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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 4 Luglio 2011 ore 15,30
Paragrafo n. 9

Illustrazione delle linee programmatiche 2011-2016 per il governo della Cittą di Torino.
Interventi

FERRARIS Giovanni Maria (Presidente)
Prego il signor Sindaco di procedere con l'illustrazione delle linee programmatiche
2011-2016 per il Governo della Città di Torino.

SINDACO
Grazie, signor Presidente. Grazie, Consiglieri, di questa occasione e opportunità che,
a norma di Statuto della Città, vede all'inizio della tornata amministrativa il
Consiglio Comunale esaminare le Linee programmatiche che la Giunta propone per
la tornata amministrativa 2011-2016.
Le Linee programmatiche vi sono state distribuite, quindi non ripeterò analiticamente
tutto ciò che in quelle quaranta pagine è contenuto e che presumo ogni Consigliere
avrà potuto esaminare. Quello che mi sforzerò di fare qui oggi, ad integrazione e
completamento del testo scritto che vi è stato distribuito, è offrire la visione
strategica che quel programma delinea per i prossimi cinque anni di governo di
Torino.
Parto dalla considerazione (più volte fatta durante la campagna elettorale e anche
nelle settimane scorse) di quanto Torino, negli anni che abbiamo alle spalle, abbia
conosciuto una gigantesca trasformazione della sua identità. Una città che per quasi
un secolo aveva identificato se stessa in una vocazione - l'industria manifatturiera, in
particolare l'industria manifatturiera automobilistica -, negli ultimi vent'anni è
venuta conoscendo una evoluzione della propria identità verso una pluralità di
vocazioni.
Torino è oggi una città industriale e vogliamo che continui ad essere tale. E quando
dico "continui ad essere tale" significa mantenere e valorizzare quello straordinario
patrimonio e giacimento di esperienze, di competenze, di saper fare che è incorporato
nell'esperienza industriale di questa città, a partire dal suo settore automobilistico e
dalla sua principale azienda, la FIAT.
Al tempo stesso, però, Torino è diventata anche tante altre cose. Torino è oggi una
città finanziaria, visto che qui hanno sede presidi strategici dei due principali Istituti
bancari del Paese. Torino è una grande città terziaria, perché in questi anni di
trasformazione le attività terziarie si sono espanse in ogni settore. Torino è una
grande città universitaria (tornerò su questo punto), anche se spesso non si percepisce
come tale, stante che ha due tra i principali Atenei di questo Paese, 100.000 studenti
universitari e in totale 130.000 persone su 900.000 abitanti ruotano, nella loro vita e
nella loro attività, intorno all'Università.
Torino è una grande capitale di cultura, perché in questi anni è venuto crescendo
l'investimento culturale e forse oggi è una delle città italiane che più mette a
disposizione dei suoi abitanti e dei tanti che la visitano un'offerta culturale
straordinaria. In virtù di questo essere sempre di più anche una grande città di
cultura, Torino è divenuta una meta turistica, cosa del tutto inedita per una città che
per lungo periodo non aveva conosciuto questa vocazione e questo profilo.
Una città, insomma, plurale nelle vocazioni, nelle identità. Io penso che questo
profilo non si esaurisca in ciò che è avvenuto fin qui. Dovremo continuare (da qui
parto nella mia esposizione) anche nei prossimi anni ad operare perché questa
pluralità di vocazioni si consolidi e si rafforzi. Nella pluralità delle vocazioni sta la
nuova identità della città e nella capacità di implementare, consolidare, espandere
questa pluralità di vocazioni sta la possibilità di far crescere Torino e di sottrarla ai
rischi che la crisi economica e sociale manifesta anche nella nostra città.
In questo sta la forza di una Città, che deve continuare ad essere "capitale".
Celebriamo quest'anno il 150° Anniversario dell'Unità del Paese e del ruolo di
Torino capitale, ma Torino è stata capitale, nel corso di questi 150 anni, molte volte e
in molti campi. Non è stata soltanto capitale istituzionale dello Stato: Torino è stata
una delle capitali del primo grande processo di modernizzazione industriale del Paese
alla fine del 1800. Torino è stata una delle grandi capitali del pensiero laico-
progressista, espresso da personalità di valore nazionale ed internazionale come
Gobetti, Gramsci, Bobbio, Foa e tanti altri; e, al tempo stesso, è stata una delle
capitali del solidarismo cristiano, se solo si torna con la mente ai "santi sociali" e
all'esperienza di apostolato sociale della Chiesa che intorno a quei santi si è
realizzata nella nostra città.
Torino è stata una delle grandi capitali della lotta antifascista e della lotta di
liberazione del Paese per la conquista della democrazia e della libertà. Torino è stata
una delle capitali della ricostruzione post-bellica nell'immediato dopoguerra e una
delle capitali di quel boom economico che ha fatto diventare l'Italia una grande
Nazione industriale quale è oggi.
Torino è stata una straordinaria culla di integrazione, laddove questa città ha
conosciuto, nell'arco di vent'anni, l'arrivo di centinaia di migliaia di persone da ogni
Regione d'Italia, che qui venivano perché qui c'era lavoro e c'era la possibilità di
trovare dignità di vita e di futuro. E la città è stata capace di realizzare una
straordinaria esperienza di integrazione, di cui forse dovremmo ricordarci di più
quando oggi siamo di fronte a problemi, sia pure di profilo diverso, che ci
ripropongono il tema dell'integrazione, che anche oggi è uno dei temi cruciali della
vita e del futuro di Torino.
Torino è stata una città nella quale il patrimonio di intelligenza, di sapere, di
competenza, di professionalità, di saper fare ha prodotto invenzioni, scoperte,
produzioni, che poi sono diventate patrimonio nazionale. Torino è la città dell'auto; è
la città dove sono nate le telecomunicazioni in Italia; è la città dove sono nate la
radio, la moda ed il cinema; è la città che ha avuto la prima orchestra sinfonica di
questo Paese; è la città nella quale è nata e cresciuta una grande casa editrice che ha
segnato la cultura italiana, come la casa editrice Einaudi. E si potrebbe continuare
ricordando tanti altri primati della nostra città.
