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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 12 Settembre 2011 ore 14,00
Paragrafo n. 11

Comunicazioni del Presidente su "Ricordo vittime dell'attentato dell'11 settembre 2001".
Interventi

FERRARIS Giovanni Maria (Presidente)
In una delle scorse Conferenze dei Capigruppo, su richiesta del Sindaco, è stata
assunta all'unanimità la decisione di ricordare le vittime dell'attentato dell'11
settembre 2001, a dieci anni da quell'evento.
Faccio un'introduzione e poi passo la parola al Sindaco.
Sono passati dieci anni da quel tragico giorno, martedì 11 settembre 2001, ma credo
che nessuno di voi abbia difficoltà a riportare alla memoria le ore che si sono
susseguite e il profondo senso di smarrimento che scaturiva dalle notizie
impressionanti che ci giungevano da radio e televisioni. Ricordo ancora in modo
nitido le immagini, i suoni, i pianti, le sirene.
Un attentato terroristico con un obiettivo altamente simbolico: colpendo le Twin
Towers, si voleva colpire il cuore di New York. Le conseguenze furono sconcertanti,
migliaia le vittime, tutti civili, uomini, donne, bambini.
Un pensiero particolare pieno di gratitudine va agli agenti newyorkesi del Fire
Department, ai loro Vigili del Fuoco, i primi ad intervenire sul luogo della tragedia
per spegnere l'incendio e per soccorrere i feriti, perché il loro è stato un esempio per
tutti di coraggio e generosità, che ha ancora ripercussioni sull'oggi. Infatti, pare si
possa riscontrare nei loro riguardi un'incidenza dei casi di tumore maggiore del 19
per cento rispetto alla media.
Del resto, come ricordava Benjamin Franklin: "Non ci sono mai state una buona
guerra o una cattiva pace"; io oserei aggiungere che non c'è terrorismo buono o
cattivo, il terrorismo va sempre condannato.
Nel decimo anniversario di quell'avvenimento che ha cambiato completamente lo
scenario politico mondiale, vogliamo rinnovare - lo faccio io a nome del Consiglio
Comunale - la nostra partecipazione al dolore dei famigliari e al lutto di un'intera
Nazione, ribadendo con forza la nostra condanna per ogni atto di violenza volto a
colpire i principi fondamentali della democrazia, della giustizia e della libertà. Quegli
stessi principi che questa Sala rappresenta e che noi, sedendo su questi banchi come
Consiglieri Comunali, abbiamo assunto l'impegno di interpretare e difendere.
Senso civico, rispetto reciproco e dialogo costruttivo sono i principali strumenti a
nostra disposizione per operare per il bene della città e di tutti i torinesi e per
affermare i valori fondanti la nostra Costituzione Italiana: l'uguaglianza, la libertà, la
democrazia, la pace, la solidarietà. Questi gli argomenti rispetto ai quali dovremmo
interrogarci: quale uguaglianza tra i popoli stiamo perseguendo? Quale libertà stiamo
affermando? Quale democrazia stiamo costruendo? Quale pace stiamo garantendo?
Per quale solidarietà stiamo lavorando?
Arricchisco la riflessione leggendo una frase tratta dal discorso di Papa Giovanni
Paolo II al Peace Memorial Park, tenuto a Hiroshima il 25 febbraio 1981, dove disse:
"La pace deve essere sempre il fine, pace perseguita e difesa in ogni circostanza. Non
ripetiamo il passato, un passato di violenza e distruzione. Immettiamoci nell'erto e
difficile sentiero della pace, il solo sentiero che si adatti alla dignità umana, l'unico
che conduca verso il vero compimento del destino dell'uomo, il solo che guidi verso
il futuro in cui l'equità, la giustizia e la solidarietà sono realtà e non soltanto dei
sogni lontani". Mi sembra che sia un utile spunto di riflessione rispetto all'antitesi
guerra/pace, male/bene, insito nell'essere stesso dell'uomo e che ha contrassegnato la
storia dell'umanità.
La parola al Sindaco.

SINDACO
Signor Presidente e signori Consiglieri, credo che tutti avvertiamo, a dieci anni di
distanza da quell'evento catastrofico, quanto quell'evento abbia davvero cambiato la
vita del mondo e quanto sia necessario sottolineare il carattere dirompente di quella
tragedia alla luce degli insegnamenti che quella vicenda ci ha sottoposto.
