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FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Passiamo alle comunicazioni del Sindaco aventi per oggetto: "Trasferimento sede legale FIAT-Chrysler". Ricordo i tempi di intervento che abbiamo concordato: sette minuti un Consigliere per Gruppo, cinque minuti gli altri Consiglieri. La parola al Sindaco. SINDACO Rispondo, naturalmente, volentieri alle interrogazioni su questo punto. Come tutti sappiamo, nei giorni scorsi, esattamente mercoledì scorso, la FIAT ha annunciato la completa integrazione tra FIAT e Chrysler con la nascita di FIAT- Chrysler Automobiles, che è il nuovo nome, con sigla FCA, del gruppo industriale che nasce dalla fusione delle due aziende. Nella stessa occasione, FIAT ha annunciato che la sede fiscale del gruppo sarà situata a Londra e la sede legale del gruppo in Olanda, in ragione di regimi fiscali societari più favorevoli, in particolare alla partecipazione al capitale della holding di soci stranieri. In quella stessa occasione, nel corso sia degli annunci sia di varie interviste e dichiarazioni stampa che sono state fatte dal dottor Marchionne e dall'ingegner Elkann, sono stati confermati gli impegni industriali che fin qui il gruppo aveva annunciato. Ovviamente, la nascita di questo gruppo è stata oggetto immediatamente di commenti, discussioni, valutazioni e interrogativi, che, giustamente, sollecitano il Consiglio Comunale della Città di Torino (città nella quale la FIAT è nata e che dalla FIAT ha tratto uno degli elementi fondamentali della sua storia, della sua vita e della sua identità) a discutere. Io penso che il dato da cui partire sia che, in realtà, la decisione annunciata una settimana fa non è affatto un elemento di novità, perché giunge a compimento un processo di integrazione tra due grandi gruppi industriali del settore automobilistico che si era avviato circa cinque anni fa. Cinque anni fa, FIAT e Chrysler decisero di avviare un processo di integrazione che, gradualmente e professionalmente, fin dall'inizio, fu presentato come finalizzato a creare un unico grande gruppo industriale, che potesse avere dimensioni di scala produttive, presenza sui mercati, capacità produttiva e qualità di prodotto in grado di competere con tutti i principali produttori automobilistici mondiali. Con la costituzione di FIAT-Chrysler, FCA, si dà vita così al settimo gruppo industriale nel settore automobilistico su scala mondiale; un gruppo che potrà essere presente in ogni area di mercato, e lo è già; un gruppo in grado di collocare sul mercato prodotti di ogni gamma nel settore automobilistico. Io penso che questo fatto - l'ho dichiarato e lo riconfermo qui - vada salutato come una grande opportunità; una grande opportunità per il Paese, ma anche per Torino e il suo sistema industriale. Si è sollevato l'interrogativo che la fusione FIAT-Chrysler possa determinare un impoverimento o un indebolimento della capacità produttiva e di mercato FIAT e del suo radicamento territoriale. Io voglio ricordare una cosa semplice che sappiamo tutti, cioè che FIAT e Chrysler da sole, oggi, probabilmente, non esisterebbero già più e che FIAT e Chrysler si sono messe insieme partendo entrambe da una condizione di crisi drammatica, che portò Chrysler sull'orlo del fallimento, come sappiamo, e FIAT non molto lontano da una condizione di crisi irreversibile. Per cui, io penso che la nascita del nuovo gruppo non solo corrisponda ad un progetto che fin dall'inizio era stato pensato ed è stato praticato con questo obiettivo, ma è l'unica scelta che ha consentito e consente a FIAT di tornare ad essere un produttore automobilistico competitivo, capace di stare sul mercato e in grado di assicurare quindi, anche ai propri lavoratori, quelle certezze di lavoro che FIAT da sola non sarebbe stata in grado di garantire. Non solo. Quand'anche FIAT e Chrysler - cosa che sappiamo benissimo non sarebbe avvenuta - avessero potuto continuare ad operare ciascuna per conto proprio, segnalo che nessuna di queste due aziende da sole era presente su tutte le aree di mercato mondiale, soprattutto la FIAT, perché FIAT è sempre stato non un produttore globale, ma un produttore internazionale, con stabilimenti produttivi in Italia, in qualche altro Paese europeo, quale Polonia, Serbia e Turchia, con una presenza significativa e forte in America Latina e basta. Da molti anni FIAT non era presente sul mercato Nord americano e non era presente nel mercato asiatico. Se si va a vedere Chrysler, anche Chrysler non era, prima di questa fusione, un produttore globale. Non era presente su tutte le aree continentali di mercato. Quindi, dalla fusione questi due gruppi realizzano un salto significativo e decisivo per la propria esistenza e le proprie prospettive produttive, cioè di passare da essere produttori internazionali a produttori globali capaci di stare su tutte le aree di mercato, perché oggi la fusione FIAT-Chrysler determina una presenza forte sul mercato Nord americano, una presenza egemone, unendo FIAT e Chrysler, sul mercato Sud americano, dove FIAT e Chrysler diventano il primo gruppo industriale davanti a Volkswagen, e una presenza significativa in Asia, che potrà e crescerà nei prossimi anni. Quindi, su tutte le aree di mercato di natura strategica. Non solo, ma FIAT e Chrysler, assunte nella loro identità originaria, nessuna di queste due aziende stava su tutte le fasce di prodotto. FIAT era - come sappiamo tutti - un'azienda che si caratterizzava, perché questa era la sua storia, per essere un'azienda produttrice di automobili di piccola e media cilindrata; Chrysler aveva un mix più ampio, ma non tale da coprire tutta la gamma di prodotto che un produttore automobilistico oggi deve mettere in campo. La fusione FIAT-Chrysler determina anche un salto in questa direzione. Dalla Cinquecento fino alla Ghibli Maserati, per non parlare della Ferrari, passando per i modelli di Chrysler su Jeep e quant'altro; FIAT-Chrysler è un gruppo in grado di garantire una copertura di tutta la gamma di prodotto nelle diverse sue classificazioni. Questi due salti, l'essere un produttore globale dal punto di vista della presenza sui mercati e globale dal punto di vista del prodotto immesso sui mercati, oggi è la condizione perché un'azienda automobilistica possa affrontare i mercati ed essere competitiva. Come sappiamo, l'annuncio è stato accompagnato dalla comunicazione che la sede legale sarà in Olanda e la sede fiscale a Londra. Ora, su questo si è aperta una discussione, che ha dato origine ad una serie di valutazioni, che io credo siano più dettate dalla nostalgia o dall'emozione, che dalla verità, perché lanciare allarmi preoccupati sul fatto che la sede legale sia in Olanda, dimenticando che CNH FIAT aveva la sede in Olanda da ventun'anni, senza che questo abbia comportato alcun rilievo sulla capacità produttiva e di mercato di quel gruppo, è abbastanza sconcertante. Quanto alla sede fiscale che è collocata a Londra, non perché questo incida sulla fiscalità che sarà dovuta dalle attività produttive FIAT in Italia, ma è richiamata, almeno nelle motivazioni dell'azienda, perché c'è una fiscalità di vantaggio per gli investitori internazionali che vogliono essere partecipi del capitale della holding, è questione che certamente dev'essere discussa, ma che richiama semmai una riflessione non tanto sulla FIAT e i suoi assetti, ma su altri temi. Richiama la necessità di una riflessione su come l'Italia voglia essere un Paese attrattivo di investimenti e di quale fiscalità si debba dotare e richiama la necessità di una riflessione sull'urgenza di arrivare ad una armonizzazione fiscale anche su scala europea, perché non si può avere una moneta unica, un mercato unico e tante altre cose uniche e, poi, non affrontare il nodo di avere delle condizioni fiscali che siano, se non uniche, quantomeno armonizzate. Questa è una discussione che certamente va fatta. Ma vorrei dire che né il luogo dell'ubicazione della sede legale né il luogo di ubicazione della sede fiscale hanno una relazione con gli stabilimenti produttivi e i siti produttivi. Tanto è vero che in Olanda, intanto, FIAT-Chrysler non ha alcun insediamento produttivo; in Gran Bretagna, c'è un piccolo insediamento produttivo Chrysler, dal punto di vista delle dimensioni, assolutamente insignificante per la dinamica del gruppo. Quindi, penso che questa distinzione vada vista e vada mantenuta. Quello che conta è dove sono i siti produttivi e non c'è stato alcun annuncio da parte di FIAT-Chrysler della volontà di modificare la configurazione dei siti produttivi del gruppo. Anzi, da parte del dottor Marchionne e anche da parte dell'ingegnere Elkann, è stato ribadito più volte in questi giorni l'impegno a mantenere le scelte di investimento che il gruppo aveva annunciato. Per quello che riguarda noi, in particolare, l'Italia, la FIAT e Torino, io credo naturalmente che noi dobbiamo ribadire con grande forza - io l'ho fatto ad ogni piè sospinto e continuerò a farlo - che noi vogliamo che FIAT continui a considerare l'Italia il pilastro strategico della sua presenza in Europa e Torino l'head quarter del gruppo in Europa, come, tra l'altro, è stato anche riconosciuto in recenti dichiarazioni del vertice FIAT, e che, quindi, da parte nostra, ci debba essere tutto l'impegno a creare le condizioni di maggiore convenienza e di maggiore opportunità perché la FIAT-Chrysler continui ad investire nella nostra città e nel nostro Paese. Ricordo, peraltro - lo dico anche qui, perché ho già avuto modo di dirlo in altre sedi, cosa che a me stupisce quanto in genere venga sottostimato -, che l'investimento FIAT sull'ex Bertone, che era chiusa da sette anni e i cui 1.200 lavoratori non avevano alcuna prospettiva di riallocazione, è stato il più grande investimento industriale in Italia degli ultimi dieci anni. Lo sottolineo, perché trovo veramente abbastanza curioso e sconcertante che, quando si discute di FIAT, questo dato non venga mai richiamato. Posso capirne le ragioni politiche, emotive, emozionali e psicologiche, però io vorrei dire, essendomi occupato di FIAT nella mia vita politica per tantissimi anni, che colpisce come in Italia si chieda a FIAT molto di più di quello che si chiede a qualsiasi altra azienda. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Non lo so. Sottolineo che in questi stessi mesi si sta discutendo delle sorti di Telecom, che non è un'azienda meno importante di FIAT, e non si pongono tutti gli interrogativi che si pongono alla FIAT. Solo per fare un esempio. Comunque, chiusa la parentesi. Quindi, io penso che noi dobbiamo, ovviamente, batterci perché Torino continui ad essere un luogo di investimento importante dell'azienda. L'investimento sulla Bertone - io credo - conferma che Torino è un luogo che ha tutte le professionalità, le competenze, la qualità, l'esperienza e la tradizione storica per continuare ad essere un polo di industria automobilistica forte e credo che dobbiamo chiedere, con grande forza, che sia mantenuto l'impegno assunto, che è quello di avviare, entro la primavera, le attrezzature delle linee di montaggio per i nuovi prodotti per lo stabilimento di Mirafiori. Sottolineo anche, prima di chiudere, che Torino continua ad essere nel mondo uno dei più grandi hub di produzione automobilistica su scala mondiale. Non solo per la presenza di FIAT, e oggi di FIAT-Chrysler, ma perché poi il sistema industriale torinese è caratterizzato da un ampio numero - come sappiamo - di industrie del settore dell'indotto e della componentistica, settore che contribuisce in maniera decisiva a fare di Torino la seconda area di esportazione del nostro Paese e che, in questi anni, ha conosciuto un processo di riqualificazione e di specializzazione tecnologico che lo ha reso via via sempre più forte e sempre più internazionalizzato. Quello che produceva il sistema dell'industria della componentistica e dell'indotto a Torino vent'anni fa era acquisito per l'80% da FIAT e per il 20% andava agli altri fornitori su scala mondiale. Oggi, questo rapporto si è esattamente rovesciato. Il sistema industriale torinese nel settore dell'auto vende l'80% di quello che produce sui mercati internazionali ed è fornitore primario di tutte le principali industrie automobilistiche del mondo, da Volkswagen a Ford, a General Motors, a Peugeot, a Renault e via di questo passo. Penso che questo sia un elemento che conferma ancora di più quanto noi dobbiamo continuare a considerare l'industria automobilistica un punto di forza essenziale del sistema industriale torinese e, peraltro, come via via questo sistema industriale abbia avuto la capacità di mettere in campo investimenti di specializzazione tecnologica e di innalzamento della sua qualità competitiva, che è un elemento di forza e che viene tanto più utile nel momento in cui si fa l'operazione FIAT-Chrysler, perché la scelta di FIAT-Chrysler, in particolare del comparto FIAT, di scommettere sulla collocazione di un prodotto FIAT nelle fasce di alta gamma - scelta che si sta perseguendo con il rilancio del marchio Alfa Romeo e con l'investimento sul marchio Maserati - pone al sistema dell'indotto e dei componenti un'opportunità tecnologica competitiva nuova e più alta, perché chiunque di noi capisce che, dal punto di vista della qualità del prodotto, delle tecnologie applicate, eccetera, una Cinquecento, per quanto sia sofisticata, non è una Maserati. Quindi, misurarsi con la sfida del prodotto di alta qualità e di alta gamma significa, anche per il sistema dell'indotto e dei componenti, è un'opportunità importante dal punto di vista delle opportunità di mercato e dal punto di vista delle opportunità tecnologiche. Infine, a conferma del fatto che Torino continua ad essere uno dei più grandi hub automotive del mondo e di qualità, sottolineo che Torino è anche sede sempre di più di attività di ideazione, design, stile e di applicazione di innovazione tecnologica e di ricerca nel settore automobilistico da parte di grandi gruppi internazionali (la presenza della General Motors al Politecnico con il suo centro di Powertrain, la concentrazione di tutta l'attività di ideazione di stile e di design della Volkswagen a Italdesign di Giugiaro, il trasferimento a Torino di gran parte della direzione commerciale di Volkswagen da Verona, perché la gran parte dei fornitori di Volkswagen sta nel sistema industriale torinese, e via di questo passo). Quindi, credo che dobbiamo partire da questo dato l'industria che ruota intorno all'auto continua ad essere, per la nostra città, un elemento fondamentale del suo sviluppo industriale; il fatto che Torino sia venuta allargando il suo profilo a nuove vocazioni non fa venir meno il carattere strategico del nostro profilo industriale e noi dobbiamo evidentemente lavorare perché questo profilo industriale non solo si mantenga, ma si consolidi, e cogliere questa nuova sfida che si apre con la creazione di FIAT-Chrysler come un'opportunità per la Città e fare in modo che lo sia effettivamente. Questo sarà l'impegno dell'Amministrazione Comunale. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Grazie, Sindaco. Ricordo a tutti che un Consigliere per Gruppo può parlare fino a sette minuti, gli altri cinque minuti. La parola al Consigliere Curto. CURTO Michele Ringrazio il Sindaco. Abbiamo deciso di sollecitarlo con questa richiesta di comunicazione, che arriva tecnicamente con una settimana di ritardo, perché l'avevamo chiesta la settimana scorsa, prima dell'annuncio, che, comunque, era ampiamente atteso riconosciuto, ma che noi pensiamo arrivi in ritardo di ben più di una settimana. Noi abbiamo fatto questa richiesta di comunicazione non aspettandoci - questo lo dico con franchezza, Sindaco - una posizione diversa da parte sua, perché le cose che lei oggi dice, e che ha appena detto, ce le sentiamo ripetere da due anni. Non le condividiamo; ci sembrano una cantilena stanca, che cerca di coprire un fatto storicamente un po' drammatico, su cui non vogliamo piangere, ma che vogliamo fotografare con chiarezza: lo spostamento del baricentro di quella che è stata la più importante fabbrica di questa Città e del nostro Paese, da Torino e dall'Italia, verso l'altra sponda e l'altro continente. In realtà, però, questo dibattito, Sindaco, noi non lo chiediamo per segnare il punto - sarebbe scena già vista -, perché, tanto, in questa vicenda ormai le posizioni sono chiare, scritte e per certi versi anche consolidate da due anni, ma per provare a capire, quando noi consideriamo e pensiamo che ormai i buoi siano fuori dalla stalla, che cosa ancora si può fare per il bene della nostra città e a difesa dei nostri cittadini. Prima di passare a questo, però, mi permetteranno i Colleghi di fare una veloce fotografia sulla situazione in corso. Sindaco, fa impressione sentir parlare di questo investimento e di questa scelta, senza raccontare, almeno fotograficamente, quella che è oggi la situazione di Mirafiori e quella che avrebbe dovuto essere. Oggi, a Mirafiori si producono poco più di 20.000 veicoli (erano 176.000 nel 2009); lavorano nelle carrozzerie 1.500 persone tre giorni al mese, oltre ovviamente agli enti centrali e al resto, ma con un amplissimo accesso e utilizzo della cassa integrazione e quindi, diciamo, delle risorse dei lavoratori e del sistema Italia. Vede, le sue parole, che sono ormai non più sufficienti a rassicurare, probabilmente anche lei, questo lo capiamo, tutti quanti noi, sono purtroppo il rimbombo di quelle dell'Amministratore Delegato della FIAT, che, da questo punto di vista, ha cambiato idea più volte in questi ultimi tre anni. Penso che questa cosa la dobbiamo dire con chiarezza. Tre anni fa, due anni e mezzo, quando noi entravamo in questo Consiglio, parlavamo del progetto Fabbrica Italia ("progetto" per modo di dire, perché non è mai stato codificato) e degli investimenti legati a quel progetto. Investimenti e progetto che non si sono mai realizzati. Adesso, forse, arriveremo finalmente alla codificazione di un piano industriale. Certo, sarebbe troppo facile fare il raffronto fra quello che è successo qui da noi, più in generale in Europa, e quello che è successo negli Stati Uniti, anche perché è innegabile che il mercato dell'auto nel nostro continente è crollato, mentre invece da altre parti ha tenuto più che qui. Però, non si può non notare, Sindaco, e non si può non considerare che, mentre tutti i produttori europei perdevano quote di mercato, la FIAT le perdeva quasi per il doppio. E mentre tutti i produttori europei provavano a contrastare questo declino con l'inserimento di nuovi modelli e nuove tecnologie, la FIAT, la nostra FIAT questa scelta non l'ha fatta. Dall'altra parte dell'oceano, invece, si consolidava la presenza di FIAT dentro il gruppo Chrysler, ma, soprattutto, si consolidava un progetto industriale che lì, sì, è stato codificato, scritto e contrattato con il Governo Obama, nelle famose 248 pagine di quel piano industriale e trattato con il Sindacato metalmeccanico, che ha potuto dettare i tempi e partecipare all'operazione. Certo, loro avevano il coltello dalla parte del manico: investimenti, un sistema industriale e un Governo che dava a quel sistema industriale un progetto e una politica, cosa che in questo Paese non è successo negli ultimi anni, non è successo negli ultimi tre anni, negli anni delle larghe intese, e non sta succedendo in questo momento. Vede, Sindaco, io da lei mi sarei aspettato e continuo ad aspettarmi dalle Istituzioni di questo territorio l'apertura di una vertenza rispetto a Torino. Io credo sia arrivato il momento di dire con chiarezza che i dati sulla cassa integrazione, sulla disoccupazione e sulla disoccupazione giovanile fanno di questo territorio un'emergenza nazionale e che, quindi, è necessario che il Governo apra con noi un tavolo di confronto, a partire dalla vertenza FIAT. Io mi sarei aspettato un grido di dolore rispetto a quello che stiamo vedendo giorno dopo giorno. E devo dirla tutta, a chi è anche azionista di maggioranza di questo Governo, almeno in questo mi sarei aspettato una chiamata all'ordine e alla presenza. Anzi, se la devo dire tutta, io penso che questo Consiglio Comunale debba chiamare il Governo alle sue responsabilità, debba dire che sul caso FIAT e, più in generale, sulle politiche industriali che riguardano questo territorio, è necessario aprire una discussione pubblica. Proprio per questa ragione, negli scorsi giorni abbiamo provato a tracciare l'esigenza di un Consiglio Comunale aperto, come uno degli strumenti possibili, perché questo confronto si avvii, forse fuori tempo massimo, ma all'ultimo minuto utile, cioè i tre mesi che precedono la presentazione del piano industriale di FIAT. Ci siamo incontrati oggi con il Capogruppo Paolino; abbiamo ragionato una proposta che ci sembra più interessante, la presenterà lui, che ci permetterà diversamente di fare due cose: di lanciare un segnale alle altre Istituzioni, che sono silenziose, silenziosissime, penso alla Regione Piemonte e alla grandissima assenza di quel Consiglio Regionale, di quella Giunta Regionale, di un Presidente che non ha trovato modo fra le sue vicende, fra i suoi fatti affaccendato, di aprire anche lui una questione sul caso FIAT, di lanciare un segnale al Governo, che in questi giorni non ha detto praticamente nulla, se non fare l'Ufficio Stampa del gruppo FIAT e del nuovo nascente gruppo internazionale e multinazionale. Poi, dall'altra parte, pensiamo sia necessario togliere tutti gli alibi al management e alla dirigenza di FIAT. Torino era fondativamente dentro il marchio. Torino è parte di quella fabbrica. È inutile dire che è storia antica pensare che le città e i territori abbiano un legame con i loro soggetti industriali, perché allora bisognerebbe chiedere a Volkswagen perché tiene nella pancia una percentuale di azionariato che fa riferimento al land in cui la Volkswagen è nata. Bisognerebbe chiedere a Chrysler perché è così legata a Detroit. Bisognerebbe chiedere a Tata perché è così legata all'India, tanto da pensare prodotti per il mercato interno prima che prodotti per il mercato internazionale. Allora, Sindaco, io non so se lei su questo si è rassegnato, io penso che questo Consiglio Comunale e questa Città non si possano rassegnare e sono convinto che lei in questo possa, almeno in quest'ultima fase, fare la differenza. Apriamo una discussione con FIAT, chiediamo pochi impegni, ma chiari, per salvare almeno la destinazione europea di questo marchio, il progetto europeo all'interno di quella che lei considera una sfida industriale e che io considero un po' una fuga industriale da questo Paese, ma proviamo a capire quali sono i margini per avere un nuovo motore a Powertrain, per avere nuovi investimenti, almeno qualche nuovo modello, e per avere una parte della progettazione dell'ideazione e della ricerca legata al nuovo gruppo. Per questa ragione, credo sarà necessario aprire una sede ad hoc. Probabilmente, non sarà il Consiglio Comunale aperto, o arriveremo al Consiglio Comunale aperto con un percorso. Credo sia necessario costruire un gruppo di contatto. Credo sia necessario ribadire ai nostri cittadini che anche un Consiglio Comunale, soprattutto il Consiglio Comunale di Torino, può e deve avere un ruolo. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Marrone. MARRONE Maurizio Purtroppo, le novità che apprendiamo periodicamente dal management FIAT hanno solo un merito in questa Sala Rossa, riaprire un consueto teatrino, a cui purtroppo siamo già abituati e che non credo che i torinesi ancora riescano ad apprezzare. Non solo, Sindaco, per la ripetizione stanca di una positività che ci risulta veramente priva di fondamento e destituita di ogni ragione, ma anche e soprattutto perché, riprendendo una metafora ripresa da chi mi ha preceduto, quando lei è venuto qui ad amministrare questa Città, tornando da Roma - è vero, si ricorderà -, vedevamo Torino sbandierata in tutti gli spot commerciali della casa automobilistica, con il logo Fabbrica Italia, che richiamava una sorta di patriottismo di consumo nell'andare a scegliere un marchio italiano, soprattutto tutti noi vedevamo in quel marchio italiano un marchio torinese. Adesso, Sindaco, lei rischia di essere ricordato dalla storia di questa Città come il Sindaco che ha iniziato il mandato in questa situazione e che lo ha terminato consentendo a questa casa automobilistica di portare le braccia, la testa e anche il portafogli da un'altra parte, all'estero, in ogni caso fuori da questa città. Quello che più mi è spiaciuto di questa sua risposta oggi - e chi la conosce, chi conosce i suoi interventi, non ha potuto evitare di cogliere un certo imbarazzo - è soprattutto sul passaggio fiscale, perché ha ammesso implicitamente che, oggettivamente, una realtà industriale per poter esprimersi al meglio del proprio potenziale è costretta ad abbandonare Torino e l'Italia. Questo ha detto. Perché, en passant, ha detto che, tanto, la fiscalità rimarrà legata alle attività produttive e questo non ci rassicura, ma ci preoccupa ulteriormente. Dall'altra parte, ha dovuto dire che se l'ha fatto, evidentemente, è perché là riceve un fisco di favore. Io non accetto che l'esponente primo di un'Amministrazione cittadina, che è quella di Torino, ci ponga questa scelta come uno stimolo positivo alla politica e non come, invece, una fuga dal territorio, perché questo me lo può venire a dire l'esponente della realtà privata che ha come obiettivo il profitto, non me lo deve venire a dire il garante degli interessi generali di sviluppo economico del territorio stesso. Io qui voglio arrivare al discorso del Consiglio aperto. Ben venga il Consiglio aperto, l'avevamo chiesto a gran voce e ottenuto già all'inizio di questo mandato. Però, abbiamo combinato qualcosa? Perché io sono d'accordo con il Consiglio aperto, ma non con il Consiglio aperto con FIAT. E andrò velocemente a riassumere le motivazioni. La prima motivazione è che noi già abbiamo chiesto una presenza del management di FIAT in questa Sala Rossa per confrontarsi. Già una volta siamo stati, come Istituzione, umiliati - perché le parole vanno usate con il loro corretto termine - da Marchionne, che ha rifiutato di venire qui, quando invece ci dobbiamo vedere ricordare sulle prime pagine dei quotidiani che trovava il tempo per giocare a scopone con il Sindaco che l'ha preceduta e il suo, da non più troppo tempo, Vicesindaco, perché questo forse lo dovremmo ulteriormente ricordare. Primo motivo, quindi, perché la Sala Rossa non merita una seconda umiliazione, che di sicuro si ripeterebbe, con l'invio di qualche comprimario mandato qui a recitare un comunicato stampa. Non ce n'è ulteriormente bisogno, perché la voce di FIAT l'ha già perfettamente rappresentata lei, Sindaco, oggi, per cui oggettivamente il delegato d'azienda già l'abbiamo ascoltato e non c'è bisogno di doverlo ascoltare una seconda volta. Infine, perché si ripeterebbe un teatrino di lacrime da coccodrillo, perché ci siamo stufati di vedere un centrosinistra che spolvera ottimismo e una sinistra radicale che, purtroppo, ammettendo ormai che il bestiame è già uscito dall'aia e chiudere la porta dopo la fuga è completamente e assolutamente inutile, servirebbe solo a rivendicare in via postuma delle rivendicazioni sociali che suonerebbero ulteriormente offensive per i destinatari di quelle rivendicazioni, che ormai hanno visto frustrati i propri diritti e le proprie aspettative. Quindi, ben venga un Consiglio aperto, ma venga con gli operatori di quel settore, perché, se FIAT ha voltato le spalle a Torino, Torino deve smettere di guardare a FIAT. E partendo da TNE, che è proprio quello che è nato oggettivamente come un carrozzone per sostenere FIAT nel momento in cui FIAT chiedeva alla Città di Torino, per regalargli 70 milioni e comprare dei capannoni vuoti, che sono costati 70 milioni di Euro e un milione di Euro di gestione per i dieci anni che ci hanno separato da quell'operazione, TNE però ormai è partito non grazie alla Città di Torino, ma grazie al Politecnico, è partito come polo della ricerca; abbiamo sentito dai vertici di quella società di uno scouting avvenuto all'estero per cercare nuovi investitori, che investano in un manifatturiero automobilistico legato alla ricerca, legato a dei settori che riescano a vendere e che non ripropongano sempre degli schemi triti e ritriti. Non tocca a me dirlo, ma abbiamo sentito parlare di Tesla, abbiamo sentito parlare di Google Car, abbiamo sentito parlare di nuove tecnologie che possono rendere appetibile un mercato vendibile anche nel nostro territorio, per non rimanere costantemente abbindolati come il serpente dal fachiro dietro il seguire il miraggio di un SUV o di una fuoriserie, che in questo territorio non sarebbero, comunque, venduti. Quindi, facciamo il Consiglio aperto, ma invitiamo quei soggetti che possano veramente dare degli stimoli positivi al rilancio di quel settore, senza costantemente inseguire lo stesso soggetto. Perché, quando mi si viene a dire come mai FIAT monopolizza il dibattito, è perché FIAT con Torino, con la Città di Torino, con i torinesi e anche con il Paese Italia,ha di sicuro un grande debito, non solo un grande credito. E questo legame di tradizione è, di fatto, forse solo simbolicamente (ma guardi, Sindaco, i simboli contano), completamente tramontato con il superamento del marchio. Guardi, la difficoltà nel pronunciare "Automobiles", rende il polso della completa deitalianizzazione dell'avventura automobilistica che è nata a Torino e la scomparsa di quella T e la comparsa di quella C lo rappresentano plasticamente. Non mi venga a dire che è una grande opportunità, perché lei, di fatto, ha ammesso che se la FIAT vuole crescere è legata al percorso di allontanamento da Torino. Lo ha ammesso lei per primo. Quindi, questa Città abbia il coraggio di avviare un percorso, ma non insegua quel management, perché ne subirebbe solo ulteriori umiliazioni; deve avere il coraggio di disegnare un seguito per il rilancio industriale di Torino. Abbiamo visto che la cultura è una risorsa, ma non è una risorsa sufficiente per mantenere realmente questo territorio e dargli delle gambe su cui camminare. Se il settore industriale è importante, se abbiamo un know-how da difendere, una tradizione valida e addirittura degli sviluppi e delle prospettive in termini di ricerca, puntiamo su quelle, perché quella è la sfida che si deve porre una vera Amministrazione Comunale e non la rincorsa - questo è l'unico punto su cui siamo d'accordo, Sindaco - di una nostalgia che, purtroppo, ormai non ha più ragion d'essere. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Liardo. LIARDO Enzo Le parole politicamente più significative sulla vicenda FIAT ascoltate in questi giorni - e non solo in premessa dal Sindaco - restano proprio le sue, Sindaco, che ritiene che l'aspetto più importante della vicenda siano i siti produttivi ed il mantenimento della produzione. Insomma, di fronte alla testa di FIAT che va via da Torino, a lei importa che in Città rimangano qualche linea, qualche modello, magari di bassa fascia, da produrre. Insomma, malgrado Renzi, la svolta del Lingotto, la Quercia, L'Ulivo, ciò che importa alla sinistra torinese è che resti sempre e comunque inossidabile Cipputi, l'operaio comunista metalmeccanico. A lei, signor Sindaco, non importa che le decisioni importanti a livello finanziario e progettuale finiscano a Londra, ad Amsterdam o in America, con benefici nel commercio o nel mercato immobiliare derivanti dagli alti stipendi e dalle ricche ricadute sulle città scelte dagli investimenti e dagli insediamenti. Lei, signor Sindaco, non si rende conto che solo il segmento alto del mercato del lavoro è progetto della concorrenza aggressiva dei Paesi emergenti. A lei e al suo partito importa tutelare un'improbabile realtà sociale ed una base elettorale priva di prospettiva. Del resto, capisco che il Sindaco debba mostrarsi pago delle scelte aziendali - questo mi sembra scontato -, perché, tra l'altro, con tutti i Governi e le Amministrazioni di sinistra al governo del Comune di Torino, negli ultimi vent'anni - hanno concesso alla FIAT - non possono certo (e non si può in questo momento) ammettere di essere state ripagate con un calcio nel sedere. Area Lingotto, TNE, nomine di dipendenti FIAT esodati negli Enti Pubblici, gestione Olimpiadi, sono alcuni dei numerosissimi casi di sudditanza dell'Amministrazione nei confronti dell'azienda, dove, più che gli interessi della collettività, si sono salvaguardati quelli del privato grande e potente e, in cambio, si sarebbe dovuta ottenere un'attenzione speciale per Torino. La città che vuole essere considerata bella, turistica, capitale culturale, attrattiva e alla moda; in questo contesto stava bene un grande centro direzionale progettuale e finanziario, mentre lei, signor Sindaco, si preoccupa della linea di montaggio dentro un gran cassone vecchio da ammodernare. Ancora una volta ci domandiamo: con i nostri soldi? FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Ricca. RICCA Fabrizio Io inizio con una riflessione: dico che Marchionne non fa il benefattore, fa il manager e deve garantire che la sua società possa avere quelli che sono gli utili più importanti per salvaguardare i propri Bilanci. Il fatto che FIAT oggi perda la sede legale e fiscale è soltanto un lungo processo che ha portato FIAT ad avere un allontanamento graduale dalla città. La società FIAT realizza in Italia meno del 9% del proprio fatturato, occupa il 29% dei propri dipendenti e ospita il 28% degli stabilimenti su scala mondiale, quindi una parte davvero marginale nel nostro Paese. E pensiamo che senza Chrysler - dato che nella conferenza stampa di mercoledì hanno anche elogiato il fatto degli utili e della grande crescita che ha avuto negli anni passati - il suo giro d'affari sarebbe cresciuto solo del 2%, con una flessione davvero importante sul mercato italiano. Questo fa pensare che l'allontanamento è partito davvero tanti anni fa. E spiace che chi ha governato - sia la Città, che anche le Istituzioni a tutti i livelli - di questo non se ne sia accorto, o se ne sia accorto solamente oggi, perché, se noi pensiamo alle iniezioni di denaro che sono state fatte all'interno di FIAT negli ultimi anni, sono cifre davvero troppo importanti per non pensare che questa sia un'azienda trattata come una qualsiasi azienda pubblica. Nel 1975 FIAT aveva 250.000 dipendenti, oggi se ne trova, insieme all'indotto, circa 30.000. Fino agli anni Novanta sono stati versati - abbiamo ancora i dati in Lire - circa 220 miliardi di Lire: a FIAT è stato versato, dallo Stato, un miliardo per ogni dipendente che è stato licenziato; per ogni persona in meno, lo Stato ha dato un miliardo in più. Questo è gravissimo, fa pensare a quanto siano state sbagliate le politiche verso questa azienda, che ormai, chiaramente, non vede più in Italia, in questo Paese, anche logorato dalla crisi, un posto dove investire, dove fare denaro e si va a spostare all'estero. Noi abbiamo dato soldi in occupazione, incentivi, cassaintegrazione. Noi pagheremo la cassaintegrazione a un'azienda che andrà a produrre all'estero. Avremo delle produzioni di nicchia. Sì, sono importanti, è giusto sapere che Alfa Romeo e Maserati continueranno a produrre a Torino delle piccole quantità di auto, però noi dobbiamo pensare che il grosso del profitto nelle auto di basso segmento viene fatto con auto prodotte in Serbia e prodotte in Polonia, dove la manodopera costa poco. Quello che è stato sbagliato è stato dare gli incentivi nel 1996; penso a quando Prodi lo ha fatto e adesso ho anche il dato, che è la cosa forse più allarmante, ed è ancora in Lire: sono stati dati 2.100 miliardi di incentivi nel 1996. Penso anche agli ecoincentivi fatti pochi anni fa, quando FIAT si è rilanciata sul mercato italiano, ed è stato l'unico motivo per cui, una volta arrivato Marchionne, le vendite si sono impennate. Forse oggi è arrivato il momento di smettere di guardare FIAT come un'azienda italiana, perché non è più neanche made in Italy, perché è un'azienda che non ha più le sue sedi, né fiscali, né legali, non si può neanche predefinire made in Italy, è ora di iniziare a guardarla come un'azienda come tutte le altre, come noi guardiamo grandi altre multinazionali, ovvero senza più con quell'occhio di riguardo, sia economico che anche forse di affezione. Sindaco, lei giustamente prima parlava di nostalgia. Bene, dobbiamo anche smettere di essere nostalgici verso questa casa, che - come diceva prima il Consigliere Marrone - non ha neanche più Torino nel proprio nome. Non avendo più Torino nel proprio nome, noi iniziamo a trattarla come un'azienda americana, perché ormai è un'azienda americana ed è previsto che a breve sposti a Detroit anche le altre linee di produzione. Dopo gli investimenti fatti nel 2002, quando c'era ancora Banca Sanpaolo - non era Intesa Sanpaolo, c'era ancora Banca Sanpaolo -, e le iniezioni di denaro fatte dalla stessa banca, che con i mutui termineranno nel 2015, la paura è: cosa ci sarà dopo il 2015? FIAT chiuderà? Mettiamoci nella condizione di pensare che questo ormai è nell'ambito delle probabilità, la cosa potrebbe succedere e, visto quello che è il trend, quasi sicuramente succederà. E mettiamoci nella condizione di pensare che ci sarà uno spazio che verrà lasciato vuoto. Come ha detto bene prima il Sindaco, Torino ha un know-how incredibile, vengono da tutto il mondo ad investire: viene Volkswagen - c'è già -, abbiamo una cittadella universitaria del Politecnico, sull'automotive, che viene invidiata da tutto il mondo. Si può quasi dire che Torino sia la Silicon Valley dell'automotive, perché abbiamo una competenza e una capacità tale di creare, di produrre e di inventare che nessuno al mondo ha, tant'è che dall'estero vengono qua. Abbiamo sviluppato una competenza incredibile. Bene. Allora mettiamoci nella condizione di sfruttare questa competenza, di riempire quei vuoti che FIAT lascia con qualcos'altro, con qualcuno che magari vuole venire ad investire; e i soldi che noi programmeremo per la cassa integrazione dei dipendenti, magari potremo investirli su qualcuno che vuole venire a mettere a Torino le proprie linee. Chiamiamo altre case automobilistiche, signor Sindaco, che vengano ad investire qui e, anziché dare i soldi per la cassaintegrazione, glieli diamo come incentivi nella produzione, e facciamo lavorare quegli operai che invece non ci sono e che non potranno lavorare, perché la cassaintegrazione è già programmata anche per tutto il 2014. Questo è l'obiettivo di chi vuole rilanciare una città anche sotto questo aspetto: riempire i vuoti che vengono lasciati da un mercato globale. Noi abbiamo una grande capacità, non facciamoci rubare anche questa, perché Milano, negli anni, ci ha portato via tutto e io non vorrei che forse l'ultima cosa che ci resta è questa grande capacità di saper trasformare un pezzo di lamiera ad una grande auto. Io lo chiedo a lei, invito lei, inviterò il Presidente Cota, inviterò i nostri parlamentari a lavorare in questo senso, perché questa è l'unica soluzione per salvare un indotto che ancora può dare tanto, ma che di questo passo sarà costretto a morire. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Greco Lucchina. GRECO LUCCHINA Paolo Farò un intervento breve, ma vorrei lasciare al Sindaco alcune riflessioni. Ha ragione il Consigliere Curto, lei, Sindaco, affronta questa questione, che per me è una questione sollevata fin dai tempi della sua presentazione delle linee programmatiche, cioè sulla pluralità di vocazioni. Spesso sono intervenuto ricordandole che la più importante di queste vocazioni per Torino era quella industriale. È vero, può sembrare una sorta di difesa d'ufficio. Intanto credo che l'approccio che le Istituzioni hanno avuto - e mi riferisco a tutte, quindi Governo, Città, Regione - nell'affrontare questa vicenda sia stato - io dico - un po' conciso. Lo dico perché più o meno tutti hanno detto le stesse cose, cioè che contano i posti di lavoro e la competitività, cosa peraltro vera. Credo, però, che, per la più grande azienda italiana che se ne va, queste possano risultare parole troppo scontate. Credo che il tema da dibattere debba essere incentrato sulla bassa produttività di questa industria italiana. Questo significa una cosa molto precisa, cioè la mancanza di quelli che sono stati i modelli esportabili ad alto valore aggiunto. Credo, inoltre, che non è che ci sia una follia da parte dei nostri imprenditori, colti da esterofilia, tutto ad un tratto, ma possiamo sicuramente definire quella che è una cronica inerzia e incapacità di quelle che sono adeguate politiche di sviluppo economico, che rispondono a quelle che sono le esigenze delle imprese che vivono quotidianamente nei nostri territori. Credo, infatti, che Marchionne ed Elkann abbiano deciso di organizzare la loro azienda al meglio, cioè salvaguardando quelli che sono, per un'industria, i più importanti fattori di produzione, che li hanno portati a fare una cosa: delocalizzare. Appare chiaro a tutti, poi, che il gap sta evidentemente nel recuperare sul fronte dei costi. Però, a mio modo di vedere, per restare a noi, alla nostra Torino, la questione va affrontata facendo un breve excursus storico. Quello che voglio dire è che, perché un'azienda resti sul proprio territorio, ci devono essere le condizioni. Quali sono queste condizioni? Sicuramente sono i vincoli normativi e le condizioni fiscali, ma - ripeto -, tornando alla nostra Torino, io credo che nei progetti strategici di sviluppo di questa città, chi l'ha preceduta, signor Sindaco, abbia sicuramente escluso l'industria. E le faccio degli esempi concreti. Le condizioni devono essere ambientale, territoriali, infrastrutturali. Allora, possiamo dire che Torino soffre di quelli che sono addetti superspecializzati, che quindi c'è un livello scolastico mediocre, che quindi c'è carenza di scuole di specializzazione? Sindaco, mi spiega perché questa sinistra ha voluto una Metropolitana che andasse da Collegno al Lingotto e non da Stura a Mirafiori, cioè lì dove c'era l'industria? Mi spiega perché questa sinistra non ha voluto la seconda pista di Caselle, in un momento storico in cui Malpensa non esisteva? Mi spiega perché non si sia potenziata la zona espositiva, che era la vetrina della FIAT a Torino? Per concludere, quello che dice lei sul settore dell'automotive è vero, noi ci salviamo grazie a quelle imprese che sono ovviamente il tessuto sociale più importante proprio per l'Italia, e sono quelle che hanno fatto sì che questo settore, in qualche modo, sopravvivesse anche nella nostra zona, nella nostra cintura e quindi smettono - come ha detto lei - di produrre per FIAT per concentrarsi verso le grandi altre case automobilistiche, quindi mi riferisco a Volkswagen, Ford, General Motors, Toyota, eccetera. Io concludo dicendo che voglio solo augurarmi che quell'inversione di cui ha parlato ci sia anche per FIAT, perché guardi che FIAT deve tanto a questa città e non si pensi solo che Torino debba tanto alla FIAT. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Paolino. PAOLINO Michele Io vorrei subito chiarire un aspetto. Noi stiamo ragionando a proposito di una grande multinazionale che si costituisce, la prima che noi possiamo vedere, sicuramente uno dei soggetti più importanti del panorama industriale mondiale, che ha la sede legale ad Amsterdam, l'ufficio fiscale a Londra e ha il socio di maggioranza in via Nizza 250 a Torino. Io sarei molto più preoccupato se fosse avvenuto il contrario, cioè avere qui a Torino la sede fiscale e legale e il socio di maggioranza a Detroit, o a Dubai, o in Germania, o in bassa Sassonia. Sarei stato molto più preoccupato, anche perché - il Consigliere Liardo stavolta forse non è stato attento sui numeri - gli impiegati, i dirigenti, i funzionari che saranno localizzati a Londra e ad Amsterdam credo che, alla fine, non saranno nell'ordine della decina, mentre noi stiamo parlando e ci stiamo preoccupando di alcune migliaia di lavoratori di questa città, di questa provincia, di questa regione. E nel suo insieme, parlando di FIAT, parliamo anche degli stabilimenti - l'ha detto bene il Sindaco - di Pomigliano d'Arco, di Melfi e di altri luoghi in giro per l'Italia. Di questo io mi preoccupo. D'altronde, il Consiglio Comunale di Alba, nel momento in cui Ferrero ha deciso di mettere la sede fiscale in Lussemburgo, non credo si sia preoccupato più di tanto, perché ha visto mantenuti gli impegni produttivi nella propria città. Invece, va in capo al Governo e al Parlamento il fatto di ragionare, sì, su questa scelta, su come far agire l'exit tax rispetto a scelte che vanno in contradizione rispetto a quello che è il nostro Ordinamento e come noi possiamo adeguare il nostro Ordinamento in termini di Leggi societarie, di OPA, in termini di agevolazioni e sgravi fiscali. Questa è una competenza che sicuramente il Governo e il Parlamento devono assumersi più che mai su questi temi. Il Consiglio Comunale di Torino, maggioranza e opposizione del Consiglio Comunale di Torino - e mi dispiace -, in assoluta solitudine (perché è già stato ricordato il ruolo del lander della bassa Sassonia rispetto alle politiche industriali della Volkswagen) - ripeto -, in assoluta solitudine si sta occupando di una questione che riguarda invece non solo la nostra città, o un quartiere della nostra città. Nessun altro soggetto lo sta facendo; in particolare, la Regione si sta occupando di tutt'altro, dei propri vitalizi e delle proprie mutande. Noi dobbiamo concentrarci su cosa succede da qui a maggio. Noi dobbiamo concentrarci non solo e a partire dal piano industriale di FIAT, ma dobbiamo occuparci - ed è stato detto bene da alcuni Consiglieri dell'opposizione, in particolare dal Consigliere Ricca - di come costruire, realizzare compiutamente e garantire un distretto dell'auto sul territorio di Torino. Il problema è che in Italia non riragioniamo nel settore automobilistico su un solo produttore da sempre. Non è così che si cresce. Non è così che si mantengono i livelli produttivi e di competizione. Noi dobbiamo preoccuparci, questo sì, di che cosa succede della parte industriale, sia di quest'azienda, sia del sistema produttivo, nel suo insieme, del nostro contesto territoriale. Tra le altre cose - ed è già stato detto -, non abbiamo solo FIAT a Torino, noi oggi abbiamo il più grande centro ricerche al mondo sui motori diesel, che è di GM e che è costruita all'interno del Politecnico, non a caso. Non perché, caro Consigliere Greco Lucchina, il nostro livello formativo è basso, ma proprio per il contrario, perché il nostro livello formativo e di competenze che possiamo portare è alto. Non a caso GM realizza il più grande centro ricerche al mondo sui motori diesel praticamente all'interno del Politecnico, con più di 100 persone che ci lavorano. Noi abbiamo Volkswagen, che oggi è proprietaria di Italdesign. Abbiamo un indotto che ha fatto una fatica atroce, quelli che sono sopravvissuti ai disastri FIAT degli anni passati, che oggi lavorano, per il 70%, per altre marche automobilistiche e non più per FIAT. Questo fino a poco tempo fa non succedeva. Allora, noi queste questioni dobbiamo porcele. Noi dobbiamo chiedere a FIAT alcune cose: dobbiamo chiedere innanzitutto gli investimenti sulla progettazione; dobbiamo garantire che vengano mantenuti a Torino e abbiano un ruolo determinante gli enti centrali, cioè la testa del sistema FCA, la testa del sistema automobilistico in Italia e in Europa, chi progetta, chi indirizza il mercato, chi sa interpretarlo, chi trova nuovi modelli. Noi dobbiamo chiedere che vengano realizzati nell'area torinese i motori. Non possiamo ridurci ad un modello di fabbrica cacciavite che assembla pezzi, perché non siamo competitivi rispetto a quel modello di fabbrica. Quindi, a Torino si deve completare il ciclo di produzione delle automobili. Dobbiamo chiedere nuovi modelli, perché solo attraverso nuovi modelli si riesce ad essere competitivi sul mercato, e questo crea le condizioni non solo per riassorbire la cassaintegrazione, ma per dare spinta al sistema produttivo torinese. Consigliere Greco Lucchina, noi non abbiamo in testa un modello di città che ha una sola vocazione; noi siamo convinti che la nostra città, più bella - e ne siamo orgogliosi - con più servizi, con un'offerta culturale molto forte, diventi attrattiva per chi vuole venire ad aprire nuovi centri di ricerca, nuovi luoghi di produzione, perché per i propri manager, per i propri dipendenti può diventare interessante essere presenti a Torino. Quindi, Consigliere Liardo, credo che la questione Maserati sia un esempio del fatto che una fabbrica viene riattivata per produrre 6.000 nuovi modelli, oggi ha una produzione che va intorno alle 24.000 e ha le potenzialità per arrivare a 50.000. Non perché noi vogliamo tanti Cipputi, ma perché le famiglie di questa città sono persone che lavorano e noi dobbiamo garantire lavoro per loro e per i loro figli. Dobbiamo fare in modo che i cassintegrati - non perché ci tornino a votare, non ci interessa questo - tornino a poter investire, escano dalla cassaintegrazione e tornino nel processo produttivo. E questo è possibile. L'esempio della Maserati lo ha dimostrato. Ma questo avviene non se si sposta un ufficio legale, questo avviene se c'è una società che ha soldi per investire. Ma sa chi è preoccupato in questo momento? Sono gli americani che sono preoccupati. Chrysler è ripartita, hanno liquidità; questa liquidità viene investita in Europa; attraverso FIAT-Chrysler, abbiamo la possibilità di accedere ad un credito più vantaggioso negli Stati Uniti; quei soldi devono essere investiti in Europa. Certo che Moody's è preoccupata, perché i soldi loro vengono ad investirli da noi. Allora, l'ultima questione è quella del Consiglio aperto. Il Consigliere Curto l'aveva già detto, credo, in maniera abbastanza chiara: da un'idea nata nei giorni scorsi, di un'ipotesi di Consiglio aperto (che ci lasciava un po' perplessi, perché diventava episodico), abbiamo insieme - tutta la maggioranza, devo dire - convenuto di proporre la costituzione di una Commissione sul distretto dell'auto, tecnicamente andremo a definirla una Commissione speciale (io mi auguro di trovare l'adesione di tutti i Consiglieri Comunali, di tutti i Capigruppo e la porteremo domani in Conferenza dei Capigruppo). Quindi, non su FIAT, ma una Commissione sul distretto dell'auto che in tre mesi - quindi una Commissione a tempo -, entro maggio, entro la fine di aprile per l'esattezza, sia in grado di offrire alla città un Tavolo istituzionale, un luogo, uno spazio istituzionale, dove sindacati, associazioni di categoria (penso all'ANFIA, penso all'AMA, penso all'Unione Industriale, FIAT e non solo, penso all'API) e tutti gli interlocutori possibili, compreso il Governo e il Parlamento, compresa la Regione, possano insieme trovare lo spazio per produrre le idee necessarie alla costruzione di un piano industriale che veda il rilancio produttivo della città di Torino e del distretto di Torino e alla costruzione delle condizioni perché Torino resti la città dell'auto, non più la città della FIAT. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Tronzano. TRONZANO Andrea Io mi chiedo con quale faccia noi chiediamo delle cose a FIAT, o chiediamo dei tavoli a FIAT e alla società civile torinese, quando non siamo in grado neanche di riformare la TARES o la TARSU. Ma che cosa chiediamo? Con quale faccia noi chiediamo delle cose a FIAT? Marchionne voleva far diventare la FIAT uno dei sei poli più importanti del mondo dell'auto. Ci è riuscito. È riuscito ad essere, con lungimiranza e con concretezza, uno di questi sei poli e pertanto nulla possiamo imputare a FIAT; e tanto meno noi possiamo chiedere a FIAT di fare delle cose, quando noi non siamo in grado di dare neanche quello che il tessuto industriale chiede alla politica. Pertanto, visto che voglio fare questo discorso non col senno di poi - perché ne sono piene le fosse -, ma guardando al futuro di questa nostra città, voglio parlare con il Sindaco. Ma parlo con il Sindaco, perché? Perché è un esponente autorevole nazionale, in grado di incidere su quello che è realmente il plenipotenziario di un rilancio industriale della nostra Nazione, cioè il Governo italiano. Signor Sindaco, io mi permetto di farle presente alcune cose che credo lei abbia già illustrato abbondantemente, ma, visto che siamo a verbale, per non parlare sempre col senno di poi, perché la gente non mangia con quelle che sono state le scelte del passato, ma mangia e mangerà con quelle che sono le nostre scelte attuali per incidere nei prossimi 10 anni, io le faccio soltanto sommessamente presente che lei, quando parlerà con Saccomanni, quando parla con Zanonato, quando parla con Letta, gli dica e urli che Torino ha fame, signor Sindaco. Torino ha fame. Lo urli a Letta e gli dica che, se noi non abbiamo un cambio di passo, come chiede anche lo stesso Presidente Squinzi, Torino è destinata a soccombere, signor Sindaco. Di questo dobbiamo rendercene conto tutti in questa Sala. E non soccombere si può soltanto se c'è un cambio di passo reale, concreto, ragionevole di quelle che sono le politiche industriali e non le relazioni industriali, perché di quello che pensano i sindacati oggi a me interessa relativamente poco, a me interessa quello che pensano gli industriali, che sono quelli che devono investire sul tessuto produttivo torinese. Allora, questo campanello d'allarme, che è già più che un campanello d'allarme, signor Sindaco, secondo me, ormai siamo quasi alla morte cerebrale di questa città (e il campanello d'allarme è il fatto della sede fiscale e della sede legale in Olanda e in Inghilterra da parte di FIAT), è il chiaro segnale che il nostro sistema non è più un sistema che interessa alle industrie, non è più un sistema che interessa agli industriali. Noi abbiamo trascurato il sistema manifatturiero - lo ha detto qualcuno in questa Sala e non ricordo chi -, e il primo responsabile di questa cosa negli ultimi vent'anni è sicuramente il precedente Sindaco Castellani, è sicuramente il successivo Sindaco a Castellani, che è Chiamparino, che oggi si dimette, prende gli applausi dal suo Consiglio di Compagnia Sanpaolo, perché ritorna nell'agone politico, quando aveva promesso solennemente di non farlo. Queste sono le ipocrisie della sinistra, signor Sindaco. Queste sono le ipocrisie: promettiamo e non manteniamo. Non siamo stati noi a governare questa Città negli ultimi 25 anni, forse negli ultimi 30. Hanno governato le vostre parti politiche, e abbiamo continuamente visto - sia a livello nazionale, sia a livello locale - una pervicace insistenza in altre cose che non fossero quelle che interessano gli industriali, cioè tasse troppo alte. Abbiamo ancora l'IRAP. Io non capisco perché il Presidente del Consiglio Letta non voglia provare a valutare questa situazione, signor Sindaco. L'IRAP, che noi avevamo chiamato simpaticamente "l'imposta rapina" (ma non a tutti era simpatica questa battuta), impedisce agli industriali di assumere persone, perché se uno supera una certa quota di assunzioni, paga un'IRAP che magari è triplicata o quadruplicata. Quindi, l'IRAP non consente nuove assunzioni. L'IRAP, inoltre, non mette in deducibilità gli interessi passivi. Abbiamo tutta una serie di cose che dipendono da questa tassa e noi non facciamo altro che parlare di altre cose che agli industriali non interessano, cioè non so di che cosa, parliamo di Legge elettorale che forse serve, forse non serve, sicuramente serve per dare stabilità al sistema, ma non sento nel Paese la voglia... Signor Sindaco, è per questo che parlo con lei, perché lei può incidere sul futuro, e mi creda, glielo dico con il cuore in mano, perché realmente Torino ha fame, e lo ripeto; lei può incidere, quindi parliamo di nuovo di IRAP, parliamo di energia che è troppo cara, signor Sindaco. Quando Berlusconi - io voglio citarlo in quest'Aula - faceva gli accordi per fare i gasdotti, per fare l'energia con Gazprom, per portare qua, ha pagato e non abbiamo difeso questa scelta strategica sulla politica energetica italiana. Anzi, abbiamo detto che era un delinquente a fare questa cosa e oggi paghiamo le conseguenze. Anzi, abbiamo anche applaudito - forse non tutti - alla guerra in Libia fatta dalla Francia per interessi personali di quel Paese, dove noi stavamo investendo centinaia di miliardi di Euro per portare di nuovo i nostri industriali - grazie a Berlusconi - ad investire e ad incidere anche sull'occupazione italiana. Costo del lavoro alto, signor Sindaco. Ma mi neghi, se io sto sbagliando sulla politica energetica del Governo Berlusconi. Quello era un asset strategico e noi l'abbiamo distrutto, siamo riusciti a fargliela pagare anche su quello. L'energia troppo cara è uno dei tanti temi sui quali l'industria italiana soffre. Costo del lavoro alto. Abbiamo messo 5 miliardi, mi pare, in questa Finanziaria, in questa Legge di Stabilità a livello italiano. Ma 5 miliardi, a fronte dei 20 che chiedeva Squinzi. Ma allora l'unica battuta sul passato possiamo dirla? Perché abbiamo messo i soldi nella rottamazione e non li abbiamo messi nel costo del lavoro? Certo, ci sta questa battuta, però sempre col senno di poi. Oggi invece, probabilmente, il costo del lavoro troppo alto è uno degli elementi sostanziali che gli industriali chiedono. Poi abbiamo le vie di comunicazione internazionali. Noi siamo ancora al palo, e per fortuna siamo riusciti forse a partire, dopo vent'anni, con la TAV. Siamo ancora in discussione sul terzo valico. Le vie di comunicazione - lo dico ai compagni di SEL, lo dico agli uomini di Beppe Grillo - sono strategiche, sono determinanti, sono fondamentali. Se noi non le abbiamo - ed è da vent'anni che discutiamo di questa cosa -, poi non piangiamo sul fatto che non ci siano più posti di lavoro. Non piangiamo, perché dipende da noi. Poi, un'altra cosa che le dico, signor Sindaco, sempre con vigore, mi perdoni se ho questo tipo di veemenza, ma io credo che veramente, visti tutti i casi che noi tutti i Consiglieri vediamo durante le nostre giornate, vediamo la gente che è disperata, la gente che perde il lavoro a 40, 50, 60 anni e la gente esodata. La famosa Fornero che oggi vogliono mettere all'INPS, Dio ce ne scampi e liberi! Dio ce ne scampi e liberi, signor Sindaco! La Fornero all'INPS è come mettere Dracula all'AVIS! Quindi, per favore, non faccia e non promuova una cosa di questo genere. Però, detto questo, che sono anche gli esodati un altro tema, un altro problema che abbiamo in Italia, dobbiamo cercare di rendere - e perdonatemi, io spero di non essere troppo irriverente nei confronti dei soloni della legalità di sinistra - la giustizia, diciamo soltanto civile - va bene giustizia? - la giustizia anche soltanto civile un po' più rapida... LEVI Marta (Vicepresidente) Per cortesia, non interrompete il Consigliere Tronzano, che invito anche a stringere con i tempi. TRONZANO Andrea Perché io credo che sia uno degli elementi essenziali in un Paese normale, signor Sindaco, e ne parlo con lei, perché lei può incidere - glielo ripeto per l'ennesima volta - realmente sulle cose e potrà beneficiare Torino, grazie alle sue decisioni, nei prossimi 10 anni; la giustizia civile così lenta non permette alcun investimento in Italia. Detto questo, io ho una proposta e mi permetto di farla al Consiglio, ma è chiaro che non è una proposta che rimarrà nella storia, perché ognuno di noi si rende conto dei propri limiti, stiamo