In tutto questo Torino è stata capitale, al di là dell'aver ricoperto soltanto per cinque
anni la funzione di capitale istituzionale dello Stato. È stata capitale perfino negli
anni bui e duri, quando il terrorismo ha cercato di colpire la democrazia italiana. Qui
si è combattuto in prima linea per sconfiggere la violenza e Torino ha assolto una
funzione fondamentale nel garantire la salvaguardia delle Istituzioni democratiche e
repubblicane.
Torino è stata anche una città simbolo e di frontiera negli ultimi vent'anni, laddove
questa città ha conosciuto quella gigantesca trasformazione di se stessa e della sua
identità che viene esaminata e studiata (non soltanto in Italia) come un esempio
significativo di come una grande città può cambiare pelle e identità senza recidere le
proprie radici e la propria storia.
Dobbiamo essere tutti consapevoli che noi siamo espressione di questo straordinario
patrimonio storico, culturale, sociale, umano e che Torino è in grado, proprio perché
è tutto questo, di affrontare le sfide che ha di fronte a sé.
Nell'illustrazione delle Linee programmatiche, ho riassunto le sfide che la città ha di
fronte in dieci grandi sfide, declinando poi, lungo il programma che vi ho presentato,
come affrontare quelle dieci sfide.
La sfida, in primo luogo, di assicurare un futuro ai propri figli, ai giovani. Come il
resto della società italiana, Torino vive questo problema in modo sempre più acuto
ed emergenziale, se è vero com'è vero che non soltanto in Italia c'è una
disoccupazione giovanile che investe un terzo della popolazione giovanile di questo
Paese. Ma questa città, pur appartenendo alla parte più ricca del Paese, esprime un
livello di disoccupazione giovanile 3 punti superiore alla media nazionale.
La grande sfida del lavoro e della crescita, come la condizione fondamentale per
realizzare quell'accumulazione di risorse necessarie a garantire lo sviluppo della città
e per garantire che Torino possa continuare ad assicurare ad ogni cittadino un futuro
di lavoro, di certezza di reddito, di opportunità e di occasioni.
La sfida demografica, per fare i conti con una configurazione demografica che è
venuta e viene trasformandosi ogni giorno e che cambia, per un verso, perché
l'allungamento dell'età media determina un invecchiamento della popolazione che ci
sollecita sempre di più a strategie di invecchiamento attivo. Per altro verso, una città
che già oggi vede tra i suoi abitanti il 15% di cittadini nati molto lontano da qui e
che, dunque, deve fare i conti con flussi migratori che investono e incidono sul
profilo demografico della città.
La sfida della competitività, che sempre di più nel mondo della globalizzazione non è
soltanto competitività tra imprese, ma è competitività fra territori; in particolare fra
territori che hanno dentro di sé un patrimonio di competenza, di sapere, di esperienze
e di accumulazione culturale particolarmente forte, come l'area torinese.
La sfida di una società che richiede sempre di più sapere, conoscenza, formazione
come condizione per garantire sviluppo, lavoro e futuro.
La sfida dell'innovazione, di un'innovazione di sistema, capace di investire ogni
settore della vita economica, sociale e culturale della città, facendo dell'innovazione
la leva di continui mutamenti, trasformazioni e cambiamenti che tengano Torino e il
suo modo di essere all'altezza della dinamica del tempo della globalizzazione.
La sfida di una società che sia capace di non rassegnarsi alle ineguaglianze e che,
invece, persegua giustizia ed uguaglianza in un quadro di legalità, in un Paese nel
quale negli ultimi anni la soglia della legalità si è pericolosamente abbassata.
La sfida di un gap infrastrutturale (ci tornerò più avanti, anche parlando della TAV),
che rischia di essere un vincolo negativo per lo sviluppo. Un deficit che abbiamo
necessità di rimuovere se vogliamo garantire alla città e alla nostra regione di
cogliere tutte le occasioni e le opportunità che il sistema di relazioni economico e
sociale può offrire.
La sfida della sicurezza, che sempre di più viene percepita dai cittadini come un bene
prezioso per garantire a se stessi, alla propria famiglia e ai propri figli quelle
condizioni di serenità nelle quali poter esercitare la propria vita e la propria attività.
Infine, la sfida dei diritti, di una città che vuole essere anche capitale dei diritti delle
donne, affermando effettivamente e concretamente una parità di genere in tutti i
campi. Dei diritti dei giovani, che sono oggi i soggetti della nostra società che più
vedono compromessa, dalla precarietà, la propria condizione esistenziale. Dei diritti
di coloro che, pur non essendo nati qui, hanno però eletto questa città come luogo
della loro vita per crescere i loro figli, per affermare le ragioni della dignità della
propria esistenza. Dei diritti delle persone, qualsiasi siano le scelte di vita e di
convivenza che ogni persona ha compiuto per sé e per il proprio futuro.
Misurarsi con queste dieci sfide significa mettere in campo una strategia adeguata,
avere una visione dello sviluppo di lungo periodo della città e, in particolare,
individuare quattro motori fondamentali per vincere queste sfide.
Il primo motore che individuo come essenziale - e percorre le linee programmatiche
in più punti - è collocare il futuro di Torino dentro spazi ed orizzonti ampi e globali.
Torino è una città che è sempre vissuta di internazionalizzazione e
nell'internazionalizzazione. Gran parte delle imprese di Torino hanno il loro punto di
forza nell'esportazione e nelle relazioni con mercati internazionali.
Le due Università di Torino vivono, ormai da anni, in una rete di relazione e di
cooperazione con una quantità amplissima di Atenei, che colloca Torino sempre di
più in un sistema universitario di scala globale.
