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FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Riprendiamo i lavori con le comunicazioni del Sindaco in relazione al progetto Fabbrica Italia. Ricordo che in Conferenza dei Capigruppo è stata richiesta questa comunicazione, in relazione alle informazioni assunte dagli organi di stampa. A questa si è aggiunta, la scorsa settimana, una richiesta di comunicazione a firma del Consigliere Marrone, in relazione al progetto TNE, al quale ho chiesto di rimandare la trattazione in sede odierna. Infine, ho scritto al Ministro Fornero, che abbiamo incontrato la settimana scorsa, una lettera, ripresa dai nostri organi di stampa interni, che adesso vi leggo, giusto perché venga conosciuta da tutti i Colleghi. \"Gentile Ministro, il Consiglio Comunale di Torino, così come la Città tutta, segue con apprensione, da tempo, ed ancor più negli ultimi giorni, l'evoluzione della questione FIAT e delle sorti del cosiddetto piano \"Fabbrica Italia\". La Conferenza dei Capigruppo ha infatti previsto che il Sindaco, Piero Fassino, riferisca ai Consiglieri il prossimo 24 settembre le proprie considerazioni a riguardo, momento in cui si aprirà certamente un dibattito sulla questione. La Conferenza dei Capigruppo ha altresì richiesto al sottoscritto, come già preannunciatole in occasione della sua visita del 17 corrente mese, di verificare la sua disponibilità ad incontrare lo stesso Consiglio nel più breve tempo possibile, al fine di acquisire ogni utile strumento di analisi e di valutazione e conoscere in modo diretto le posizioni del Governo nel merito. Le sarei inoltre molto grato, se volesse confermarmi tale sua intenzione nei modi e nelle forme che riterrà opportuni. Qualora potesse farmi pervenire un cortese cenno affermativo in proposito, benché ancora di massima, entro la mattina di lunedì 24, potrei darne notizia nel corso del Consiglio Comunale pomeridiano, credendo che ciò potrebbe rassicurare e confortare l'organo istituzionale che rappresento, insieme alla città intera. Con i migliori saluti\". Non è pervenuta comunicazione sino ad ora; ho avuto modo di comprendere che il Ministro Fornero è a Roma e ha parlato in tele-conferenza all'Unione Industriale questa mattina. Il dibattito - così come concordato in Conferenza dei Capigruppo - prevede l'intervento di dieci minuti per Gruppo Consiliare e, così come richiesto dal Sindaco, anche rispetto alle richieste della Conferenza dei Capigruppo, interverrà in partenza il Vicesindaco Dealessandri che si interessa della materia come delegato e chiuderà il Sindaco dopo gli interventi dei Colleghi. La parola al Vicesindaco. DEALESSANDRI Tommaso (Vicesindaco) Come abbiamo discusso alla Conferenza dei Capigruppo, credo di aver compreso il fatto che oggi non si tratta di rifare un'analisi generale della situazione FIAT, in particolare degli stabilimenti, ma di prendere in considerazione, dando sostanzialmente per scontato il quadro complessivo delineato l'anno scorso, in occasione del Consiglio Comunale aperto, le modificazioni che sono intervenute, soprattutto durante il periodo delle ferie, in rapporto al tema dello sviluppo di FIAT. Inoltre, dedicherò un po' di tempo all'incontro avvenuto sabato mattina tra la FIAT e il Governo, su cui abbiamo letto molto, tenendo anche conto dell'intervento che questa mattina l'amministratore delegato ha fatto all'assemblea dell'Unione Industriale, di fronte a tutte le autorità e agli imprenditori presenti, per quanto riguarda il nostro territorio. Dal punto di vista delle modifiche intervenute rispetto all'anno scorso, c'è da registrare una caduta di mercato molto consistente in Italia. Rispetto al meno 10% dell'anno scorso, quest'anno, si registra un meno 20%, con una produzione di 1.400.000 vetture (forse neppure si raggiungerà questa cifra); il che vuol dire che sostanzialmente nell'arco di sei anni si è perso oltre un milione di vetture sul mercato italiano. Accanto a questo, la situazione europea, fatta eccezione per la Germania e in parte per la Danimarca, in realtà vede una contrazione persino più forte: in Portogallo, in Spagna, in Grecia, ma anche in Francia. Per cui, questo determina un calo complessivo del mercato europeo. Tenendo conto anche del fatto che, pur essendo molto diverse le quote, ogni costruttore nazionale ha un livello ovviamente superiore del proprio mercato (la FIAT partiva da un 60%, oggi fa fatica a raggiungere il 30%; non è così ovviamente per la situazione francese e tedesca, per cui le percentuali sono più significative a favore delle case automobilistiche presenti sul loro territorio), tolto il Gruppo Volkswagen, anche il Gruppo PSA, che comprende i due marchi Peugeot e Citroen, ha registrato una perdita di mercato significativa: 8,70%, rispetto invece a una più marcata perdita della FIAT. A fronte di questa situazione e di altri dati che si potrebbero aggiungere, siamo in presenza di una contrazione della produzione negli stabilimenti sia italiani che europei; non siamo neanche più attivi in Polonia, di fronte ad un utilizzo degli impianti paragonabile alla media, che si aggira a circa il 70% (siamo tutti al di sotto), con dissaturazioni fortissime, oltre il 50% (a Mirafiori raggiungiamo quasi l'80% di dissaturazione), sia su Mirafiori, sia su Cassino, sia su Melfi. La cosa, però, più complicata è il fatto che la dissaturazione riguarda in parte anche Pomigliano, dove, a differenza che negli altri stabilimenti (ovviamente si può dire che ciò è dovuto al fatto che non ci sono i modelli nuovi, non si sono fatti gli investimenti), è stato fatto un piano di investimenti, eppure già si registra il fatto che oltre 1.400 persone, che sarebbero dovute rientrare secondo lo schema, non sono rientrate e quelle che sono al lavoro fanno periodi di cassa integrazione. L'ipotesi del piano di investimenti a Pomigliano prevedeva 270.000 vetture; oggi è tarata su 188.000, ma nelle 188.000 si fa ancora cassa integrazione. Accanto a un problema puramente formale, non sostanziale, ma che ovviamente ha creato dei problemi (stamattina, l'amministratore delegato di FIAT, parlando dei chiarimenti richiesti dalla Consob sul piano Fabbrica Italia, ha detto: "Non lo chiamiamo più così"), la cosa più sostanziale che l'amministratore delegato ha detto nei giorni scorsi è che in queste condizioni non è possibile mantenere quanto previsto da quel piano. Che cosa manca nel breve tempo a quel piano, a partire da quest'anno? Manca la costruzione della nuova linea di Mirafiori; la rottamazione della vecchia linea è andata avanti, invece è stata bloccata la costruzione della nuova linea; così come è stata rimandata (era prevista in tempi brevi) la sostituzione della nuova Punto nello stabilimento di Melfi. Per cui, c'è un ritardo complessivo del piano. Ovviamente questa situazione preoccupa, per cui è ovvio porsi la domanda se gli stabilimenti rimangono in piedi oppure no. Questo è stato il leitmotiv di un insieme di interventi sindacali (sia da parte di chi ha firmato, sia da parte di chi non ha firmato) e politici, che hanno messo il Governo nella condizione di sollevare questo tema e di chiedere alla FIAT un chiarimento su questa situazione. Nei precedenti giorni, questa Amministrazione ha cercato di fare il possibile perché FIAT tenesse conto del nostro passato e assumesse un atteggiamento, anche a fronte di una situazione così oggettivamente difficile e grave, di possibilità di evoluzione tecnologica, di non messa in discussione degli stabilimenti, tanto meno il fatto che FIAT lasci il nostro Paese. Questa possibilità non è concepibile, né per noi, né credo per la FIAT (credo l'abbia detto il Sindaco in un'intervista); non è concepibile perché la FIAT senza Torino e senza l'Italia perde ovviamente il suo rapporto con quello che la rappresenta e, viceversa, sarebbe per noi una situazione insostenibile. Questo ha fatto sì che, sia nei giorni precedenti, sia a maggior ragione nell'incontro col Governo, da parte di FIAT fosse confermato il fatto che oggi non è messo in discussione nessuno stabilimento, anche se la situazione della dissaturazione è quella che prima ricordavo e non è un passaggio facile e scontato. In questi giorni, ad eccezione del gruppo che ha beneficiato della capacità di investimento, tutti gli altri - o molti degli altri - stanno prendendo decisioni anche di messa in discussione di intere unità produttive. A questo riguardo abbiamo avuto una comunicazione anche da General Motors, secondo la quale GM sicuramente farà un piano di ristrutturazione anche pesante per quanto riguarda la situazione tedesca. General Motors ha la Opel e la Chevrolet; quella che soprattutto viene prodotta in Europa è la Opel. Voi sapete che gli stabilimenti sono in Germania e da noi c'è l'evoluzione tecnologica, che nel frattempo è stata raddoppiata, perché partita solo sul diesel, oggi è anche sull'ibrido: cioè un raddoppio nelle sale prove motori. Per cui la comunicazione di GM dice che Torino è dentro a questo processo e anche il piano di ristrutturazione non dovrebbe mettere in discussione i livelli di organici presenti sul nostro territorio. Il che dimostra che - anche quando abbiamo discusso su cosa sia necessario introdurre, dove sia il territorio in grado di essere più forte, dove sia necessario fare attenzione, perché forse abbiamo anche altre possibilità per portare aziende del settore auto a Torino - se tu lavori su questo, sei anche meno legato ai problemi o delle congiunture di mercato, o delle ristrutturazioni che nei gruppi avvengono, anche in seguito alle modifiche degli assetti partecipativi. Lascio GM e riprendo su FIAT. L'altro tema che necessariamente comincia a pesare - al di là dell'area commerciale, che è depressa per le ragioni di mercato - è il fatto che ci sia una significativa cassa integrazione ad ottobre, novembre e dicembre sugli enti centrali di Mirafiori. Questo in parte è dovuto alla situazione di mercato, in parte al fatto che sostanzialmente è conclusa l'integrazione con Chrysler; per cui, ogni fusione tra aziende diverse, necessariamente determina, su alcuni servizi, anche esuberi. Contemporaneamente a questo, però, è bene sempre ricordare il fatto che sia per Powertrain, ma anche per le ingegnerie e per la progettazione presenti nella nostra area, in realtà le cose vanno meglio rispetto alla situazione che descrivevo prima degli stabilimenti. Perché mentre in Europa si fa fatica dal punto di vista della produzione e della vendita dei prodotti, per fortuna sia in Nord America, sia in America Latina, persino in Asia (ma in Asia la FIAT ha poche decine di migliaia di vetture per il momento, per