e condivise da tutti. Tutti abbiamo ragionato sulla necessità di dare risposte appropriate ai nostri concittadini (non soltanto torinesi, ma anche regionali) e di mantenere il servizio di risposte che si erano date le Amministrazioni regionali negli anni precedenti, a partire dal 2003, quando si sono applicati i primi atti sui cosiddetti LEA (che sono i Livelli Essenziali di Assistenza), ai quali tutti ci rifacciamo anche per attività che non sono propriamente ancora state puntualizzate ai vari Tavoli di lavoro, ma che comunque esistono nei principi della normativa nazionale e anche regionale. Io non intendo entrare in alcuna polemica, se non partendo da due presupposti. Il nostro Vicesindaco, che è anche responsabile del Tavolo sui LEA dell'ANCI, ha scritto nel mese di giugno (quindi quasi un mese fa, perché la lettera è datata il 16 giugno) una nota chiarissima, che si basa su due principi: il primo sotto un aspetto formale e l'altro sotto un aspetto anche sostanziale. L'aspetto formale, che è importantissimo nel rispetto sia della legalità ma anche delle rispettive competenze dei vari Enti territoriali, ha fatto un semplicissimo richiamo: i Livelli Essenziali di Assistenza vanno concertati tra il livello regionale e gli Enti titolari della funzione socio-assistenziale. Noi sappiamo bene che nessuna persona può essere divisa nettamente tra prestazioni; in particolare, qui parliamo di persone psichiatriche, nelle varie fasi dell'evoluzione di questa malattia, che difficilmente si può determinare nel tempo, per la parte di acuzie, di cronicità, di possibili ricadute e di attenzione, che sono determinate anche dal contesto e dalle modalità con cui vengono affrontate. L'aspetto formale, ripeto, era quello di dover concertare con gli Enti territoriali, poi con le Organizzazioni Sindacali, i datori di lavoro, gli operatori, eccetera, ma, in particolare, con gli Enti Locali, che sono titolari della tutela della salute. Non ci dimentichiamo che il Sindaco è il primo responsabile e tutore della salute dei cittadini. Questo fatto, incresciosamente, non è avvenuto. Comprendo quale sia l'urgenza di rientrare nel Patto di Stabilità che la Giunta Cota a suo tempo siglò con il livello nazionale; Patto nel quale c'era anche la revisione dell'attuale modello gestionale regionale. Non ci dimentichiamo che la nostra Regione e, in particolare, la nostra Città hanno sempre operato in modo da mettere al centro i bisogni della persona prima del modello organizzativo, che a livello nazionale era strutturato prima nei manicomi e poi nei piccoli manicomi, senza tener conto del bisogno reale della persona. La nostra Regione, invece, l'aveva previsto, aveva lavorato con le Giunte di entrambe le maggioranze, valutando sempre quale fosse il bisogno delle persone e la migliore risposta per ridare a queste persone una dignità di vita. La deliberazione adottata in questo frangente, che risponde alle necessità di rientro puramente economico, non ha tenuto conto di quello che sarebbe successo nei confronti degli Enti Locali, quindi ledendo l'autonomia ed il diritto dell'Ente Locale a determinare un processo del quale, peraltro, poi sarà chiamato a compartecipare alla spesa, ma anche nei confronti del diritto delle persone che erano state inserite in un processo di vita il più possibile simile a quello di tutti gli altri, con i supporti necessari, così come si fa per le persone disabili e con gli anziani non autosufficienti, partendo dai bisogni e creando una rete diffusa, che sicuramente può essere rivista. Io non nego la necessità di alleggerire certi percorsi, di rivedere la rete territoriale ospedaliera; ci stanno tutti questi ragionamenti, ma non devono partire esclusivamente dalla necessità pura e semplice di rientrare economicamente da un debito, senza tener conto dei bisogni delle persone. Questo vuol dire tornare indietro, riaprire strutture più o meno grandi e cancellare... alla stregua di quello che si vuole fare per la domiciliarietà. Nella sua autonomia la Regione Piemonte ha sempre previsto (già nella Legge 1, sul riordino delle funzioni socioassistenziali, in cui aveva già aggregato le autonomie dei singoli Comuni) un percorso congiunto e condiviso, ha sempre stanziato risorse, ad integrazione delle risposte che davano gli Enti gestori a favore dei cittadini; quindi, ha sempre tenuto molto chiaro questo principio. Poi, con una Legge successiva, l'impegno della Regione si è un po' sfumato, è diventato un impegno che andava a colmare eventuali deficit economici degli Enti Locali; non c'era più il principio di compartecipazione come assunzione di una responsabilità e di una scelta politica di mantenimento e di attenzione alle popolazioni più fragili. Comunque era previsto sempre a livello regionale un incremento del fondo assistenziale degli Enti gestori della funzione assistenziale, in particolare per quanto riguarda la psichiatria, perché il superamento dei manicomi