Torino è sede di presenza internazionale, dal Polo ONU alla Fondazione per la
formazione dell'Unione Europea ed altre Istituzioni di ricerca e di formazione di
livello nazionale ed internazionale, che consentono a questa città ed alle sue
Istituzioni di ricerca e culturali di stare dentro reti larghe nel campo
dell'accumulazione e produzione del sapere.
Torino è una capitale di cultura che sempre di più può alimentare questo suo profilo
collocando la sua offerta culturale dentro reti di cooperazione culturale
internazionale.
Torino è una città che, già oggi, è gemellata ed ha partnership con cinquanta città di
ogni Continente.
Sono tutti aspetti che dicono che la nostra città va sempre più collocata dentro ad
orizzonti ampi, che sviluppino e promuovano tutte le reti (le reti dell'Università e del
sapere, le reti della ricerca, le reti istituzionali e le reti che sono date dal sistema
produttivo); significa collocare Torino sempre di più in una relazione culturale ampia
e far crescere così la sua dimensione culturale dentro un orizzonte che non sia né
provinciale, né soltanto nazionale; significa cogliere tutte le opportunità e le
occasioni che l'Unione Europea e le sue politiche di integrazione ed i progetti di
cooperazione offrono; significa collocare sempre di più la città dentro uno spazio che
colga tutte le opportunità di integrazione sovranazionale e di scala globale. E, in
questo senso, Torino si propone anche come un grande crocevia strategico del Nord.
Le relazioni tra Torino e Milano sono sempre più un punto strategico per entrambe le
città, per le relazioni che già le legano sul piano economico, sociale e culturale e per
le opportunità e le occasioni che, nel futuro, si potranno presentare: sul piano dei
collegamenti infrastrutturali, in occasione dell'Expo 2015, nella cooperazione
culturale, espandendo l'esperienza di MITO SettembreMusica, e sul piano delle
relazioni che le nostre società partecipate, che rappresentano le principali
multiutilities di questo Paese, possono realizzare.
Allo stesso modo, dentro a questi orizzonti più ampi, diventa strategico il rapporto
che Torino può esercitare nelle relazioni tra il Mediterraneo, il Sud Europa ed il Nord
Europa, ed il rapporto quindi con Genova ed il suo sistema di portualità. Relazioni
con Milano e Genova che vanno pensate in un Nord non separato, ma in un Nord
che, invece, utilizza la propria maggiore capacità e la propria maggiore
accumulazione di risorse, di sapere e di ricchezza a vantaggio di se stesso e di tutto il
Paese.
Parte da qui il valore fondamentale di dotare Torino ed il Piemonte di un sistema
infrastrutturale adeguato a questi orizzonti ampi. E sta qui, quindi, il valore di un
investimento come il Corridoio n. 5 e la TAV, che del Corridoio n. 5 è l'espressione.
Nelle scorse ore ho già avuto modo di esprimere il mio giudizio su quanto è accaduto
in Val di Susa. Penso che ciò che è accaduto sia inaccettabile per qualsiasi coscienza
civile e democratica. È del tutto legittimo non condividere la realizzazione di una
grande opera infrastrutturale, ma in una democrazia chi non condivide una scelta la
contrasta con la ragione e con le parole. Le spranghe, le pietre, le bombe
all'ammoniaca e i bastoni non fanno parte della strumentazione di una società civile
e democratica ed è compito di ogni coscienza civile e democratica bandire l'utilizzo
di queste metodologie di intimidazione, di sopruso e di violenza, tanto più in una
realtà come quella torinese che ha conosciuto, in un tempo non lontano, periodi bui
in cui il ricorso alla violenza ha prodotto sofferenze e lutti di cui nessuno sente
nostalgia.
Penso che sia un impegno di tutti noi lavorare affinché Torino sia dotata di
infrastrutture adeguate ed essere partecipe del progetto del Corridoio n. 5. In un
precedente Consiglio, affrontando questo tema, ho già avuto modo di dire che
evocare la TAV in Val di Susa come se fosse una ferrovia di scala locale è un errore
di analisi e di valutazione, da cui, di conseguenza, deriva un errore di giudizio.
La TAV in Val di Susa è il tratto di un grande corridoio intermodale di mobilità, di
sviluppo e di investimenti; il Corridoio n. 5 è uno dei trenta corridoi di cui l'Unione
Europea, con il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000, si è dotata per sostenere lo
sviluppo ed un più alto tasso di crescita.
Se Torino ed il Piemonte dovessero rinunciare ad essere partecipi di questo grande
investimento (che non è soltanto una linea ferroviaria, ma è un asse di mobilità
ferroviario, viario, di tecnologie digitali, di investimento e di sviluppo), si
condannerebbero alla marginalità rispetto a quelle che sono le dinamiche di crescita e
di sviluppo del Continente.
Per questo motivo, penso che occorra operare perché l'Italia sia pienamente partecipe
di questo investimento, così come lo devono essere il Piemonte e Torino. Peraltro il
tracciato che è stato definito (e sulla base del quale, nei giorni scorsi, è stata avviata
l'apertura del cantiere per le prime opere) è stato ampiamente discusso e verificato
nel corso di anni, con una rimodulazione e riformulazione di quel tracciato, che
consente oggi di non avere significativi cantieri nella Bassa Valle, laddove l'Alta
Velocità può utilizzare la ferrovia storica, e che consente nell'Alta Valle (dove,
invece, gli investimenti infrastrutturali sono assolutamente essenziali per poter
realizzare l'Alta Velocità) di dare corso a quegli investimenti totalmente in galleria,
riducendo al minimo gli impatti ambientali esterni, che inizialmente erano una delle
ragioni della contestazione di una parte della popolazione.
Per queste ragioni dobbiamo lavorare affinché questa opera si realizzi e, in ogni caso,
non possono essere i bastoni o le bombe all'ammoniaca a decidere dello sviluppo
della nostra Regione e della nostra Città.
