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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 23 Marzo 2015 ore 10,00
Paragrafo n. 4

Commemorazione delle vittime del tragico attentato avvenuto a Tunisi.
Interventi

ORATORE
Autorità, signore e signori, siamo qui oggi per un momento di riflessione sui fatti
accaduti a Tunisi nei giorni scorsi. Sono presenti il Gonfalone della Città di Torino,
decorato di Medaglia d'Oro al valore militare, e il Labaro della Croce Rossa - Comitato
Provinciale di Torino.
La parola al Presidente del Consiglio Comunale, Giovanni Porcino.

PORCINO Giovanni (Presidente)
Autorità, signor Sindaco, Consigliere e Consiglieri, signore e signori, Torino è una Città
che si mobilita contro il terrorismo. Le bandiere a mezz'asta sulla facciata della Casa
Comunale, le tante fiaccole accese in piazza Palazzo di Città nella notte di giovedì, la
lunga coda di cittadini e di dipendenti comunali che hanno voluto salutare per l'ultima
volta Antonella e Orazio, il Gonfalone azzurro-oro listato a lutto della Città, e ancora la
folla silenziosa che ha partecipato poche ore fa ai funerali presso la Chiesa della
Consolata, sono tutte immagini che ci dicono che la tragedia di Tunisi ha colpito nel
profondo l'animo di questa Città, ma che dimostrano, al tempo stesso, la ferma volontà
di Torino e dei suoi cittadini di non volersi rassegnare, di non volersi piegare davanti
all'ultimo colpo inferto dalla violenza del fondamentalismo estremista.
Una città che ha conosciuto la stagione drammatica del terrorismo politico degli anni di
piombo, sconfitto e superato, prima di tutto, grazie all'unità del suo popolo attorno ai
valori fondamentali della nostra Costituzione. Una città che oggi è chiamata a
rispondere ed a reagire davanti al gesto frutto di odio cieco e disumano che ha
provocato la morte assurda e brutale di due nostri concittadini.
Dopo aver assistito negli ultimi mesi ai massacri, puntualmente condannati, di civili
innocenti e di ostaggi uccisi in tante altre città occidentali, come Ottawa, Sidney, Parigi
e Copenhagen, o altrove come in Pakistan, dove abbiamo assistito al massacro di più di
100 alunni e dei loro insegnanti, per non parlare della Nigeria e dei Paesi limitrofi, dove
Boko Haram continua ad uccidere e a rapire uomini, donne e bambini, oggi quindi è il
giorno del cordoglio della Città di Torino e del suo Consiglio Comunale per le vittime
dell'attentato al Museo del Bardo, il giorno dell'omaggio ad Antonella Sesino e ad
Orazio Conte, oltre che naturalmente al novarese Francesco Caldara e alla brianzola
Giuseppina Biella. Ai loro familiari vanno le più sentite e sincere condoglianze di tutte
le forze politiche che mi onoro di rappresentare.
Un momento di riflessione per ribadire il rifiuto e l'impegno della Città contro il
terrorismo, perché, di fronte a questa sfida, dobbiamo essere uniti sia a livello
internazionale, ma soprattutto qui, a casa nostra. Indubbiamente, sono stati raggiunti
significativi risultati contro il terrorismo stesso, ma, allo stesso tempo, la minaccia si è
evoluta, infatti i gruppi organizzati promuovono una interpretazione distorta della
religione, che viene respinta dalla stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il
mondo.
Il nostro compito, il nostro dovere è quello di dar sempre più eco alle voci di quei fedeli
e studiosi che esprimono la vera natura, pacifica e non violenta, della propria fede.
Sappiamo che la forza militare da sola non può risolvere questo problema, né è
sufficiente colpire i singoli terroristi che si sono resi protagonisti dei noti gesti efferati,
in quanto rappresentano il mero braccio esecutore di un progetto di estremismo
criminale di ben più ampio respiro.
La battaglia contro il fondamentalismo in nome della democrazia e della libertà avrà
successo solo se i cittadini potranno rivolgere alle Amministrazioni ed ai governi
nazionali rimostranze legittime all'interno di un processo democratico compiuto e
maturo, che si concretizzi attraverso la costruzione di una solida società civile. Tali
sforzi dovranno essere accompagnati da uno sviluppo economico, educativo e sociale
tale da consentire che le persone possano nutrire una legittima speranza per una vita
dignitosa.
