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FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Prego il signor Sindaco di procedere con l'illustrazione delle linee programmatiche 2011-2016 per il Governo della Città di Torino. SINDACO Grazie, signor Presidente. Grazie, Consiglieri, di questa occasione e opportunità che, a norma di Statuto della Città, vede all'inizio della tornata amministrativa il Consiglio Comunale esaminare le Linee programmatiche che la Giunta propone per la tornata amministrativa 2011-2016. Le Linee programmatiche vi sono state distribuite, quindi non ripeterò analiticamente tutto ciò che in quelle quaranta pagine è contenuto e che presumo ogni Consigliere avrà potuto esaminare. Quello che mi sforzerò di fare qui oggi, ad integrazione e completamento del testo scritto che vi è stato distribuito, è offrire la visione strategica che quel programma delinea per i prossimi cinque anni di governo di Torino. Parto dalla considerazione (più volte fatta durante la campagna elettorale e anche nelle settimane scorse) di quanto Torino, negli anni che abbiamo alle spalle, abbia conosciuto una gigantesca trasformazione della sua identità. Una città che per quasi un secolo aveva identificato se stessa in una vocazione - l'industria manifatturiera, in particolare l'industria manifatturiera automobilistica -, negli ultimi vent'anni è venuta conoscendo una evoluzione della propria identità verso una pluralità di vocazioni. Torino è oggi una città industriale e vogliamo che continui ad essere tale. E quando dico "continui ad essere tale" significa mantenere e valorizzare quello straordinario patrimonio e giacimento di esperienze, di competenze, di saper fare che è incorporato nell'esperienza industriale di questa città, a partire dal suo settore automobilistico e dalla sua principale azienda, la FIAT. Al tempo stesso, però, Torino è diventata anche tante altre cose. Torino è oggi una città finanziaria, visto che qui hanno sede presidi strategici dei due principali Istituti bancari del Paese. Torino è una grande città terziaria, perché in questi anni di trasformazione le attività terziarie si sono espanse in ogni settore. Torino è una grande città universitaria (tornerò su questo punto), anche se spesso non si percepisce come tale, stante che ha due tra i principali Atenei di questo Paese, 100.000 studenti universitari e in totale 130.000 persone su 900.000 abitanti ruotano, nella loro vita e nella loro attività, intorno all'Università. Torino è una grande capitale di cultura, perché in questi anni è venuto crescendo l'investimento culturale e forse oggi è una delle città italiane che più mette a disposizione dei suoi abitanti e dei tanti che la visitano un'offerta culturale straordinaria. In virtù di questo essere sempre di più anche una grande città di cultura, Torino è divenuta una meta turistica, cosa del tutto inedita per una città che per lungo periodo non aveva conosciuto questa vocazione e questo profilo. Una città, insomma, plurale nelle vocazioni, nelle identità. Io penso che questo profilo non si esaurisca in ciò che è avvenuto fin qui. Dovremo continuare (da qui parto nella mia esposizione) anche nei prossimi anni ad operare perché questa pluralità di vocazioni si consolidi e si rafforzi. Nella pluralità delle vocazioni sta la nuova identità della città e nella capacità di implementare, consolidare, espandere questa pluralità di vocazioni sta la possibilità di far crescere Torino e di sottrarla ai rischi che la crisi economica e sociale manifesta anche nella nostra città. In questo sta la forza di una Città, che deve continuare ad essere "capitale". Celebriamo quest'anno il 150° Anniversario dell'Unità del Paese e del ruolo di Torino capitale, ma Torino è stata capitale, nel corso di questi 150 anni, molte volte e in molti campi. Non è stata soltanto capitale istituzionale dello Stato: Torino è stata una delle capitali del primo grande processo di modernizzazione industriale del Paese alla fine del 1800. Torino è stata una delle grandi capitali del pensiero laico- progressista, espresso da personalità di valore nazionale ed internazionale come Gobetti, Gramsci, Bobbio, Foa e tanti altri; e, al tempo stesso, è stata una delle capitali del solidarismo cristiano, se solo si torna con la mente ai "santi sociali" e all'esperienza di apostolato sociale della Chiesa che intorno a quei santi si è realizzata nella nostra città. Torino è stata una delle grandi capitali della lotta antifascista e della lotta di liberazione del Paese per la conquista della democrazia e della libertà. Torino è stata una delle capitali della ricostruzione post-bellica nell'immediato dopoguerra e una delle capitali di quel boom economico che ha fatto diventare l'Italia una grande Nazione industriale quale è oggi. Torino è stata una straordinaria culla di integrazione, laddove questa città ha conosciuto, nell'arco di vent'anni, l'arrivo di centinaia di migliaia di persone da ogni Regione d'Italia, che qui venivano perché qui c'era lavoro e c'era la possibilità di trovare dignità di vita e di futuro. E la città è stata capace di realizzare una straordinaria esperienza di integrazione, di cui forse dovremmo ricordarci di più quando oggi siamo di fronte a problemi, sia pure di profilo diverso, che ci ripropongono il tema dell'integrazione, che anche oggi è uno dei temi cruciali della vita e del futuro di Torino. Torino è stata una città nella quale il patrimonio di intelligenza, di sapere, di competenza, di professionalità, di saper fare ha prodotto invenzioni, scoperte, produzioni, che poi sono diventate patrimonio nazionale. Torino è la città dell'auto; è la città dove sono nate le telecomunicazioni in Italia; è la città dove sono nate la radio, la moda ed il cinema; è la città che ha avuto la prima orchestra sinfonica di questo Paese; è la città nella quale è nata e cresciuta una grande casa editrice che ha