Dobbiamo avere lo stesso impianto per quanto riguarda altri grandi investimenti
infrastrutturali che collocano Torino ed il Piemonte dentro orizzonti ampi: il
potenziamento del sistema aeroportuale (sia nella direzione di un potenziamento
dell'Aeroporto di Caselle, che di un miglioramento dei collegamenti tra Torino e
l'Aeroporto intercontinentale di Malpensa) e lo sviluppo di reti e collegamenti tali
che ci consentano di essere un effettivo crocevia nelle comunicazioni Est-Ovest e
Nord-Sud.
Il secondo motore che indico nella relazione è quello dell'innovazione. Sappiamo
tutti che nel tempo della globalizzazione vince la qualità, cioè vince chi è in grado di
immettere sistemi di produzione, prodotti, beni e servizi a maggiore valore aggiunto
e a maggiore contenuto di qualità. Tanto più questo vale per quei Paesi come l'Italia
che sono a più alto costo di produzione del lavoro, che non sarebbero mai in grado di
competere nell'economia globale con il costo di produzione dei Paesi emergenti.
Paesi come l'Italia hanno ancora più bisogno di spostare la loro capacità competitiva
sul terreno della qualità.
Quindi, l'innovazione diventa la leva strategica di qualsiasi politica di sviluppo: in
primo luogo, innovazione del sistema produttivo, scommettendo sempre di più nella
specializzazione tecnologica dei prodotti e dei sistemi produttivi,
nell'implementazione di una costante e continua attività di ricerca e di innovazione
nei diversi settori industriali e terziari e nella concentrazione dell'utilizzo delle
risorse nella produzione di beni e servizi a più alto valore aggiunto. Vanno in questa
direzione una serie di scelte che sono indicate nelle Linee programmatiche: il
consolidamento sull'area di Mirafiori del Polo del Design Industriale, che verrà
rafforzato con l'insediamento su quell'area del Polo dell'Ingegneria dell'Auto e di
attività ad esso connesse, di ricerca, di innovazione e di incubatore tecnologico; il
rafforzamento del Polo Aeronautico, come espressione di quella accumulazione di
esperienza che si è realizzata intorno alla presenza di Alenia nel tessuto produttivo e
industriale torinese; la realizzazione sull'ex area Westinghouse dell'Energy Center,
come concreta dimostrazione della volontà di investire sul terreno delle tecnologie
per le energie alternative e per la qualità ambientale.
Nella stessa direzione vanno le innovazioni nel campo del terziario e dei servizi: la
digitalizzazione della Città, a partire dalla diffusione della banda larga e delle reti
digitali; l'applicazione su larga scala dell'e-government nel rapporto tra cittadini e
macchina comunale; l'adeguamento della rete commerciale e di distribuzione agli
standard di oggi, utilizzando tutte le potenzialità che l'ICT mette a disposizione del
sistema produttivo e terziario.
Nella stessa direzione va l'utilizzo dell'innovazione per la riorganizzazione della
Città, per la mobilità sostenibile e per la qualità ambientale. La partecipazione della
nostra Città ad un progetto europeo di grande significato come Smart City, così come
il potenziamento delle attività di innovazione, di ricerca e di applicazione
dell'Environment Park ed altre attività che si muovono nella stessa direzione hanno
l'obiettivo di sostenere in ogni modo l'applicazione dell'innovazione alla qualità
della mobilità ed alla qualità ambientale del vivere urbano.
Questa innovazione deve investire anche l'organizzazione del welfare, sia nella sua
dimensione di cura della salute e del benessere dei cittadini, sia nella sua dimensione
socio-assistenziale. Il progetto della Città della Scienza e della Salute muove nella
direzione di fare di Torino un punto dell'eccellenza nel campo sanitario, facendo in
modo che intorno a questa eccellenza si determini non soltanto la riorganizzazione
dei presidi sanitari esistenti, ma l'attrazione di attività di innovazione, di ricerca e di
cura di più alta specializzazione e qualità.
Così come va nella direzione di un modello innovativo ripensare il Welfare State
locale, le politiche sociali, le forme di erogazione dei servizi fondamentali alla vita
delle famiglie e delle persone, ricorrendo in modo sempre più esteso a tutte le forme
di sussidiarietà sociale che ci consentano una più forte e più larga compenetrazione
tra ciò che eroga l'Amministrazione Comunale con i suoi servizi ed il tanto di
politiche sociali che la società, attraverso i suoi soggetti, è in grado di esprimere.
Infine, innovazione vuol dire innovazione nell'offerta di sapere. Un'innovazione che
dev'essere capace di alzare la qualità del sapere e della formazione in tutta la filiera
formativa, dall'infanzia, all'adolescenza, alla scuola superiore, all'Università,
facendo di Torino un'eccellenza del sapere e, mettendo in campo una politica di
innovazione e di innalzamento della qualità delle politiche del sapere, di realizzare
una forte attrattività su Torino di attività di ricerca, di innovazione, di sapere,
nazionali ed internazionali, in grado di accumulare un sapere più alto e offrano,
quindi, alla città anche questo profilo.
Va in questa direzione l'ambizione di fare di Torino sempre di più una grande città
universitaria, che si percepisca come tale, non solo perché valorizza ed espande al
massimo le potenzialità e le attività forti, che già oggi esercitano l'Università degli
Studi ed il Politecnico, ma perché Torino sia città capace di attrarre altre attività di
tipo accademico, universitario, nazionale ed internazionale e di essere sede di poli
scientifici, tecnologici, nazionali ed internazionali di grande valore e che possono
essere ulteriormente espansi.
In conclusione, l'innovazione come una leva di sistema. L'innovazione non come un
fatto verticale, ma trasversale che permea ed attraversa un'intera società e l'insieme
delle sue attività.
Il terzo motore che indico nelle Linee programmatiche è la trasformazione urbana.