parlando in Consiglio Comunale a Torino, non sto parlando in Europa, però credo che il salone dell'automotive - e lo ripeto ancora una volta - che va in linea, tutto sommato, con quello che è il nostro indotto, con quella che è la nostra sapienza, con quella che è la nostra capacità di Paese, di città all'avanguardia, veramente in questo senso all'avanguardia e non le avanguardie delle droghe leggere o cose di questo genere, mi perdoni... LEVI Marta (Vicepresidente) Consigliere Tronzano, la invito a concludere. TRONZANO Andrea ...ma comunque all'avanguardia, il salone dell'automotive potrebbe essere una di quelle cose che funziona su Torino e sul Piemonte. Infine, il mio auspicio, l'ultimo, è quello, signor Presidente, signor Sindaco, che Torino, Mirafiori continuino a dare lavoro ai lavoratori che oggi lavorano, che sono in cassaintegrazione, e li reintegri. Per tutto il resto, sinceramente, sono d'accordo con lei, quando ha detto: "Io sono orgoglioso di avere una FIAT internazionale, di avere una FIAT che riesca ad essere uno dei sei poli più importanti nel mondo", purché la FIAT, naturalmente, continui a dare lavoro e a rimettere in carreggiata i lavoratori che oggi subiscono la cassaintegrazione. Questo è il mio ultimo auspicio. Naturalmente, signor Sindaco, spero che lei voglia farsi parte integrante, farsi carico di questa sfida epocale sociale per ridare lavoro, che sono i passi che le ho detto prima. Senza di quelli, se lei non parla con Letta, che è il depositario di tutta questa situazione, nulla potrà succedere nel settore industriale italiano, e io sono certo che il declino sia sicuro. E il declino è molto peggio della crisi, perché la crisi si supera, il declino si subisce e non si va più avanti. LEVI Marta (Vicepresidente) Il Presidente mi ha chiesto di essere tollerante sui tempi, sono stata tollerante sui tempi, però se la Conferenza dei Capigruppo ha stabilito 7 minuti un Consigliere per Gruppo e gli altri 5... (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Ma la Conferenza dei Capigruppo l'ha stabilito. Per cortesia, vediamo di stare nei tempi. La parola al Consigliere Cassiani. Le ricordo che può intervenire per 5 minuti. CASSIANI Luca Sarò più breve. Tre notazioni di carattere tecnico che riguardano questa vicenda. Innanzitutto la legittimità di quanto è avvenuto, che nessuno mette in discussione. Io metto in discussione l'ineluttabilità di questa scelta, scelta che evidentemente, stando anche a quello che dice il Sindaco e che leggo sui giornali - ma, devo dire, da parte di tutte le forze politiche, poi spiegherò anche quali sono le posizioni -, ovviamente mette un po' in difficoltà la nostra Città. Mi piacerebbe che anche su questo ci fosse una riflessione del Consiglio Comunale - e mi rivolgo a tutti -, perché credo che questo sia un dibattito di alto livello; lo dico perché noi abbiamo sempre discusso in quest'Aula - anche con il Sindaco - di quella che è la sfida competitiva tra territori, ed è quello che, secondo me, dobbiamo prendere, in qualche modo, come punto di riferimento. La FIAT in questi anni ha fatto investimenti importanti in Polonia, a Tychy, per la Cinquecento, a Pomigliano d'Arco per quanto riguarda la Panda, e a Kragujevac per quanto riguarda la monovolume della Lancia. Guardiamo queste tre realtà e cerchiamo di capire perché la FIAT decide di investire in modo ingente e pesante su quei territori e non sul territorio della città di Torino, della provincia di Torino, o dell'indotto che storicamente qui esercita un'attrazione straordinaria a livello mondiale. Per tre ordini di ragioni: il primo è il costo del lavoro, e questo vale per la Polonia e per la Serbia; per quanto riguarda Pomigliano d'Arco, per le politiche fiscali. Evidentemente, i vantaggi fiscali, che sono stati, in qualche modo, raggiunti e garantiti alla FIAT dall'investimento di Pomigliano d'Arco, rendono quell'investimento sicuramente vantaggioso rispetto a quello di farlo qui. E questa è la vicenda che ci riguarda: la sfida competitiva tra territori. Neanche più tra Nazioni - e spesso il Sindaco l'ha detto -, ma tra territori regionali della stessa Nazione. Perché per la FIAT è più importante fare un investimento delle linee di Pomigliano d'Arco sulla Panda, investendo alcuni miliardi di Euro in uno stabilimento che, dal punto di vista della produttività, era uno stabilimento decotto, mentre invece non lo fa a Torino su Mirafiori, stabilimento che conteneva - come diceva il Consigliere Curto - qualche centinaia di migliaia di lavoratori solo fino a trent'anni fa, e adesso ne contiene intorno ai 10.000, e ci hanno declinato 15.000 lavoratori in tutto tra Torino e provincia? Perché evidentemente questo territorio non riesce più ad essere competitivo, dal punto di vista dell'attrazione degli investimenti. Allora, ecco che accolgo anche alcuni suggerimenti che sono arrivati sia dalla maggioranza che dalla minoranza. In qualche modo, il Consigliere Marrone e il Consigliere Tronzano hanno ragione a chiedere al Sindaco, alla Città di Torino e alla Regione Piemonte - che è il vero assente di questa discussione, perché è affaccendata in altre vicende -: "Cosa possono fare la Città di Torino e, in qualche modo, il Piemonte, per fare in modo che gli imprenditori e, in particolare, la FIAT, possano continuare ad investire in modo strategico su questo territorio, che ha, dal punto di vista della qualità della produzione e della qualità dei nostri lavoratori, un'eccellenza mondiale riconosciuta dagli stessi americani?". Perché è evidente - e questo lo sappiamo tutti - che alcune delle autovetture che si fabbricano in altre nazioni (ne cito soltanto due: la Polonia e la Serbia) non hanno la qualità che assicurano i lavoratori, ad esempio, della Bertone su Maserati, o che assicuravano la motoristica e la carrozzeria di Mirafiori in tantissimi anni. Questa sfida competitiva tra territori non può vedere la città di Torino e il Piemonte in un angolo. È evidente che è un problema di carattere nazionale. Ecco perché ho qualche scetticismo a dire che noi, con una Commissione Consiliare, possiamo incidere. Certo, possiamo discutere e dibattere, ma ci vuole una strategia di carattere nazionale. Quali sono le politiche industriali che il nostro Paese negli ultimi vent'anni ha fatto per trattenere gli investimenti e attirarli, e non allontanarli? Quali sono? Certo che Pomigliano d'Arco, con il vantaggio fiscale che la FIAT ha avuto per quanto riguarda le Leggi sul Mezzogiorno, da questo punto di vista, è un chiaro esempio. Seconda questione. Io ho letto molte delle dichiarazioni, rispetto alla vicenda, che riguardano la FIAT, che riguardano il vantaggio fiscale di avere una sede a Londra e una in Olanda (che non è una novità), che riguarda ovviamente i proventi degli azionisti, quindi il pagamento delle tasse, che sono più basse in quei Paesi. Però, la cosa che più mi ha colpito di tutti gli interventi - e voglio citarla qui - è la posizione dell'Arcivescovo monsignor Nosiglia: ha detto delle cose molto significative dal punto di vista politico. Chiedo a tutti quanti di guardarle e leggerle con attenzione. Non ha parlato esclusivamente di ricerca, di sviluppo o di modelli, ma ha parlato di mantenimento di posti diretti ed indotti rispetto alla FIAT su questo territorio. Ha parlato di vocazione produttiva e di progettazione, ricerca, sviluppo e attività che riguardano il know-how di questa città nel corso degli anni. Credo che sia stato molto chiaro rispetto a tanta politica, e lo dico anche al Consigliere Liardo, al quale dico che ha citato in modo critico questa vicenda, quando invece un Consigliere del suo Gruppo, Coppola, in sperticate lodi oggi sulla stampa, dice che invece è stata una straordinaria attività. Allora, ci si metta d'accordo tutti nella politica e poi si tenga ognuno le proprie posizioni, che sono legittime. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Io dico cosa penso a verbale, diciamolo tutti e diciamo che all'interno dei Gruppi, del Consiglio Comunale e della politica, ci sono posizioni diverse. Io voglio vedere quali sono le carte che, in qualche modo, con il progetto industriale e finalmente con l'investimento vero e proprio Marchionne metterà in campo. Aspetto ancora i 20 miliardi di Euro di Fabbrica Italia, che non ci saranno evidentemente, e chiedo soltanto una parola di chiarezza, perché non mi innamoro del fatto che qui se non c'è la FIAT chiudiamo. In questi vent'anni di declino della FIAT, la Città ha dato grande prova di sé con investimenti diversi, puntando su altri assi di sviluppo, ne dico due per tutti, la cultura e il turismo, che non sono sostitutivi, ma sono sicuramente cose che trent'anni fa in questa città non c'erano. Però, dico anche che una politica chiara sulle scelte di FIAT è necessaria e ci vuole chiarezza, non si può più continuare a dire delle cose e farne delle altre, e ci vuole, da parte di FIAT, un'attività di coming out in modo chiaro e palese rispetto a quali sono le sue volontà e i suoi impieghi sul territorio, tenendo conto del fatto che lo straordinario indotto che ha questa città non può essere, in qualche modo, ucciso dal fatto che evidentemente a Kragujevac, a Pomigliano d'Arco o a Tychy si stanno creando e stanno nascendo degli indotti di livello simile, e non possiamo fare in modo che questi superino il nostro, che è di qualità eccezionale. LEVI Marta (Vicepresidente) La parola al Consigliere Araldi. Le ricordo che dispone di 5 minuti. ARALDI Andrea Noi stiamo affrontando questo tema della localizzazione delle diverse parti anatomiche di FCA. Evidentemente saremmo stati tutti molto più contenti se anche la sede legale e la fiscale fossero rimaste a Torino e sul territorio italiano. È un problema tecnico, ma non solo tecnico, perché evidentemente le diverse legislazioni dei diversi Paesi mirano a contemperare degli interessi, che sono quelli fiscali, quelli degli investitori, eccetera, dando delle soluzioni diverse. È un problema? Sì, Consigliere Marrone; è un problema per il dumping fiscale, per il dumping societario, è un problema che abbiamo letto sui giornali, riguarda anche multinazionali statunitensi che operano sul territorio italiano ed europeo. In questo senso, la risposta che dobbiamo dare non è meno Unione Europea, come alcune forze propongono, ma è più Unione Europea, perché soltanto con l'Unione Europea forte ed effettivamente operativa saremo in grado di fronteggiare tutte le multinazionali, siano esse di matrice italiana, europea o statunitense. Riguardo alla testa, ha due emisferi, uno più finanziario, più strategico e sicuramente, anche in questo caso, noi saremo contenti per tutto ciò che potrà rimanere in Italia: Ma il problema è più ampio, che ha radici in vent'anni di politica industriale che è mancata in Italia, non soltanto nel caso FIAT, ma anche nel caso di tante altre grandi imprese, grandi settori italiani, non è stata esercitata, provocando un depauperamento delle capacità della nostra nazione in molti settori strategici. Però sono certo - come diceva anche il Consigliere Ricca - che la testa tecnologica, con il Politecnico, con i centri di ricerca, con la tradizione, la competenza e l'innovazione di molti fornitori, sarà sicuramente anche in Italia; dico "anche" perché evidentemente ormai non si può che pensare a più centri di ricerca e di progettazione che operino in parallelo sui tre mercati, quindi Asia, Europa e Stati Uniti. Uno dei temi che oggi sentiamo di più sulla pelle dei cittadini, degli operai e di tanti altri addetti che guardano con incertezza e con paura al futuro, riguarda sicuramente gli sviluppi dell'occupazione in FIAT, di cui abbiamo già visto quali potranno essere le prospettive, del cosiddetto polo del lusso. Sappiamo che la Maserati ha in previsione un incremento della forza lavoro, tale probabilmente da raddoppiare gli addetti, che già oggi sono aumentati. Un altro dato fondamentale è il ruolo dell'indotto delle PMI della Provincia di Torino, che, come abbiamo già avuto modo di ricordare in molti interventi, sono tra le prime al mondo. Questi sono gli argomenti importanti. In Italia abbiamo l'abitudine di essere 60 milioni di primi ministri, 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio, ma credo dovremo evitare di essere 60 milioni di amministratori delegati della FIAT, perché è difficile comprendere quali potranno essere gli sviluppi, che solo parzialmente possono dipendere dalla volontà del gruppo FIAT e molto dipendono da variabili endogene. Però, al netto di ogni approccio, che sia demagogico, o di contrapposizione sterile, credo la proposta di costituire un tavolo abbia degli elementi validissimi ed estremamente utili, perché è da questo tavolo che potremmo trarre la forte legittimazione e le motivazioni per attuare l'appello, al quale sicuramente mi unisco, di rivolgerci al Presidente Letta, per comprendere quali sono le possibilità di una nuova politica, e alla Regione, perché dobbiamo ricordare che negli ultimi vent'anni i Governi che si sono alternati nella Regione, se non hanno fatto qualcosa, la responsabilità è sicuramente da condividere. Quindi, in questo momento, con l'attuale Governo, oppure vedremo quali sono i tempi sia del Governo, sia del discorso FIAT, con un futuro Governo della Regione sarà necessario interloquire, perché non dimentichiamo che, come abbiamo detto, noi possiamo provare a tracciare delle linee di indirizzo, ma una grossissima possibilità di agire, anche finanziariamente, è a livello regionale o nazionale. Quindi credo che questo tema debba essere fondamentale, ma soprattutto debba essere affrontato senza pregiudizi e, a mio avviso, mettendo in modo particolare l'accento sull'indotto delle PMI, che possono svilupparsi sicuramente con FIAT, ma non dipendono esclusivamente da FIAT. LEVI Marta (Vicepresidente) La parola al Consigliere Berthier. BERTHIER Ferdinando Sicuramente sarò un po' più breve e un po' meno scontato, non lo so, perché questa situazione mi ricorda il programma televisivo "Fiato alle trombe, Turchetti!". Belle parole, belle considerazioni. A parte il fatto che su un tema così importante, anche se gli esponenti della maggioranza che hanno già parlato, ritengono di aver detto di tutto e di più, mi sorprende che in questo momento ci siano nove persone della maggioranza. Penso che questo argomento, al di là degli interventi più o meno validi degli altri Consiglieri, sarebbe utile ascoltarlo, magari per farne tesoro. Credo che ci siano interventi preparati più per funzioni istituzionali, che non per motivi di discussioni o di validità. Comunque, al di là di questo, voglio sottolineare che il Sindaco Fassino - in questa fase di vendita, o svendita o esportazione di quella che è stata l'azienda fondamentale per la Città di Torino, come anche altre aziende che abbiamo perso per strada, ma credo che la FIAT fosse veramente il cuore di questa