cui non è significativo, non cambierebbe questa situazione), le cose stanno procedendo in termini positivi; per cui, la componentistica cambistica, che viene fatta a Torino per quelle realtà, non soffre, o soffre assolutamente di meno dal punto di vista della cassa integrazione. Stesso discorso per quanto riguarda l'ingegneria preposta alla progettazione. Un'altra cosa da tenere presente (noi addetti ai lavori, rispetto al normale dibattito, ne sappiamo cogliere la differenza) è che l'evoluzione tecnologica del prodotto continua ad andare avanti, in modo tale da permettere al gruppo, in qualsiasi momento, di inserire il nuovo prodotto; in ogni caso di farlo per le altre aree. Non per nulla, basta ricordare il fatto che quindici giorni fa, a Las Vegas, l'Amministratore Delegato ha detto a tutti i concessionari del Nord America che nei prossimi due anni ci saranno 64 nuovi modelli, di cui una parte sono solo per quel mercato, una parte possono essere integrati. Da qui si capisce meglio - spero - anche il dibattito che c'è stato sabato con il Governo; cioè se questo Paese fa un'azione di sostegno all'esportazione (non limitato al settore dell'auto), a fronte di un mercato sostanzialmente depresso, si possono cogliere delle opportunità sugli altri mercati. Cosa, ovviamente, complicata e rimandata al Tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico, a cui credo che nelle prossime settimane sarà necessario dedicare attenzione. A fronte di questo e della non messa in discussione degli stabilimenti attuali, bisogna però affrontare l'altro argomento, che è quello del sostegno con gli strumenti che abbiamo a disposizione: ammortizzatori sociali, cassa integrazione, al di là del titolo che diamo alla cassa integrazione. Cioè è evidente che nei prossimi, la FIAT, il Governo e i sindacati dovranno fare un punto molto preciso per decidere che cosa fare. Ricordo, ad esempio che a Mirafiori, dove era previsto l'investimento, si sta utilizzando cassa integrazione straordinaria. Ovviamente, rimandando l'investimento è evidente che arriverà un certo punto in cui la cassa integrazione straordinaria finisce. Per cui, o si sostituisce adesso quella straordinaria con altri tipi di cassa integrazione e si aspetta il momento dell'investimento, oppure si lascia decadere e poi si tratta di aggiungere un periodo di copertura. Se non ci fosse la copertura, sappiamo che cosa significherebbe per le aziende, per la FIAT, come per gli altri. Cioè nel momento in cui non ci fosse disponibilità ad affrontare periodi di cassa integrazione di sostegno, bisogna spingere verso i processi di mobilità. Questo ci richiama a un altro problema. Ho cercato, in questi giorni, di fare un po' il punto della situazione territoriale, sia torinese che piemontese; devo dire che la situazione di questo tipo è molto allargata, cioè riguarda quasi tutti i nostri settori industriali. Con alcuni di questi siamo già alla fine, cioè si sono esaurite le possibilità di utilizzo dell'insieme delle casse integrazioni e più di un terzo delle grandi quarantacinque aziende in crisi presenti in Piemonte, nel settore metalmeccanico, è in contratto di solidarietà. Sappiamo tutti che cosa vuol dire: dopo il contratto di solidarietà, o vieni fuori dalla situazione, o sei di fronte, molto spesso, alla chiusura degli stabilimenti. In questo senso, credo che il problema della discussione che si apre con il Governo sia molto importante, perché si tratta, sì, di affrontare il tema FIAT, ma si tratta di affrontarlo in un equilibrio con l'insieme degli altri settori, che soffrono della stessa situazione, perché i consumi diminuiscono su tutto; ovviamente per i beni semidurevoli, la percentuale è superiore agli altri beni. Di fronte a questa situazione è necessario dedicare la massima attenzione. Siamo di fronte a una situazione che non possiamo considerare di semplice crisi, come abbiamo considerato altre situazioni, pur gravi. Oggi siamo di fronte a una crisi che se non viene affrontata in termini globali, può portare davvero alla messa in discussione di interi settori industriali. Il settore dell'auto, ovviamente, da parte nostra e nel nostro territorio, però, è ancora caratterizzato da capacità produttiva, competenza e formazione molto forte. Per questa ragione, oggi gli Enti Locali non hanno chissà quale strumento a disposizione per intervenire, ma fare la nostra parte nel cercare di realizzare la seconda Cittadella Politecnica, che si sviluppa nelle nostre aree e nelle aree di Mirafiori, mantenere una capacità di distretto, mettere assieme le aziende per affrontare sia - cosa che si sta facendo - quanto oggi viene fatto dal MIUR in termini di bandi per il distretto, sia per prepararci ai nuovi fondi europei 2013-2020, anche se appaiono cose piccole in confronto al problema appena descritto, però danno l'idea del fatto che vogliamo fare tutto quello che è in nostro possesso per far sì che non solo si superi questa crisi, ma il settore permanga, riprenda una sua vitalità e riesca a garantire un futuro occupazionale al nostro territorio. Per cui, la discussione che si è aperta è molto complessa e ci porta veramente, qui come altrove, a fare i conti con l'attuale situazione. Credo che in questi giorni nei confronti di FIAT sia stato detto tutto e il contrario di tutto. Noi abbiamo bisogno che la FIAT faccia veramente la sua parte, che si metta a disposizione non solo a parole, affermando che non lascerà il nostro Paese, ma provando a lavorare seriamente per affrontare questa situazione. Credo che, di fronte al problema che abbiamo, questo sia l'atteggiamento richiesto non solo a loro, ma anche al Governo e agli Enti Locali, nelle aree del nostro paese in cui oggi c'è ancora una presenza significativa del settore automotive, trasporti, o motoristico. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Tronzano. TRONZANO Andrea Rompo il ghiaccio, anche se è sempre la cosa più difficile, ma giustamente il partito di minoranza relativa deve aprire la strada. Quindi, mi permetto di iniziare questo ragionamento, che continueranno anche i miei Colleghi Marrone e Magliano. Non voglio rubare troppo tempo, voglio solo sintetizzare un ragionamento molto veloce. Noi non facciamo automobili, e su questo ha ragione Marchionne, che stamattina (ero presente) diceva che ci sono tanti commissari tecnici, come nel calcio, e tutti credono di saper fare automobili. Sicuramente noi non vogliamo essere fra quelli che suggeriscono a Marchionne qual è la strategia migliore per il suo settore dell'automotive; vogliamo, però, essere fra quelli che politicamente indicano delle soluzioni e interloquiscono con una grande azienda, come la Fabbrica Italiana Automobili Torino, per cercare di arrivare a un percorso che migliori quello che è successo fino a oggi. Innanzitutto, stigmatizzo una dichiarazione di Marchionne che ho sentito l'altra sera, secondo la quale la FIAT investirà soltanto dove riceverà degli incentivi. Questa è una scelta sbagliatissima. Marchionne è prima di tutto un italiano e deve sapere che la storia d'Italia è intrisa, sin dal 1977, di 7,8 miliardi di aiuti concessi alla FIAT. Certo, la FIAT ha fatto anche degli investimenti (circa 5 miliardi di investimenti dal 1990 ad oggi, secondo i dati della CGIA di Mestre), però ha ricevuto 7,8 miliardi dal 1977. Quindi, Marchionne non può non riconoscere questo tipo di valutazione. Sicuramente Marchionne ha ragione quando dice che noi siamo un Paese in ritardo su tutti i parametri: dalla produttività, alle infrastrutture, al cuneo fiscale; insomma, abbiamo tutta una serie di difficoltà che in altri Paesi non sono così evidenti; tant'è che siamo nella posizione più bassa in classifica rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Su questo ha ragione e su questo la politica dovrà dare sicuramente delle risposte. Siamo, però, altrettanto un Paese coraggioso, signor Vicesindaco e signor Sindaco. Ricordo a tutti che c'è stato un referendum; tutti noi, in particolare noi dell'opposizione, ma anche i sindacati più illuminati, la parte più illuminata del PD e delle forze di sinistra, abbiamo aiutato a vincere un referendum in cui credevamo. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Voi non siete illuminati, purtroppo; portate pazienza, secondo me, in questo caso non lo siete. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Per cortesia, non è un dibattito fatto a forma di dialogo. TRONZANO Andrea All'interno di questo referendum abbiamo avuto oggettivamente dei problemi, degli attacchi, però siamo andati veloci e dritti verso la meta, che era quella di dire "sì" al referendum, che poi ha avuto il consenso da parte della maggioranza degli impiegati e degli operai della Fabbrica Italiana Automobili Torino. Marchionne non ci può rispondere dicendo che i 20 miliardi di Euro previsti per l'Italia non ci sono più, si sono sbagliati, perché deve avere rispetto per il nostro coraggio, dei cittadini, delle Istituzioni, dei sindacati e di tutte quelle forze sociali che hanno avuto l'impegno enorme in questo referendum. Pertanto, su Marchionne, due considerazioni negative e una positiva, perché sicuramente vede un Paese in grande difficoltà. La nostra preoccupazione, signor Sindaco, è l'indotto. Nonostante quello che dice Marchionne, le Istituzioni, regionali e statali, stanno pagando la cassa integrazione in deroga: 45.000 persone dell'indotto. Quell'indotto merita una risposta, perché se c'è confusione sul futuro investimento di Marchionne in Italia, i 45.000 lavoratori dell'indotto, oltre a quelli di Mirafiori, patiscono. Pertanto, vogliamo risposte rapide, compatibilmente con il mercato, tenendo conto di tutte le considerazioni che ha fatto Marchionne oggi, soprattutto per questi 45.000 lavoratori, perché li paghiamo noi, con la cassa integrazione in deroga. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Marrone. MARRONE Maurizio Dalla relazione del Vicesindaco è chiaro che dopo tutto l'ottimismo e la serenità nei confronti delle virtuose dinamiche di un libero mercato (che poi vedremo che molto libero non è più rimasto, dopo decenni di aiuti pubblici), rispetto all'anno scorso quando è stato bocciato il nostro ordine del giorno che chiedeva chiarezza sugli investimenti a Mirafiori, ad un anno di distanza da un Consiglio aperto che ha visto FIAT di fatto disertare, o quantomeno non partecipare con i suoi vertici e non dare di nuovo nessuna rassicurazione, forse anche se con un anno di ritardo questo centrosinistra si è accorto che un problema c'è. E dopo un anno di sonno, purtroppo la bella addormentata non si sveglia con l'arrivo di un principe azzurro. Si sveglia con l'archiviazione di Fabbrica Italia. Io non credo che l'ottimismo possa continuare, perché rispetto a tutte le pressioni, esercitate anche dalle Istituzioni a tutti i livelli, ancora oggi Marchionne dice testualmente: "Nessuno può investire un mercato che perde"; dice anche: "FIAT ha la disponibilità di fare quello che vuole, quando vuole, non ha bisogno di nessuno. Faremo gli investimenti, ma non mi chiedete il tempo". In realtà, vorrei solo che, dopo questo dibattito, la smettessimo di dire: "FIAT chiarisca". FIAT ha chiarito e, ormai, purtroppo è tutto chiaro. Bisognava chiedere chiarezza un anno fa. Bisognava chiedere chiarezza prima. Bisognava chiedere chiarezza quando c'è stato il referendum; adesso, purtroppo, la situazione è chiara. Come ricordavo, decenni di stratificati aiuti di Stato (milionari o miliardari, dipende dalla valuta con cui vogliamo vederli, visto che sono iniziati il secolo scorso) di fatto hanno talmente drogato il libero mercato nel quale si dovrebbe muovere una casa automobilistica come FIAT che, ormai, penso che addirittura il liberista più convinto non dovrebbe ritenere un tabù la soluzione più estrema di una nazionalizzazione; mi assumo anche la responsabilità di lanciare questa provocazione. Però, c'è da dire una cosa che rende tutto ancora più terrorizzante: il fatto di vedere che la soluzione posta dal Governo - e che ho visto raccogliere tanti placet - sembra essere lo sgravio fiscale sull'export, che è oggettivamente un nuovo aiuto di Stato. Qualcuno mi deve spiegare la differenza tra dare dei soldi a fondo perduto e non richiedere dei soldi, che invece sarebbero dovuti. Visto che l'alternativa sembra essere o un aiuto di Stato indiretto, per reincentivare una produzione che va dalle esportazioni ai mercati meno saturi, o, peggio ancora, direttamente il non investimento, con tutte le conseguenze che questa scelta drammatica potrebbe avere sullo stabilimento di Mirafiori, io auspico e, anzi, addirittura mi sento di chiedere che questa Amministrazione Comunale, dopo un anno di assordante silenzio, si lanci nella scelta coraggiosa, forse un po' eretica, di trovare delle alternative sul rilancio industriale di questa Città a FIAT. Perché FIAT è stata chiara, continua ad ostentare un'arroganza incredibile. La vicenda TNE non è un esempio virtuoso: solo il Politecnico vi ha investito e sappiamo quale atteggiamento ha dimostrato FIAT su TNE, l'ha dimostrato al TAR. Se è questo l'atteggiamento rivendicato in ogni sede da FIAT, credo nel pensare allo sviluppo del territorio, nel pensare alla salvaguardia del lavoro di chi è attualmente impiegato a Mirafiori, nel salvaguardare l'indotto, come ricordavamo, se vuole - ed è un dovere - continuare a puntare sul rilancio dell'industria automobilistica e dell'industria pesante, questa Città debba coraggiosamente cercare delle alternative o, quanto meno, favorirle qualora si manifestassero. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Ricca. RICCA Fabrizio Innanzitutto, non credo che il Sindaco sia così pazzo da non volere FIAT, quindi, questa volta, non avrò parole per lei, se non magari invitare il Ministro Fornero non per marchette politiche, ma per parlare di qualcosa di più concreto; il lunedì potrebbe essere impiegato meglio, quando i Ministri sono a Torino. È chiaro che il 17% di vendite in meno ad agosto rispetto all'anno prima ed il 16% rispetto ai 7 mesi dell'anno precedente è disincentivate per qualsiasi azienda che vuole investire. Io, anche se non giustifico, posso capire quando un imprenditore dice: "Magari un investimento così importante come Fabbrica Italia adesso non posso farlo, mi è difficile sostenerlo", perché sono davvero tanti soldi in un momento difficile e capisco quando un imprenditore chiede degli aiuti. Facendo anche un quadro più generale di quello che è il problema Italia, gli aiuti si potrebbero dare, anche perché per le aziende (tutte le aziende, non solo FIAT, ma dall'impresa familiare alla grande impresa) la pressione fiscale è del 68,60% - i dati sono della CGIA di Mestre - ed è superiore del 24,20% rispetto alla media dell'Unione Europea, del 34,90% rispetto a quella del Canada, del 21,80% rispetto a quella degli Stati Uniti e del 20% rispetto a quella del Giappone. Questo significa che per stare in Italia un imprenditore paga il 20% in più rispetto a qualsiasi altro Stato. Ritengo che gli aiuti alle imprese non si fanno dando soldi a pioggia, come è stato fatto per FIAT in questi anni; prima il Capogruppo Tronzano ha ricordato i 7,8 miliardi di Euro dati dallo Stato, che sono pari a circa un miliardo di vecchie Lire per dipendente che la FIAT aveva, o i 70 milioni di Euro che Comune, Provincia e Regione hanno tirato fuori per TNE, come è stato citato in precedenza. Questi sono stati aiuti, ma il vero aiuto all'impresa, che non è soltanto FIAT ma è tutto l'indotto che gira intorno ad essa - perché, oggi, a Torino FIAT ha circa 5.000 lavoratori, mentre l'indotto ne ha circa 18.000, ma potrebbero essere davvero molti di più -, può avvenire magari avendo una tassazione adeguata a quella che è la media dell'Unione Europea, perché un imprenditore con il 20% o il 24% (che è quello della media dell'Unione Europea) in più nelle proprie casse sicuramente potrebbe fare meglio e di più e potrebbe anche permettersi di investire meglio i propri soldi, piuttosto che spenderli in tasse. Stiamo parlando di FIAT e Marchionne può dire che, in un momento del genere, vuole rimandare il progetto Fabbrica Italia, ma è anche giusto sottolineare che la FIAT ha avuto dei ricavi superiori ai 77 miliardi di Euro quest'anno. Chiaramente si parla del gruppo FIAT, quindi di un sistema FIAT più grande, che comprende anche l'America e la divisione industriale, che, comunque, porta un utile compreso tra i 3,8 ed i 4,5 miliardi di Euro. Questi sono soldi importanti, che fanno pensare che, se Marchionne ha davvero intenzione di investire più avanti, siamo pronti ad aspettare, ma basta chiacchiere, vogliamo i fatti. Vogliamo che si prendano delle decisioni reali, che vengano studiate delle programmazioni importanti ed urgenti, se non per adesso, per il futuro, perché la FIAT deve assolutamente rimanere a Torino ed in questo Paese, perché questo Paese ha fatto tantissimo per la FIAT ed è ora che la FIAT inizi a fare qualcosa per l'Italia. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Magliano. MAGLIANO Silvio Io mi sento di intervenire anche alla luce di quello che è stato detto dal mio Capogruppo e dal Consigliere Marrone, anche perché, dalla riflessione e dalla presentazione del Vicesindaco, mi pare chiaro che siamo nella condizione in cui gli uomini di buona volontà hanno fatto, stanno facendo e faranno di tutto. E parlo di questa Amministrazione. Rispetto al caso FIAT, ogni tanto a me sembra di vedere un po' quello che ci tocca vedere oggi per il Paese, cioè che le forze più responsabili di questo Paese, di fronte a questo problema, devono provare a trovare delle soluzioni comuni. Non penso che sul caso FIAT sia per forza necessario dividersi, perché, dividendoci, noi renderemmo più forte e in qualche modo più non interessate al nostro Paese le scelte di FIAT. C'è un problema di produttività, e questo è un dato di fatto, e riguarda, forse, anche l'idea di coloro che hanno sempre lavorato in FIAT, ma è anche la produttività che penso io, rispetto al tempo che vivo, e che devo dare al mio lavoro. Questo è un problema che abbiamo affrontato, c'è stato un referendum, ma, nonostante questo referendum, non è cambiato nulla, da quel che viene esposto in questo momento dall'azienda. La cosa che mi spaventa è che questa Città ha dato tanto a FIAT e, in questo senso, penso anche alla storia di mio nonno, che è stato per tutto il suo percorso lavorativo un dipendente della FIAT; la nostra Città si è modificata e si è plasmata anche dal punto di vista territoriale in base a quello che era necessario e, oggi, ci troviamo con un problema grande come una casa. Un problema che, evidentemente, un po' ci schiaccia, perché a discutere è il Governo e noi siamo quelli che, in qualche modo, dovremo subire le conseguenze. Il nostro essere attori e protagonisti di questa partita ci lascia un po' ai margini. Abbiamo fatto quello che potevamo fare, prima veniva ricordata TNE, ed oggi c'è qualcuno che non rispetta gli impegni. A me spaventa un po' pensare a tutto l'indotto, che in questi anni è cresciuto grazie a FIAT - evidentemente, negli ultimi 15 anni un po' meno grazie a FIAT, anche dal punto di vista della gestione economico-finanziaria dei propri fornitori -, ma mi spaventa di più pensare a tutto quello che questa Città ha fatto per quell'azienda e per quella famiglia, perché poi è questa una delle cose che mi spaventa di più, cioè aver visto questa Città, consentitemi il termine, passare da un re ad un altro e, nonostante questo, non avere imparato la lezione. Vi assicuro che non riesco a trovare una colpa, ma riesco solo a pensare che, da oggi, è necessario iniziare a trattare con il gruppo FIAT in qualche modo diversamente e in qualche modo insieme. Non so come dirlo con altre parole, però dobbiamo farlo insieme, perché la Città è la nostra e - la lancio un po' come provocazione, come ha fatto prima il mio Collega - a me quello che un po' spaventa è che, forse, Marchionne dovrebbe pensare che la tipicità del design è nata qui (sto per finire, Presidente) e che il costruire macchine non è solo e soltanto una questione di prodotti tipici, ma è un modo con cui abbiamo investito sulla formazione dei nostri giovani. Questo Governo ed il Governo nazionale che il mio partito sostiene, ma anche in questa città forse bisognerebbe non pensare tanto a se la FIAT andrà via, anche perché, a mio giudizio, non è la FIAT che ha comprato Chrysler, ma è Chrysler che ha comprato la FIAT, visto che i funzionari e gli impiegati in questo momento non lavorano. Questo è il dato di fatto, se uno guarda le posizioni azionarie e come si sta muovendo, in quanto questa è un po' la base della gestione di un'azienda. Soprattutto dovremmo pensare perché non siamo in grado di attrarre altre realtà tipo Volkswagen, in quanto abbiamo le forze, gli uomini e le intelligenze, il problema è capire come rendere il nostro territorio appetibile anche per altri. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Bertola. BERTOLA Vittorio Mi piacerebbe avere un videoregistratore per andare a riprendere quanto noi, come Movimento 5 Stelle, abbiamo detto nel novembre scorso durante il Consiglio aperto e prima ancora quando ci fu la vicenda del referendum, perché si scoprirebbe che, alla fine, si è puntualmente avverato. Però, visto che non ce l'abbiamo, magari vorrei avere un videoregistratore anche per risentire quanto ha dichiarato il Sindaco il 28 dicembre 2010 (ovviamente, all'epoca non era ancora Sindaco): "Se fossi un lavoratore FIAT, voterei sì al referendum sull'accordo a Mirafiori. Se vincessero i no, quelli che pagherebbero sarebbero solo i lavoratori, perché l'azienda potrebbe trasferire la produzione negli Stati Uniti o altrove". Anche l'allora Sindaco Chiamparino, poi transitato alle banche, disse la stessa cosa e, sostanzialmente, invitò a votare "sì" al referendum, perché lo scenario alternativo sarebbe stato di grande criticità per la città ed il Piemonte. Peccato che, alla fine, abbia vinto il "sì" e, in realtà, ci troviamo nello scenario che si sarebbe dovuto evitare votando "sì". La cosa che non si capisce è che era evidente a tutti che il piano proposto all'epoca da Marchionne era sostanzialmente incredibile, questo lo dicemmo in molti. Come si è potuto credere che si sarebbe rilanciata la produzione in Italia producendo SUV (oltretutto, una macchina che non ha futuro); come si è potuto credere che il futuro stesse nel diventare la Cina dell'Europa, cioè che il problema della produzione in Italia fosse abbassare i costi del lavoro, togliendo le "pause pipì" degli operai, in quanto evidentemente era quello che non ci rendeva competitivi, quando in Germania gli operai guadagnano il 30% in più, lavorano 35 ore e le fabbriche sono competitive. Forse il problema della competitività è che, magari, sono sbagliate non le regole degli operai, ma i prodotti che si producono o i sistemi di produzione, il fatto che mancano gli investimenti negli impianti e che la nostra industria è arretrata. E, da quel punto di vista, la responsabilità è del manager, non certo degli operai. La domanda a cui vorremmo una risposta, visto che siamo in una sede politica, è perché, in quella fase, praticamente tutta la classe politica cittadina (a partire dal Sindaco) sostenne di dover accettare quell'accordo e di votare "sì": o c'era una grande ingenuità e si credeva a questa favola della fabbrica con la marmotta che incarta il cioccolato, o, altrimenti, c'è anche della cattiva fede; vorrei che il Sindaco ci dicesse qual è stato il ragionamento e in quale di questi casi ci ritroviamo. Il problema non è soltanto il futuro della FIAT, ma il problema è che, a fronte di questi continui e chiarissimi messaggi da parte della FIAT sul fatto che non gliene frega più poco o nulla di Torino, da noi continua la politica dei 90 gradi, cioè quella per cui, in realtà, tutte le Istituzioni (compreso il Comune di Torino) sono sull'attenti e, ogni volta che è possibile, fanno tutto quello che la FIAT gli chiede di fare; a partire dalla vicenda già citata dell'area TNE, in cui gli abbiamo regalato 60 milioni, a partire da tutte le cementificazioni di tutte le aree ex FIAT di questa città, magari da loro direttamente cedute agli immobiliaristi amici (che sono state prontamente oggetto di Variante al Piano Regolatore, che ha permesso di costruire palazzi e fare speculazioni edilizie di ogni genere), a partire dalla vicenda dell'area Continassa, adesso vedremo questa nuova vicenda dell'area che abbiamo già dato ad un altro, ma che forse dobbiamo in qualche modo riprendere perché la vuole la FIAT, ma le abbiamo dato anche le mummie del Museo Egizio per aiutarla a far partire il centro commerciale della Continassa. Una settimana fa, non un giornalista scandalistico, ma l'Assessore all'Ambiente di questa Giunta ha dichiarato che c'erano state proposte per fare car-sharing elettrico a Torino chiavi in mano da parte di alcune case automobilistiche straniere, ma non sono state fatte perché la FIAT ha detto di no. Quindi, apprendiamo che la Giunta prende indicazioni dalla FIAT su che cosa si può fare o meno a Torino. Questo è stato riportato dai giornali e non ho visto smentite. Il problema non è soltanto Marchionne (che, peraltro, da manager fa gli interessi dei suoi soci, quindi fa semplicemente guadagnare di più i suoi azionisti), ma è anche la classe politica e dirigente di questa Città e di questo Paese, perché in questa situazione il messaggio è chiaro, ma non vedo delle idee e non vedo neanche, magari ad un certo punto, la dignità di rispondere a tono e di non approcciarsi andando sempre con il cappello in mano a dire: "No, per favore, fate un piccolo investimento, fate qualcosa". Mi sembra chiaro che qui non c'è la volontà di investire; c'è un giudizio su un sistema Paese che, comunque, è di questo genere e che Marchionne non ha alcuna intenzione di cambiare e non credo che ci sarà alcun tipo di incentivo che potrà farglielo cambiare, perché, francamente, più incentivi, più regali e più cose di così non vedo che altro possiamo fare. Credo che l'industria dell'auto e l'industria dei trasporti a Torino abbiano un futuro (possibilmente non producendo più le caldaie che sono le auto di adesso, ma producendo dei veicoli nuovi, veicoli ibridi, veicoli elettrici e veicoli collettivi, cioè tutto quello che sarà il futuro dell'industria del trasporto), però bisogna trovare qualcuno che lo voglia fare. Se la FIAT non lo vuole fare, perché ha deciso che non è interessata a questa proposta o a questo futuro, troviamo un altro partner; proviamo ad andare a chiedere alla Volkswagen o a tutti gli altri gruppi che ci sono e vediamo. Credo che con la competenza che ha questo distretto, la competenza dei torinesi e delle tante piccole, medie e anche abbastanza grandi aziende dell'indotto dell'auto torinese troveremo un altro grande partner che, magari, vorrà investire qui, se FIAT non è più interessata a produrre da questa parte. Il problema è soltanto uno: bisogna cambiare l'atteggiamento. Se stiamo sempre ad aspettare che la FIAT ci dia il permesso di parlare con chiunque altro, ovviamente staremo sempre qui a mendicare con il cappello e ben presto ci troveremo gli stabilimenti sempre più chiusi e con niente in mano; se, invece, avremo il coraggio di spezzare questa catena di servilismo, che ormai si propaga da decenni a Torino verso la FIAT, allora forse potremo anche avere un futuro. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola, per il tempo residuale del suo Gruppo, al Consigliere Liardo. LIARDO Enzo Ho 3 secondi per un problema piccolissimo? Non riesco a capire una cosa: ci sono delle società automobilistiche che avevano delle quote estremamente marginali di mercato e, in questi ultimi anni, non dico che abbiano fatto la parte del leone, ma sicuramente hanno raddoppiato, se non triplicato, le quote di mercato all'interno dell'Italia. Qual è la ragione? Bisognerebbe partire da questo dato. Per quale ragione al Salone dell'Automobile dell'anno scorso la FIAT proponeva solo l'arrotondamento di 2 fari della Panda? Sono queste le ragioni. È chiaro che la FIAT non ha dei grandi interessi e tutta la sua attenzione è negli Stati Uniti; in Italia l'interesse è sicuramente scarso. In questi anni, non ho visto aggredire il mercato; guardate anche le pubblicità televisive, quello è comunque un sintomo di quella che può essere l'attenzione del mercato in una Nazione. Secondo me, la FIAT ha perso tantissime occasioni; l'automobile è anche una moda: c'è stata la moda delle auto retrò e la Volkswagen l'ha cavalcata, mentre dalla FIAT stiamo ancora aspettando che rievochi la Topolino; per quanto riguarda la moda dei SUV, anche lì l'ha fatta passare, per arrivare poi ad un accordo con Chrysler 10 anni dopo. Perciò esistono delle ragioni ben precise per cui, oggi, la FIAT si trova in crisi e noi dovremmo cambiare atteggiamento anche nei loro confronti. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Scanderebech. SCANDEREBECH Federica Ringrazio il Vicesindaco anche per quanto ci ha fatto sapere oggi; per la maggior parte sono informazioni che, bene o male, conoscevamo già. Voglio che il mio parere sia chiaro: Torino senza la FIAT è una città morta, perché l'indotto dei suoi 18.000 lavoratori è un indotto di 18.000 famiglie, 18.000 persone che hanno a loro carico diverse altre persone. Queste sono tutte persone che vivono nella nostra città, che magari si sono trasferite dal Sud negli anni passati per cercare di sopravvivere e di avere un futuro più sereno nella nostra città. Mi auguro che questa consapevolezza sia in tutti noi e nel nostro Sindaco: Torino senza la FIAT è una città morta. È una città che, magari - ma ne dubito -, potrebbe risollevarsi con altre attività (puntando sul turismo), ma una città industriale come è stata la nostra e come è la nostra (perché voglio che continui ad esserlo e che lo sia ancora) senza la FIAT non può più fare nulla e non può più produrre tutto il benessere che ha prodotto in questi anni, grazie a tutto ciò che aveva fatto ed ha fatto Agnelli per la nostra città. Negli scorsi mesi, avevo proposto che, in primis, il Comune desse un segnale acquistando solo autovetture FIAT per i dipendenti comunali; mi è stato detto che i bandi del Comune non lo permettono. Mi sarebbe invece piaciuto che con quella mozione il Comune desse un segnale dicendo: "Noi, come Comune, solo con questo segnale vogliamo dire che vogliamo aiutare la FIAT a rimanere produttiva a Torino". Oggi mi auguro che da quest'Aula esca un atto amministrativo condiviso da tutte le forze politiche, perché, come dice il Vicepresidente Magliano, non dobbiamo essere divisi su questi temi, ma dobbiamo dire che ci crediamo ancora al fatto che la FIAT possa produrre a Torino, possa continuare a produrre benessere e a far girare l'economia nella nostra città. Quindi, mi auguro che, oggi, da quest'Aula esca, a voce alta, che tutto il Consiglio Comunale vuole che gli stabilimenti FIAT a Torino rimangano attivi e che la FIAT mantenga alti i livelli occupazionali nella nostra città. Se questo atto uscirà all'unanimità da quest'Aula, penso che, come Consiglio Comunale, avremo dato un segnale forte all'intero Paese ed all'intero indotto italiano che gira attorno alla fabbrica presente nella nostra Città. Invito anche tutte le forze politiche ed il Sindaco a partecipare ad una marcia pacifica a Mirafiori, indetta per la mattina di sabato 13 ottobre, in maniera tale da far capire che, come cittadinanza, siamo tutti coinvolti per quanto riguarda il fatto che vogliamo che questa produzione continui a rimanere nella nostra città. Non penso che possa venire a salvarci uno straniero e, quindi, non credo che puntando solo ed esclusivamente sull'export si possa salvare la nostra fabbrica torinese, FIAT, cioè Fabbrica Italiana Automobili Torino, e non smetterò mai di ripeterlo in quest'Aula. Mi dispiace che