Nel 1980, come sappiamo, quel modello di sviluppo che per quasi un secolo aveva
garantito l'espansione di Torino, e cioè l'identificazione forte tra l'industria
manifatturiera automobilistica e la città, si inceppò, e il bloccarsi di quel meccanismo
ebbe una conseguenza molto concreta: nell'arco di pochi anni ci trovammo con 10
milioni di metri quadrati di aree industriali dismesse. Quei 10 milioni di metri
quadrati vuoti, unitamente al fatto che nel decennio tra l'80 ed il '90 la città passava
da 1.200.000 a 900.000 abitanti, ci apparvero, all'inizio, come il segno - quasi fatale
- di un declino irreversibile della città.
Poi, però, le cose si sono rivelate essere diverse e la disponibilità di 10 milioni di
metri quadrati di territorio cittadino si è trasformata in una leva potente e
fondamentale di sviluppo della città, perché è grazie esattamente a quella
disponibilità di aree che si sono realizzate le grandi trasformazioni di questi anni:
dall'abbassamento del Passante Ferroviario, alla realizzazione della prima linea della
Metropolitana, alla riorganizzazione dei Poli Universitari, alla riqualificazione delle
residenze sulle Spine, alla rilocalizzazione di attività terziarie e commerciali e via di
questo passo.
Quest'esperienza non vale soltanto per il passato, vale anche per l'oggi e per il
domani. Di quei 10 milioni di metri quadrati finora ne abbiamo utilizzati 6; ci sono 4
milioni di metri quadrati di aree di trasformazione industriale che saranno, nei
prossimi mesi ed anni, oggetto di ulteriori cambiamenti della vita della città. E, a loro
volta, le trasformazioni già fatte e quelle che faremo determineranno ulteriori
processi che si tradurranno in liberazione ulteriore di territorio cittadino.
Penso, per esempio, al fatto che quando sarà terminato totalmente il Passante
Ferroviario, nel 2013, la città potrà tornare in piena disponibilità della stazione di
Porta Nuova e di gran parte dell'area retrostante, così come tornerà in disponibilità
della città anche l'area su cui attualmente è insediato il nodo ferroviario di
Vanchiglia.
La trasformazione urbana si è proposta negli anni scorsi e si proporrà anche nei
prossimi anni come una grande opportunità: l'opportunità di ridisegnare il volto di
Torino.
La trasformazione urbana come una leva strategica, per rilocalizzare attività
produttive, per riqualificare residenze e patrimonio abitativo, per ridurre le differenze
tra centro e periferia, per completare la riorganizzazione dei Poli Universitari, per
proseguire nella riorganizzazione di una mobilità sostenibile, per riqualificare
ambientalmente la città a partire dall'espansione del verde e della disponibilità di
aree ambientalmente qualificate.
In particolare, grazie a questa trasformazione urbana, noi potremo continuare nella
realizzazione di una mobilità sostenibile, che: con il completamento del Passante
Ferroviario, realizzi il sistema ferroviario metropolitano; porti la Linea Metropolitana
n. 1 in Piazza Bengasi e poi progetti ed implementi l'espansione sui rami esterni,
verso Rivoli e verso Nichelino-Moncalieri; avvii la progettazione e
l'implementazione del primo tratto della seconda Linea.
Potremo, grazie a questa trasformazione urbana, affrontare il problema delle energie
pulite, dei mezzi ecologici, dello sviluppo di parcheggi sotterranei e, connesso a
questo, dell'espansione di forme di trasporto sostenibile (come il bike sharing e il car
sharing), e così potremo affrontare i grandi nodi dell'attraversamento della città e
delle dorsali di attraversamento sugli assi tangenziali.
Così ancora disponibilità di territorio significa poter proseguire nella determinazione
di una qualità ambientale alta, realizzando il completamento del termovalorizzatore,
il completamento del teleriscaldamento a tutta la città e l'avvio dell'utilizzo della
stessa rete per il telerinfrescamento d'estate, l'espansione della Corona Verde, del
programma Torino Città d'Acque, la crescita della raccolta differenziata, un piano
straordinario per la manutenzione della città.
Questo ci consentirà di rendere concreto quello che ci viene oggi evocato spesso
come un problema non risolto, e cioè la differenza forte che ancora distanzia la
qualità della vita urbana nel centro della città dalla qualità della vita nelle periferie,
tema che tutti avvertiamo come urgente e che può essere affrontato dando vita ad una
città policentrica, non una città in cui c'è un centro storico intorno al quale gravitano
periferie spesso con una qualità della vita mediocre, ma invece una città che abbia
più centri di sviluppo e di espansione, grazie ad un patrimonio abitativo riqualificato,
ad una mobilità che renda l'accessibilità al territorio equivalente, ad un'offerta di
servizi che non distingua quartiere da quartiere, ad un'offerta culturale che non sia
concentrata solo nel centro della città, ma si espanda anche nelle aree periferiche.
Infine, il quarto motore che indico nelle Linee programmatiche è il motore del
sapere. Il sapere, sappiamo bene, è una leva strategica della società moderna: quanto
più una persona sa cose e sa fare cose, tanto più avrà la possibilità di scegliere tra più
opportunità di vita. Chi più sa, più ha o, comunque, può avere di più.
Innalzare la qualità e la quantità del sapere a tutti i livelli è una condizione per creare
sviluppo, crescita e qualità della vita, e abbiamo il dovere quindi di creare le
condizioni di un investimento forte sull'intera filiera educativa, facendo di Torino un
luogo dell'eccellenza, del sapere e della cultura.
Penso all'infanzia, dove già abbiamo fatto molto: siamo tra le città italiane che ha la
più alta offerta di asili nido e di scuole materne per i propri cittadini e le proprie
famiglie; tuttavia, il livello raggiunto non è ancora sufficiente, stante che - io penso -
bisogna operare verso l'universalità di questo servizio a disposizione di ogni
famiglia.
Penso alle politiche per l'adolescenza, laddove il tema di contrastare ogni forma di
rischio a cui sono esposti i giovani adolescenti è una delle priorità di una qualsiasi
azione sociale efficace.