segnato la cultura italiana, come la casa editrice Einaudi. E si potrebbe continuare ricordando tanti altri primati della nostra città. In tutto questo Torino è stata capitale, al di là dell'aver ricoperto soltanto per cinque anni la funzione di capitale istituzionale dello Stato. È stata capitale perfino negli anni bui e duri, quando il terrorismo ha cercato di colpire la democrazia italiana. Qui si è combattuto in prima linea per sconfiggere la violenza e Torino ha assolto una funzione fondamentale nel garantire la salvaguardia delle Istituzioni democratiche e repubblicane. Torino è stata anche una città simbolo e di frontiera negli ultimi vent'anni, laddove questa città ha conosciuto quella gigantesca trasformazione di se stessa e della sua identità che viene esaminata e studiata (non soltanto in Italia) come un esempio significativo di come una grande città può cambiare pelle e identità senza recidere le proprie radici e la propria storia. Dobbiamo essere tutti consapevoli che noi siamo espressione di questo straordinario patrimonio storico, culturale, sociale, umano e che Torino è in grado, proprio perché è tutto questo, di affrontare le sfide che ha di fronte a sé. Nell'illustrazione delle Linee programmatiche, ho riassunto le sfide che la città ha di fronte in dieci grandi sfide, declinando poi, lungo il programma che vi ho presentato, come affrontare quelle dieci sfide. La sfida, in primo luogo, di assicurare un futuro ai propri figli, ai giovani. Come il resto della società italiana, Torino vive questo problema in modo sempre più acuto ed emergenziale, se è vero com'è vero che non soltanto in Italia c'è una disoccupazione giovanile che investe un terzo della popolazione giovanile di questo Paese. Ma questa città, pur appartenendo alla parte più ricca del Paese, esprime un livello di disoccupazione giovanile 3 punti superiore alla media nazionale. La grande sfida del lavoro e della crescita, come la condizione fondamentale per realizzare quell'accumulazione di risorse necessarie a garantire lo sviluppo della città e per garantire che Torino possa continuare ad assicurare ad ogni cittadino un futuro di lavoro, di certezza di reddito, di opportunità e di occasioni. La sfida demografica, per fare i conti con una configurazione demografica che è venuta e viene trasformandosi ogni giorno e che cambia, per un verso, perché l'allungamento dell'età media determina un invecchiamento della popolazione che ci sollecita sempre di più a strategie di invecchiamento attivo. Per altro verso, una città che già oggi vede tra i suoi abitanti il 15% di cittadini nati molto lontano da qui e che, dunque, deve fare i conti con flussi migratori che investono e incidono sul profilo demografico della città. La sfida della competitività, che sempre di più nel mondo della globalizzazione non è soltanto competitività tra imprese, ma è competitività fra territori; in particolare fra territori che hanno dentro di sé un patrimonio di competenza, di sapere, di esperienze e di accumulazione culturale particolarmente forte, come l'area torinese. La sfida di una società che richiede sempre di più sapere, conoscenza, formazione come condizione per garantire sviluppo, lavoro e futuro. La sfida dell'innovazione, di un'innovazione di sistema, capace di investire ogni settore della vita economica, sociale e culturale della città, facendo dell'innovazione la leva di continui mutamenti, trasformazioni e cambiamenti che tengano Torino e il suo modo di essere all'altezza della dinamica del tempo della globalizzazione. La sfida di una società che sia capace di non rassegnarsi alle ineguaglianze e che, invece, persegua giustizia ed uguaglianza in un quadro di legalità, in un Paese nel quale negli ultimi anni la soglia della legalità si è pericolosamente abbassata. La sfida di un gap infrastrutturale (ci tornerò più avanti, anche parlando della TAV), che rischia di essere un vincolo negativo per lo sviluppo. Un deficit che abbiamo necessità di rimuovere se vogliamo garantire alla città e alla nostra regione di cogliere tutte le occasioni e le opportunità che il sistema di relazioni economico e sociale può offrire. La sfida della sicurezza, che sempre di più viene percepita dai cittadini come un bene prezioso per garantire a se stessi, alla propria famiglia e ai propri figli quelle condizioni di serenità nelle quali poter esercitare la propria vita e la propria attività. Infine, la sfida dei diritti, di una città che vuole essere anche capitale dei diritti delle donne, affermando effettivamente e concretamente una parità di genere in tutti i campi. Dei diritti dei giovani, che sono oggi i soggetti della nostra società che più vedono compromessa, dalla precarietà, la propria condizione esistenziale. Dei diritti di coloro che, pur non essendo nati qui, hanno però eletto questa città come luogo della loro vita per crescere i loro figli, per affermare le ragioni della dignità della propria esistenza. Dei diritti delle persone, qualsiasi siano le scelte di vita e di convivenza che ogni persona ha compiuto per sé e per il proprio futuro. Misurarsi con queste dieci sfide significa mettere in campo una strategia adeguata, avere una visione dello sviluppo di lungo periodo della città e, in particolare, individuare quattro motori fondamentali per vincere queste sfide. Il primo motore che individuo come essenziale - e percorre le linee programmatiche in più punti - è collocare il futuro di Torino dentro spazi ed orizzonti ampi e globali. Torino è una città che è sempre vissuta di internazionalizzazione e nell'internazionalizzazione. Gran parte delle imprese di Torino hanno il loro punto di forza nell'esportazione e nelle relazioni con mercati internazionali. Le due Università di Torino vivono, ormai da anni, in una rete di relazione e di cooperazione con una quantità amplissima di Atenei, che colloca Torino sempre di più in un sistema universitario di scala