In questo contesto giocano un ruolo altrettanto fondamentale le politiche di integrazione
e di lotta contro le discriminazioni xenofobe e religiose. In occasione della giornata
mondiale contro le discriminazioni razziali, che si è celebrata sabato 21 marzo, l'Unar
ha organizzato, in collaborazione con l'ANCI, l'undicesima edizione della Settimana
d'Azione contro il Razzismo, una campagna di sensibilizzazione contro tutte le forme di
discriminazione e di intolleranza, che ha visto l'adesione di oltre 700 Comuni italiani, la
realizzazione di numerose iniziative in tutta Italia promosse da Enti Locali, associazioni
e scuole.
Le discriminazioni razziali mettono infatti a repentaglio la coesistenza delle differenze
in uno stesso territorio, mettono a repentaglio la pace, la sicurezza e lo sviluppo
sostenibile e rappresentano violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
L'unica strategia sensata, ma di lungo termine, è quella di lavorare per disseccare
l'humus da cui traggono la loro forza le organizzazioni terroristiche che se ne fanno
promotrici. Le stesse organizzazioni che, come ci ha ricordato il Presidente della
Repubblica, Sergio Mattarella, si presentano come il nuovo, vero pericolo per la civiltà,
la democrazia ed i diritti umani, che, non a caso, in Tunisia hanno attaccato luoghi
simbolo della democrazia e della cultura.
Desidero avviarmi alla conclusione del mio intervento rivolgendo un saluto affettuoso
ed un augurio di pronta guarigione a Carolina Bottari e Anna Abagnale, le nostre due
dipendenti di Palazzo di Città, la prima attualmente ricoverata presso il nosocomio del
CTO e la seconda ancora ricoverata presso l'Ospedale di Tunisi, che ci auguriamo di
poter accogliere presto tra noi ed abbracciare.
Nel tributare ancora una volta il mio pensiero ed il mio cordoglio, uniti a quelli di tutti i
Consiglieri Comunali di Torino, ai familiari delle vittime dell'atroce attentato al Museo
del Bardo di Tunisi, vorrei riconfermare con forza come di fronte ad una simile barbarie
non possiamo che esprimere e ribadire la nostra ferma condanna a queste azioni che
costituiscono un vile gesto contro la democrazia e contro la pace nel mondo. Sentimento
peraltro condiviso dalla comunità tunisina e dai propri rappresentanti, i quali nei giorni
successivi all'attentato hanno manifestato piena solidarietà ed espresso ferma condanna.
Il terrorismo è, concludendo, un nemico comune. Sono certo che cittadini ed Istituzioni
insieme avranno la forza, il coraggio e la responsabilità di combatterlo e di isolarlo.
Solo così potremo restituire valore e centralità a quei principi democratici e di libertà a
cui la nostra vita pubblica e privata si ispira e continuerà ad ispirarsi. Questo è e sarà il
nostro impegno quotidiano. Vi ringrazio.

ORATORE
La parola all'Ambasciatore della Tunisia in Italia, Naceur Mestiri.

MESTIRI Naceur (Ambasciatore della Tunisia in Italia)
Signor Sindaco, Autorità, signore e signori, è con profondo dolore e grande tristezza che
presento oggi a nome del mio Governo, di un popolo ferito e traumatizzato, il mio
popolo, le mie condoglianze commosse al Governo ed al popolo italiano, a tutte le
famiglie delle vittime italiane ed ai loro vicini, un pensiero affettuoso ai feriti per un
rapido ricovero. Il 18 marzo 2015 rimarrà nella memoria della Tunisia - e, senza dubbio,
al di là - come una giornata nera, che ha visto il terrorismo cercare di colpire duramente,
tramite il Museo del Bardo, il nostro Paese nella sua giovane democrazia, la sua
economia, il suo turismo, la sua cultura e la sua stabilità.
Questo attentato terrorista, che è costato la vita ad Antonella Sesino, Giuseppina Biella,
Francesco Caldara, Orazio Conte e altri innocenti di cinque continenti, è assolutamente
contrario a tutte le norme dell'umanità e della civiltà, contrario a tutte le religioni, in
contraddizione totale con i valori universali, i diritti umani e, al primo posto, il diritto
alla vita. Siamo determinati più che mai a rafforzare la nostra sicurezza e a dichiarare la
guerra contro questo pericolo, come ha sottolineato il nostro Presidente della
Repubblica. Questo fenomeno ha dimensioni regionali ed internazionali, che
minacciano il nostro Paese, ma senza dubbio tutta la regione del Mediterraneo e al di là.