Penso alle necessità di una città, che pure appartiene alla parte ricca del Paese, di
contrastare una dispersione scolastica che investe il 35% dei ragazzi che non
completano gli studi nella media superiore. Penso, appunto, a come dobbiamo essere
capaci di dare a Torino sempre di più il profilo di una grande città universitaria e,
connesso a questo, come siamo capaci di valorizzare al massimo il sistema culturale,
la rete dei beni e la vocazione turistica che la valorizzazione di questi beni (i suoi
musei, i suoi cinema, le sua attività musicali, i suoi teatri, il suo patrimonio artistico)
ha determinato.
L'esperienza del Centocinquantesimo Anniversario è un'esperienza preziosa, che
dovremo essere capaci di consolidare e di far proseguire al di là dell'esaurirsi, nel
gennaio del 2012, delle celebrazioni stesse; e dovremo costruire, come stiamo
facendo, un nastro di eventi, di qui al 2016, che consolidi e rafforzi questa capacità
attrattiva della città sul terreno culturale e turistico. Il 2015, da questo punto di vista,
con l'Expo e con altre attività che si stanno programmando, costituirà un anno di
eccellenza in cui dimostrare la capacità della città di mantenere inalterata la sua alta
vocazione culturale e turistica.
Vogliamo realizzare in questo modo, attraverso queste politiche, una città dei diritti e
delle opportunità. Una città dei diritti in primo luogo per i giovani, che sono oggi
coloro che rischiano di più. Viviamo un tempo nel quale, per la prima volta, le
giovani generazioni non hanno la certezza di avere le occasioni e le opportunità che
hanno avuto i loro padri e le generazioni che li hanno preceduti; creare le condizioni
perché invece ci siano certezze di lavoro, di professioni, di reddito, di vita, di futuro,
di opportunità è oggi condizione fondamentale per poter essere credibili agli occhi
delle generazioni che verranno.
Una città capace di offrire opportunità per quel terzo della popolazione che ha
compiuto 60 anni (e in virtù dell'allungamento del tempo di vita quest'area si
espande concretamente ogni giorno) e che rappresenta un giacimento straordinario di
competenza, di sapere, di esperienza, di professionalità, di affettività, di esperienza di
vita, che sarebbe del tutto privo di senso e di responsabilità morale disperdere,
quando invece abbiamo bisogno di fare in modo che quel patrimonio diventi fino in
fondo un elemento di ricchezza sociale che consente alla società di vivere meglio e a
ciascuna persona che ha più di 60 anni di sfuggire al rischio della marginalità o alla
depressione umiliante dell'inutilità. Una strategia di invecchiamento attivo significa
appunto questo: utilizzare al meglio una popolazione ultrasessantenne, che
rappresenta una ricchezza sociale che soltanto può dare dei benefici alla vita della
comunità.
Una città dei diritti delle donne là dove noi vogliamo - e abbiamo voluto
testimoniarlo simbolicamente con una composizione paritaria di questa Giunta -
lavorare perché ci sia una promozione di condizioni di parità di genere in ogni campo
e in ogni settore. Una città dei diritti che rispetta le persone nelle loro scelte di vita:
nella scelta delle forme dell'organizzazione familiare, nell'orientamento sessuale,
nelle scelte della condizione e della qualità della vita personale. Una città capace di
tutelare i diritti dei nuovi cittadini, mettendoli nelle condizioni di essere soggetti
aperti all'integrazione, consentendo ad ogni persona che vive in questa città,
qualsiasi sia il luogo dove è nato, di essere titolare degli stessi diritti e, naturalmente,
tributario degli stessi doveri. E in questo modo realizzare una città sicura, sapendo
che il tema della sicurezza è un tema cruciale per la vita delle persone, delle famiglie,
di una comunità; garantire ad una persona, ad una famiglia di sentirsi sicuro è un
dovere di chiunque abbia l'ambizione di governare una città, il che vuol dire mettere
in campo tutte le politiche che contrastino ogni forma di insicurezza, di rischio, di
insidia, di illegalità, ma, al tempo stesso, anche mettere in campo una politica che
contrasti ogni forma di marginalità sociale, una politica che affermi il valore della
legalità e del suo rispetto e una politica capace di fare della sicurezza, a tutto tondo,
un criterio di organizzazione della vita non soltanto dei singoli, ma di una comunità.
Realizzare questa politica significa fare i conti con il nodo più spesso che abbiamo di
fronte: quello delle risorse.
È evidente a tutti che oggi operiamo in uno scenario più rigido, perché negli anni si
sono ridotti sempre di più i trasferimenti che lo Stato mette a disposizione del
Comune e perché le politiche di investimento, di trasformazione della città che si
sono realizzate negli anni scorsi hanno determinato un indebitamento per
investimenti che rende più rigida la disponibilità delle risorse.
Abbiamo bisogno di ampliare gli spazi di reperimento delle risorse. Io voglio dire qui
che il primo spazio è dato dal modificare la politica dei trasferimenti dallo Stato al
sistema degli Enti Locali. Segnalo che in questi giorni Sindaci di ogni colore politico,
a capo di Giunte di ogni tipo, hanno espresso grave preoccupazione per come si
viene configurando la manovra finanziaria di correzione dei conti pubblici che il
Governo si appresta a presentare. In particolare, segnalo che dal 2002 (sono trascorsi
dieci anni) ogni politica di risanamento e di rientro dal debito pubblico è stata
incentrata in primo luogo sulla riduzione dei trasferimenti al sistema degli Enti
Locali.
Siamo arrivati a un punto nel quale ogni ulteriore riduzione rischia di essere esiziale
e pregiudizievole per la possibilità stessa di erogare fondamentali servizi ai cittadini.
E non lo dice soltanto un Sindaco che guida una coalizione di centrosinistra; lo
hanno manifestato in questi giorni esponenti leghisti come il Sindaco di Verona ed il
Sindaco di Varese, nonché il Presidente attuale dell'ANCI, che è un esponente
parlamentare autorevole della maggioranza di Governo. L'insieme di coloro che
hanno delle responsabilità nel sistema dei poteri locali e regionali manifesta una
preoccupazione per una manovra che rischia davvero di essere, questa volta, troppo
pesante per essere sostenuta.