ha comportato un lavoro ingente. Non ci dimentichiamo che a Torino non si riuscivano neanche a quantificare le persone che giravano per le strade e alloggiavano nelle locande, che erano una quarantina. È stato necessario un lavoro pesantissimo e anche molto ingente per andare a capire dove poter collocare queste persone, non privandole dei diritti esistenziali e di riconoscimento della dignità di una persona. C'è stato un lavoro grande che si è concluso nei gruppi appartamento, nelle micro-comunità, nel rispetto di una qualità della vita. Non si può più fare, è antieconomico, bisogna rivedere, funzionano bene, funzionano meno bene, è necessario controllarli, ci sta tutto secondo me, perché nulla può rimanere immutato nell'arco di quindici anni cambiando le condizioni. Quello che non può essere mutato e non deve mutare e diminuire, ed è per questo che tutti stiamo sostenendo e facciamo oggi questo dibattito, è l'attenzione alle persone e l'individuazione del percorso migliore per mantenere la loro dignità, sempre nel rispetto delle singole competenze. Come amministratore di questa Città, come credo tutti voi, mi sento molto in difficoltà nell'aver visto l'Amministrazione Regionale adottare un atto deliberativo ignorando quello che l'ANCI - e l'ANCI non è solo Città di Torino, l'ANCI è l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani a livello regionale - ha chiesto che venisse fatto, non ha chiesto di annullare la deliberazione, ha chiesto l'apertura di un tavolo, non un tavolo epidemiologico di studio, conosciamo tutti i dati, forse quello che ci manca è la conoscenza dei dati delle persone che le famiglie autonomamente si guardano e si curano, a cominciare dai bambini, a cominciare da tutta una serie di interventi che vengono erogati magari per 3-4 prestazioni e, poi, vengono mandati dal terapista privato, perché le risorse non ci sono. Quel dato forse manca, perché le famiglie neanche lo dicono e neanche noi lo conosciamo puntualmente, se non attraverso un'indagine fatta capillarmente attraverso un contributo di tante associazioni. Gli altri dati di quanti sono, di dove sono, li conosciamo tutti. L'ANCI chiese di fermare l'atto, di aprire un tavolo e di attivare un confronto, non credo che gli Enti Locali siano così rigidi da non accettare il confronto, è esattamente il contrario. L'Amministrazione Regionale - me ne rammarico molto e mi dispiace moltissimo fare queste affermazioni, ma le faccio con la massima responsabilità e serenità - non ha ascoltato il parere dei tutori della salute dei cittadini, che sono chiamati eventualmente a compartecipare, ma quello che è mancato ancora di più è stata l'indifferenza verso alcune proposte che la Città e gli Enti gestori del nostro territorio hanno sempre avanzato. Questo ci ha portati ad oggi alle richieste di sostegno di tante famiglie e di tanti operatori. Stamattina non riuscivo ad entrare a Palazzo perché ho incontrato tante persone all'uscita del Parcheggio Santo Stefano ed erano tutte preoccupatissime. L'ultima preoccupazione forse era quella dei soldi; la prima preoccupazione era: "Come finiremo? Rinchiusi in grandi strutture come una volta?". È su questo che dobbiamo dibattere, discutere e chiedere, come chiede la mozione, poi interverrà credo anche il Presidente Alunno, di sospendere l'attuazione, che, a quanto pare, dopo la pubblicazione può essere immediata, e di ragionare, ma non su un tavolo epidemiologico, su quale risposta la Regione Piemonte e gli Enti Locali insieme intendono dare ai cittadini che vivono questa grandissima difficoltà, dalla quale non si guarisce in tre anni come si prevede nelle linee più moderne della psichiatria, la parte acuta la risolviamo in tre anni e poi tutto torna come prima e li lasciamo andare al loro destino, oppure li lasciamo ricoverati in grandi strutture; questo è quanto ci deve preoccupare e anche un poco spaventare. PORCINO Giovanni (Presidente) Ricordo al pubblico presente in tribuna che non è consentito applaudire. Ho iscritti a parlare nell'ordine i Consiglieri Magliano, Centillo e Liardo. La parola al Consigliere Magliano. MAGLIANO Silvio Ringrazio anche io il Consigliere D'Amico per aver posto l'accento su questo tema, perché quello che appare con chiarezza dalla DGR 30 è che non si è voluto compiere tutto quel percorso proprio perché il problema è complesso, ma non si è voluto compierlo proprio perché ciò che guidava le scelte non era l'individuo, non era il soggetto, ma era il problema economico. Noi siamo una Regione, e questo però capita da tanto tempo, non è solo l'ultima Giunta, che mette al centro il servizio che viene erogato e non l'utente: andiamo a calcolare i nostri interventi in base a quello che viene dato alla persona in qualità di servizio e non si parte dalla dimensione particolare che è l'utente che vive questa difficoltà psichiatrica. Il fatto che ci si sia posti il problema solo dopo aver emanato questo atto