Questa determinazione è motivata dall'attaccamento delle donne e uomini tunisini al
loro modello di società: moderna, tollerante e democratica. Noi e voi coltiviamo la vita
e loro, i terroristi, coltivano la morte ed il caos. Malgrado queste ferite e dolori non
abbassiamo mai la testa e siamo determinati a vincere questa battaglia grazie alla
coesione del nostro popolo, ma anche grazie ad una più forte collaborazione con tutti i
Paesi vicini che credono nella democrazia, nella libertà e nella pace, come l'Italia in
particolare.
Infine, vorrei esprimere i miei apprezzamenti allo Stato ed al popolo italiano per la
solidarietà straordinaria espressa verso il mio Paese e il mio popolo subito dopo questa
tragedia, che ha toccato tutti noi. Grazie.

ORATORE
La parola al corrispondente da Tel Aviv per La Stampa, Maurizio Molinari.

MOLINARI Maurizio (corrispondente La Stampa)
Sindaco Piero Fassino, Consiglieri Comunali, Città di Torino, l'attacco al Museo Bardo
di Tunisi è stato un atto di barbarie, commesso da parte di un terrorismo assassino che si
nutre della violenza più orrenda per autoalimentarsi, espandersi, minacciare la nostra
esistenza e stravolgere le nostre società democratiche, in Tunisia come in Italia.
Le vite di Giuseppina Biella, Francesco Caldara, Orazio Conte e Antonella Sesino sono
state stroncate da un nemico nuovo e sanguinario che dobbiamo avere il coraggio di
riconoscere, identificare al fine di individuare le risposte migliori per difenderci, reagire
e, in ultima istanza, sconfiggerlo.
È un nemico nuovo, perché si presenta in abiti civili, non è composto da eserciti o
armate, non ha generali o ordini di campo, ma può ugualmente colpire con ferocia a
Tunisi, Parigi, Copenaghen, Sana'a, Peshawar, Madrid, Londra, New York,
Gerusalemme e Sidney, poiché i suoi obiettivi sono i civili, la gente comune, i passanti
in una strada, i turisti in un museo, i passeggeri in un autobus o in un aereo. È un
nemico sanguinario perché la sua ideologia è imbevuta di violenza: decapita e brucia gli
ostaggi, rapisce i bambini per addestrarli a diventare killer, spinge le madri ad offrire i
figli al martirio, fa razzia di donne considerate pagane per farne delle schiave, dissacra
le chiese, insanguina le moschee ed attacca le sinagoghe, adoperando poi le immagini di
tali orrende gesta per trasformarle in sofisticati messaggi digitali, grazie ai quali recluta
volontari non solo in Yemen e in Tunisia, ma anche nelle periferie delle nostre città
(Parigi, Londra, Glasgow, Bruxelles e Copenaghen).
È un nemico ideologico perché nasce da un virus che si chiama Jihad. Chi ne è portatore
stravolge, travisa, offende e snatura l'Islam per trasformarlo in un vettore di morte, di
oppressione e dominio nei confronti di tutti coloro che non la pensano allo stesso modo,
cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, atei, credenti e non credenti, uomini e
donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, gay o etero. È un nemico contro il quale una
parte importante del mondo musulmano vuole battersi.
I leader politici e religiosi di molti Paesi, a cominciare dalla Tunisia, invocano una
rivoluzione religiosa all'interno dell'Islam per estirpare il cancro della Jihad dalla fede
musulmana. Come ha detto il grande Imam della moschea di Al Azhar, Al Tayeb, tocca
ai predicatori trovare le risposte migliori a chi trasmette erroneamente gli insegnamenti
del Corano e della vita del Profeta. Il nostro compito è sostenere questa rivoluzione anti-
jihadista dentro l'Islam, ma il nostro compito è anche altro: per difenderci dobbiamo
anzitutto non avere paura. È un insegnamento che ci viene dall'esempio dei cittadini di
New York e Washington dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, dalla determinazione
con cui i londinesi reagirono agli attentati del 7 luglio 2005 e dalla forza con cui gli
abitanti di Gerusalemme, la città dove vivo, ogni giorno salgono su un autobus, entrano
in un negozio e vanno in un mercato. La risposta più importante è continuare le nostre
vite, non permettere ai terroristi di stravolgere i nostri valori e cambiare le nostre
abitudini. È la capacità dei singoli di resistere, non indietreggiare, che consente allo
Stato di essere più forte e sicuro, grazie alla professionalità di migliaia di italiani,
uomini e donne che ogni giorno vestono la divisa e vegliano su di noi ed a cui va la
nostra riconoscenza.