Credo che abbiamo tutti negli occhi le immagini di quei due aerei che, quasi in un
videogame, bucano quei grattaceli che nella loro imponenza sembravano
impenetrabili e come quelle immagini ci abbiano trasmesso la vulnerabilità del
mondo moderno di fronte all'insidia del terrorismo.
Sono state scritte in questi giorni moltissime riflessioni e abbiamo tutti potuto
leggere i commenti e le molte argomentazioni che sarebbe naturalmente eccessivo e
lungo richiamare in questa sede.
Voglio semplicemente richiamare la nostra riflessione, nel momento in cui abbiamo
deciso di ricordare quell'evento e di rendere omaggio alle vittime di quella tragedia
così immensa, su tre aspetti che quell'attentato terroristico ci consegnò allora e ci
consegna tuttora. Quell'attentato rese evidente quanto il terrorismo fosse un'insidia
globale. Non era così scontato, perché il mondo aveva conosciuto fino a quel
momento molti luttuosi eventi terroristici che sempre però erano stati letti e
ricondotti ad una scala locale, come la manifestazione drammatica e traumatica di
crisi circoscritte riconducibili ad una situazione specifica.
Gli attentati in Cecenia erano ricondotti alla guerra civile che scuoteva quella regione
russa; gli attentati in Medio Oriente ad un conflitto che per sessant'anni aveva
pervaso e continua a pervadere quella regione; gli attentati in altre realtà del mondo
erano sempre riconducibili a ragioni specifiche, a conflitti locali e venivano letti in
una dimensione locale.
L'attentato alle Torri Gemelle, come poi successivamente gli attentati alla Metro di
Madrid e alla Metro di Londra ci dissero che c'era un salto di qualità nell'offensiva
terroristica e che il terrorismo non era più soltanto un'insidia che si presentava nei
luoghi di tensione e di conflitto del mondo, ma era un'insidia che investiva l'umanità
intera. Quegli attentati davano il segno che chiunque poteva essere destinatario di un
attentato terroristico, che chiunque poteva essere vittima di quell'orrenda scelta e che
in qualsiasi luogo del mondo il terrorismo avrebbe potuto seminare morte e
sofferenza, se era in grado di seminarle a Manhattan, a Wall Street, nel cuore di
quella New York che rappresentava e rappresenta il simbolo stesso della potenza
americana.
Da allora, abbiamo percepito, appunto, che il terrorismo è qualcosa che ci riguarda
anche quando i suoi atti omicidi avvengono a molte migliaia di chilometri dalle
nostre case, che combattere il terrorismo è una responsabilità comune, perché
l'insidia è globale e ad un'insidia globale occorre dare una risposta che abbia la
capacità di muoversi sulla stessa scala e di cogliere ogni attentato terroristico come
un'insidia condotta alla sicurezza del mondo intero.
Da qui è derivata una seconda considerazione, che ha cambiato molto nelle strategie
politiche e geopolitiche del nostro pianeta, e cioè che, se il terrorismo era un'insidia
globale, la sicurezza del pianeta era una responsabilità comune.
Per lungo tempo la sicurezza del mondo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al
crollo del Muro di Berlino, era stata, sostanzialmente, affidata e delegata alla
dialettica tra le due superpotenze nucleari, che caratterizzavano lo scenario della vita
del mondo. Dal confronto, lo scontro, l'accordo tra l'Unione Sovietica e gli Stati
Uniti derivavano le scelte da cui discendeva la sicurezza del pianeta. Eravamo tutti
consumatori di una sicurezza prodotta da altri.
Dopo la caduta del Muro di Berlino e ancor più dopo il crollo di quelle due Torri,
abbiamo percepito tutti insieme che la sicurezza è un bene comune e che la sua tutela
richiama e sollecita all'assunzione di responsabilità di tutti i popoli e di tutte le
nazioni. Se per lungo periodo siamo stati consumatori di una sicurezza prodotta da
altri, dopo quell'attentato abbiamo percepito che dovevamo essere coproduttori di
una sicurezza comune, che la sicurezza che consumavamo non ci poteva essere
regalata da altri e che c'era la necessità di un'assunzione di responsabilità di ogni
Nazione e di ogni popolo nel concorrere alle scelte di governance del mondo e di
tutela della sicurezza che è comune e che soltanto così, come si è dimostrato in questi
dieci anni, era possibile contrastare il terrorismo con più efficacia di quanto non lo si
fosse fatto prima.