Città - non ne possa più di tanto, perché quando abbiamo detto che dovevamo fare un Consiglio aperto per fare un confronto con Marchionne, che ci ha disdegnato, non ha disdegnato tanto noi Consiglieri Comunali, che non contiamo assolutamente nulla in tutta questa operazione, che è cominciata non in questi ultimi due anni, e nei prossimi anni sarà ancora peggio, perché l'operazione FIAT all'estero non è ancora finita, ma ha danneggiato la città di Torino. Ho sentito parlare di indotto che si è avvantaggiato da questa operazione, perché ha aperto dei mercati all'estero. Non è così, non è per tutti così. Io lavoro in un settore dove sono a stretto contatto con le aziende che stanno producendo componentistiche per la FIAT. Ne ho una in particolare che si è allargata tantissimo l'anno scorso e quest'anno, vendendo all'estero (in America, in Polonia e quant'altro) una stupidaggine di componentistica per la Cinquecento. Ma è un'azienda, che ha avuto la possibilità di trovare questo sbocco, ma quante altre aziende nell'indotto torinese hanno chiuso e stanno per chiudere? C'è qualche azienda che si suicida da sola, tipo la Bienne a Moncalieri, che per autocombustione è bruciata l'altra settimana, che era un'azienda che aveva già grosse difficoltà. Questo lo dico a ragion veduta, ma non volevo neanche fare il nome di un'azienda. Però, sono tantissime le aziende dell'indotto, perché una portiera dell'auto si può fare anche a Detroit, come in Polonia, come da qualsiasi altra parte, come già d'altronde si fa. Quando il Consigliere Paolino dice che Torino può essere ancora la capitale dell'auto... quella a pedali. Facciamo un'azienda di auto a pedali, visto che adesso andremo tutti ai venti, trenta all'ora, potremo andare contromano, possiamo fare una nuova industria di automobili a pedali. Ma non è così. La Maserati, vivaddio, l'abbiamo visitata tutti ed è molto bella, sicuramente è un valore aggiunto di altissimo livello, però è una. Ho letto in un articolo che il Sindaco ha citato anche l'Alfa Romeo, ma credo che l'Alfa andrà per altri lidi. Per cui, quello che è preoccupante non è dire che il futuro tecnologico di Torino è in mano nostra. Innanzitutto, il fatto che un'azienda importante per Torino, per il Piemonte, non per l'Italia, per Torino, trasferisca la sede legale ad Amsterdam e la sede fiscale in Inghilterra... facciamoci un pensiero: non è solo questione di costi. Fra l'altro, mi verrebbe anche un altro pensiero. In Inghilterra non c'è l'Euro, ma questo è un altro discorso che non voglio aprire. Al di là di quello, parliamo degli operai. A Torino non abbiamo una forza industriale composta tutta da laureati, diplomati specializzati, per giustificare un futuro lavorativo a questa città, che comporti una risorsa in più o un nuovo sviluppo e una rinascita per la città, che è in ipercrisi. Tutta la classe operaia non specializzata, ha lavorato per anni alla catena di montaggio, ma la catena di montaggio forse non esiste più, perché è ormai quasi tutto robotizzato. Ci sono ancora tanti operai delle piccole e medie aziende dell'indotto che non trovano più lavoro. E a questi operai il lavoro non glielo daremo mai più. Quindi, penso che prima di svendere, prima di accettare certe conditio sine qua non... perché questo processo non è iniziato oggi e neanche due anni fa quando è arrivato il Sindaco Fassino, che ha preso atto di un lavoro già preparato a tavolino dal precedente Sindaco Chiamparino e forse ancora prima su altre situazioni. Credo quindi che tutto questo processo è cominciato molto prima. È vero che il nostro Sindaco Fassino non ne poteva nulla, però non è neanche il caso di dire che va bene così, perché, a mio avviso, si potrebbe ancora fare qualcosa, si potrebbe ancora rimediare a un processo industriale degenerativo, che forse avrà un risultato di immagine nel mondo, ma che non serve a questa città. LEVI Marta (Vicepresidente) La parola al Consigliere Grimaldi. GRIMALDI Marco Una frase che ha reso celebre l'avvocato Agnelli diceva che quello che va bene per FIAT va bene per il Paese, per la Città. Non ci credevo allora e non ci credo oggi, signor Sindaco. Lo dico perché sono passati tanti anni, anche dalla sua celebre frase "Se io fossi un operaio", che ha un po' diviso lo spartiacque di questa discussione sul rilancio, o no, del progetto Fabbrica Italia. Avevamo fatto anche un Consiglio straordinario, lo ricordavano in tanti oggi, e già allora chiedevamo di deporre le armi di distrazione di massa che hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto, per non parlare di politica industriale, di investimenti, di ricadute occupazionali, economiche e sociali per questo Paese. Come vi ricorderete, già allora si provava a spostare l'oggetto di discussione; si parlava della retorica, sui fannulloni di Pomigliano, sui sindacalisti che non si assumono le loro responsabilità, sui profitti brasiliani che pagano le perdite del lavoro italiano. Non credevamo in quelle armi di distrazione di massa allora, non credevamo alle parole di Marchionne sugli investimenti che Fabbrica Italia avrebbe portato immediatamente in Italia e non ci crediamo oggi, perché non c'è nessun progetto industriale sulla carta, presentato davanti alle Istituzioni italiane. Dobbiamo un po' uscire da questo concetto medioevale, lo diceva qualcuno nelle scorse settimane, di incontri nelle segrete stanze in cui il padrone assicura qualcuno che tutto andrà bene. Ed è per questo, signor Sindaco, che non intendevamo fare questa discussione oggi. Io vorrei che la smettessimo di fare i processi del lunedì su questo tipo di discussione, non ne abbiamo nessun motivo. Sinceramente, anche questa tifoseria del giorno dopo serve a poco, perché non c'è nessun replay interessante da analizzare. Quello che vedo è un vuoto industriale, che non è solo rappresentato dai 1.500 lavoratori che oggi ancora entrano in quelle carrozzerie, ma da tutto quello che c'è fuori; e se è vero che c'è il caso invece interessante, anche in prospettiva, del polo del lusso, di cui oggi abbiamo appena solo abbozzato i contorni, come il caso della Bertone, della Maserati, io vorrei che però ci ponessimo un piccolo interrogativo sugli investimenti fatti da questa Città negli scorsi anni. Io ero un giovane Consigliere Comunale quando abbiamo sostenuto con forza che a Mirafiori poteva essere insediata la prima cittadella della mobilità sostenibile. L'abbiamo fatto utilizzando fondi pubblici, del Comune, della Provincia e della Regione; l'abbiamo fatto chiedendo al Politecnico di Torino di fare un investimento incredibile, pensando che avremmo potuto spostare ingegneria dell'auto e tutto il disegno industriale, che era in corso Francia, a Mirafiori, per pensare a un nuovo modello, una centrale del design, che potesse ospitare i migliori progettisti al mondo, che potesse ripensare parte di quell'indotto nei deserti industriali di quella Mirafiori. Ebbene, in questi cinque anni, il signor Marchionne non si è presentato una volta nel CdA di Torino Nuova Economia. Nel frattempo, il Politecnico oggi ci dice che il tempo è scaduto, ce l'ha detto l'altro giorno, ci ha chiesto di cambiare le linee urbanistiche della Città dicendo: "Guardate, è meglio che il design ritorni a Torino Esposizione con Architettura". Ci dice: "Guardate che lì continua ad esserci il deserto, anche per quei pochi ragazzi che da ingegneri dell'auto vorrebbero rilanciare parte delle prospettive del futuro". Questo l'oggetto, signor Sindaco. Certo, non si farà solo con FIAT e non si farà contro FIAT, ma la cittadella della mobilità sostenibile o è l'oggetto di discussione, o la Commissione straordinaria sulle politiche industriali dell'automotive non servirà a niente. Allora, signor Sindaco, io credo che al ministro Zanonato deve iniziare a suonare qualche campanello di allarme, perché se siamo convinti che quel gruppo farà gli investimenti prospettati all'assemblea dei soci (8 miliardi di Euro), dov'è quel miliardo e mezzo di investimenti previsto da Fabbrica Italia? Dov'è finito? Noi ci abbiamo messo la faccia. Abbiamo detto che il giorno dopo quel referendum, sia chi era per il sì, sia chi era per il no, o chi come noi semplicemente diceva che quel ricatto non andava fatto sulla pelle dei lavoratori, abbiamo detto tutti insieme in quel Consiglio aperto che avremmo presidiato quel tipo di obiettivo. Invece che cosa abbiamo ottenuto? Un mondo di lavoro più diviso, tanta cassa integrazione e migliaia di lavoratori espulsi dall'indotto torinese. Io spero che questa divisione fra quelli che sono ottimisti e pessimisti, finisca. Il compito delle Istituzioni pubbliche è un altro. Io spero che questi incontri si faranno alla luce del sole. Non ne voglio più parlare di questi tavoli. Abbiamo riempito Mirafiori di tavoli di concertazione. Potremmo fare una fabbrica di falegnami e di mobilieri. Basta. Non vogliamo l'Ikea del futuro. Basta con questi tavoli. Io vorrei che l'Amministrazione Comunale, insieme all'Amministrazione Regionale, che spero torni a battere un colpo, visto che in questi mesi si occupa di tutt'altro, e al Governo, chiedessero a FIAT conto degli investimenti non fatti e di quello che sarà il futuro industriale di questo Paese. Molti analisti e sindacalisti dicono che l'impatto occupazionale a Torino sarà quasi inesistente. Lo dicevano ancora sia "La Repubblica" che "La Stampa" la scorsa settimana. Noi non ne siamo tanto convinti, ma soprattutto al centro delle nostre preoccupazioni c'è il bisogno di sapere quale progetto industriale ci sarà anche per gli Enti centrali di progettazione e di quel design italiano che troppo spesso viene ricordato quando ci fa comodo parlare di made in Italy, ma quando parliamo di grande industria italiana, viene relegato solo alla ricerca e ai nostri poveri politecnici. Io spero che il Sindaco cambi passo, perché non è importante semplicemente rileggere quello che ci ha detto FIAT, dire che tutto sommato lì c'è la nostra fiducia; noi vogliamo riconquistare la fiducia di quei tanti italiani che credono che in questa città si sappia fare auto. Lo sapevamo fare allora, lo sappiamo fare oggi e spero anche domani. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Appendino. APPENDINO Chiara Io vedo una FIAT che da anni, come in un film a puntate, ci racconta una bellissima storia, dipinge un mondo inventato nel quale la politica è un'attiva protagonista e un generoso finanziatore. Fine aprile 2010, lo dicevano anche altri Consiglieri prima di me: FIAT annuncia, in pompa magna, Fabbrica Italia, un grosso piano industriale previsto per il quinquennio 2010-2014. Vi ricordate le fantastiche campagne pubblicitarie, i trailer che nella parola Italia concentravano tutto lo sforzo simbolico e comunicativo? Il gruppo desiderava stare in Italia, desiderava valorizzare il lavoro e la specificità produttiva del Paese. La FIAT avrebbe investito 30 miliardi di Euro in cinque anni, di cui 20 miliardi solo negli impianti italiani. Valorizzazioni e investimenti avrebbero dovuto triplicare la produzione di auto FIAT. Ovviamente, però, per realizzare questo ambiziosissimo programma era necessario che venissero applicate delle misure di razionalizzazione, questo era il termine utilizzato, come ad esempio la chiusura di Termini Imerese, o il sistema di produzione a ciclo continuo, che portò al famoso referendum nello stabilimento di Pomigliano e poi in quello di Mirafiori, che ci riguardò più da vicino. No, non era un ricatto (lo diceva anche il Consigliere Grimaldi prima di me) chiedere investimenti come garanzie dei posti di lavoro, a fronte della possibilità di andarsene via. No, questo non era un ricatto. E così sono arrivati i cori dei politici, signor Sindaco. Ne ha fatto parte anche lei, lo ricordava il Consigliere Grimaldi prima di me. "Se lavorassi alla FIAT, voterei sì al referendum su Mirafiori". O Chiamparino, come non ricordare anche lui: "Marchionne merita un tappeto rosso". A questa sequela poi non poteva sottrarsi l'ultimo acquisto del PD, Renzi: "Sto dalla parte di Marchionne, senza se e senza ma". Permettetemi di dire perfetta esecuzione. Il copione di Fabbrica Italia, solo qualche mese più tardi iniziò a mostrarsi poco credibile e a settembre 2012 addirittura fu ufficialmente ritirato dalle scene, la parola fu "un ripensamento". Gli investimenti non ci sono più, ma il taglio dei diritti sì. Pazienza. Poco importa a chi continua, signor Sindaco, come è successo anche oggi, a voler recitare il copione dei grandi imprenditori come dicono alcuni dei poteri forti. Nel 2013 poi va in scena la fusione di Chrysler e FIAT. E qui, dopo l'incontro Landini-Marchionne, il Sindaco si esibisce di nuovo in alcune memorabili arie: "I successi di Marchionne sono sottovalutati, dobbiamo fidarci di FIAT". Poco importava anche lì che, altro segnale, da gennaio 2012 Marchionne fosse uscito da Confindustria dicendo implicitamente - io questo l'ho trovato gravissimo - che l'imprenditoria di questo Paese non è all'altezza. Perché questo era il significato che stava mandando Marchionne all'Italia. E così arriviamo al gran finale, la fusione tra FIAT e Chrysler. Un cast d'eccezione, tutte le Istituzioni, in particolare il Sindaco e il Presidente Cota, che non è ancora stato citato in Aula, a una sola voce: "La fusione FIAT-Chrysler grande opportunità per Torino". Avete dovuto cantare, però, signor Sindaco, ancora più forte della scorsa volta, per nascondere, ad esempio, il fatto che in questi anni la FIAT abbia rinunciato al lancio di nuovi modelli strategici e abbia deciso di ritardare clamorosamente l'uscita di altri modelli già progettati. Il vostro coretto, Sindaco, era riuscito, ad esempio, a non far sentire le domande per le quali è vero che sul piano finanziario - condivido con lei - gli azionisti della FIAT hanno acquisito il controllo dell'azionariato di Detroit, ma è altrettanto vero - e su questo dovremmo interrogarci - che sul piano industriale il cervello della FIAT è stato acquisito dalla Chrysler. Il cambio della sede legale è il vero colpo di teatro finale di questa tragedia lirica. Non raccontateci che non cambia nulla per Torino, signor Sindaco. Non ci riporti solo quanto dichiara la FIAT in merito al fatto che il polo del lusso rimarrà qui, un mercato redditizio, se vende, e sottolineo, se vende. Non ci rassicura così. Probabilmente dimentica che gli impianti italiani sono in larga misura inutilizzati, a cominciare dalla vasta area di Mirafiori, che ci riguarda, e che sul loro futuro Marchionne ad oggi non è andato al di là di un generico impegno. Finge di non vedere che per anni alle parole e alle promesse di quest'azienda non sono seguiti fatti. Fa finta di non cogliere il significato di fondo che è inequivocabile. Il cambiamento della sede rappresenta un pezzo di economia italiana che si distacca, recando giovamenti ai suoi azionisti, ma lasciando più povero un Paese e una città, la