globale. Torino è sede di presenza internazionale, dal Polo ONU alla Fondazione per la formazione dell'Unione Europea ed altre Istituzioni di ricerca e di formazione di livello nazionale ed internazionale, che consentono a questa città ed alle sue Istituzioni di ricerca e culturali di stare dentro reti larghe nel campo dell'accumulazione e produzione del sapere. Torino è una capitale di cultura che sempre di più può alimentare questo suo profilo collocando la sua offerta culturale dentro reti di cooperazione culturale internazionale. Torino è una città che, già oggi, è gemellata ed ha partnership con cinquanta città di ogni Continente. Sono tutti aspetti che dicono che la nostra città va sempre più collocata dentro ad orizzonti ampi, che sviluppino e promuovano tutte le reti (le reti dell'Università e del sapere, le reti della ricerca, le reti istituzionali e le reti che sono date dal sistema produttivo); significa collocare Torino sempre di più in una relazione culturale ampia e far crescere così la sua dimensione culturale dentro un orizzonte che non sia né provinciale, né soltanto nazionale; significa cogliere tutte le opportunità e le occasioni che l'Unione Europea e le sue politiche di integrazione ed i progetti di cooperazione offrono; significa collocare sempre di più la città dentro uno spazio che colga tutte le opportunità di integrazione sovranazionale e di scala globale. E, in questo senso, Torino si propone anche come un grande crocevia strategico del Nord. Le relazioni tra Torino e Milano sono sempre più un punto strategico per entrambe le città, per le relazioni che già le legano sul piano economico, sociale e culturale e per le opportunità e le occasioni che, nel futuro, si potranno presentare: sul piano dei collegamenti infrastrutturali, in occasione dell'Expo 2015, nella cooperazione culturale, espandendo l'esperienza di MITO SettembreMusica, e sul piano delle relazioni che le nostre società partecipate, che rappresentano le principali multiutilities di questo Paese, possono realizzare. Allo stesso modo, dentro a questi orizzonti più ampi, diventa strategico il rapporto che Torino può esercitare nelle relazioni tra il Mediterraneo, il Sud Europa ed il Nord Europa, ed il rapporto quindi con Genova ed il suo sistema di portualità. Relazioni con Milano e Genova che vanno pensate in un Nord non separato, ma in un Nord che, invece, utilizza la propria maggiore capacità e la propria maggiore accumulazione di risorse, di sapere e di ricchezza a vantaggio di se stesso e di tutto il Paese. Parte da qui il valore fondamentale di dotare Torino ed il Piemonte di un sistema infrastrutturale adeguato a questi orizzonti ampi. E sta qui, quindi, il valore di un investimento come il Corridoio n. 5 e la TAV, che del Corridoio n. 5 è l'espressione. Nelle scorse ore ho già avuto modo di esprimere il mio giudizio su quanto è accaduto in Val di Susa. Penso che ciò che è accaduto sia inaccettabile per qualsiasi coscienza civile e democratica. È del tutto legittimo non condividere la realizzazione di una grande opera infrastrutturale, ma in una democrazia chi non condivide una scelta la contrasta con la ragione e con le parole. Le spranghe, le pietre, le bombe all'ammoniaca e i bastoni non fanno parte della strumentazione di una società civile e democratica ed è compito di ogni coscienza civile e democratica bandire l'utilizzo di queste metodologie di intimidazione, di sopruso e di violenza, tanto più in una realtà come quella torinese che ha conosciuto, in un tempo non lontano, periodi bui in cui il ricorso alla violenza ha prodotto sofferenze e lutti di cui nessuno sente nostalgia. Penso che sia un impegno di tutti noi lavorare affinché Torino sia dotata di infrastrutture adeguate ed essere partecipe del progetto del Corridoio n. 5. In un precedente Consiglio, affrontando questo tema, ho già avuto modo di dire che evocare la TAV in Val di Susa come se fosse una ferrovia di scala locale è un errore di analisi e di valutazione, da cui, di conseguenza, deriva un errore di giudizio. La TAV in Val di Susa è il tratto di un grande corridoio intermodale di mobilità, di sviluppo e di investimenti; il Corridoio n. 5 è uno dei trenta corridoi di cui l'Unione Europea, con il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000, si è dotata per sostenere lo sviluppo ed un più alto tasso di crescita. Se Torino ed il Piemonte dovessero rinunciare ad essere partecipi di questo grande investimento (che non è soltanto una linea ferroviaria, ma è un asse di mobilità ferroviario, viario, di tecnologie digitali, di investimento e di sviluppo), si condannerebbero alla marginalità rispetto a quelle che sono le dinamiche di crescita e di sviluppo del Continente. Per questo motivo, penso che occorra operare perché l'Italia sia pienamente partecipe di questo investimento, così come lo devono essere il Piemonte e Torino. Peraltro il tracciato che è stato definito (e sulla base del quale, nei giorni scorsi, è stata avviata l'apertura del cantiere per le prime opere) è stato ampiamente discusso e verificato nel corso di anni, con una rimodulazione e riformulazione di quel tracciato, che consente oggi di non avere significativi cantieri nella Bassa Valle, laddove l'Alta Velocità può utilizzare la ferrovia storica, e che consente nell'Alta Valle (dove, invece, gli investimenti infrastrutturali sono assolutamente essenziali per poter realizzare l'Alta Velocità) di dare corso a quegli investimenti totalmente in galleria, riducendo al minimo gli impatti ambientali esterni, che inizialmente erano una delle ragioni della contestazione di una parte della popolazione. Per queste ragioni dobbiamo lavorare affinché questa opera si realizzi e, in ogni caso, non possono essere i bastoni o le bombe all'ammoniaca a decidere dello sviluppo della nostra Regione e della nostra Città. Dobbiamo avere lo stesso impianto per quanto riguarda altri grandi