nel corso del Consiglio Comunale straordinario che abbiamo indetto lo scorso 28 novembre non sia emerso nulla di importante e significativo da quest'Aula e che, a distanza di un anno, siamo nuovamente qui a doverci preoccupare, come dice il Vicesindaco. Magari, in minima parte, il Vicesindaco ha rasserenato quest'Aula - il Vicesindaco è sempre stato bravo a rasserenare l'Aula -, però, purtroppo, non mi sento per nulla rasserenata, anzi sono molto preoccupata e per questo motivo vorrei che non si facessero polemiche e demagogie su questo tema, ma che si uscisse con una posizione condivisa da tutti i gruppi politici e che ci possa essere veramente una ripresa della nostra città. Come diceva prima il Capogruppo Tronzano, quei 7,8 miliardi di Euro che sono stati dati dai vari Governi alla FIAT non vanno dimenticati; non va dimenticato neanche l'investimento che aveva fatto il Comune nel dare altrettanti milioni alla fabbrica torinese, che, però, poi non ha rispettato gli impegni che ha assunto nell'aprile del 2010 con il progetto Fabbrica Italia. Faccio un ultimo appello a quest'Aula di uscire, oggi, con un atto condiviso forte, che dica che il Consiglio Comunale vuole mantenere attivi gli stabilimenti della FIAT a Torino. MAGLIANO Silvio (Vicepresidente) La parola al Consigliere Grimaldi. GRIMALDI Marco Non è tanto per respingere al mittente le parole del Capogruppo del PdL su chi è illuminato e chi no e neanche per entrare nel solco delle parole del Consigliere Marrone su che cosa si diceva qualche anno fa; intanto, inviterei tutti i membri dell'opposizione ad andare a rivedere quanto erano attivi a chiedere allo scorso Governo chiarimenti su FIAT, a chiedere all'ex Ministro Sacconi la Legge ad aziendam, o a chiedere a Berlusconi che cosa diceva su questo. Potete riguardarvi i vostri interventi e scoprirete che posizione avete oggi. Molto più semplicemente... (INTERVENTO FUORI MICROFONO). MAGLIANO Silvio (Vicepresidente) Consiglieri! GRIMALDI Marco Non ho urlato quando ho sentito alcune cose che non condivido... (INTERVENTI FUORI MICROFONO). MAGLIANO Silvio (Vicepresidente) Lei è comunque intervenuto. GRIMALDI Marco Se potete aspettare di farmi finire l'intervento, poi potrete avere la vostra replica. Leggerò umilmente alcune cose che dicevamo un anno fa: "Auspichiamo che, sin da subito, oggi si possano deporre le armi di distrazione di massa. Pur di non parlare di politiche industriali, investimenti e ricadute occupazionali, economiche e sociali, il Paese ha subito la retorica sui fannulloni di Pomigliano, sui sindacalisti che non si assumono responsabilità, sui profitti brasiliani che pagano le perdite italiane. Nel frattempo, questa offensiva culturale ha ottenuto un mondo del lavoro più povero e diviso, la sospensione dei contratti nazionali dei metalmeccanici ed una Legge ad aziendam che cancella decine di anni di lotte e di diritti conquistati nel Dopoguerra. Anche a Torino Marchionne, dopo aver disertato per anni il Consiglio d'Amministrazione di Torino Nuova Economia, annunciando che FIAT non potrà operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato, è riuscito ad inaugurare la Cittadella della Mobilità Sostenibile senza far cenno al ricorso del TAR di FIAT sulla variante sull'area di Mirafiori, senza un chiarimento sugli investimenti in ricerca ed innovazione su quell'area, dimenticandosi tutti gli impegni presi negli scorsi 5 anni". Non so se 5 anni prima ero un illuminato, di sicuro ero un giovane Consigliere che aveva creduto in Torino Nuova Economia, che aveva creduto nella Cittadella della Mobilità Sostenibile, che aveva creduto nel fatto che in questo Paese ci fosse ancora una politica industriale possibile grazie al nostro know-how, alla nostra ricerca ed alla capacità di questo territorio di sapersi rilanciare. Possiamo dircelo, però, Sindaco Fassino, queste armi di distrazione di massa non le hanno deposte, sono finite, è finito il bluff. Non si può più maledire la sorte, il destino o la Fiom. Perché non si sono fatti questi investimenti? Adesso chiederemo alla Fiom come mai il mercato è in crisi? Fabbrica Italia diceva una cosa molto semplice; nella pubblicità ricordava a tutti noi che: "Le cose che creiamo ci dicono cosa diventeremo"; che cosa diventeremo non creando niente in questi anni? Spiegatecelo. Come si fa ad uscire dalla crisi dicendo che si aspetta dopo la crisi a creare automobili? Il Sindaco Fassino diceva: "Attendiamo che la FIAT dia corso, con determinazione e senza dilazioni, agli investimenti previsti dal piano Fabbrica Italia"; abbiamo atteso e non è successo nulla. Il problema non è ritornare a quel "Se io fossi un operaio"; gli operai sappiamo come stanno e credo che siano incazzati neri! Sono incazzati neri con le Istituzioni e con un sistema Paese che per loro ha parlato solo di cassa integrazione (un anno in più o un anno in meno); secondo voi non sono gli stessi cittadini che, poi, il lunedì ed il mercoledì ci chiedono l'emergenza abitativa? No, non sono gli stessi. Non sono gli stessi che chiedono ancora più welfare, perché, dopo 2 o 3 anni di cassa integrazione, iniziano a non farcela più a casa? Vogliamo un cambio di rotta e questo lo diciamo alla nostra Giunta. Non siamo mai stati così distanti, se non su questo tema, fra Sinistra Ecologia Libertà ed il Partito Democratico e la sua Giunta. Vogliamo un'inversione di tendenza, la pretendiamo. Se noi fossimo Sindaci e se noi fossimo in Giunta, vorremmo da oggi questa inversione. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Ci siamo e credo che chi è in Giunta lo riconosca e lo sappia. Pretendiamo che la proprietà, che ha vissuto in questo territorio ed in questa città, venga almeno convocata e sentita. L'anno scorso Fassino diceva che le Istituzioni avrebbero chiesto al Governo di convocare FIAT e tutte le città dell'auto per capire bene i piani; è successo quest'anno? No, non lo so; allora, lo dobbiamo pretendere. L'anno scorso, quando abbiamo fatto quel Consiglio aperto, era appena arrivato il Governo dei tecnici; che cos'è successo in quest'anno? Ci hanno convocato? Li abbiamo convocati noi? Dicevamo addirittura il contrario: "Promuoviamo un incontro tra le città che ospitano gli insediamenti FIAT"; l'abbiamo fatto? Non c'è dilazione che tenga: stiamo per perdere l'auto e stiamo per perdere un pezzo del futuro produttivo di questa città. Non so con quale tranquillità il Vicesindaco Dealessandri ci fa quasi una narrazione di quello che sta facendo FIAT e di come si sente la Città. È questa l'inversione di tendenza che chiediamo. Non voglio più sentire parlare un Assessore di Giunta come se stesse parlando delle relazioni FIAT; non mi importa, lo dico sinceramente. Quindi, chiediamo umilmente al Sindaco di convocare la proprietà. Non vorrà venire? Sarà un dato di fatto. Chiediamo che non bastino più le telefonate, che non bastino più le telefonate al nostro Governo ed alle altre Istituzioni; chiediamo un cambio di passo e lo chiediamo per questa città. MAGLIANO Silvio (Vicepresidente) La parola al Consigliere Lo Russo. LO RUSSO Stefano Come sempre, il dibattito in quest'Aula su questo tema si arricchisce di spunti di riflessione e, ovviamente, il ragionamento che era stato impostato inizialmente deve giustamente trovare un'evoluzione. In un articolo su "Il Sole 24 Ore" del 21 settembre si citano le 4 problematiche del Paese evidenziate da Marchionne; citerò le prime 3. Il primo problema che evidenzia è la competitività del sistema Paese; il secondo problema che evidenzia è quello dell'accesso al credito ed ai prestiti della BCE per quanto riguarda le imprese; il terzo problema che evidenzia è la normativa restrittiva dei controlli della Consob. Oggi, al discorso di insediamento della neo Presidente dell'Unione Industriale - a cui ovviamente porgiamo i nostri migliori auguri di in bocca al lupo per il lavoro che si trova a svolgere -, ha però dichiarato (cito testualmente una notizia Ansa), dopo averci spiegato per un bel po' di tempo ed avere - lo dico anche con grande coinvolgimento emotivo - costretto il centrosinistra a tenere posizioni molto complicate rispetto a determinate situazioni, che il problema del sistema di produttività italiano della FIAT non sono i lavoratori; questo è un fatto e credo che occorra partire da questo punto. Sicuramente il tema è complesso e credo che faremmo male a dividerci su quello che è lo scenario verso il quale occorre lavorare. Ragionando sul dibattito che avremmo affrontato in Consiglio, ho guardato un po' di editoriali che riguardano la questione e ce n'è uno che mi ha colpito particolarmente, perché è stato pubblicato su un giornale che non possiamo certamente definire rivoluzionario, "Il Sole 24 Ore", a firma Roberto Napoletano. Leggo 2 passaggi che mi paiono significativi: "Premesso che la situazione di mercato, anche in Europa ed in Italia, resta differenziata, è evidente che, se la FIAT rinuncia a creare nuovi modelli, quando il mercato si riprenderà sarà costretta a constatare che ha eroso la propria base, avrà perso un numero rilevante di clienti che non hanno più macchine FIAT e difficilmente ne compreranno di nuove. Nel frattempo, soffrirà la rete dei concessionari che hanno bisogno di vendere auto per sopravvivere; di certo, i migliori prenderanno il mandato di altre case automobilistiche". Credo che in queste 2 frasi dell'editorialista de "Il Sole 24 Ore" stia il cuore del problema. Oggi, il problema è sicuramente quello di come la politica, per quanto ci compete e ci riguarda, si relaziona rispetto ad un'azienda che in questa città è nata, è cresciuta e si è sviluppata, ma che, oggi - e qui, Colleghi, occorre avere un principio di realtà - è diversa da quella che era la FIAT che abbiamo conosciuto in questi anni. È diversa perché ha un assetto societario diverso, è diversa perché ha strategie industriali chiaramente definite e fa bene chi dice che non occorre… bisogna anche acquisire un principio di realtà nell'analisi della situazione. Oggi, la FIAT è una cosa diversa. Quando ci si appella al Governo affinché intervenga, credo che lo si debba fare facendo, però, anche in questo caso grande chiarezza. Negli interventi che mi hanno preceduto mi è parso di cogliere in maniera non così esplicita, ma implicita, l'esigenza di porre dei paletti. Penso che facciamo bene, a prescindere dalle forze politiche che rappresentiamo in quest'Aula, a chiedere a gran voce che, questa volta, il Governo, a fronte di impegni concreti e precisi che vengono - io dico, giustamente - richiesti da parte di FIAT- Chrysler al Paese, chieda altrettanti impegni concreti e precisi. In questa chiarezza si