Torino, Città Medaglia d'Oro della Resistenza, luogo natale di Primo Levi, è portatrice
di valori e tradizioni che ne fanno una trincea contro ogni dispotismo e totalitarismo. Sta
a noi tutti, italiani per nascita o per scelta, nelle nostre case, dentro le nostre famiglie,
trovare in queste radici di libertà la capacità di scongiurare il contagio della paura,
chiamare il nemico jihadista con il suo nome e sbarrargli la strada, con la forza del
diritto, il rispetto della Costituzione e della nostra personale determinazione. Grazie.

ORATORE
La parola al Sindaco di Torino, Piero Fassino.

SINDACO
Grazie a tutti di essere qui, di aver accolto l'appello del Consiglio Comunale. Ringrazio
l'Ambasciatore Mestiri di essere qui in rappresentanza del Governo tunisino ed il
Console Generale che lo accompagna. Ringrazio il Senatore Malan, in rappresentanza
del Senato, l'Onorevole Rossomando in rappresentanza della Presidenza della Camera
dei Deputati, saluto il Prefetto, il Questore, le Autorità militari che sono qui con noi, il
Procuratore Maddalena, il Procuratore Spataro. Ringrazio i rappresentanti della
comunità tunisina, ringrazio tutti voi di essere qui e ringrazio il dottor Molinari di aver
accolto il nostro invito.
Permettetemi soprattutto però di esprimere un grande ringraziamento ai torinesi per il
modo straordinario con cui in questi giorni hanno abbracciato i nostri due caduti, in una
manifestazione di solidarietà, di fraternità e di forza comunitaria davvero straordinaria,
che ha fatto sì che la Città, ferita per quello che è accaduto, reagisse e reagisse nel modo
migliore. Reagisse dimostrando di essere una comunità fondata su valori forti, capace di
unirsi nel momento del dramma e del pericolo, capace di esprimere un alto livello di
coesione, di solidarietà e di tensione morale, prima ancora che politica e civile.
Torino ha risposto ed ha risposto nel modo giusto, nel modo giusto soprattutto rispetto
alle finalità ed ai modi con cui il terrorismo internazionale si muove. Dall'attentato alle
Torri Gemelle ad oggi, in questi 15 anni noi abbiamo avuto, e ne ha ricordato alcune
tappe drammatiche il dottor Molinari, una scansione costante e continua di attentati che
hanno avuto come teatro città di ogni continente, di ogni nazione, perché la strategia del
terrorismo internazionale è esattamente questa: colpire chiunque e colpire ovunque.
Ho già ricordato, vorrei farlo anche qui, come sia una strategia diversa da quella che noi
conoscemmo anni fa. Torino è una città che il terrorismo lo ha conosciuto; lo ha
conosciuto pagando un prezzo alto di sangue e lo ha anche sconfitto. Era un terrorismo
che colpiva scegliendo le sue vittime per il valore simbolico che ricoprivano (i
magistrati, i carabinieri, le guardie penitenziarie, i giornalisti, i sindacalisti), nel
presupposto, che poi si rivelò fallace, che colpire i simboli avrebbe probabilmente
determinato in chi non si riconosceva in quei simboli una indifferenza o una estraneità.
Era un calcolo sbagliato: la società torinese ed italiana reagì e quel terrorismo venne
sconfitto.
Oggi siamo di fronte ad un terrorismo che ha adottato invece una strategia diversa. Non
si scelgono le vittime per il loro valore simbolico, si sceglie di mettere in campo un
attentato con l'obiettivo di produrre il massimo di deflagrazione, il massimo numero di
vittime, il massimo obiettivo di destabilizzazione che si possa conseguire e lo si fa
colpendo ovunque, per dimostrare una capacità militare e di azione che nessuna forza di
contrasto può fermare. Per questo noi dobbiamo considerare il terrorismo davvero la
principale grande insidia che oggi mette a rischio la stabilità, la pace e la sicurezza nel
mondo.