investimenti infrastrutturali che collocano Torino ed il Piemonte dentro orizzonti ampi: il potenziamento del sistema aeroportuale (sia nella direzione di un potenziamento dell'Aeroporto di Caselle, che di un miglioramento dei collegamenti tra Torino e l'Aeroporto intercontinentale di Malpensa) e lo sviluppo di reti e collegamenti tali che ci consentano di essere un effettivo crocevia nelle comunicazioni Est-Ovest e Nord-Sud. Il secondo motore che indico nella relazione è quello dell'innovazione. Sappiamo tutti che nel tempo della globalizzazione vince la qualità, cioè vince chi è in grado di immettere sistemi di produzione, prodotti, beni e servizi a maggiore valore aggiunto e a maggiore contenuto di qualità. Tanto più questo vale per quei Paesi come l'Italia che sono a più alto costo di produzione del lavoro, che non sarebbero mai in grado di competere nell'economia globale con il costo di produzione dei Paesi emergenti. Paesi come l'Italia hanno ancora più bisogno di spostare la loro capacità competitiva sul terreno della qualità. Quindi, l'innovazione diventa la leva strategica di qualsiasi politica di sviluppo: in primo luogo, innovazione del sistema produttivo, scommettendo sempre di più nella specializzazione tecnologica dei prodotti e dei sistemi produttivi, nell'implementazione di una costante e continua attività di ricerca e di innovazione nei diversi settori industriali e terziari e nella concentrazione dell'utilizzo delle risorse nella produzione di beni e servizi a più alto valore aggiunto. Vanno in questa direzione una serie di scelte che sono indicate nelle Linee programmatiche: il consolidamento sull'area di Mirafiori del Polo del Design Industriale, che verrà rafforzato con l'insediamento su quell'area del Polo dell'Ingegneria dell'Auto e di attività ad esso connesse, di ricerca, di innovazione e di incubatore tecnologico; il rafforzamento del Polo Aeronautico, come espressione di quella accumulazione di esperienza che si è realizzata intorno alla presenza di Alenia nel tessuto produttivo e industriale torinese; la realizzazione sull'ex area Westinghouse dell'Energy Center, come concreta dimostrazione della volontà di investire sul terreno delle tecnologie per le energie alternative e per la qualità ambientale. Nella stessa direzione vanno le innovazioni nel campo del terziario e dei servizi: la digitalizzazione della Città, a partire dalla diffusione della banda larga e delle reti digitali; l'applicazione su larga scala dell'e-government nel rapporto tra cittadini e macchina comunale; l'adeguamento della rete commerciale e di distribuzione agli standard di oggi, utilizzando tutte le potenzialità che l'ICT mette a disposizione del sistema produttivo e terziario. Nella stessa direzione va l'utilizzo dell'innovazione per la riorganizzazione della Città, per la mobilità sostenibile e per la qualità ambientale. La partecipazione della nostra Città ad un progetto europeo di grande significato come Smart City, così come il potenziamento delle attività di innovazione, di ricerca e di applicazione dell'Environment Park ed altre attività che si muovono nella stessa direzione hanno l'obiettivo di sostenere in ogni modo l'applicazione dell'innovazione alla qualità della mobilità ed alla qualità ambientale del vivere urbano. Questa innovazione deve investire anche l'organizzazione del welfare, sia nella sua dimensione di cura della salute e del benessere dei cittadini, sia nella sua dimensione socio-assistenziale. Il progetto della Città della Scienza e della Salute muove nella direzione di fare di Torino un punto dell'eccellenza nel campo sanitario, facendo in modo che intorno a questa eccellenza si determini non soltanto la riorganizzazione dei presidi sanitari esistenti, ma l'attrazione di attività di innovazione, di ricerca e di cura di più alta specializzazione e qualità. Così come va nella direzione di un modello innovativo ripensare il Welfare State locale, le politiche sociali, le forme di erogazione dei servizi fondamentali alla vita delle famiglie e delle persone, ricorrendo in modo sempre più esteso a tutte le forme di sussidiarietà sociale che ci consentano una più forte e più larga compenetrazione tra ciò che eroga l'Amministrazione Comunale con i suoi servizi ed il tanto di politiche sociali che la società, attraverso i suoi soggetti, è in grado di esprimere. Infine, innovazione vuol dire innovazione nell'offerta di sapere. Un'innovazione che dev'essere capace di alzare la qualità del sapere e della formazione in tutta la filiera formativa, dall'infanzia, all'adolescenza, alla scuola superiore, all'Università, facendo di Torino un'eccellenza del sapere e, mettendo in campo una politica di innovazione e di innalzamento della qualità delle politiche del sapere, di realizzare una forte attrattività su Torino di attività di ricerca, di innovazione, di sapere, nazionali ed internazionali, in grado di accumulare un sapere più alto e offrano, quindi, alla città anche questo profilo. Va in questa direzione l'ambizione di fare di Torino sempre di più una grande città universitaria, che si percepisca come tale, non solo perché valorizza ed espande al massimo le potenzialità e le attività forti, che già oggi esercitano l'Università degli Studi ed il Politecnico, ma perché Torino sia città capace di attrarre altre attività di tipo accademico, universitario, nazionale ed internazionale e di essere sede di poli scientifici, tecnologici, nazionali ed internazionali di grande valore e che possono essere ulteriormente espansi. In conclusione, l'innovazione come una leva di sistema. L'innovazione non come un fatto verticale, ma trasversale che permea ed attraversa un'intera società e l'insieme delle sue attività. Il terzo motore che indico nelle Linee programmatiche è la trasformazione urbana. Nel 1980, come sappiamo, quel modello di sviluppo che per quasi un secolo aveva garantito l'espansione di Torino, e