può anche immaginare di intervenire e penso che sia giusto porsi il problema del futuro industriale di questo Paese. In quest'Aula, oggi ho sentito echeggiare molte volte il richiamo al Papa straniero, faccio solo una battuta: siccome non considero il management FIAT e l'azionista FIAT un cattivo management dal punto di vista di chi sa fare i propri conti, non riesco a cogliere tutto l'anelito e l'auspicio che mi è sembrato di intendere dalle parole di qualche Collega che mi ha preceduto nell'augurarsi che la FIAT vada via da questa città e arrivino partner stranieri. Non tanto perché questo contrasta con la logica nazionalista (se vogliamo dire di avere una fabbrica italiana in Italia), quanto perché mi chiedo per quali ragioni un manager accorto come Marchionne, che sa fare i suoi interessi e quelli del suo azionista, dovrebbe non investire in questo Paese, perché ravvisa una serie di elementi, e invece dovrebbe farlo (non ho capito il motivo, ma sarebbe interessante capirlo da voi che avete evocato questo auspicio, mi è parso addirittura di coglierlo in particolare nelle parole del Consigliere Bertola) un investitore straniero; non capisco perché dovrebbe arrivare un investitore straniero con queste condizioni e ciò dovrebbe avvantaggiare occupazione, produttività e ricchezza territoriale. Dico con franchezza che penso anche che la crisi che stiamo vivendo sul piano nazionale ed internazionale debba far cambiare passo - questa volta sì - alle politiche nazionali di aiuto all'industria, perché se, da un lato, credo che sia giusto farci carico di un sostegno ulteriore al mantenimento dell'impianto produttivo industriale di questo Paese, dall'altro lato ritengo sia anche giusto riconoscere e chiedere impegni concreti; non è più il tempo di incentivare imprese private ricorrendo all'indebitamento. Oggi abbiamo sulle spalle e sul groppone decenni di politiche di incentivazione anche al sistema industriale che sono state supportate dal ricorso all'indebitamento. Credo che, oggi, questa politica, che è stata sostanzialmente accompagnata anche dalla politica di questi anni, non sia più possibile. Chiudo il mio intervento (in maniera tale che, se altri Colleghi intenderanno integrare, lo potranno fare) sottolineando che credo che, oggi, il compito della Città di Torino sia quello di sollecitare il Governo, a cui competono le decisioni di politica strategica sul comparto industriale italiano, a chiedere impegni chiari e netti all'azionista di FIAT, che esprime l'Amministratore Delegato, e, in cambio, garantire condizioni utili al mantenimento degli impegni su questo territorio. Siamo ad un passaggio molto stretto; non sottovaluto il fatto che oggi l'Amministratore Delegato di FIAT ha detto - e torno su questo punto - che il problema non sono i lavoratori, perché il mio vero timore è che siamo arrivati ad una seconda fase, in cui FIAT, progressivamente ed in prospettiva, prende atto - o senza neanche dichiararlo - che qui non ci sono le condizioni e, piano piano, vedremo depauperato il nostro tessuto produttivo. Credo che sia questo il nostro dovere ed il nostro compito, per quanto ovviamente può fare questo Consiglio Comunale; ritengo che siamo stati adeguatamente attenti in questa fase politica, consci dei nostri limiti, però i problemi che stiamo affrontando non sono problemi che si risolvono sul piano della cinta daziaria del Comune di Torino, sono problemi di politica industriale, sono problemi di fiscalità internazionale, sono problemi di incentivazione alla produttività e di non contrasto con la normativa europea sugli aiuti di Stato. Con tutto il rispetto che è dovuto a questa Assemblea, siamo al Consiglio Comunale di Torino e non all'Assemblea generale dell'ONU. Credo però che, da questo punto di vista, sia importante che diciamo compatti e con chiarezza che per noi è finito il tempo delle promesse ed il tempo degli impegni generici da parte di FIAT; occorre dare impegni chiari ed impegni cogenti e però, nel contempo, ci teniamo al fatto che la presenza di FIAT, e non di altre strutture anche internazionali, rimanga su questo territorio, perché è parte di questo territorio, è legata a questo territorio ed ha comunque dato e, negli anni, ha avuto molte cose da questo territorio. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) La parola al Consigliere Curto. CURTO Michele Io credo che questo sia solo il Consiglio Comunale di Torino, è vero, non è l'Assemblea Generale dell'ONU, però vorrei ricordare a tutti quanti che oggi a Mirafiori si producono pochissime vetture, in particolare se ne fanno due, la Mito e la Musa, e una di queste due vetture, la Mito, è legata ad un accordo che gli Enti Locali, con primo sottoscrittore il Comune di Torino, stabilì con la proprietà alcuni anni fa. Quindi, io non credo che questo Consiglio Comunale, questa Città si trovi distante o impotente davanti a quello che sta capitando. Io credo che abbiamo determinato le condizioni di questa impotenza e l'abbiamo fatto per certi versi in maniera deliberata, accettando un ruolo subalterno rispetto all'azienda. Credo che oggi si consumi l'ultimo atto di una pantomima che dura da tre anni, si continua a parlare di produttività. Ma se non c'è la produzione, perché parliamo di produttività? Oggi, su Repubblica, in uno splendido articolo, Massimo Giannini anticipa quella che era stata una pubblicazione del sito "L'inchiesta" che aveva pubblicato i dati sulla produzione per il prossimo anno. Sono dati chiarissimi che non lasciano discussione. Potremmo dire che, sì, Vicesindaco, c'è la crisi dell'auto in Europa, poi sarebbe anche interessante chiedersi perché la FIAT perde il doppio delle quote di tutti gli altri produttori europei, per esempio. Sarebbe interessante cominciare a chiedersi perché la FIAT, come ha fatto storicamente, produce in Italia 400.000 vetture, cioè meno di quelle che vende in Italia e siamo l'unico Paese al mondo dove questa cosa succede. Però, dobbiamo anche ricordarci qual è oggi la situazione di produzione prima di parlare di produttività. Si scrive che per Mirafiori l'anno prossimo si prevedono 30.000 vetture e per quest'anno 44.000, l'anno è ancora in corso. Vi do il trend, così raccontiamo quello che stiamo vivendo: 2009, 172.000 vetture; 2010, 120.000 vetture; 2011, 70.000 vetture; 2012, 44.000 vetture; 2013, 30.000 vetture. Allora smettiamola con la pantomima; questa è un'eutanasia di una fabbrica. Con 400.000 vetture prodotte non si tengono aperti 4 stabilimenti. E a me non basta, Sindaco, che la proprietà oggi ci garantisca che non chiuderà stabilimenti, perché forse non li chiuderanno, ma li faranno pagare a noi, perché qualcuno mi deve dire che cosa succederà quando finirà la cassa e chi pagherà gli ammortizzatori sociali dal giorno dopo. Allora, noi non saremo l'Assemblea dell'ONU, però oggi siamo chiamati a dircele con chiarezza queste cose, se non vogliamo continuare la pantomima. Io credo che noi potremmo fare delle cose, per esempio potremmo dirci con chiarezza e fermare il processo finanziario che è avvenuto in FIAT. Come diceva prima il Consigliere Magliano - lo condivido - e come dice sempre Giannini, secondo me, brillantemente: attenzione, perché ci sono i fondi di investimento americani che si stanno comprando FIAT Industrial. Allora, che cosa è successo in questi anni? È successo che Marchionne ha usato la FIAT e, in particolare, quel poco di buono che c'era dentro questa fabbrica tanto vituperata, ma anche tanto amata, per acquistare la Chrysler; ha usato quel po' di ricerca che c'era, ha usato quel po' di prodotti competitivi e, soprattutto, ha usato questo per costruire una relazione privilegiata con il Governo americano che gli permettesse una buona speculazione finanziaria. Oggi, sta succedendo che sta cambiando la proprietà, perché con l'acquisizione dei fondi sovrani americani era salita al 13% e la proprietà, quella storica che noi conosciamo, quella della famiglia, è lì lì per perdere il controllo dell'azienda. E noi non li abbiamo neanche mai chiamati. Badate bene, nella pancia di FIAT - lo scrive il Bilancio di quest'anno - ci sono fra i 18 e i 20 miliardi di Euro, per cui i fondi per investire ci sarebbero, se non si volesse fare altro con quei soldi, cioè continuare il giochino finanziario nell'acquisizione di Chrysler. Allora, oggi se volessimo essere seri, dovremmo dire ai manager che è proprio in tempo di crisi che si investe. Quindi, dovremmo parlare di prodotti, dovremmo parlare di tempi, dovremmo parlare di mercati e, quindi, di occupazione. Ma non possiamo farlo, perché abbiamo perso questo ruolo di relazione con l'azienda; dovremmo fare quello che ha fatto il Governo Obama, e qui ci sono enormi responsabilità del Governo di centrodestra prima e devo dire anche di questo Governo di tecnici, che rimane alla fine un Governo di banchieri. Visto che questo non possiamo farlo, almeno cerchiamo di fare un atto di dignità, tanto per cominciare cambiando la nostra comunicazione pubblica. Non siamo noi che lo dobbiamo fare, sono anni che diciamo queste cose e non mi diverto a dire che avevamo ragione o che tutto si è compiuto, perché non facemmo l'uccello del malaugurio allora e non mi piace oggi segnare il punto. Mi interesserebbe di più dire qualcosa a quei 15.000 operai di quella fabbrica e al nostro territorio. Però, dobbiamo ancora dire una cosa con chiarezza - termino, Presidente, mi conceda ancora un giro di orologio, 60 secondi -. Dobbiamo, per esempio, dire che la situazione dei redditi dei lavoratori di Mirafiori diventerà insostenibile. Anche qui vi do due dati, perché secondo me aiutano: 2010, 260 giorni di lavoro virtuali sulla linea Mito, 161 giorni di cassa integrazione, 99 giorni di lavoro; sulla linea Musa, 213 giorni di cassa integrazione, 47 giorni di lavoro; 2011, gli ultimi dati ad agosto di quest'anno, 30 giorni di lavoro e 145 giorni di cassa sulla Musa; 49 giorni di lavoro e 124 giorni di cassa sulla Mito. Cosa dicono questi dati? Dicono che non c'è la crisi dell'auto; la crisi dell'auto è entrata nelle tasche di quei lavoratori ben prima della discussione, subito dopo l'approvazione del famoso contratto farsa. Stiamo chiedendo a dei lavoratori da due anni di sopportare un taglio netto dei loro salari da 1.300,00 Euro netti a 850,00 Euro netti. Come pensiamo che questi lavoratori possano aspettarlo questo fantomatico piano "Fabbrica Italia"? Allora, Sindaco, invece di continuare a dire che la conferma dell'impegno della FIAT a rimanere radicata in Italia è una buona notizia, cominciamo a chiedere a questo Governo e a quella proprietà di aprire un Tavolo urgente sul futuro di quei lavoratori, adesso. Facciamolo per primi. Lo dobbiamo fare, perché, altrimenti, diversamente, quella di Mirafiori non solo sarà un'eutanasia, ma sarà un'eutanasia che colpirà per primi quei lavoratori. Diciamocelo con chiarezza, Marchionne porterà a casa la sua operazione finanziaria, noi forse rischiamo di perdere la principale fabbrica di Torino, ma, a questo punto, almeno diamoci la priorità della riduzione del danno. Non possiamo continuare a fare lo sportello di comunicazione di "Fabbrica Italia" e soprattutto della FIAT a Torino. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Non avendo altri iscritti a parlare, come da accordi conclude il dibattito il Sindaco. La parola al Sindaco. SINDACO Ringrazio naturalmente i Consiglieri per questa discussione ed è del tutto evidente che - come avvenuto già più volte in questa sede - il Consiglio Comunale segua queste vicende, ne discuta ed esprima orientamenti. Dopodiché, io dico con grande franchezza che ho sentito molte cose che non condivido e che mi sembrano espressione più di una lettura di natura politico-ideologica che non di una lettura della realtà. È del tutto giusto sottoporre a valutazione e anche a critiche i comportamenti di una dirigenza aziendale, come qui molti interventi hanno fatto, a condizione però che intanto si parta dall'analizzare qual è lo stato del mercato, del settore e il contesto in cui questa azienda opera. 15 giorni fa, il Gruppo Peugeot-Citroën ha annunciato la chiusura - non la cassa integrazione - dello storico stabilimento di Aulnay, stabilimento dove è nata la Citroën all'inizio del Novecento, che in questo momento occupa 7.500 dipendenti. La General Motors, qualche settimana fa, ha denunciato una difficoltà produttiva tale da mettere in causa, qualora fosse portata alle sue conseguenze, 2 stabilimenti di General Motors in Europa. La Volkswagen, che sta meglio di altri, guadagna grazie all'alta redditività di Audi e dei suoi modelli, ma perde significative quote di mercato su Seat, ha annunciato un profondo processo di ristrutturazione dei modelli produttivi di Skoda e Seat. I dati sulla flessione del primo semestre 2012 sul primo semestre 2011 ci dicono che la FIAT ha perso il 17% di vendite, Opel ha perso il 15%, Renault il 19%, Peugeot il 16%, Citroën il 14%, Seat il 17%. Queste cifre dicono che circoscrivere tutto alle responsabilità del gruppo dirigente FIAT - su cui poi tornerò -, prescindendo da quello che è il contesto, è un modo di leggere la crisi che mi pare quantomeno limitato. C'è una crisi profonda del settore automobilistico in Europa, non in altri mercati, come sappiamo, che è la più grave crisi che il settore automobilistico conosca in questo nostro continente dal Dopoguerra ad oggi. E stanno soffrendo in misura più o meno grande tutti i gruppi industriali, FIAT compresa. Anzi, FIAT soffre di più. Tra le ragioni per cui soffre di più, ci saranno anche probabilmente limiti soggettivi in chi la guida, ma c'è un dato strutturale che, anche questo, non può essere ignorato da chi si occupa di queste cose, cioè che da sempre la FIAT è un'azienda concentrata sulle piccole cilindrate, segmento A e segmento B. E segmento A e segmento B sono esattamente i due segmenti che hanno subito la più grande flessione di vendita. Ancora una volta, per non stare a letture cervellotiche, le cifre sono più forti di qualsiasi opinione, i dati ci dicono che il settore delle piccole ha subito una flessione, semestre su semestre, primi sei mesi 2012/2011, di tutti i gruppi del 18%, le utilitarie del 40%, le medie del 26%, le medie superiori del 14%, le superiori del 2,80%. È una constatazione che chiunque può fare: la prima cosa che accade, quando c'è una fase di crisi in una famiglia, è rinviare il cambio della macchina. E rinviano il cambio della macchina più quelli che comprano una Panda o una Punto, che non quelli che comprano una Saab o una Bmw, per ragioni di reddito e di condizioni di vita. Queste cifre lo dicono. Io dico che intanto con questi dati bisogna fare i conti, perché ragionare in astratto, senza fare i conti con questi dati di mercato, mi sembra un modo non utile rispetto poi a quello che dobbiamo fare, perché io sono assolutamente d'accordo che occorre un'iniziativa attiva, che non si può semplicemente aspettare che la crisi passi, che non può essere soltanto neanche una responsabilità della FIAT, ma, per mettere in campo una strategia che sia utile, bisogna partire intanto da un esame obiettivo di quelle che sono le variabili in campo e i fattori che determinano una situazione di crisi. E i fattori sono quelli lì. Dopodiché, io penso che l'incontro che c'è stato sabato tra FIAT e Governo abbia acquisito tre punti che io considero non scontati. Il primo è che quell'incontro è stato un incontro vero, perché un incontro tra il Governo e la principale azienda privata del Paese che si protrae per 6 ore non è un incontro formale. È un incontro nel quale si affronta nel merito una situazione critica e si cerca di individuare come affrontarla. Il fatto che quell'incontro si sia concluso diciamo con l'impegno a proseguire il confronto tra Governo e azienda per l'individuazione delle misure che possono essere messe in campo, dall'azienda per la sua parte, dal Governo per la sua parte, per arginare e contrastare la crisi e quindi rimettere in moto un processo di crescita, io non lo considero affatto un esito scontato e ovvio, perché non era affatto così alla vigilia di quell'incontro. Sottolineo il fatto che in quell'incontro si sia discusso di possibili provvedimenti di defiscalizzazione per le esportazioni, o altre misure di questo genere, e che non si sia discusso in nessun momento di cassa integrazione in deroga; cioè, il fatto che ci si sia concentrati sugli elementi di politica industriale e non di salvaguardia solo dell'occupazione, io lo considero ancora più significativo. Secondo punto di quell'incontro. C'è stata lì una dichiarazione esplicita, che peraltro corrisponde esattamente alla dichiarazione che era stata fatta a me da Marchionne e John Elkann, che io avevo reso nota qualche giorno prima, sul fatto che la FIAT non intende minimamente lasciare il Paese e dismettere siti produttivi che ha nel nostro Paese. Dopodiché, non è ancora sufficiente una dichiarazione di questo genere? Ma intanto quella dichiarazione è stata fatta e sta agli atti. Ed è stata fatta di fronte al Presidente del Consiglio, di fronte a tre Ministri con un grado di asseverazione pubblica ed istituzionale che non potrà tra 15 giorni o tra 6 mesi essere messa facilmente in discussione o smentita. Terzo. In quell'incontro, il Governo si è impegnato ad attivare meccanismi che possono consentire di sostenere le nostre aziende, non solo la FIAT, che esportano e, in funzione di questo, c'è stato un annuncio, che andrà verificato e che è scritto anche nel comunicato finale di quell'incontro, cioè l'impegno della FIAT a riorientare la propria organizzazione produttiva in ragione da utilizzare siti produttivi italiani a sostegno delle esportazioni. Detto in modo più chiaro e più semplice, vuol dire che, avendo una capacità produttiva, negli Stati Uniti in particolare, inferiore alla domanda di mercato, si può ipotizzare - così c'è scritto in quel comunicato - che una parte della produzione necessaria a soddisfare quella domanda possa essere allocata sui siti produttivi italiani. Questi tre dati io non sono per buttarli via. Non sono di per sé risolutivi, ma sono tre punti che io penso vadano acquisiti e che consentono di innestare un'iniziativa, perché, detto questo, naturalmente, restano delle cose irrisolte che quell'incontro non ha risolto. In particolare, quello che tutti ovviamente si chiedono e ci chiediamo è: acquisito che c'è una condizione di crisi, acquisito che questa condizione di crisi rende complesso e difficile l'immissione di modelli in un mercato che non compera, io vorrei segnalarvi che tra le tante accuse che si possono fare alla FIAT - ce ne sono tante - non la si può accusare di non aver fatto l'investimento su Pomigliano, perché è l'unico che è stato fatto. Non si può neanche dire che a Pomigliano sia stato messo un modello obsoleto, perché la Panda notoriamente è uno dei modelli che funziona. Se ne producono 600 ogni giorno e se ne vendono 200. È un dato. Io non credo che possa vivere a lungo un'azienda che ogni giorno mette sui piazzali 400 macchine invendute. Vi segnalo che sono finiti i tempi in cui si lavorava a magazzino. Nel 1973 la FIAT produceva 1.700.000 vetture; sui piazzali ne aveva 130.000 tutti i giorni. Allora Si diceva, con un termine tecnico, "polmonatura", cioè un polmone che consentiva che se un modello tirava, non c'era bisogno di fare straordinari, perché prendevi di lì, e se un modello non tirava tanto, da 150 diventavano 160.000. Bene, l'organizzazione produttiva in nessuna da parte del mondo ha più questa logica. Tutti lavorano just in time, in presa diretta con il mercato, perché accumulare prodotto a magazzino costa. Lo capisce chiunque. Con il costo che ha il denaro oggi, è un costo anche più acuto che nel passato. Allora, facciamo i conti anche con questo dato. Noi stiamo tutti a dire: tirate fuori i modelli, ma guardate che è di buon senso che, se io tiro fuori un modello e non viene comperato, quel modello l'ho bruciato. Il problema vero non è quello di chiedere di tirare fuori i modelli oggi, che difficilmente soddisfano una crisi di domanda, il vero problema - questo sì non è stato risolto dall'incontro, è questa la questione su cui, io credo, noi dobbiamo chiedere alla FIAT un impegno più chiaro di quello fin qui manifestato - è che cosa si mette in campo da qui in avanti per fare in modo che, quando il mercato si riprenderà, la FIAT sia in grado di cogliere le opportunità che un mercato in ripresa potrà offrire, perché questo è il nodo vero. È stato anche citato dal Consigliere Lo Russo ed è una questione che ieri poneva, per esempio, il Sole 24 Ore. Siccome sappiamo tutti che un modello, per essere implementato, dal momento in cui viene ideato al momento in cui esce sul mercato richiede dai 18 ai 24 mesi; ipotizziamo che la ripresa possa essere dal 2014 in poi, la scelta bisogna farla adesso, perché si è già dentro ai 18-24 mesi. Questa è la questione, secondo me, su cui noi dobbiamo insistere, cioè acquisire elementi. Nessuno vuole i disegni dei prodotti industriali, perché nessuna azienda li esibisce, è evidente, però acquisire la certezza che si continui a progettare, per prepararsi alla fase di ripresa, affinché, quando questa fase di ripresa segnerà dei fatti significativi, l'azienda sia in grado di cogliere le opportunità