Ci auguriamo - credo che da questo Consiglio debba venire anche questa richiesta -
che la manovra tenga in conto queste gravi preoccupazioni che il sistema dei poteri
locali manifesta. Peraltro, anche al di là della valutazione su questa manovra,
l'esperienza dice che il Patto di Stabilità interno, che è stato fatto valere in questi
anni, ha bisogno di essere in ogni caso aggiornato e modificato.
Questo Patto di Stabilità non distingue tra indebitamento da spesa corrente e
indebitamento da investimento, mentre chiunque può ben apprezzare che c'è una
differenza qualitativa tra queste due forme di indebitamento. Il Patto di Stabilità
interno non tiene conto minimamente di tutto ciò che gli Enti Locali sostengono per
spese che sono di competenza dello Stato.
Il Patto di Stabilità interno non tiene conto che le grandi città (è il caso di Torino in
occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, ma sarà il caso di Milano tra
qualche anno; è stato il caso di Genova qualche anno fa) spesso si fanno carico di
eventi di carattere nazionale e internazionale di cui beneficia l'intero Paese, che sono
una vetrina dell'intero Paese. È un errore valutare gli investimenti fatti per queste
scadenze come se fossero soltanto degli investimenti di interesse locale.
Richiamo tutte queste cose non per sottrarmi alle nostre responsabilità e a quello che
dobbiamo fare noi, che adesso dirò, ma è per sottolineare che per quanto un Comune
possa essere virtuoso nei suoi comportamenti, se non si modifica la politica dei
trasferimenti e delle relazioni tra la finanza statale e la finanza locale, qualsiasi
comportamento virtuoso rischia di essere insufficiente. E questo vale anche per il
federalismo.
Sono stati approvati i decreti sul federalismo demaniale, che comportano il
trasferimento di significative quote di demanio pubblico agli Enti Locali, ma allo
stato attuale non è stato deciso a quale soggetto del sistema degli Enti Locali e dei
poteri regionali quei beni debbano essere trasferiti, per cui siamo alla paralisi del
federalismo demaniale.
Fino a oggi il federalismo fiscale si è tradotto soltanto nella possibilità per i Comuni
di aumentare le addizionali fiscali, senza che l'imposizione fiscale generale abbia
cambiato di titolarità, continuando a essere tutta esclusivamente in capo allo Stato.
Detto questo (e l'ho detto perché credo che anche questo Consiglio debba sollecitare
riforme in questo senso) è evidente che anche noi dobbiamo fare la nostra parte.
Fare la nostra parte significa una verifica, prima di tutto, sulla spesa corrente, perché
se è vero - lo ribadisco - che l'indebitamento maggiore che ha la Città di Torino è un
indebitamento da investimento, questo non ci assolve dal guardare anche la
composizione della spesa corrente, per verificare là dove si possano esercitare
interventi di contenimento. Significa la riorganizzazione della macchina comunale,
dell'utilizzo del personale, della qualità dei servizi e dei livelli della loro efficienza.
Significa, con molta determinazione, mettere in campo un programma di
digitalizzazione e di e-government, che non solo modernizzi la nostra macchina, ma
riduca i costi. Significa mettere in campo una semplificazione burocratica che riduca
gli oneri a carico dei cittadini e contribuisca a ridurre anche i costi della nostra
macchina.
Nell'ampliare gli spazi di risorse di cui dobbiamo avvalerci, non c'è dubbio che un
asse fondamentale che dobbiamo far valere sono le società partecipate del Comune,
in particolare quelle società partecipate dove il Comune è azionista di maggioranza.
Sono un asse strategico che deve essere utilizzato, naturalmente all'interno di due
vincoli che più volte ho evocato e che evoco anche qui. Penso che la possibilità di
utilizzare le partecipate per liberare risorse debba, in ogni caso, garantire al Comune
di Torino il controllo societario di queste società. In secondo luogo, dopo i
referendum del 12 e 13 giugno, non c'è dubbio che l'utilizzo delle partecipate dovrà
tenere conto anche dei vincoli normativi discendenti dall'esito di quel referendum.
Liberare risorse significa realizzare con le Fondazioni bancarie, che già oggi
contribuiscono alla governance finanziaria della città, un patto strategico che
ottimizzi l'utilizzo di queste risorse e le finalizzi in modo più chiaro. Significa
mettere in campo iniziative di mobilitazione di risorse non solo pubbliche, ma anche
private, realizzando un'iniziativa di "fund raising" su vasta scala per la cultura,
sperimentando anche a Torino forme di questo tipo, che si sono realizzate in alcuni
Paesi europei. Significa mobilitare capitali privati, in particolare per gli investimenti
infrastrutturali, attraverso finanza di progetto e meccanismi finanziari che,
riconoscendo la redditività che è dovuta a quei capitali, consenta di mobilitarli per
progetti di pubblica utilità. Significa estendere la cooperazione del rapporto tra
pubblico e privato e la sussidiarietà nel welfare. Significa ottimizzare l'utilizzo dei
fondi europei.
Si tratta cioè di muoversi in tutte le direzioni, per espandere e allargare le possibilità
di attrazione di risorse finanziarie, in ragione tale da superare quella rigidità di
scenario in cui opera la nostra attività amministrativa.
Vado al termine delle mie riflessioni, ribadendo ancora una volta quello che ho già
avuto modo di dire all'atto della mia proclamazione e all'atto dell'insediamento del
Consiglio. Questo programma noi vogliamo realizzarlo con una strategia fondata
sulla "condivisione" come metodo di governo, che cercheremo prima di tutto in
questo Consiglio Comunale, consapevoli che la forza di una maggioranza sta nel non
chiudersi nella sua autosufficienza e la forza di un'opposizione sta nel concorrere
alle scelte strategiche utili per la vita della città.