cioè l'identificazione forte tra l'industria manifatturiera automobilistica e la città, si inceppò, e il bloccarsi di quel meccanismo ebbe una conseguenza molto concreta: nell'arco di pochi anni ci trovammo con 10 milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse. Quei 10 milioni di metri quadrati vuoti, unitamente al fatto che nel decennio tra l'80 ed il '90 la città passava da 1.200.000 a 900.000 abitanti, ci apparvero, all'inizio, come il segno - quasi fatale - di un declino irreversibile della città. Poi, però, le cose si sono rivelate essere diverse e la disponibilità di 10 milioni di metri quadrati di territorio cittadino si è trasformata in una leva potente e fondamentale di sviluppo della città, perché è grazie esattamente a quella disponibilità di aree che si sono realizzate le grandi trasformazioni di questi anni: dall'abbassamento del Passante Ferroviario, alla realizzazione della prima linea della Metropolitana, alla riorganizzazione dei Poli Universitari, alla riqualificazione delle residenze sulle Spine, alla rilocalizzazione di attività terziarie e commerciali e via di questo passo. Quest'esperienza non vale soltanto per il passato, vale anche per l'oggi e per il domani. Di quei 10 milioni di metri quadrati finora ne abbiamo utilizzati 6; ci sono 4 milioni di metri quadrati di aree di trasformazione industriale che saranno, nei prossimi mesi ed anni, oggetto di ulteriori cambiamenti della vita della città. E, a loro volta, le trasformazioni già fatte e quelle che faremo determineranno ulteriori processi che si tradurranno in liberazione ulteriore di territorio cittadino. Penso, per esempio, al fatto che quando sarà terminato totalmente il Passante Ferroviario, nel 2013, la città potrà tornare in piena disponibilità della stazione di Porta Nuova e di gran parte dell'area retrostante, così come tornerà in disponibilità della città anche l'area su cui attualmente è insediato il nodo ferroviario di Vanchiglia. La trasformazione urbana si è proposta negli anni scorsi e si proporrà anche nei prossimi anni come una grande opportunità: l'opportunità di ridisegnare il volto di Torino. La trasformazione urbana come una leva strategica, per rilocalizzare attività produttive, per riqualificare residenze e patrimonio abitativo, per ridurre le differenze tra centro e periferia, per completare la riorganizzazione dei Poli Universitari, per proseguire nella riorganizzazione di una mobilità sostenibile, per riqualificare ambientalmente la città a partire dall'espansione del verde e della disponibilità di aree ambientalmente qualificate. In particolare, grazie a questa trasformazione urbana, noi potremo continuare nella realizzazione di una mobilità sostenibile, che: con il completamento del Passante Ferroviario, realizzi il sistema ferroviario metropolitano; porti la Linea Metropolitana n. 1 in Piazza Bengasi e poi progetti ed implementi l'espansione sui rami esterni, verso Rivoli e verso Nichelino-Moncalieri; avvii la progettazione e l'implementazione del primo tratto della seconda Linea. Potremo, grazie a questa trasformazione urbana, affrontare il problema delle energie pulite, dei mezzi ecologici, dello sviluppo di parcheggi sotterranei e, connesso a questo, dell'espansione di forme di trasporto sostenibile (come il bike sharing e il car sharing), e così potremo affrontare i grandi nodi dell'attraversamento della città e delle dorsali di attraversamento sugli assi tangenziali. Così ancora disponibilità di territorio significa poter proseguire nella determinazione di una qualità ambientale alta, realizzando il completamento del termovalorizzatore, il completamento del teleriscaldamento a tutta la città e l'avvio dell'utilizzo della stessa rete per il telerinfrescamento d'estate, l'espansione della Corona Verde, del programma Torino Città d'Acque, la crescita della raccolta differenziata, un piano straordinario per la manutenzione della città. Questo ci consentirà di rendere concreto quello che ci viene oggi evocato spesso come un problema non risolto, e cioè la differenza forte che ancora distanzia la qualità della vita urbana nel centro della città dalla qualità della vita nelle periferie, tema che tutti avvertiamo come urgente e che può essere affrontato dando vita ad una città policentrica, non una città in cui c'è un centro storico intorno al quale gravitano periferie spesso con una qualità della vita mediocre, ma invece una città che abbia più centri di sviluppo e di espansione, grazie ad un patrimonio abitativo riqualificato, ad una mobilità che renda l'accessibilità al territorio equivalente, ad un'offerta di servizi che non distingua quartiere da quartiere, ad un'offerta culturale che non sia concentrata solo nel centro della città, ma si espanda anche nelle aree periferiche. Infine, il quarto motore che indico nelle Linee programmatiche è il motore del sapere. Il sapere, sappiamo bene, è una leva strategica della società moderna: quanto più una persona sa cose e sa fare cose, tanto più avrà la possibilità di scegliere tra più opportunità di vita. Chi più sa, più ha o, comunque, può avere di più. Innalzare la qualità e la quantità del sapere a tutti i livelli è una condizione per creare sviluppo, crescita e qualità della vita, e abbiamo il dovere quindi di creare le condizioni di un investimento forte sull'intera filiera educativa, facendo di Torino un luogo dell'eccellenza, del sapere e della cultura. Penso all'infanzia, dove già abbiamo fatto molto: siamo tra le città italiane che ha la più alta offerta di asili nido e di scuole materne per i propri cittadini e le proprie famiglie; tuttavia, il livello raggiunto non è ancora sufficiente, stante che - io penso - bisogna operare verso l'universalità di questo servizio a disposizione di ogni famiglia. Penso alle politiche per l'adolescenza, laddove il tema di contrastare ogni forma di rischio a cui sono esposti i giovani adolescenti è