Proprio questi 15 anni ci hanno dimostrato che il terrorismo non colpisce soltanto dove
ci sono dei conflitti, non colpisce soltanto dove ci sono delle criticità; trae alimento
dalle aree di conflitto, ma poi colpisce ovunque e dunque chiunque di noi deve
percepire quanto il terrorismo sia il nemico. È un nemico che, mosso da un'ideologia e
da un'interpretazione di fede fanatica, punta a distruggere ogni forma di convivenza,
ogni forma di riconoscimento dell'altro, ogni forma di civiltà, come bene testimonia la
distruzione di straordinari patrimoni e giacimenti culturali che ci parlano delle civiltà
che si sono susseguite su questa nostra terra. Per questo è una priorità contrastarlo, per
questo è una priorità arginarlo.
L'esperienza, ancora una volta, ci dice che l'azione politica per contrastare il terrorismo,
che è responsabilità prima di tutto delle Istituzioni internazionali e dei governi, e
l'eventualità di ricorrere, come si è già ricorso, allo strumento militare per arginare e
contrastare il terrorismo, entrambe queste dimensioni, la dimensione politica e la
dimensione militare, per essere efficaci hanno bisogno di una grande mobilitazione
dell'opinione pubblica.
Il terrorismo a Torino fu sconfitto perché magistrati coraggiosi come Maurizio Laudi,
Giancarlo Caselli ed altri, sostenuti dalle forze di polizia, ebbero una capacità di
indagine di straordinaria efficacia e lo fecero con coraggio e determinazione, ma lo
poterono fare anche perché c'era una società che li sosteneva, li accompagnava, c'era
una mobilitazione della coscienza civile di questa città e così, ogniqualvolta il
terrorismo ha colpito, abbiamo visto che è stata determinante la capacità di reazione
delle opinioni pubbliche in ogni città in cui il terrorismo abbia colpito in questi anni nel
mondo.
Lo abbiamo visto anche in questi giorni a Tunisi. Io credo che sia di straordinaria
importanza che, nel giro di poche ore, le piazze e le strade di Tunisi si siano riempite di
migliaia e migliaia di giovani, che queste manifestazioni si siano ripetute nei giorni
successivi, che domani una grande manifestazione accompagni la riapertura del Museo
del Bardo e che domenica, su appello del Presidente della Repubblica, una grande
manifestazione internazionale si svolga nella capitale tunisina, perché è così che si può
isolare il terrorismo e rendere evidente che la loro fanatica ideologia non rappresenta le
coscienze e lo spirito dei popoli.
Lo hanno capito le donne ed i giovani di Kabul, che in questi giorni hanno dato luogo
ad una manifestazione straordinaria in occasione del funerale di una giovane che era
stata bruciata perché rea, secondo i suoi accusatori, di aver bruciato il Corano. È stata
una manifestazione imponente e la bara di quella ragazza portata a spalle da delle donne
afghane senza velo e a capo scoperto è una testimonianza di coraggio straordinaria; la
capacità, appunto, di reagire con gli strumenti della democrazia e mobilitando la
coscienza civile di un popolo e di una nazione.
È importante dunque essere capaci di muovere le coscienze ed è molto importante che
questo avvenga in primo luogo laddove il terrorismo cerca di radicarsi e trae alimento
con l'azione di reclutamento. È importante che nei Paesi arabi e nelle società islamiche
si sviluppi un movimento che esplicitamente contesti, contrasti ed argini qualsiasi
deriva fanatica ed integralista dell'Islam, tanto più quando quella deriva fanatica assume
le sembianze di un terrorismo omicida. Ed è molto importante quello che la religione
può dire; in quei Paesi è assai più importante per i giovani che vanno alla moschea
quello che l'Imam nella predica del venerdì gli dirà piuttosto che qualsiasi altra parola.