dice di una volontà politica di risolvere in fretta un problema, ma scaricandolo sui Comuni e poi sulle famiglie. Il ragionamento che faceva il Consigliere D'Amico, a mio giudizio, è assolutamente centrato, anche perché è il Comune che può decidere se attivare o meno le risorse in più che gli vengono scaricate e quindi erogarle sulle famiglie. Conosciamo il problema delle famiglie di quest'anno e dei prossimi anni che vedranno applicati i nuovi criteri ISEE e quindi, utilizzando questa nuova mappatura, evidentemente, le famiglie incorreranno purtroppo nella possibilità di pagare e molto di più. Sono contento del lavoro fatto veramente da tutti i Consiglieri, ringrazio anche io il Presidente Alunno. Questa mozione infine chiederà la sospensione perché questo oggi è legge, è assurdo fare i tavoli dopo aver emanato le leggi e iniziare oggi a discutere con gli operatori e con le famiglie, bisogna che ci sia una richiesta forte di sospensione alla Regione per non applicare questa tipologia di attività dal 1° gennaio del prossimo anno, quindi sono contento che accada. Sono però molto preoccupato dal fatto che manchi tutto il resto, perché questa DGR si occupa dell'attività legata alla psichiatria con tutte le fatiche che abbiamo visto e descritto in questa mozione, ma c'è tutto l'aspetto della domiciliarità e l'attività lavorativa, perché in questo momento non se ne parla, si è riformato questo pezzo di attività della Regione e non si è detto con chiarezza dopo che cosa si sarebbe fatto, perché qui abbiamo i tre livelli di intervento, ma poi c'è anche il quarto, quello che fai a casa e poi tutta l'attività in più che viene fatta con questi utenti, sul quale non si è detto nulla. Non c'è niente di peggio del non sapere come svilupperai quelle attività che spesso hanno a che fare con l'inclusione, spesso ti permettono di andare a trovare l'utente a casa, perché è in grado di vivere in parte da solo, ma non è in grado di fare alcune cose e il fatto che non se ne parli comunque a me spaventa. Come mi spaventa questa tipologia di approccio su materie come queste, perché questo Consiglio Comunale, spesso e volentieri, si è interrogato e ha posto il tema su quello che doveva essere il "dopo di noi". Ci abbiamo lavorato, abbiamo fatto delle attività serie su questo tema e se il criterio che guida è solo ed esclusivamente quello economico, penso che andremo di fronte a una società per cui chi può paga, chi non può rischia di fare la fine di cui parlava la Consigliera Genisio. In ultimo, a me spaventa anche un po' la modalità con la quale vengono trattati gli operatori. Delle due l'una: o quello che viene fatto è fatto male, il minutaggio che viene dato era un minutaggio eccessivo, oppure non c'è la capacità fino in fondo di rendersi conto di che cosa fanno, perché anche cambiare minutaggio, anche continuare ad intervenire su questa tipologia di attività senza discutere fino in fondo di come deve essere utilizzato, qual è il beneficio reale, tagliare e basta, anche questo dice di un'incapacità alla fine del pubblico - e metto insieme tutti - di riconoscere quel ruolo fondamentale che ha il no profit, il privato quando si approccia a problemi di questo tipo. Sono molto contento - e concludo, Presidente - che ci si sia approcciati a questo tema e lo si sia fatto insieme, mi auguro che la scelta di inserire la parola "sospendere" all'interno della mozione porti ad effetti precisi rispetto alla nostra Regione. Mi auguro anche che come Consiglio Comunale tutti insieme non si abbassi la guardia, cioè che questo momento consiliare oggi di questo Consiglio straordinario per parlare di questo tema trovi in Commissione - ma so che su questo il Presidente Alunno è molto sensibile - una continua attività di vigilanza, perché ad oggi proviamo a ritornare indietro rispetto a un atto di questo tipo, ma l'obiettivo è continuare a monitorare cosa accade negli altri organi istituzionali, perché questo è un tema che non può che non essere trattato in modo condiviso. Se ci sono delle fughe in avanti, come è stato fatto dalla Regione, rischiamo veramente poi di sfasciare qualcosa che si è costruito con fatica in tutti questi anni. Mi auguro che questa attività venga fatta e che soprattutto si ritrovi quella dimensione che è sempre stata così, spesso anche grazie al livello funzionariale della Regione, cioè passavano i governi della Regione ma c'erano funzionari e dirigenti che si occupavano di fare in modo che questo continuasse e pian piano evolvesse. Mi auguro che questo livello di monitoraggio da parte della nostra istituzione continui affinché le famiglie, gli operatori e gli utenti non si sentano mai soli. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola alla Consigliera Centillo. CENTILLO Maria Lucia Il ricordo non può che andare al 1978, stagione ricchissima di iniziative e battaglie sociali che hanno portato il Parlamento, anche con alleanze inedite, con i due blocchi dell'allora opposizione e dell'allora maggioranza e di due grandi partiti di allora, cioè la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, a fare alcune riforme straordinarie che sono ancora oggi assolutamente attuali. Sono passati circa quaranta anni e penso a come le Leggi 180, 194 e 833, che riguardano la psichiatria, la tutela della maternità, l'interruzione volontaria di gravidanza e lo stesso Servizio Sanitario Nazionale siano frutto di una stagione di partecipazione popolare, che è andata a mettere al centro il diritto alla salute come diritto fondamentale, non legato al censo, non legato alla classe sociale, non legato al reddito, ma come diritto in cui le persone dovevano essere libere, autonome e avere in un sistema universale prestazioni e prospettive eque, partendo dal diritto alla salute. Il diritto alla salute mentale è in questo campo ancora più delicato, perché parliamo di persone che all'epoca erano segregate, perdevano qualsiasi diritto sociale e da allora con la chiusura dei manicomi della Legge Basaglia si è sviluppato un sistema articolato di servizi che nella nostra Regione è stato particolarmente interessante. Si tratta di un sistema che toglieva le persone dai manicomi, le metteva sul territorio; grande sensibilità secondo me e anche molta accoglienza c'è stata proprio nel tessuto sociale, tant'è che le Colleghe e i Colleghi in questi anni hanno potuto anche verificare come queste persone siano state accolte e facciano parte della comunità circostante. Dietro questo c'è un grosso lavoro degli operatori e delle istituzioni, cioè c'è una cultura che non può andare a frammentare, una cultura di tipo interistituzionale e intersettoriale perché c'è la Regione che legifera, sulla base di una normativa nazionale, ci sono i Comuni che hanno competenze importanti, non soltanto di tipo economico e all'interno dei diversi settori le politiche per la salute mentale si fanno a partire dalla prevenzione, dall'inserimento lavorativo, dal diritto alla casa, cioè da una serie di diritti che rischiano di essere invece compressi, se non negati, in un'impostazione in cui non si considerano le persone come portatrici di un bagaglio di salute, ma anche persone a rischio di malattia e di aggravamento della malattia, qualora si sbaglino le scelte di tipo terapeutico-riabilitativo. In questo senso, non è pensabile considerare le esperienze domiciliari come esperienze di scarso livello assistenziale, perché nella personalizzazione delle cure è possibile individuare modelli ad alto livello assistenziale indipendentemente dalla collocazione residenziale o domiciliare; tutto ciò non solo fa star meglio i pazienti e le loro famiglie (perché in questo campo le famiglie hanno un ruolo fondamentale anche come portatori di interessi, non soltanto come soggetti che collaborano nelle cure), in quanto ci sono anche molte associazioni che fanno riferimento alle famiglie che credo siano davvero portatrici di cultura e di interessi cogenti che non possiamo non tenere presente. L'esperienza che deriva dall'inserimento in gruppi appartamento aiuta la persona che, in quel momento o nella sua vita, ha bisogno di essere assistito dagli operatori della salute mentale a sentirsi il più possibile inserito, accolto, valorizzato e mette al centro i diritti fondamentali: il diritto alla salute, all'abitare, al lavoro - se è possibile -, ad avere un nome, un'identità e la propria famiglia, cioè fa riferimento non solo alla nostra Costituzione, ma, addirittura, alla Convenzione dei Diritti dell'Uomo. Non voglio forzare in tal senso, ma voglio solo inquadrare il problema: stiamo parlando di questo. Pensare che una DGR vada in modo unilaterale a toccare questo patrimonio culturale, professionale e anche del diritto di una comunità (perché, oggi, riguarda alcuni pazienti e, domani, potrebbe riguardare chiunque di noi o dei nostri familiari, lo voglio dire con molta chiarezza, in quanto ci sono casi di grande sofferenza e ci sono casi di grande opportunità che attraverso le cure hanno ritrovato invece la loro prospettiva migliore) e, quindi, toccare un pezzo di quel sistema in modo unilaterale significa andare alla radice, cioè a cosa ho detto all'inizio, andare a toccare quel sistema. Certamente, ci sono stati dei problemi; per esempio, ritengo che sia sbagliato non avere l'accreditamento delle strutture, ma la Città di Torino lo ha fatto circa 15 anni fa, per cui un cittadino più o meno fragile o un familiare più o meno in grado di fare delle scelte sa che comunque tutto ciò che è accreditato risponde a criteri e controlli. A questo proposito credo che nessuno metta in discussione il diritto della Regione ad andare in questa direzione, peraltro a seguito anche di un'indagine, ma - con una visione miope o in modo addirittura pretestuoso - usare questo aspetto per mettere mano al rapporto tra Istituzioni ed al rapporto tra sanità ed assistenza significa mettere mano