una delle priorità di una qualsiasi azione sociale efficace. Penso alle necessità di una città, che pure appartiene alla parte ricca del Paese, di contrastare una dispersione scolastica che investe il 35% dei ragazzi che non completano gli studi nella media superiore. Penso, appunto, a come dobbiamo essere capaci di dare a Torino sempre di più il profilo di una grande città universitaria e, connesso a questo, come siamo capaci di valorizzare al massimo il sistema culturale, la rete dei beni e la vocazione turistica che la valorizzazione di questi beni (i suoi musei, i suoi cinema, le sua attività musicali, i suoi teatri, il suo patrimonio artistico) ha determinato. L'esperienza del Centocinquantesimo Anniversario è un'esperienza preziosa, che dovremo essere capaci di consolidare e di far proseguire al di là dell'esaurirsi, nel gennaio del 2012, delle celebrazioni stesse; e dovremo costruire, come stiamo facendo, un nastro di eventi, di qui al 2016, che consolidi e rafforzi questa capacità attrattiva della città sul terreno culturale e turistico. Il 2015, da questo punto di vista, con l'Expo e con altre attività che si stanno programmando, costituirà un anno di eccellenza in cui dimostrare la capacità della città di mantenere inalterata la sua alta vocazione culturale e turistica. Vogliamo realizzare in questo modo, attraverso queste politiche, una città dei diritti e delle opportunità. Una città dei diritti in primo luogo per i giovani, che sono oggi coloro che rischiano di più. Viviamo un tempo nel quale, per la prima volta, le giovani generazioni non hanno la certezza di avere le occasioni e le opportunità che hanno avuto i loro padri e le generazioni che li hanno preceduti; creare le condizioni perché invece ci siano certezze di lavoro, di professioni, di reddito, di vita, di futuro, di opportunità è oggi condizione fondamentale per poter essere credibili agli occhi delle generazioni che verranno. Una città capace di offrire opportunità per quel terzo della popolazione che ha compiuto 60 anni (e in virtù dell'allungamento del tempo di vita quest'area si espande concretamente ogni giorno) e che rappresenta un giacimento straordinario di competenza, di sapere, di esperienza, di professionalità, di affettività, di esperienza di vita, che sarebbe del tutto privo di senso e di responsabilità morale disperdere, quando invece abbiamo bisogno di fare in modo che quel patrimonio diventi fino in fondo un elemento di ricchezza sociale che consente alla società di vivere meglio e a ciascuna persona che ha più di 60 anni di sfuggire al rischio della marginalità o alla depressione umiliante dell'inutilità. Una strategia di invecchiamento attivo significa appunto questo: utilizzare al meglio una popolazione ultrasessantenne, che rappresenta una ricchezza sociale che soltanto può dare dei benefici alla vita della comunità. Una città dei diritti delle donne là dove noi vogliamo - e abbiamo voluto testimoniarlo simbolicamente con una composizione paritaria di questa Giunta - lavorare perché ci sia una promozione di condizioni di parità di genere in ogni campo e in ogni settore. Una città dei diritti che rispetta le persone nelle loro scelte di vita: nella scelta delle forme dell'organizzazione familiare, nell'orientamento sessuale, nelle scelte della condizione e della qualità della vita personale. Una città capace di tutelare i diritti dei nuovi cittadini, mettendoli nelle condizioni di essere soggetti aperti all'integrazione, consentendo ad ogni persona che vive in questa città, qualsiasi sia il luogo dove è nato, di essere titolare degli stessi diritti e, naturalmente, tributario degli stessi doveri. E in questo modo realizzare una città sicura, sapendo che il tema della sicurezza è un tema cruciale per la vita delle persone, delle famiglie, di una comunità; garantire ad una persona, ad una famiglia di sentirsi sicuro è un dovere di chiunque abbia l'ambizione di governare una città, il che vuol dire mettere in campo tutte le politiche che contrastino ogni forma di insicurezza, di rischio, di insidia, di illegalità, ma, al tempo stesso, anche mettere in campo una politica che contrasti ogni forma di marginalità sociale, una politica che affermi il valore della legalità e del suo rispetto e una politica capace di fare della sicurezza, a tutto tondo, un criterio di organizzazione della vita non soltanto dei singoli, ma di una comunità. Realizzare questa politica significa fare i conti con il nodo più spesso che abbiamo di fronte: quello delle risorse. È evidente a tutti che oggi operiamo in uno scenario più rigido, perché negli anni si sono ridotti sempre di più i trasferimenti che lo Stato mette a disposizione del Comune e perché le politiche di investimento, di trasformazione della città che si sono realizzate negli anni scorsi hanno determinato un indebitamento per investimenti che rende più rigida la disponibilità delle risorse. Abbiamo bisogno di ampliare gli spazi di reperimento delle risorse. Io voglio dire qui che il primo spazio è dato dal modificare la politica dei trasferimenti dallo Stato al sistema degli Enti Locali. Segnalo che in questi giorni Sindaci di ogni colore politico, a capo di Giunte di ogni tipo, hanno espresso grave preoccupazione per come si viene configurando la manovra finanziaria di correzione dei conti pubblici che il Governo si appresta a presentare. In particolare, segnalo che dal 2002 (sono trascorsi dieci anni) ogni politica di risanamento e di rientro dal debito pubblico è stata incentrata in primo luogo sulla riduzione dei trasferimenti al sistema degli Enti Locali. Siamo arrivati a un punto nel quale ogni ulteriore riduzione rischia di essere esiziale e pregiudizievole per la possibilità stessa di erogare fondamentali servizi ai cittadini. E non lo dice soltanto un Sindaco che guida una coalizione di centrosinistra; lo hanno manifestato in questi giorni esponenti leghisti come il