Certo, il terrorismo, essendo un'insidia permanente, essendo una forma di guerra
senza divisa e senza bandiera, può ripresentare il proprio volto omicida e può
provocare le proprie conseguenze catastrofiche in ogni momento e in ogni luogo;
tuttavia, in questi dieci anni, il terrorismo ha subito anche molti colpi e quei colpi li
ha subiti in quanto nel mondo si è affermata una consapevolezza molto più grande: la
necessità di combattere il terrorismo come una priorità fondamentale per tutelare la
sicurezza di ogni Nazione e di ogni persona.
A questa considerazione se n'è aggiunta un'altra: la necessità di ricostruire un
sistema di relazione internazionale fondato sulla multilateralità, sulla multipolarità,
sulla cooperazione tra popoli e nazioni e tra continenti; superare definitivamente
l'idea che si potesse governare il mondo con un approccio unilaterale, che la
sicurezza del mondo potesse essere affidata ad una sola Nazione, per quanto la più
potente del mondo, per lasciare il passo, invece, alla costruzione di un sistema di
relazioni nel quale ogni Nazione e ogni popolo venisse chiamato all'assunzione di
una responsabilità comune e un sistema di relazioni multilaterale sollecitasse
l'implementazione di politiche e di cooperazione economica, diplomatica e politica
in grado di dare alla globalizzazione una governance democratica, incardinata
sull'assunzione di un ruolo via via crescente delle istituzioni internazionali.
Anche questo è un percorso complesso e difficile; la costruzione di una sovranità
globale e di una governance del mondo, che sia capace di guidare la globalizzazione,
minimizzandone i rischi e ottimizzandone i benefici, non è un processo né semplice e
né breve. Tuttavia, questo percorso necessita assolutamente, se vogliamo, che il
grado di accresciuta interdipendenza economica, sociale e culturale, che nella
globalizzazione oggi matura, non si traduca in un'anarchia politica che espone il
pianeta a rischi enormi.
Dare al mondo una governance democratica è oggi assolutamente essenziale per
governare fenomeni, che sono sempre più globali e che hanno bisogno, quindi, di una
risposta globale e all'interno di questo impianto ci sta la consapevolezza che non vi è
una globalizzazione giusta se la globalizzazione si esaurisce nella sua dimensione
economica e non vi è anche la globalizzazione della democrazia e la globalizzazione
dei diritti.
Quello che sta accadendo da alcuni mesi nel Bacino del Mediterraneo, laddove il
nostro Paese si bagna, è la riprova di questo approccio.
I Paesi arabi, le società islamiche, l'intero Bacino Mediterraneo, e non solo, sono
investiti da un sommovimento democratico, che per la prima volta vede grandi
masse, in primo luogo giovanili, protagoniste di un movimento caratterizzato dalla
richiesta di libertà, di apertura, di modernizzazione, di democrazia e di diritti.
È la dimostrazione di quanto nella globalizzazione vi sia la necessità di affermare le
ragioni del diritto e della democrazia in ogni Nazione e in ogni Paese, e come questa
sia una delle condizioni per garantire al pianeta di essere più sicuri. Certo, sappiamo
tutti che questo sommovimento che investe in queste settimane i Paesi islamici e le
società arabe non è scontato negli esiti e quello stesso sommovimento deve fare i
conti con l'acutizzazione di conflitti, particolarmente sanguinosi e drammatici: penso
a quello che sta accadendo da settimane e settimane in Libia; penso a quello che da
settimane e settimane scuote una società come quella siriana.
Proprio per questo, però, noi - e quando dico "noi", dico coloro che credono nei
valori della democrazia, della libertà, ovunque siano collocati - abbiamo il dovere di
sostenere chi, in quei Paesi, si batte per affermare le ragioni del diritto, per affermare
le ragioni di una società democratica e laica, per aprire quei Paesi ad un processo di
modernizzazione che ne cambi il destino, prima di tutto, sotto il profilo della tutela
delle persone e dei loro diritti civili ed umani.