all'integrità dell'individuo ad avere un'unica risposta. Questo lo dico io, non aspetto che lo dica il Consigliere D'Amico o qualcun altro, perché ero qui a chiedere il ricorso al TAR quando c'era la deliberazione Cota sull'assistenza domiciliare e sono qui a dire che non accetto strumentalizzazioni (perché, allora, ero sbeffeggiata dai banchi della maggioranza, che mi davano della pasdaran). Oggi tengo la stessa posizione, cioè, se necessario, su questo andiamo avanti fino al ricorso al TAR, perché non possiamo accettare di avere soluzioni intermedie, che, secondo me, non vanno nella direzione che dice il Piano nazionale per la salute mentale, piuttosto che la stessa relazione fatta dal Parlamento rispetto alla salute mentale. Ci sono dei riferimenti importanti ed io non sono dell'idea che si possa modificare la governance sfilando un tassello come quello dell'assistenza domiciliare. Rivendico che i Comuni abbiano questo tipo di ruolo e lo rivendico da questi banchi, indipendentemente che di là ci sia Cota o Chiamparino. La battaglia è forse tra Istituzioni; io sono per confermare quello che chiede l'ANCI, cioè il ritiro, anche se noi abbiamo chiesto la sospensione e, anzi, peraltro bisognerà integrare, perché c'è un refuso, ma lo dirà bene il Consigliere Alunno. La mia storia mi porta a dire che su questo non torniamo indietro e non torniamo indietro dalla nostra posizione sull'assistenza domiciliare, che ha previsto il ricorso al Consiglio di Stato sulla deliberazione Cota, che avevamo impugnato, e su una qualsiasi impostazione che vada ad intaccare il modello che mette al centro le persone, che responsabilizza i Comuni e che fa emergere le differenze nell'area metropolitana (lo dico anche come Consigliera delegata al welfare della Città Metropolitana). È chiaro che è diverso essere a Torino o nell'area metropolitana torinese, piuttosto che in Comuni che hanno altre caratteristiche, perché nella salute mentale è particolarmente forte lo stress che si può creare in situazioni di disoccupazione, piuttosto che in tante altre vicende (che, adesso, non ho il tempo di enunciare); ribadisco, però, che per quel che mi riguarda tutto ciò che andrà ad intaccare quel modello che mette al centro la persona (ieri l'assistenza domiciliare, oggi la psichiatria e, magari, domani i minori o i disabili), mi vedrà su questa posizione, indipendentemente da chi siede sui banchi più alti del Consiglio Regionale. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola al Consigliere Liardo. LIARDO Enzo Vorrei ringraziare tutti i Consiglieri per il dibattito costruttivo e pacato che sta emergendo da questo Consiglio. Ho sempre pensato, indipendentemente da chi governava in Regione, che su questa materia si facesse poco, anche se rappresenta un vero dramma per quanto riguarda la persona e, soprattutto, le famiglie. Molte famiglie che hanno questo genere di problemi vivono un dramma talmente forte che le condiziona anche nel pensare di dover morire. Questo è un tema forte, perché, molte volte, non sanno più che fine faranno i loro figli in una situazione del genere. Questo è un dramma forte a livello psicologico e condiziona molto. Inoltre, c'è un altro aspetto: in passato, ho sempre visto investire molto, che non è mai molto, su situazioni diverse, su fasce deboli oppure sul recupero dalla tossicodipendenza (e, comunque - non voglio dirlo in toni polemici -, qualcuno però a quel livello ci è arrivato), mentre, a volte, i mali di natura psichiatrica emergono da un giorno all'altro in una persona, senza che vi sia una responsabilità diretta del paziente. Negli anni, lo dico anche alla Consigliera Centillo (che so che si è sempre battuta molto a tal proposito), sono andate via alcune cose, se vogliamo chiamarli, tra virgolette, "privilegi", ma anche questo è inappropriato per quanto riguarda queste fasce deboli. Una volta, anche gli Enti e le aziende riservavano una parte delle loro assunzioni a queste fasce deboli, ma, via via, queste cose sono scomparse; le aziende, magari, preferiscono essere multate e anche su quello ormai è stata messa una pietra tombale. Ribadisco che si tratta di un vero dramma per le famiglie e, sinceramente, non vorrei pensare che, quando recepiranno questo provvedimento, il dramma andrà ad ampliarsi su queste famiglie, la cui vita viene condizionata a causa di un problema del genere. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola al Consigliere Cassiani. CASSIANI Luca Intervengo, ma chiedo scusa ai Colleghi, perché non è una materia della quale mi occupo in modo costante. Ringrazio, in particolare, gli operatori e le persone che si occupano in modo professionale di questa vicenda da tanti anni e che lavorano e costruiscono percorsi di speranza e anche di sostegno alle famiglie ed ai pazienti (ovviamente, in particolare a questi ultimi). Sottoscrivo gli interventi delle Consigliere Genisio e Centillo, che hanno seguito e che, professionalmente, conoscono meglio il tema. Vorrei porre due questioni di carattere politico: questa deliberazione potrebbe rappresentare un problema in prospettiva nel rapporto tra la sanità pubblica e quella privata. Noi sappiamo come tutto il pacchetto della psichiatria faccia molta gola ad istituti privati che si occupano di sanità da sempre e che, in qualche modo, potrebbero vedere aperte le porte a quella che, tra virgolette, potrebbe essere una "riospedalizzazione della psichiatria", che, in questi 30 anni, era stata, attraverso un percorso di grandissima partecipazione, via via portata fuori dal problema dell'ospedale, cercando la reintroduzione nella società e, quindi, nei gruppi appartamento e nelle comunità anche più piccole; in qualche misura, il punto di riferimento, che era l'ospedale, è diventato un altro. Non vorrei che questa deliberazione desse anche una mano a quegli appetiti di carattere privatistico che ci sono sul tema. Mi pare un problema politico, perché colpire in modo forte le esperienze che in questi anni si sono susseguite, dando apertura ad un certo modo di intendere la psichiatria che risiede in ospedali e in strutture private, credo che possa diventare un problema. Per quanto riguarda i servizi di salute mentale, molti sono gli operatori qui presenti che in queste settimane ed in questi mesi hanno detto la loro; mi pare difficoltoso fare una riforma contro i servizi di salute mentale e quindi contro i dirigenti, gli operatori, i funzionari e coloro che lavorano quotidianamente in questo settore. È difficoltoso perché quelli che per mestiere ogni giorno si trovano ad affrontare, a conoscere e ad avere un rapporto nei servizi territoriali con i pazienti, gli operatori, gli educatori e le cooperative, dovrebbero in qualche misura dare consigli e suggerimenti e, quindi, vanno coinvolti in un'operazione di riforma. È innegabile che, forse, è necessario un ragionamento di riforma, però non con queste caratteristiche. Ribadisco quanto detto dalle Consigliere Genisio e Centillo: è necessaria la riapertura di un tavolo e la sospensione della deliberazione, se non il ritiro; la sospensione significa soltanto rimettersi a discutere, ragionare e trovare strade senza negarci che, dietro ai pazienti ed alle famiglie, ci sono anche gli operatori che lavorano. Credo che sia in qualche modo miope cancellare con un colpo di spugna persone che, in 30 anni, hanno costruito professionalità in supporto alle persone, ai pazienti ed alle famiglie e che non fanno un intervento di carattere sanitario, ma di carattere educativo, culturale, psicologico e di sostegno. Mi fermo qui, perché entrerei in tecnicismi che non sono il mio mestiere; aggiungo soltanto che confido nello sforzo di tutte le forze politiche (qui e in Regione) e, in particolare, nella forza che questo Consiglio Comunale potrà dare al Sindaco e, soprattutto, al Vicesindaco Tisi per far presente che, nel panorama regionale, la Città di Torino conta per storia, per numeri, per tradizione, per eccellenze e per il livello di elaborazione culturale ed anche sociale che c'è dietro la storia del movimento che ha portato a quanto raccontato dalla Consigliera Centillo e, quindi, all'abolizione dei manicomi ed al reinserimento lavorativo di tante persone che hanno potuto trovare una speranza, un'opportunità ed un percorso. Credo che il Piemonte e, in particolare, Torino siano all'avanguardia in Italia. Quello che è stato fatto qui non è stato fatto da nessun'altra parte (per tempi, per importanza, per diffusione e per qualità). I tanti che hanno potuto trovare percorsi lavorativi grazie a questo tipo di interventi oggi sono esseri umani alla stregua di tutti gli altri lavoratori e vivono una situazione di inserimento lavorativo assolutamente positiva; abbiamo decine di casi proprio qui nella nostra Città ed anche in Piemonte. Non mi dilungherò ulteriormente; ringrazio i Colleghi e, in particolare, coloro che, secondo me, in modo educato, corretto ed anche istituzionale hanno posto le questioni alla Regione e, quindi, le cooperative, gli operatori, gli educatori e chi lavora nei servizi di salute mentale, perché hanno a cuore la risoluzione dei problemi e non la volontà di fare una battaglia politica. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola al Consigliere Bertola. BERTOLA Vittorio Devo dire che sono piuttosto contento della discussione che stiamo avendo stamattina, perché non capita spesso che in un Consiglio Comunale, non solo non ci siano polemiche anche accese, come quelle che capitano normalmente in politica, ma addirittura che siano tutti d'accordo su questo provvedimento, il che è sicuramente molto positivo. Ovviamente, anche noi, come Movimento 5 Stelle, praticamente potremo sottoscrivere tutti gli interventi che sono stati fatti, nel senso che, alla fine, è evidente, anche a chi semplicemente si avvicini all'argomento (al di là delle forze politiche), che, sostanzialmente, questa deliberazione risponde soltanto a logiche economiche e non ad una logica di servizio, pur su un servizio così importante. Io credo che, passata questa cosa, sperando di riuscire a far cambiare quello che è successo in Regione, prima o poi le forze politiche debbano riuscire a fare un ragionamento un po' più alto su quello che sta succedendo ormai da anni al welfare e all'assistenza. Noi viviamo in un periodo in cui, dopo 20 anni di spese particolarmente allegre, si dice sempre che la spesa pubblica italiana è molto alta - questo poi va dimostrato, perché, alle volte, se si guardano gli indicatori anche degli altri Paesi europei, non è sempre così vero, magari su alcuni tipi di spesa sì, su altri no -, ma veniamo anche da alcuni anni di crisi affrontati con le solite politiche di austerità, che - ormai si è capito - non funzionano; non siamo, probabilmente, al livello della Grecia, per fortuna, però non ne siamo neanche così lontani da dire che noi non ci troveremo mai in situazioni del genere. È per questo che io trovo un po' frustrante dover continuamente combattere delle battaglie sui singoli punti come questo, in cui, forse - non voglio mettermi nei panni dell'Assessore Saitta, né tanto meno giustificarlo -, alla fine, chi deve far tornare i conti prova a scaricare un po' dei costi su qualcun altro. Anche noi, come Ente Comune, quando abbiamo dovuto far tornare i conti, abbiamo tagliato dei servizi di welfare, ad esempio, dai trasporti dei disabili alla revisione che c'è stata delle soglie, che ha tagliato fuori dall'assistenza molte famiglie e molti assistiti. Quindi, forse, il politico che ha in mano una situazione specifica cerca un po' di barcamenarsi e, invece, noi dovremmo riuscire a porre ai livelli nazionali ed europei, come forze politiche, il tema più grande, cioè di dove sta andando la nostra società, di quanto è prioritario per la nostra società spendere soldi ed investire risorse in queste cose, invece che in altre, e come possiamo riuscire, magari anche in un momento in cui l'economia è più ferma e ci sono meno risorse disponibili, a non andare ad intaccare queste cose, perché, altrimenti, la sensazione che ho è che ci sia un continuo scaricabarile anche dal livello nazionale al livello regionale, dal livello regionale ai Comuni e così via, in cui, alla fine, l'ultimo, che è il cittadino malato, disabile, di qualunque genere, che ha bisogno del servizio rimane senza servizio, perché i tagli, scaricandosi, si scaricano su di lui. Dopodiché, mandiamo sicuramente avanti questo atto; noi lo voteremo e speriamo di risolvere almeno questo piccolo problema per evitare una cosa che sarebbe sostanzialmente una catastrofe per tutti i malati psichiatrici. Bisogna, però, capire tutti insieme come riuscire a porre il problema più in generale, perché, altrimenti, ci troveremo regolarmente ogni tot mesi a discutere un problema di questo genere, ma non ne verremo mai fuori. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola alla Consigliera Onofri. ONOFRI Laura Intervengo brevemente per ringraziare, prima di tutto, il Consigliere D'Amico per aver sollevato con la proposta di mozione questo tema, che, peraltro, era già ben presente con la lettera della Vicesindaco Tisi che abbiamo letto anche in Commissione, che prontamente aveva capito la portata e, quindi, ha subito puntualizzato la posizione, però è importante che anche il Consiglio si esprima, quindi lo ringrazio. Ringrazio moltissimo le mie Colleghe Centillo e Genisio e condivido assolutamente tutti e due gli interventi appassionati. Risottolineando quanto diceva la Consigliera Centillo, vorrei dire al Consigliere Bertola che non c'è da stupirsi se questo dibattito avviene con queste modalità, perché noi abbiamo il senso di responsabilità e lo mettiamo alla prova, proprio accogliendo non solo la proposta di mozione, ma facendo degli emendamenti che, poi, il Presidente di Commissione, Alunno, sicuramente dettaglierà. L'ultima questione che voglio sottoporre è una riflessione per capire se la Legge n. 180 sia ancora un punto fermo per il nostro Paese, sapendo che in Parlamento ci sono delle proposte di Legge per mutarla. Allora, questo può essere un momento anche di riflessione importante prima che arrivino delle normative su cui noi non possiamo esprimerci e, invece, credo che abbiamo tutta la necessità e la soggettività per esprimere quello che nei Comuni e nelle Regioni si è attuato in questi anni e, quindi, per portarlo anche come un valore aggiunto. Mi sembra che questo sia un punto di riflessione, visto che credo che fra non molto si discuterà del cambiamento della Legge n. 180. PORCINO Giovanni (Presidente) La parola al Consigliere Alunno. ALUNNO Guido Maria È molto facile intervenire quest'oggi verso la fine del dibattito, perché è ampiamente condivisa la preoccupazione che è emersa nell'atto presentato al Consiglio dal Consigliere D'Amico - che ringrazio - e