Sindaco di Verona ed il Sindaco di Varese, nonché il Presidente attuale dell'ANCI, che è un esponente parlamentare autorevole della maggioranza di Governo. L'insieme di coloro che hanno delle responsabilità nel sistema dei poteri locali e regionali manifesta una preoccupazione per una manovra che rischia davvero di essere, questa volta, troppo pesante per essere sostenuta. Ci auguriamo - credo che da questo Consiglio debba venire anche questa richiesta - che la manovra tenga in conto queste gravi preoccupazioni che il sistema dei poteri locali manifesta. Peraltro, anche al di là della valutazione su questa manovra, l'esperienza dice che il Patto di Stabilità interno, che è stato fatto valere in questi anni, ha bisogno di essere in ogni caso aggiornato e modificato. Questo Patto di Stabilità non distingue tra indebitamento da spesa corrente e indebitamento da investimento, mentre chiunque può ben apprezzare che c'è una differenza qualitativa tra queste due forme di indebitamento. Il Patto di Stabilità interno non tiene conto minimamente di tutto ciò che gli Enti Locali sostengono per spese che sono di competenza dello Stato. Il Patto di Stabilità interno non tiene conto che le grandi città (è il caso di Torino in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, ma sarà il caso di Milano tra qualche anno; è stato il caso di Genova qualche anno fa) spesso si fanno carico di eventi di carattere nazionale e internazionale di cui beneficia l'intero Paese, che sono una vetrina dell'intero Paese. È un errore valutare gli investimenti fatti per queste scadenze come se fossero soltanto degli investimenti di interesse locale. Richiamo tutte queste cose non per sottrarmi alle nostre responsabilità e a quello che dobbiamo fare noi, che adesso dirò, ma è per sottolineare che per quanto un Comune possa essere virtuoso nei suoi comportamenti, se non si modifica la politica dei trasferimenti e delle relazioni tra la finanza statale e la finanza locale, qualsiasi comportamento virtuoso rischia di essere insufficiente. E questo vale anche per il federalismo. Sono stati approvati i decreti sul federalismo demaniale, che comportano il trasferimento di significative quote di demanio pubblico agli Enti Locali, ma allo stato attuale non è stato deciso a quale soggetto del sistema degli Enti Locali e dei poteri regionali quei beni debbano essere trasferiti, per cui siamo alla paralisi del federalismo demaniale. Fino a oggi il federalismo fiscale si è tradotto soltanto nella possibilità per i Comuni di aumentare le addizionali fiscali, senza che l'imposizione fiscale generale abbia cambiato di titolarità, continuando a essere tutta esclusivamente in capo allo Stato. Detto questo (e l'ho detto perché credo che anche questo Consiglio debba sollecitare riforme in questo senso) è evidente che anche noi dobbiamo fare la nostra parte. Fare la nostra parte significa una verifica, prima di tutto, sulla spesa corrente, perché se è vero - lo ribadisco - che l'indebitamento maggiore che ha la Città di Torino è un indebitamento da investimento, questo non ci assolve dal guardare anche la composizione della spesa corrente, per verificare là dove si possano esercitare interventi di contenimento. Significa la riorganizzazione della macchina comunale, dell'utilizzo del personale, della qualità dei servizi e dei livelli della loro efficienza. Significa, con molta determinazione, mettere in campo un programma di digitalizzazione e di e-government, che non solo modernizzi la nostra macchina, ma riduca i costi. Significa mettere in campo una semplificazione burocratica che riduca gli oneri a carico dei cittadini e contribuisca a ridurre anche i costi della nostra macchina. Nell'ampliare gli spazi di risorse di cui dobbiamo avvalerci, non c'è dubbio che un asse fondamentale che dobbiamo far valere sono le società partecipate del Comune, in particolare quelle società partecipate dove il Comune è azionista di maggioranza. Sono un asse strategico che deve essere utilizzato, naturalmente all'interno di due vincoli che più volte ho evocato e che evoco anche qui. Penso che la possibilità di utilizzare le partecipate per liberare risorse debba, in ogni caso, garantire al Comune di Torino il controllo societario di queste società. In secondo luogo, dopo i referendum del 12 e 13 giugno, non c'è dubbio che l'utilizzo delle partecipate dovrà tenere conto anche dei vincoli normativi discendenti dall'esito di quel referendum. Liberare risorse significa realizzare con le Fondazioni bancarie, che già oggi contribuiscono alla governance finanziaria della città, un patto strategico che ottimizzi l'utilizzo di queste risorse e le finalizzi in modo più chiaro. Significa mettere in campo iniziative di mobilitazione di risorse non solo pubbliche, ma anche private, realizzando un'iniziativa di "fund raising" su vasta scala per la cultura, sperimentando anche a Torino forme di questo tipo, che si sono realizzate in alcuni Paesi europei. Significa mobilitare capitali privati, in particolare per gli investimenti infrastrutturali, attraverso finanza di progetto e meccanismi finanziari che, riconoscendo la redditività che è dovuta a quei capitali, consenta di mobilitarli per progetti di pubblica utilità. Significa estendere la cooperazione del rapporto tra pubblico e privato e la sussidiarietà nel welfare. Significa ottimizzare l'utilizzo dei fondi europei. Si tratta cioè di muoversi in tutte le direzioni, per espandere e allargare le possibilità di attrazione di risorse finanziarie, in ragione tale da superare quella rigidità di scenario in cui opera la nostra attività amministrativa. Vado al termine delle mie riflessioni, ribadendo ancora una volta quello che ho già avuto modo di dire all'atto della mia proclamazione e all'atto dell'insediamento del Consiglio. Questo programma noi vogliamo realizzarlo con una strategia fondata sulla "condivisione" come metodo di governo, che