Il terrorismo nella sua offensiva brutale e spietata, e che ebbe, appunto, il suo
momento culminante nella tragedia di New York, ci ha anche obbligato, per un certo
periodo, ad un ripiegamento culturale che ci ha portato spesso a leggere i Paesi arabi
e le società islamiche in modo manicheo e schematico.
È prevalsa, sotto l'incalzare di una paura indotta dal terrorismo e dai suoi attentati,
l'idea che il mondo arabo e le società islamiche fossero un tutt'uno con
l'integralismo e con il radicalismo più spietato. Il sommovimento, che scuote quei
Paesi e quelle società, da alcuni mesi ci dice che non è così, che anche quella parte
del mondo è caratterizzata da una dialettica tra chi crede nel diritto e nella
democrazia e chi, invece, vuol far prevalere le ragioni dell'integralismo e del
fanatismo, perché, se è vero che in quelle società si manifestano fenomeni come i
Fratelli musulmani o gli Hezbollah o Hamas, per parlare di fenomeni caratterizzati da
un radicalismo integralista, è altrettanto vero che in quei Paesi ci sono i giovani della
Primavera di Beirut, ci sono le donne marocchine che hanno imposto il cambiamento
del Codice Civile del loro Paese per la tutela delle donne, c'è Abu Mazen che vuole
la pace con gli israeliani, ci sono i giovani che protestano invocando democrazia e
libertà nelle piazze di Teheran.
Quelle società sono esposte ad una dialettica e noi abbiamo il dovere di vedere
questa dialettica e di stabilire quelle politiche di cooperazione, di sostegno e di aiuto
alle forze che vogliono fare evolvere, nel segno della democrazia e dei diritti, le loro
società, perché questo è utile non soltanto a garantire la tutela della sicurezza delle
persone in quei Paesi, ma la tutela e la sicurezza dei Paesi in tutto il mondo, anche
del nostro.
Mi fermo qui. Si potrebbero, naturalmente, fare molte altre riflessioni, e in questi
giorni, ciascuno di noi, ne ha lette moltissime.
Ieri la Città di Torino ha promosso un'iniziativa di riflessione sul tema dell'attentato
alle Torri Gemelle e sul decennio che sta alle nostre spalle, con la partecipazione di
numerosi e significativi esperti di politica internazionale e di politica americana, ed è
stato un utile momento di confronto. Mille altre occasioni ci sono e ci saranno per
riflettere e per continuare a non smarrire il senso il quella tragedia e il cammino che,
da quella tragedia, la comunità internazionale ha intrapreso.
È certo che è dovere di ogni coscienza democratica, di ogni Paese, di ogni Nazione,
di ogni Istituzione, anche della nostra, essere consapevoli che la tutela della
sicurezza, della libertà, dei diritti di ogni cittadino e di ogni popolo sono le
condizioni fondamentali per garantire a questo pianeta prospettiva di prosperità, di
giustizia, di equità e per garantire ad ogni persona, ad ogni uomo e ad ogni donna, di
vedere riconosciuti i propri diritti e vedere soddisfatte le proprie aspirazioni.
Credo che questo Consiglio Comunale, così come mille altri luoghi istituzionali
hanno fatto in queste ore nel mondo intero, abbia il dovere di riaffermare questi
valori e di riaffermare il suo impegno nella prosecuzione del nostro cammino e nel
perseguimento di questi valori.
Chiudo dicendo che nei giorni scorsi, come probabilmente saprete, perché è stata
data pubblicità alla notizia, ho proposto al Presidente del Consiglio Comunale, che
ha accettato questa proposta, di chiedere alla Commissione per la Toponomastica
della nostra città di individuare una vita o una piazza che possa essere intitolata alle
vittime dell'11 settembre, perché nella nostra città ci sia un segno tangibile, visibile e
permanente della nostra vicinanza e della nostra solidarietà con il popolo americano,
con le sue vittime e con le sue Istituzioni, e ci sia un luogo che mantenga nella
memoria della città una tragedia che appartiene alla nostra storia e di cui tutti, in
qualche modo, dobbiamo sentire l'enorme responsabilità.

FERRARIS Giovanni Maria (Presidente)
Grazie, Sindaco.
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