negli interventi che sia in Commissione sia quest'oggi in Aula si sono susseguiti da parte di tutte le forze politiche. Io mi limiterei, anche per il ruolo che mi è stato assegnato da poco di Presidente di Commissione, di sottolineare l'importanza della capacità di questo Consiglio quest'oggi di esprimere con estrema serenità ed estrema forza la necessità di un cambiamento rispetto alla scelta del Governo Regionale. Credo che questo atto otterrà l'unanimità o, comunque, la stragrande maggioranza dei voti - peraltro, comunico al Consigliere D'Amico che l'ho sottoscritto e invito anche gli altri Consiglieri, che hanno partecipato al dibattito e che sono presenti quest'oggi, a farlo - e credo che sia realmente raro raggiungere questo livello di condivisione di un posizionamento politico, che, a guardarlo bene, non è solo scaricare su un altro livello la responsabilità, ma è assumersela fino in fondo. La storia della psichiatria in questo territorio è importante, come ci hanno ricordato i vari interventi e, in particolare, quelli delle Consigliere Genisio e Centillo, ed è una storia che oggi richiede una forte difesa, perché è una storia importante, costruita con fatica e che ha portato ad un risultato che oggi tutti quanti giudichiamo eccezionale. Questa eccezionalità va difesa. Non aggiungo altro, perché credo che abbiano già detto meglio di me coloro che mi hanno preceduto; mi limito, invece, a sottolineare l'aspetto più istituzionale e più formale dell'atto, perché nell'emendamento che abbiamo costruito insieme in Commissione sono sfuggiti dei pezzi e mi assumo la responsabilità di questo errore, che definirei, però, un errore materiale, perché li abbiamo letti anche a microfono e, poi, non li abbiamo tradotti nella riscrittura del documento. Cioè, prima dell'"esprime", in seconda pagina, c'era "il Consiglio Comunale", cioè il soggetto, perché si era sottolineata la necessità che fosse chiarito che fossimo noi che volevamo esprimere con questa forza e nettezza quell'aspetto. Nell'ultima frase dell'"impegna", dopo "il Sindaco e la Giunta ...", fino alla fine, "finalizzata alla riorganizzazione condivisa della rete", dove di fatto si richiedeva l'istituzione del Tavolo di lavoro, invece di un punto, proprio alla fine, c'è da aggiungere questa frase: "E di sospendere quindi l'attuazione del provvedimento deliberativo in oggetto". Il punto della sospensione era assolutamente decisivo e frutto anche del dibattito che c'è stato in Commissione. Come diceva qualcuno, non è sospensione o ritiro, non è che abbiano una valenza diversa; forse, la responsabilità è anche questa: noi vogliamo che su quel tema si mettano le mani, quindi non chiediamo di ritirare tutto e di fermarsi, chiediamo di sospendere, perché così non va bene, sapendo che però quel tema va trattato ed affrontato e che, probabilmente, andranno fatte delle modifiche, ma con un metodo diverso e con un'attenzione diversa alle esperienze attualmente in atto. PORCINO Giovanni (Presidente) Grazie, Consigliere. Posso chiederle solo di rileggere l'ultimo pezzo della formulazione finale dell'impegnativa? ALUNNO Guido Maria Lo rileggo e lo consegno: "E di sospendere quindi l'attuazione del provvedimento deliberativo in oggetto". PORCINO Giovanni (Presidente) Grazie, Consigliere. Credo che il firmatario sia d'accordo, per cui lo recepiamo nel testo. Non ci sono ulteriori interventi da parte dei Consiglieri. La parola, per la replica, all'Assessora Tedesco. TEDESCO Giuliana (Assessora) Innanzitutto, mi scuso con il Consiglio, ma sono in sostituzione della Vicesindaco Tisi che mi ha chiesto di essere presente, perché è stata trattenuta da impegni personali. Ringrazio il Consiglio, perché mi ha consentito di capirne di più di un tema che, a dire la verità, ignoravo nella sua complessità. Mi unisco ai ringraziamenti che tutti avete fatto verso il Consigliere D'Amico, però ringrazio anche la Commissione, perché su questo c'è stato un lavoro molto complesso da parte di tutti. Ritengo molto opportuno quest'ultimo emendamento (che, se ho ben capito, è stato concordato in Commissione), perché, accanto alla denuncia del problema e accanto all'auspicio che si riprendano le trattative e che si apra un Tavolo, però ci sia necessariamente il passo di sostanza. Forse, era la Consigliera Genisio che diceva che qui è mancata la forma, però è uno di quei casi in cui la forma diventa sostanza, perché è vero che non si è avuta la concertazione obbligatoria con i gruppi, però è anche vero che, in questo caso, per permettere a questo Tavolo di lavorare e di lavorare per arrivare alle necessarie modifiche ed integrazioni, bisogna che questa deliberazione venga sospesa e - auspico - reiterata. La Vicesindaco condivide il documento, che oggi - spero - verrà licenziato dall'Aula, quindi speriamo che la Giunta Regionale e l'Assessore Saitta ne possano tenere buon conto. Ringrazio ancora l'Aula e mi aspetto un voto favorevole. |