Condivisione che ricercheremo con l'intelaiatura istituzionale cittadina, a partire dai
Consigli di Circoscrizione. Condivisione che solleciteremo ai livelli istituzionali di
governo principali: il Governo nazionale, qualsiasi sia il colore politico del Governo
che guida l'Italia, troverà sempre nell'Amministrazione comunale di Torino un
soggetto che cercherà, su ogni tema che riguardi il bene di questa città, una positiva
collaborazione. Così come vogliamo applicare lo stesso metodo di condivisione nella
collaborazione con la Regione e con la Provincia. Condivisione con i soggetti
paraistituzionali, che già operano nella governance della città: dalla Camera di
Commercio, alle Fondazioni bancarie, agli Istituti bancari, agli altri Enti e Istituti di
rappresentanza. E soprattutto condivisione con la società torinese e con le sue mille
articolazioni.
Alla città, in funzione di questo programma, dedicherò ogni energia. Come ho
annunciato precedentemente rispondendo alla richiesta di comunicazioni, espletati i
passaggi necessari al decollo dell'attività amministrativa di questa tornata
amministrativa - passaggi che si completano con l'adozione da parte di questo
Consiglio delle Linee strategiche 2011/2016 - rassegnerò il mio mandato di
Parlamentare, dedicando ogni mia energia alla città.
Concludo ancora una volta dicendo che la cifra che ispira queste Linee
programmatiche, il filo rosso che percorre tutto il programma che vi è stato
consegnato e che vi ho riassunto, è il cambiamento. La trasformazione come motore
per garantire sviluppo, crescita, lavoro, futuro alla città di Torino.
Per anni Torino è cambiata perché è stata capace di mettere in campo una continua
trasformazione di se stessa. L'ha potuto fare perché ha mobilitato congiuntamente
due risorse: da un lato le tante risorse della società torinese, che si sono messe in
movimento per realizzare tutti i cambiamenti e le trasformazioni di cui la città aveva
bisogno; dall'altro lato, la determinazione e la volontà delle Giunte che hanno
amministrato questa Città, guidate prima da Valentino Castellani e poi da Sergio
Chiamparino, a cui ancora una volta esprimo la gratitudine mia e della nostra
Amministrazione. Dal congiunto di queste due risorse (l'energia della città e la
determinazione delle Amministrazioni comunali) è emerso quel profilo innovativo,
trasformatore e di cambiamento che ha segnato la vita di Torino e che ha prodotto
esiti che vengono unanimemente giudicati come positivi.
In altri termini, si tratta di non avere paura del cambiamento, della trasformazione e
dell'innovazione; lo dico tanto più alla luce di quello che accade intorno alla TAV. Il
rapporto tra uomo e natura non è mai stato un rapporto di contemplazione, è sempre
stato un rapporto di trasformazione attiva. Il mondo è progredito non stando fermo e
la vita è migliorata grazie alla scienza, alla tecnologia, all'invenzione, alla creatività
dell'intelligenza umana, alla capacità di uomini che hanno applicato la loro
intelligenza ad andare oltre ciò che fino a quel momento era conosciuto. Evocare del
cambiamento e della realtà soltanto i rischi è una regressione culturale,
un'abdicazione dalla razionalità e dall'intelligenza umana.
Il mondo, dopo quarantamila anni di presenza dell'uomo su questo pianeta, ha
accumulato e accumula ogni giorno tutte le conoscenze per governare ogni
trasformazione. "Osare, rischiare, scommettere sul futuro", sono parole con cui
l'Arcivescovo di Torino ha concluso una splendida omelia all'atto della celebrazione
della festa di San Giovanni. Io riprendo queste parole: osare, rischiare, scommettere
sul futuro, perché questo è il destino dell'uomo.
Vorrei concludere questa mia relazione, citando un episodio in qualche modo
paradigmatico anche per la nostra città. Nel gennaio del 1890, all'indomani della
conclusione della grande Esposizione Universale di Parigi, che celebrava il primo
centenario della Rivoluzione Francese, e al termine di un grande secolo per la vita
della Francia e dell'Europa, su un giornale parigino un oscuro commentatore
scriveva: "Finalmente il cielo azzurro di Parigi non sarà più umiliato dall'inutile
mostro di ferraglia dell'ingegner Eiffel", dando voce così a chi aveva guardato con
scandalo a quella invenzione architettonica. Fortunatamente nessuno diede retta a
quella previsione così grottesca e la Tour Eiffel, stagliandosi ogni giorno nel cielo
azzurro di Parigi, è meta da sempre di milioni di visitatori che vi riconoscono un
simbolo dell'intelligenza umana e della sua creatività.
Anche a Torino si potrebbe richiamare un'analoga vicenda. Tra pochi mesi, nel 2012,
celebreremo il 150° anniversario della Mole Antonelliana, di una curiosa e inedita
costruzione architettonica proposta e fatta realizzare dalla comunità ebraica della
nostra città. Se si vanno a vedere le Gazzette del tempo, si vede che anche allora vi fu
chi, a Torino, giudicò quell'opera stravagante, inutile e perfino dannosa. Se oggi
qualcuno ne proponesse l'abbattimento, sarebbe lui ritenuto quanto meno stravagante
e curioso.
Proviamo a non avere paura di ciò che non conosciamo, proviamo a scommettere
sulla capacità di inventare, di progettare, di costruire il futuro, perché così faremo il
bene di Torino e dei nostri figli.

FERRARIS Giovanni Maria (Presidente)
Ringrazio il Sindaco per la presentazione delle linee programmatiche.
Ricordo che, come concordato in Conferenza dei Capigruppo, vi sarà tempo fino alle
ore 12.00 di venerdì 8 luglio per la presentazione di eventuali emendamenti alle linee
programmatiche, che vi sono già state consegnate; naturalmente, verranno esaminati
nel corso della seduta di lunedì prossimo.
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