cercheremo prima di tutto in questo Consiglio Comunale, consapevoli che la forza di una maggioranza sta nel non chiudersi nella sua autosufficienza e la forza di un'opposizione sta nel concorrere alle scelte strategiche utili per la vita della città. Condivisione che ricercheremo con l'intelaiatura istituzionale cittadina, a partire dai Consigli di Circoscrizione. Condivisione che solleciteremo ai livelli istituzionali di governo principali: il Governo nazionale, qualsiasi sia il colore politico del Governo che guida l'Italia, troverà sempre nell'Amministrazione comunale di Torino un soggetto che cercherà, su ogni tema che riguardi il bene di questa città, una positiva collaborazione. Così come vogliamo applicare lo stesso metodo di condivisione nella collaborazione con la Regione e con la Provincia. Condivisione con i soggetti paraistituzionali, che già operano nella governance della città: dalla Camera di Commercio, alle Fondazioni bancarie, agli Istituti bancari, agli altri Enti e Istituti di rappresentanza. E soprattutto condivisione con la società torinese e con le sue mille articolazioni. Alla città, in funzione di questo programma, dedicherò ogni energia. Come ho annunciato precedentemente rispondendo alla richiesta di comunicazioni, espletati i passaggi necessari al decollo dell'attività amministrativa di questa tornata amministrativa - passaggi che si completano con l'adozione da parte di questo Consiglio delle Linee strategiche 2011/2016 - rassegnerò il mio mandato di Parlamentare, dedicando ogni mia energia alla città. Concludo ancora una volta dicendo che la cifra che ispira queste Linee programmatiche, il filo rosso che percorre tutto il programma che vi è stato consegnato e che vi ho riassunto, è il cambiamento. La trasformazione come motore per garantire sviluppo, crescita, lavoro, futuro alla città di Torino. Per anni Torino è cambiata perché è stata capace di mettere in campo una continua trasformazione di se stessa. L'ha potuto fare perché ha mobilitato congiuntamente due risorse: da un lato le tante risorse della società torinese, che si sono messe in movimento per realizzare tutti i cambiamenti e le trasformazioni di cui la città aveva bisogno; dall'altro lato, la determinazione e la volontà delle Giunte che hanno amministrato questa Città, guidate prima da Valentino Castellani e poi da Sergio Chiamparino, a cui ancora una volta esprimo la gratitudine mia e della nostra Amministrazione. Dal congiunto di queste due risorse (l'energia della città e la determinazione delle Amministrazioni comunali) è emerso quel profilo innovativo, trasformatore e di cambiamento che ha segnato la vita di Torino e che ha prodotto esiti che vengono unanimemente giudicati come positivi. In altri termini, si tratta di non avere paura del cambiamento, della trasformazione e dell'innovazione; lo dico tanto più alla luce di quello che accade intorno alla TAV. Il rapporto tra uomo e natura non è mai stato un rapporto di contemplazione, è sempre stato un rapporto di trasformazione attiva. Il mondo è progredito non stando fermo e la vita è migliorata grazie alla scienza, alla tecnologia, all'invenzione, alla creatività dell'intelligenza umana, alla capacità di uomini che hanno applicato la loro intelligenza ad andare oltre ciò che fino a quel momento era conosciuto. Evocare del cambiamento e della realtà soltanto i rischi è una regressione culturale, un'abdicazione dalla razionalità e dall'intelligenza umana. Il mondo, dopo quarantamila anni di presenza dell'uomo su questo pianeta, ha accumulato e accumula ogni giorno tutte le conoscenze per governare ogni trasformazione. "Osare, rischiare, scommettere sul futuro", sono parole con cui l'Arcivescovo di Torino ha concluso una splendida omelia all'atto della celebrazione della festa di San Giovanni. Io riprendo queste parole: osare, rischiare, scommettere sul futuro, perché questo è il destino dell'uomo. Vorrei concludere questa mia relazione, citando un episodio in qualche modo paradigmatico anche per la nostra città. Nel gennaio del 1890, all'indomani della conclusione della grande Esposizione Universale di Parigi, che celebrava il primo centenario della Rivoluzione Francese, e al termine di un grande secolo per la vita della Francia e dell'Europa, su un giornale parigino un oscuro commentatore scriveva: "Finalmente il cielo azzurro di Parigi non sarà più umiliato dall'inutile mostro di ferraglia dell'ingegner Eiffel", dando voce così a chi aveva guardato con scandalo a quella invenzione architettonica. Fortunatamente nessuno diede retta a quella previsione così grottesca e la Tour Eiffel, stagliandosi ogni giorno nel cielo azzurro di Parigi, è meta da sempre di milioni di visitatori che vi riconoscono un simbolo dell'intelligenza umana e della sua creatività. Anche a Torino si potrebbe richiamare un'analoga vicenda. Tra pochi mesi, nel 2012, celebreremo il 150° anniversario della Mole Antonelliana, di una curiosa e inedita costruzione architettonica proposta e fatta realizzare dalla comunità ebraica della nostra città. Se si vanno a vedere le Gazzette del tempo, si vede che anche allora vi fu chi, a Torino, giudicò quell'opera stravagante, inutile e perfino dannosa. Se oggi qualcuno ne proponesse l'abbattimento, sarebbe lui ritenuto quanto meno stravagante e curioso. Proviamo a non avere paura di ciò che non conosciamo, proviamo a scommettere sulla capacità di inventare, di progettare, di costruire il futuro, perché così faremo il bene di Torino e dei nostri figli. FERRARIS Giovanni Maria (Presidente) Ringrazio il Sindaco per la presentazione delle linee programmatiche. Ricordo che, come concordato in Conferenza dei Capigruppo, vi sarà tempo fino alle ore 12.00 di venerdì 8 luglio per la presentazione di eventuali emendamenti alle linee programmatiche, che vi sono già state consegnate; naturalmente, verranno esaminati nel corso della seduta di lunedì prossimo. |