che una ripresa offre e non stare, a quel punto, scoperta rispetto ai concorrenti. Questa è una questione che è giusto porre e che io ho posto e che continuerò a porre, perché questa è la questione vera. Per cui, a me non sembra tanto utile un dibattito recriminatorio: "Fabbrica Italia" era giusto, non era giusto, ci hanno detto la verità, non la verità. Guardate, di dibattiti recriminatori sono piene le biblioteche di tutto il mondo. Il nostro problema è guardare alla situazione di oggi e alla prospettiva. E il problema che abbiamo è quello di creare le condizioni perché la FIAT esca da questa crisi in grado di cogliere le opportunità che il mercato offrirà, quando questa crisi finalmente cesserà. Questo è il punto su cui, io penso, noi dobbiamo avere un'iniziativa - le Istituzioni, il movimento sindacale, il Governo, tutti insieme, ciascuno per la propria parte - nei confronti della FIAT. Acquisire la certezza che la FIAT metta in campo tutto ciò che è necessario per essere all'altezza delle sfide che il mercato porrà, nel momento in cui si riaprirà. L'impegno della Città in questa direzione c'è stato. Si dice: l'Amministrazione, il Sindaco è distratto. Io non sono distratto affatto. A parte il fatto che vorrei segnalarvi, una volta per tutte, che non è che tutto quello che fa il Sindaco dev'essere esposto a comunicati quotidianamente, e vi garantisco che con Marchionne e con Elkann io parlo con una periodicità molto frequente. Vi segnalo che l'incontro che il Vicesindaco ed io abbiamo fatto con Marchionne e John Elkann ha acquisito esattamente gli stessi elementi che sono stati dati al Governo qualche giorno dopo. A conferma del fatto che la nostra parte la facciamo e che non è vero che ad altri viene detto più che a noi. Quindi, diciamo, da questo punto di vista, almeno essere consapevoli che facciamo la nostra parte come è giusto che la facciamo. Penso che dobbiamo continuare ad avere un rapporto molto intenso e continuo con l'azienda ed insistere su questo punto, dicendo anche che noi siamo pronti - come io ho detto più volte - a fare tutto quello che è nelle possibilità di un Comune (che naturalmente non è né lo Stato, né la Regione dal punto di vista delle competenze di politica industriale) per favorire che l'azienda possa mettersi nelle condizioni di predisporsi ad avere un'offerta produttiva giusta e adeguata al momento della ripresa. Questo dobbiamo farlo. Si dice: diamo per scontato che se ne vadano e apriamo le porte a produttori stranieri. Io anche qui vorrei che tra di noi dicessimo dalle cose sensate. Intanto, in questo momento in Europa non vedo una sola azienda che sta aprendo stabilimenti nuovi. Vedo solo aziende, tutte, Volkswagen compresa - ho fatto riferimento a Skoda e Seat - che stanno discutendo se tenere quello che hanno o ridimensionarsi, perché la crisi c'è. Quindi, in un momento in cui in Europa non c'è uno che apre uno stabilimento, noi gli diciamo: vieni in Italia ad aprirne uno. Mi sembra complicato. Così come - devo dire - sono abbastanza colpito da questa ventata di esterofilia per cui adesso se arriva qui un francese, un tedesco o uno svedese, certamente noi siamo più tranquilli e garantiti di chiunque altro, perché non sta scritto da nessuna parte. Perché voi pensate che se viene qui un'azienda francese o tedesca e apre uno stabilimento e poi si produce una crisi, quel Governo dica ai suoi cittadini nel suo Paese: chiudiamo qui perché dobbiamo tenere aperto a Torino? Ma chi è che mi dà questa garanzia? Cerchiamo anche su questo di ragionare, per favore. Ho citato stamattina non a caso, a dimostrazione dell'impegno di questa Città e di questa Amministrazione, una vicenda che si è consumata circa un anno fa, quando da parte del gruppo dirigente della Chevrolet, firma del gruppo General Motors, si era intenzionati, in una fase diversa del mercato, ad aprire uno stabilimento in Europa e, guardando i vari siti in cui lo poteva aprire, ad un certo punto si orientava a considerare Torino come la sede di allocazione di quegli investimenti. Dopodiché, si sono fermati, perché, avendo un problema gigantesco la General Motors in Germania, diventava difficile spiegare che si chiudevano o si riducevano gli stabilimenti in Germania per aprirne un altro in Italia. Quindi, si sono fermati e la Chevrolet si produce lì. Ragioniamo su delle cose che sono realistiche e concrete. Infine, io sono per avere la massima attenzione ovviamente a FIAT per cosa rappresenta, ma mi colpisce una cosa, però - e lo dico, oltre che da Sindaco, da uomo politico di questo Paese -: in questi anni scorsi, questo Paese ha conosciuto la riduzione o addirittura la chiusura di grandi firme industriali, senza che si sia battuto un colpo. Vorrei segnalare che è sparita dal panorama industriale italiano l'Olivetti e non si è battuto un colpo da nessuna parte. Sta sparendo dal panorama industriale il gruppo Indesit-Merloni, che nell'elettrodomestico è la FIAT, e non si batte un colpo da nessuna parte. Lo dico per dire che va bene così? No, non va bene così, ma che forse tutti dovremmo anche cominciare a liberarci di quel relè ideologico, per cui, se si parla della FIAT, scatta un relè politico ideologico, per cui tutti ci sentiamo amministratori delegati e tutti ne diciamo di tutti i colori, poi, per altre aziende che sono di dimensioni non meno rilevanti... (INTERVENTO FUORI MICROFONO). E perché quegli altri? (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Lasciamo perdere, che se andiamo a vedere su Olivetti i soldi che sono stati dati facciamo un conto... pro capite ce n'è molto di più. Comunque sia, io penso che dovremmo avere anche forse un po' più di determinazione nell'affrontare i tanti problemi di politica industriale che questo Paese ha. Semmai, nei confronti di questo Governo come dei precedenti, mi sento di dire che non c'è stata in questi anni una sufficiente attenzione a processi di riduzione dell'apparato industriale del nostro Paese in più settori e che oggi noi paghiamo. Quindi, tutto questo per dire che allora noi dobbiamo avere un atteggiamento di remissione? No, nessun atteggiamento di remissione. Io credo che noi dobbiamo ribadire con grande chiarezza che vogliamo che la FIAT continui a rimanere in Italia e continui a considerare l'Italia il Paese nel quale l'azienda è nata, si è sviluppata, è cresciuta. Per questo l'azienda deve sentire anche la responsabilità di un dovere sociale e morale nei confronti del Paese e ci dobbiamo battere perché continui a considerare l'Italia - e, per quello che ci riguarda, Torino, che ovviamente è la città dove l'azienda è nata - un presidio strategico e produttivo fondamentale e creare tutte le condizioni perché sia così. Questo non solo perché la FIAT è importante per la città, ma perché - come è stato richiamato qui, e io condivido assolutamente queste considerazioni - avere un produttore finale importante e significativo come FIAT significa anche la certezza e la garanzia di continuare a garantire che Torino continui ad essere quel grande hub del settore automotive che è caratterizzato dalla presenza non soltanto della FIAT, ma da un vastissimo arcipelago di aziende di componenti dell'indotto, che rappresentano una ricchezza della città, del suo apparato produttivo e del suo apparato industriale, e che in questi anni tra l'altro, anche qui, hanno retto, perché si sono misurate con il mercato e da settore indotto, che fino a vent'anni fa era sostanzialmente fornitore di Fiat e stava dentro un sistema di relazione tra azienda e fornitori di tipo autarchico, si è via via evoluto ad essere fornitore di tutto il sistema. Ci sono grandi aziende - ho presente nomi e cognomi - dell'indotto torinese, storiche, che, vent'anni fa, fornivano l'85% del loro prodotto alla FIAT e il restante 15% lo vendevano sul mercato, mentre, oggi, alla FIAT danno il 15% e l'85% lo danno a Volkswagen, a Nissan, a Toyota, a Ford e via di questo passo. Torino continua ad essere, come ancora stamattina io ho detto in un'intervista, uno dei più grandi hub automotive del mondo e la sua forza sta nel fatto che qui si è accumulato, lungo un secolo, un saper fare; c'è un accumulo di saper fare, di competenza, di esperienza, di capacità innovativa, di intelligenza intorno all'automobile che fa sì che, se uno vuol fare una buona automobile, viene qui. Non è un caso che Volkswagen si faccia disegnare le auto da Giugiaro e non da un giapponese, così come non è un caso che Volkswagen rafforzi il suo rapporto con l'indotto di Torino, perché qui c'è un indotto specializzato, così come non è un caso che la BMW, dovendo produrre un nuovo prodotto molto di nicchia dal punto di vista del tipo di auto e molto sofisticato, pensi che Pininfarina potrebbe essere quello in grado di produrlo meglio, perché qui c'è, appunto, un accumulo di storia e di capacità industriale che fa sì che questo sia uno dei posti dove si sanno fare le macchine e, se le vuoi fare bene, vieni qui. Tant'è che 7 compagnie automobilistiche di questo pianeta hanno una parte della loro attività di ricerca, di innovazione e di stile nella nostra città. Se uno va al Politecnico, passando in corso Castelfidardo, tutti i giorni, si imbatte in una grande insegna che dice che il centro di ricerca dei motori della General Motors sta a Torino. Tutto questo è un patrimonio importante, che noi dobbiamo essere in grado di tutelare, di valorizzare e di creare le condizioni non solo perché non si disperda, ma possa continuare a essere una forza del sistema produttivo industriale della città. Questo è l'impegno di questa Amministrazione nel rapporto con l'azienda, nel rapporto col Governo, nel rapporto anche con gli altri Enti Locali con cui siamo in contatto - e promuoveremo, nelle prossime settimane, un incontro dei Sindaci dei Comuni che hanno stabilimenti FIAT, per concordare insieme ulteriori azioni e iniziative - e nel rapporto con i Sindacati, con cui, ancora nei giorni scorsi, io mi sono incontrato. Questo per dire, quindi, che la situazione rimane, ovviamente, come tutti sappiamo, una situazione complessa, difficile, aperta a esiti che non sono scontati - è evidente -, ma proprio per questo noi non assumiamo nessun atteggiamento di rassegnazione o di passività, ma, invece, vogliamo agire - e lo stiamo facendo -, compreso rimettere in pista il completamento del progetto sul TNE, con allocazione di tipo non solo commerciale, ma anche produttivo sul TNE, che vadano nella direzione di creare le condizioni perché FIAT continui ad essere una presenza importante e strategica per l'Italia e per Torino. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Grazie, Sindaco. |