Aiutare le forze che vogliono liberare l'Islam, le società islamiche ed i Paesi arabi da
questo fanatismo integralista è un compito fondamentale anche nostro. Il rapporto con
quelle società dobbiamo costruirlo quotidianamente e dobbiamo sostenere le forze che
in quei Paesi appunto si battono per affermare valori di tolleranza, di civiltà, di
pluralismo e di riconoscimento plurale delle identità. C'è spesso una rappresentazione
schematica e manichea, che è esattamente quello che i terroristi vorrebbero, di
identificazione dell'Islam con il terrorismo. Noi non possiamo cadere in questo errore,
perché, se è vero che in quelle società si manifestano questi fenomeni integralisti e
fanatici, è altrettanto vero che in quelle società vivono migliaia e migliaia di persone,
milioni di cittadini, donne, giovani, uomini che non accettano il fanatismo e vogliono
vivere in una società senza paura e nella libertà. Ce lo hanno detto i giovani di Tunisi,
ce lo hanno detto e ce lo dicono le donne ed i giovani di Kabul, ce lo hanno detto i
giovani che hanno manifestato e continuano a manifestare nelle piazze di Teheran, ce lo
hanno detto e ce lo dicono i giovani della primavera di Beirut; c'è nelle società
islamiche una società che rifiuta la deriva integralista e fanatica e noi abbiamo il dovere
di sostenere e con loro di batterci perché il fanatismo non passi.
Serve in questo anche guardare alle dinamiche dello sviluppo economico. Il
reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche verso giovani di queste società
spesso usa come un terreno di coltura una condizione di disagio, di assenza di futuro e
di incertezza di vita quotidiana. Favorire lo sviluppo di questi Paesi, creare le condizioni
perché ogni persona, a partire dai giovani, possa guardare alla propria vita con maggiori
certezze di quelle che oggi ha è uno dei modi, non l'unico naturalmente, con cui
combattere e contrastare il terrorismo.
Serve una politica dell'Occidente che sia capace di sostenere chi nei Paesi arabi e nelle
società islamiche si batte per guardare avanti e non per tornare indietro e per farlo
abbiamo bisogno di fare la nostra parte e di farlo anche nelle nostre società. Stiamo
diventando sempre di più società multietniche, multiculturali, multireligiose, perché la
demografia dei nostri Paesi cambia, segnata da grandi flussi migratori che determinano
condizioni di convivenza tra uomini e donne che sono espressione di culture, di lingue,
di religioni, di consuetudini, di identità diverse. Sappiamo bene che la diversità non è di
per sé immediatamente accettata se non si costruiscono le ragioni culturali e politiche
per farla accettare; abbiamo bisogno di mettere in campo quelle politiche
dell'integrazione che liberino l'immigrazione dalle paure che l'immigrazione porta con
sé. Lo dico da Sindaco di una città che ha 140.000 cittadini di origine straniera su un
milione di abitanti, di una città che ospita una comunità tunisina importante e che ospita
oltre 40.000 cittadini che vengono dai Paesi del Maghreb, cittadini torinesi che vivono
ogni giorno insieme a noi, che sono parte integrante della nostra comunità e che
contribuiscono con il loro lavoro, la loro fatica e la loro intelligenza allo sviluppo ed
alla prosperità di questa città e con loro abbiamo il dovere di costruire una società che
sia capace di riconoscere l'identità di ciascuno e insieme, in nome di questi valori,
contrastare e battersi contro chi invece il riconoscimento dell'identità di ciascuno lo
nega e vorrebbe annientarlo.
Sono questi i sentimenti che ci hanno mosso anche in questi giorni e lo hanno
dimostrato in modo straordinario i torinesi, in questo lungo, lento ed ininterrotto fluire
di uomini e di donne che ieri e questa mattina hanno reso omaggio alla camera ardente
ad Orazio ed Antonella. Lo abbiamo visto nelle tante occasioni di solidarietà che in
questi giorni si sono manifestate e lo abbiamo visto in un Paese intero, che ci ha
manifestato una solidarietà per cui voglio esprimere la gratitudine della Città.
Sono anche queste le ragioni che ci consentono di guardare con determinazione al
nostro domani. Chi ha colpito punta ad intimidirci, punta alla paura, punta alla nostra
divisione, spera che l'intimidazione e la paura porti ciascuno a ripiegarsi ed a richiudersi
in se stesso, che si allentino i vincoli di solidarietà nella nostra comunità: non avverrà,
lo hanno dimostrato i torinesi in questi giorni. Se puntano sulla paura, devono sapere
che non abbiamo paura, se puntano a dividerci, devono sapere che la risposta che la
Città ha dato è coesione ed unità. Noi guardiamo avanti e vogliamo, guardando avanti,
affermare i nostri valori: valori di libertà, di civiltà, di democrazia e di giustizia sociale.
Sono i valori forti su cui è retta ogni società democratica; sono valori più forti della loro
terribile volontà di annientare e di uccidere.

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