nostra, che ha sostenuto tantissimo l'azienda degli Agnelli. Faccio un appello al Sindaco: penso che i cittadini non vogliano più sentire rassicurazioni finte. Lei ha il dovere di conoscere fino in fondo non solo le intenzioni di FIAT, ma soprattutto i piani e gli strumenti che devono essere attivati per realizzare gli obiettivi prefissati. Cosa sarà di Mirafiori? Quale futuro spetta a questa città? FIAT ha il dovere di dirle e di dirci, probabilmente tramite il Sindaco, quando partiranno le produzioni. Analizzi, però, quanto le viene riportato, con occhio critico. La smetta di riportare alla città dichiarazioni rassicuranti. La città non ci crede più. Il Sindaco ha dichiarato di recente (l'ho letto in un'intervista che ha rilasciato a "La Stampa") che è fiero - e l'ha detto anche oggi - di una FIAT mondiale. Ma due parole mi hanno colpito dell'intervista del Sindaco, che non ha ripetuto in Aula: il Sindaco ha detto addirittura che come cittadino torinese non prova "né nostalgia, né sofferenza". Signor Sindaco, le consiglio davvero di frequentare un po' meno i palazzi romani e un po' di più la città di Torino, le vie torinesi, per capire che quello che lei ha detto in quell'intervista non è accettabile, non è rispettoso di quello che i nostri concittadini stanno provando in questo momento, vedendo un pezzo di storia di questa città che se ne va. Io penso che forse (poi magari verrò smentita, bisogna verificare) questo sia il primo esito di una grande azienda che non avviene per cambio di proprietà, ma sotto la guida degli stessi azionisti che hanno deciso di vivere, pagare tasse, incassare dividendi e crescere altrove. Forse io, a differenza del Sindaco, sarei fiera di un'azienda che riconoscesse la necessità di essere produttiva, ricercando la competitività senza ricorrere all'alienazione, bensì alla partecipazione, al coinvolgimento e alla crescita locale. Io, a differenza del Sindaco, sarei fiera di una realtà in cui l'efficienza del lavoratore non sia impostata per forza ricorrendo al suo iper utilizzo, ma migliorando le condizioni di lavoro, ponendo come cardine un'idea di sviluppo industriale sociale e sostenibile. Io, a differenza del Sindaco, sarei fiera di un'azienda che fosse radicata nel territorio e soprattutto che, a fronte di diritti tagliati, rispettasse le promesse fatte pubblicamente. Concludendo, mi chiedo davvero come il Sindaco possa essere fiero di questa FIAT, di quello che la FIAT sta rappresentando adesso, non tanto come Sindaco, anzi, anche come Sindaco, ma soprattutto come cittadino torinese. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Bertola. BERTOLA Vittorio Io non me la prendo tanto con Marchionne, che in fondo fa il lavoro per cui è pagato, fare l'interesse dei suoi azionisti, anche se credo che sarebbe il caso che andassimo dalla FIAT a farci restituire gli aiuti che gli abbiamo dato: si parla di 7,6 miliardi di Euro negli ultimi decenni e su questo. Tra l'altro, il Movimento 5 Stelle, oggi, a livello nazionale, ha chiesto una Commissione Parlamentare d'Inchiesta. Soprattutto sarebbe il caso che chiedessimo a chi gestisce l'azienda di non prenderci in giro, perché siamo stati presi in giro quando c'è stato l'annuncio di 20 miliardi di investimenti di Fabbrica Italia, in cambio di un taglio dei diritti, delle pause pipì degli operai, perché sembrava che il problema fossero le pause pipì degli operai. Le pause pipì degli operai sono state tagliate e gli investimenti non sono arrivati, ne è arrivata una parte minima, forse un decimo, se va bene, e a Torino è arrivato solo un miliardo di Euro. Però, in questa sede, io vorrei parlare con il Sindaco, Piero Fassino, anche se il Sindaco di oggi, onestamente, non mi sembra sia tanto un Sindaco, mi è sembrato più un PR della FIAT, perché per dieci minuti il Sindaco ci ha detto che va tutto bene, ci ha spiegato la dinamica dell'operazione, i vantaggi per l'azienda, addirittura le gamme di prodotto, i nuovi piani, eccetera. Sembrava veramente una pubblicità della FIAT. Alla fine, chicca, abbiamo sentito attaccare lo Stato, perché il problema è che purtroppo la FIAT deve andarsene perché lo Stato italiano non crea condizioni competitive. Io invece vorrei parlare con il Fassino che è stato un politico di livello nazionale in questi vent'anni, è stato addirittura Ministro del Commercio con l'Estero. Quindi forse proprio il Sindaco Fassino - non ho capito se si sia attaccato da solo - e la classe dirigente che ha governato l'Italia in questi anni avrebbero dovuto creare le condizioni perché anche FIAT potesse rimanere. Perché non è il primo caso di azienda che prende e se ne va: il Comune di Torino ha comprato la telefonia da Vodafone, che già da una decina d'anni ha la sede in Olanda e i soldi delle nostre bollette vanno a finire in Olanda. Quindi questo, forse, è un processo in cui la FIAT arriva alla fine, non arriva tra le prime. Però questo è una aggravante, perché chi ha avuto in mano la politica nazionale di questi anni non ha saputo creare un ambiente in cui le grandi aziende multinazionali potessero rimanere. Allora, forse chi è stato, come il Sindaco, al centro della politica nazionale, dovrebbe fare un'assunzione di responsabilità, di colpe, e spiegare come mai ha condotto l'Italia in una situazione in cui nessuna azienda, sostanzialmente, riesce più a rimanere nel nostro Paese. Ovviamente il Sindaco Fassino adesso riveste un ruolo di politica locale e quindi, anche se ricopre anche un po' un ruolo nazionale, per cui spesso è a Roma, può fare poco, non può convocare la FIAT, pretendere, imporre. Anche l'idea che il Consiglio Comunale si metta a discutere il piano industriale di FIAT, mi sembra veramente piuttosto velleitaria e anche abbastanza inutile. Però, dalla politica locale e dal Sindaco io vorrei almeno una cosa: vorrei dignità. Vorrei non sentire il Sindaco che giustifica all'infinito la FIAT, vorrei che il Sindaco dicesse le cose come stanno, non vorrei un Sindaco che abbellisce la verità, che la nasconde quasi, che ha sempre un atteggiamento inchinato, per cui qualunque cosa dica o faccia la FIAT, il Sindaco la giustifica e dice che va tutto benissimo. La sensazione è che a fronte degli infiniti trattamenti di favore che la FIAT per decenni ha ricevuto in questa Città, non sia neanche tanto stata la FIAT che veniva e pretendeva i trattamenti di favori, siano stati i politici torinesi che andavano in processione a offrirglieli. Perché la FIAT è stata l'elemento centrale del sistema di potere che controlla questa Città, del famoso sistema Torino, che noi ogni tanto richiamiamo, dal quale hanno tratto vantaggi tutti; quindi anche la politica ha tratto un significativo aiuto nel mantenere il potere su questa Città. Vorrei anche ricordare che - sicuramente sono storie ormai passate - vent'anni fa ci fu un filone di mani pulite intitolato "FIAT-PDS", in cui i due compagni, di cui uno è tuttora un collaboratore del Sindaco, furono anche condannati per un finanziamento illecito ai partiti da parte di una società del gruppo FIAT. Adesso, naturalmente, queste cose non succederanno più: c'è la seconda Repubblica. Io, però, vorrei vedere un aspetto positivo di questa vicenda. Speriamo che almeno l'unica cosa positiva che possiamo augurarci è che la Città si liberi dai condizionamenti, anche dei microaspetti nelle politiche di mobilità, nelle politiche sociali che la FIAT ha imposto in questi decenni. Voglio citare un passaggio tratto da un articolo di giornale: "L'azienda (riferito alla FIAT) dovrebbe essere una risorsa, qui invece è un tappo". Questa dichiarazione è dell'Assessore Enzo Lavolta del settembre 2012. Quindi forse il Sindaco è rimasto l'unico a difendere la FIAT nella sua Giunta, però effettivamente anche addirittura chi amministra la Città nella Giunta di Fassino si rende conto che forse la FIAT è diventata un problema per lo sviluppo. In quell'articolo si parlava del Car sharing elettrico. Concludo sperando veramente che almeno da qui si possa ricostruire anche una posizione forte nel settore dell'automotive, ma plurale, lavorando, come già peraltro fanno moltissimi fornitori, per sopravvivere proprio alle pratiche commerciali della FIAT. Perché sarebbe una beffa se dopo aver perso gran parte delle produzioni e aver perso la sede legale, ci tenessimo l'unica cosa, cioè i vincoli e gli ossequi della politica a un'azienda che se ne va altrove. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Muzzarelli. MUZZARELLI Marco Vorrei fare tre riflessioni, partendo da un presupposto. In tanti modi oggi abbiamo detto che Torino non deve essere a tutti gli effetti alle dipendenze della FIAT. Ma probabilmente dobbiamo anche essere chiari e palesi nei confronti del fatto che comunque noi non possiamo prescindere dalla FIAT. La storia che ha caratterizzato Torino è intersecata e intrecciata con la storia della FIAT. Ed è per questo che se da un lato è essenziale, nel nostro ruolo, chiedere il rispetto delle promesse (Marchionne, ad esempio, ha detto che in FIAT Mirafiori le persone rientreranno entro breve al lavoro con un ciclo continuo), dall'altro lato, per il bene anche di Torino, dobbiamo provare a costruire insieme a FIAT il ripensamento del futuro manifatturiero del nostro territorio. Non credo che possiamo decidere noi, da soli, il futuro lavorativo dalla nostra città, prescindendo da una delle grosse aziende del nostro territorio, o meglio, prescindendo da un indotto manifatturiero del nostro territorio, che ha caratterizzato la storia di Torino. La prima riflessione che faccio sulla base di questa considerazione è il fatto che potremmo stare qui a discutere se la sede legale è meglio che sia qui o sia da un'altra parte; io penso che alla FIAT, o a quello che sarà FCA in futuro, sia importante chiedere non tanto che la testa rimanga qui, ma che rimanga qui principalmente il cervello, cioè il luogo di pensiero. Cerchiamo di fare in modo che Torino sia il luogo dove si continui a fare innovazione, dove si continui a fare anche ricerca, dove qualcosa sta già cambiando in questa direzione: ad esempio, con il polo del lusso, dove si cerca di dare qualità al settore dell'auto, anche in prospettiva di un mercato molto più ampio. Come dicevo, non è interessante tanto la testa, ma il cervello. Proprio grazie a questo cervello, in quest'ultimo periodo, sono stati riconosciuti anche dei premi ad alcuni degli stabilimenti FIAT. In particolare, lo stabilimento di Mirafiori, se non vado errato, è arrivato secondo al World Class Manufacturing, cioè è stato riconosciuto come uno dei migliori posti dove lavorare; Pomigliano, a livello nazionale, invece è arrivato addirittura prima. Su questo, secondo me, dobbiamo lavorare, proprio perché probabilmente è interessante ragionare su una globalizzazione dei diritti e della qualità del lavoro. Ho avuto modo di interloquire con alcuni delegati, anche regionali, del sindacato, che mi hanno detto che a Torino, ormai da due anni, ci si incontra con rappresentanti sindacali provenienti da aziende e stabilimenti di tutto il mondo, collegati a FIAT. Questo è il pezzo interessante. È a Torino che deve continuare a esserci questo pensiero. Ragioniamo insieme a FIAT affinché questo pensiero continui a essere qui, perché nell'ottica proprio di un'azienda italiana che si espande all'estero, alla ricerca anche di altri mercati, probabilmente non possiamo competere tanto sull'aspetto della produzione di massa, perché su quel tema lì non c'è storia. Forse noi possiamo competere proprio perché il nostro territorio è abituato a lavorare in un certo modo, ha un certo tipo di ricerca e probabilmente ha sviluppato una certa attenzione ai diritti e alla qualità del lavoro stesso. Ultima riflessione e chiudo. Penso che in tutti questi nostri ragionamenti, forse anche in questa ipotesi di tavolo di lavoro, dove ragionare anche sul tema del manifatturiero (FIAT ovviamente è dentro questa discussione), credo che sia importante pensare al lavoro e ai lavoratori, non tanto ai posti di lavoro, perché ciò che prevede il nostro mandato di Consiglieri Comunali non è tanto mantenere dieci posti di lavoro, piuttosto che 100, ma di cercare di creare le condizioni affinché il nostro territorio sia attrattivo e il lavoro continui a essere una opportunità per la nostra città. Il caso di General Motors, citato in altri interventi, che ha il centro a Torino, dove sviluppa alcuni suoi motori, in particolare, se non vado errato, i motori diesel, e della Maserati, che in questo momento inserisce al suo interno 1.300 lavoratori di Mirafiori, oltre a quelli già presenti in corso Allamano, possono essere un modo per dire che forse non è stato conservato quel numero di posti di lavoro, ma il lavoro a Torino è stato conservato, realizzando un indotto che ha creato anche altre opportunità. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Viale. VIALE Silvio Io credo che nessuno in quest'Aula sia sorpreso della decisione presa dalla FIAT- Chrysler e credo che nessuno possa dire che fosse una decisione inattesa; anzi, era attesa. Chiunque, nei panni della FIAT, avrebbe preso la stessa decisione. Quindi tutta la serie di ricostruzioni strabiche e le marmellate che ho fino adesso ascoltato, che hanno messo dentro tutto nel calderone, mi sembrano abbastanza confuse. Non si capisce bene se discutiamo di Torino Mirafiori, della Città metropolitana, del Piemonte, dell'Italia, dell'Europa. Ognuno dice quello che gli passa per la testa. Io parto dal presupposto che questa scelta sia stata inevitabile, perché la FIAT era praticamente una società morta. Se fosse prevalso il no in quel referendum, come diceva il Consigliere Appendino, o avessero fatto altre scelte, oggi saremmo qui a discutere di FIAT, come si continua a fare da vent'anni a questa parte. "La Stampa" è il giornale della FIAT e rimarrà tale; la Juventus continuerà a rimanere a Torino; Elkann ha detto che rimarrà qui e i suoi figli continueranno ad andare a scuola a Torino. Quindi, almeno il cuore rimane a Torino. Ma il punto è un altro. Se i Consiglieri Curto, Appendino e Liardo fossero Consiglieri Comunali di Detroit e discutessero della Chrysler a Detroit, credo che direbbero le stesse cose: un'ottica limitata alla città. Mentre, al di là dell'Atlantico, avrei sentito urlare: Bonanni ha detto (non so se è vero) che i sindacati americani dicono che si è svenduta la Chrysler all'Europa e a Torino, perché dall'altra parte della sponda dell'Atlantico i toni sono questi. Mi sembrano discorsi vecchi, di persone arrabbiate di non essere capaci di contare e non guardare nemmeno al futuro. Il fatto che oggi qualunque impresa per potersi sbloccare debba allargarsi, è scontato. E su questo credo che il quadro dipinto dal Sindaco sia vero. Poi, si può discutere sul fatto che Fassino oggi sia l'ultimo Sindaco della FIAT. Quindi, per chiudere, credo che oggi dobbiamo capire che il problema, se vogliamo che la FIAT... il nome nell'acronimo della FAC in qualche modo rimane, quindi questo cuore, quest'anima di fondo non è stata tolta, poteva benissimo cambiare completamente il nome, invece anche per motivi di opportunità conviene mantenerlo. Deve capitare qualcosa che inserisca la FIAT nel contesto Paese, per cui la colpa è di chi governa Torino, come dice il Consigliere Tronzano, o dice il Consigliere Ricca, o di chi governa la Regione, o ha governato in questi anni, sicuramente esistono delle responsabilità in chi ha governato il Paese di non essere stato capace di intervenire; questo è vero. Oggi possiamo fare in modo che quest'operazione veda la FIAT aprirsi verso un mercato più globale, dove l'Italia è un punto di riferimento. Se facciamo il censimento delle auto dei Consiglieri Comunali, scopriremo che la percentuale è sostanzialmente analoga a quella della popolazione, non è che tutti compriamo FIAT, perché riteniamo che il campanilismo automobilistico sostenga la FIAT o vada contro Marchionne. Allora, se vogliamo fare qualcosa, non mi sembra molto utile un approfondimento di persone che non hanno un interesse specifico, così come forse non serve una manifestazione del Consiglio Comunale aperto, ritengo invece che questo Consiglio Comunale debba avere un confronto con il sindacato, ma non con il sindacato FIAT, quindi il sindacato locale, ma con il sindacato nazionale, quindi i confederali. Se davvero pensiamo che la FIAT e questa operazione siano una questione nazionale, che pone molti problemi - e come Torino vogliamo porre questo -, ritengo che il nostro Consiglio Comunale aperto, la nostra riunione debba essere fatta con i segretari confederali nazionali, con chi in questo Paese rappresenta il sindacato ed è in grado di porre questioni al Governo e alla FIAT, perché altrimenti rischiamo soltanto di fare quel teatrino a cui tutti ci richiamiamo e non facciamo nessun passo avanti. Sono cresciuto in questa Città e per tanti anni ho avuto questo rapporto, come moltissimi, di odio/amore verso la FIAT, per moltissimi era un sogno che la Città un giorno si emancipasse dalla FIAT, sta avvenendo nel modo peggiore, però, d'altra parte, come spesso diciamo, la Città è riuscita a superare in qualche modo la FIAT e non c'è stato il fallimento. Ci sono difficoltà, ma non è che la FIAT è crollata e la città è sparita e oggi c'è una situazione disastrosa,… FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La invito a concludere. VIALE Silvio …abbiamo una situazione difficile, ma su questo possiamo rimboccarci le maniche e fare qualcosa. Ecco perché condivido quanto detto dal Sindaco, perché mi sembra sia di buonsenso. Credo che il ruolo che il Comune debba avere sia proprio quello di maggior stimolo nei confronti della Regione e nei confronti del Governo e credo che un incontro con i sindacati confederali nazionali, per capire qual è la strategia sindacale in questo contesto, vada oltre la singola contrattazione locale, o le aspirazioni di qualcuno a livello locale. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Sindaco. SINDACO Ho ascoltato tutti, naturalmente, come era giusto fare. Ritengo che vi illudiate, se pensate che si possa fare una discussione con FIAT con i toni che sono stati usati in quest'Aula, perché la discussione presuppone la disponibilità ad ascoltare le ragioni dell'interlocutore, poi, magari, anche contestandole, ma il tono era di un Tribunale che chiede soltanto di fucilare qualcuno. Potete andare avanti così, non discuterete e non parlerete con nessuno con quei toni, ve lo garantisco, potete andare avanti così, non mi pare che servano a molto i toni che ho ascoltato qui! Dopodiché, voglio dire al Consigliere Curto che non è mia la cantilena, la cantilena è di coloro che da anni preconizzano la chiusura di FIAT e sperano che la FIAT chiuda per avere ragione; io invece mi batto perché la FIAT non chiuda, mi batto perché la FIAT non vada via di qui. Colgo ogni spazio per fare in modo che la FIAT continui a considerare Torino un punto fondamentale del suo apparato produttivo e della sua strategia aziendale. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Ecco, appunto. Questa è la differenza. Il problema non è essere ottimisti o pessimisti, il problema è guardare in faccia la realtà e la realtà è che FIAT, se non avesse fatto l'accordo con Chrysler, sarebbe già chiusa. Quando dico che non ho nostalgia, significa che non ho nostalgia di un'azienda che avrebbe chiuso da sola; spero sia chiaro, perché bisogna guardare in faccia la realtà. Tra il 2004 e il 2008 la FIAT ha conosciuto una crisi progressiva e costante che l'aveva portata ad essere sostanzialmente un'azienda alla vigilia della chiusura; basta analizzare tutti i dati della storia di quegli anni. L'integrazione FIAT-Chrysler è stata una scelta strategica assolutamente essenziale, non il rapporto con Chrysler, ma la decisione di integrarsi ad una dimensione più grande, cercando un'alleanza con un gruppo, poi, poteva essere Chrysler, come un altro gruppo, ma il problema di FIAT nel 2008 era che con quelle dimensioni sarebbe stata condannata fatalmente a chiudere prima o poi, avrebbe vissuto ancora un po' di anni stentatamente, qualcuno gli avrebbe fatto magari qualche respirazione bocca a bocca, qualche bombola di ossigeno, ma alla fine avremmo vissuto in una condizione di continua incertezza e precarietà, l'azienda, i suoi lavoratori e questa Città. Dopodiché, l'accordo FIAT-Chrysler forma un nuovo gruppo che crea le condizioni per consentire a FIAT, come parte di questo nuovo grande gruppo, di continuare ad essere un produttore di automobili di scala mondiale, capace di stare su tutti i mercati, con una gamma di prodotti che copre l'intera fascia di prodotti; questo è quanto, può piacere o meno, ma era l'unica strada per garantire a FIAT una prospettiva. Oggi, nel momento in cui tutto ciò si consolida, quella scelta è l'unica che può consentire a FIAT di avere prospettive per il futuro, non ce ne sono altre. Non è che possiamo dire a Marchionne: "Siccome non ci piace, sciogliete questo legame con Chrysler, tornate ad essere soltanto la FIAT, così avremo davanti un destino pieno di prospettive e di certezze", perché non è così. Prendiamo atto del fatto che senza quel processo di integrazione, probabilmente non saremmo qui a discutere di cosa fare di Mirafiori, il precedente Consiglio Comunale avrebbe preso atto che la FIAT non c'era più. La seconda questione riguarda la crisi del mercato in Europa. Non c'è una crisi della FIAT, c'è un mercato in crisi in Europa che investe tutti i principali produttori automobilistici. Guardate le dinamiche di un grande gruppo francese come Renault, i due principali gruppi francesi, Renault e Peugeot, hanno avuto una riduzione di mercato spaventosa, più grave ancora di quella che ha conosciuto FIAT. Volkswagen regge bene, grazie soprattutto al fatto che regge benissimo Audi, che regge Volkswagen, che non regge affatto e conosce crolli di mercato analoghi a quello degli altri produttori, sia Skoda che Seat. E se guardiamo gli altri produttori, da Opel in avanti, conoscono condizioni di crisi come gli altri. C'è una crisi del mercato europeo che è data da tanti fattori, che non possiamo addebitare soltanto alla FIAT, perché dobbiamo prendere atto che c'è una crisi che riguarda tutti. Non c'è alcuna soddisfazione in quello che dico, però è così; non è che la crisi è frutto del fatto che Marchionne ha deciso che c'è la crisi, o addirittura spiega a noi che c'è la crisi, mentre non è vero. C'è una crisi del mercato automobilistico europeo. Grazie a Dio, non c'è la crisi negli Stati Uniti, non c'è la crisi in America Latina, ovviamente nei Paesi asiatici ci sono mercati di prima motorizzazione che si affacciano adesso ai consumi, quindi quei mercati tirano, nonostante quei Paesi conoscano una flessione delle loro dinamiche di sviluppo. In Europa non è così, perché si tratta di un mercato di sostituzione, non c'è più nessuna famiglia che deve comprare per la prima volta la macchina in Europa, perché l'hanno comprata tutti nei decenni scorsi. Il mercato europeo è tutto di sostituzione, in una fase di crisi e di recessione, in cui i redditi hanno conosciuto una compressione fortissima, come tutti sappiamo, la considerazione che ciascuno di noi fa prima di cambiare la macchina, se si è in difficoltà, è: "Aspetto e la cambio l'anno dopo". È vero? Questo non si risolve facendo nuovi modelli, perché quando hai ideato un nuovo modello in un mercato in crisi e la gente non te l'ha comprato, non è che l'anno dopo glielo riproponi, l'hai bruciato. Quindi anche questa è una questione. Sono favorevole alla proposta del Gruppo del PD di fare un gruppo di lavoro, andando a vedere tutti i dati e quali sono i nuovi modelli messi sul mercato da tutti i gruppi automobilistici europei: quasi nessuno, quasi tutti hanno vissuto di restyling di modelli già presenti, perché tutti si pongono la domanda: "Metto sul mercato un modello del tutto nuovo, non lo compra nessuno, l'anno dopo come faccio poi a venderlo? È bruciato". Questo è un ragionamento che fa un imprenditore, non Marchionne, che fa qualsiasi imprenditore che abbia un po' di buonsenso industriale. E quindi c'è un mercato in crisi di cui noi tutti soffriamo, soffre anche FIAT e naturalmente soffrono in primo luogo i lavoratori della FIAT; questo aspetto non mi sfugge. Il problema è come si creano le condizioni perché questo mercato, prima o poi, possa tornare a risollevarsi. Questo dipende dalle scelte dell'azienda, e non solo, dipende da fattori che sono prima di tutto le dinamiche economiche generali: questo Paese deve tornare, in qualche modo, a conoscere una ripresa e, attraverso questa, si determina un'accumulazione di ricchezza, una distribuzione di ricchezza che può consentire alle famiglie italiane di tornare a pensare che si possono rinnovare certi consumi, a partire dall'auto, dagli elettrodomestici, piuttosto che altre cose. Terza considerazione. Mentre noi stavamo discutendo, è arrivata un'agenzia che mi ha colpito molto, perché è significativa. Noi siamo qui a dire in tutto il dibattito: "FIAT se ne va in America". Confermando che il dibattito è esattamente lo stesso dappertutto, oggi Marchionne ha incontrato i sindacati di Chrysler, che manifestavano le stesse nostre preoccupazioni su Torino, e gli ha detto: "Mantenere Chrysler americana, come lo è sempre stata, in un contesto globale, è una sfida che prendiamo seriamente, perché la cosa peggiore sarebbe diluire le eredità americane e non possiamo farlo". Siccome i sindacati gli hanno detto: "Ma ieri voi avete fatto la pubblicità del Super Bowl con il marchio Maserati", gli ha risposto: "Ieri durante il Super Bowl abbiamo mostrato un altro spot su un altro marchio, Maserati, che è italiano ed è impossibile togliere l'italianità di quel marchio, perché sarebbe una perdita per l'azienda, non vogliamo farlo. La capacità di preservare questo, mentre nello stesso tempo preserviamo la natura americana di Chrysler, è una sfida, ma ritengo che abbiamo il management per farlo". L'amministratore delegato non sapeva che noi oggi avremmo discusso di questo, incontrando i sindacati americani che gli manifestavano la stessa nostra preoccupazione ha risposto nell'unico modo in cui si può rispondere, cioè che un'azienda che ha più marchi, più sedi, più siti, ha interesse a cercare di valorizzare la pluralità delle sue presenze e la pluralità dei suoi marchi. Quindi, anche il fatto che Marchionne sia andato in America, tutto è partito in America, eccetera, oggi i sindacati americani evidentemente non hanno questa percezione se lui è dovuto andare lì a discutere di questo. Non sarebbe male se avessimo un po' meno il complesso di coloro che vengono sempre messi nell'angolo, se ci liberassimo anche di questa concezione, di questa subalternità culturale. In ogni caso, il problema non è giocare a fidarsi, il problema è battersi perché FIAT- Chrysler onori gli impegni che ha assunto con i lavoratori, con i sindacati, con i Governi e che, per quanto riguarda l'Italia e Torino, si confermino gli investimenti annunciati negli scorsi mesi. Ho detto questo all'inizio, non ho detto che dobbiamo da questo momento in poi affidarci al destino. Nel momento in cui mi batto perché FIAT, dopo Bertone, faccia anche a Mirafiori l'investimento che ha preannunciato e si attrezzino le linee per produrre i due modelli annunciati, e quindi quello stabilimento abbia prospettive, colloco questa mia battaglia dentro una visione e una lettura che non è la nostalgia del passato. Questo è il punto. In altri termini, non è che dobbiamo rivendicare che Mirafiori continui a produrre, perché, siccome questo stabilimento c'è sempre stato, deve continuare ad esserci. Non può essere questo l'argomento! Rivendichiamo che Mirafiori continui ad essere un investimento importante, perché rappresenta un punto di vista dell'accumulazione di sapere, di competenze, di tecnologie, di capacità di fare l'auto, eccetera. Il problema è questo. Quindi francamente non credo che dobbiamo dividerci tra coloro che pensano che non ci sia niente da fare e coloro che, invece, pensano che tutti i problemi siano risolti, perché non è questa la dialettica vera che ci interessa. Penso che vada colta la nascita di un grande gruppo che si colloca in una scala globale, che consente alla FIAT di guardare ai suoi stabilimenti, ai suoi lavoratori e a questa Città di guardare al futuro con maggiore certezza. Questo è un dato di fatto, perché, se non si fosse fatto questo percorso, oggi saremmo qui a discutere di tutto un altro film e nel momento in cui consideriamo una sfida importante quella che si determina con la creazione del nuovo gruppo, collochiamo ogni nostra iniziativa dentro questo scenario per garantire che Torino continui ad essere il perno centrale della presenza FIAT in Italia e in Europa, e quindi chiediamo che in questa Città si confermino gli investimenti preannunciati e che, peraltro, sono stati riconfermati ancora nei giorni scorsi. Dopodiché, ho ascoltato molte considerazioni interessanti in quest'Aula, ma molte esulano da una valutazione della vicenda FIAT e molte - mi permetto di dire - sono già condizionate dalla vicinanza della scadenza elettorale. Possiamo anche farci qualche comizio tra di noi, non è mai inutile, ma non sposta di una virgola il discorso, perché penso che dobbiamo vedere le cose per come sono e fare ciò che è nell'interesse della Città, cioè cogliere le opportunità di questo nuovo scenario e dentro quelle opportunità battersi, perché FIAT-Chrysler consideri Torino un punto strategico, consideri l'Italia il punto strategico e continui ad investire qui. Questo è il mio impegno e dell'Amministrazione Comunale che io guido. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Ringrazio il Sindaco. Consideriamo concluse le comunicazioni. |