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Estratto dal verbale della seduta di Giovedì 24 Marzo 2011 ore 17,30
Paragrafo n. 2

150 anni dell'Unitą d'Italia
Interventi

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Invito i Colleghi a prendere posto. Daremo inizio alla seduta del Consiglio Comunale
aperto con l'Inno Nazionale.
(Inno Nazionale)

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Saluto le Autorità, il Presidente del Consiglio Provinciale Sergio Bisacca, il
Consigliere Gariglio, in rappresentanza del Consiglio Regionale, il Sindaco, i
Consiglieri, i Colleghi della Giunta, il Vicepresidente, lo staff del Servizio Centrale
del Consiglio Comunale, con il Segretario Generale e la dottoressa Piccolini
(Direttore del Servizio) ed i suoi collaboratori e il professor Levra (Presidente del
Museo Nazionale del Risorgimento Italiano) che farà una prolusione sul tema.
A me tocca l'obbligo e l'onore di aprire questa seduta speciale. In Conferenza dei
Capigruppo abbiamo deciso all'unanimità (aderendo ad una richiesta avanzata in un
primo momento dal Capogruppo Domenico Gallo), di procedere alla realizzazione di
un Consiglio Comunale aperto e di intervenire in prima persona in questa ricorrenza
che riguarda tutti.
Il processo di Unità d'Italia, seppur guidato dal Regno di Sardegna, si è sviluppato a
livello nazionale interessando l'insieme degli Staterelli della Penisola. Ha preso le
mosse dalla Rivoluzione Francese ed ha trovato i suoi momenti di prima
realizzazione nei moti del 1821, quelli carbonari, mazziniani e nelle successive
rivoluzioni del 1848.
Ovviamente, non faccio una ricostruzione storica completa, ma cerco solo di
evidenziare quelli che, a mio modesto avviso, sono stati gli elementi che hanno
determinato il succedersi degli avvenimenti, quanto avvenuto nello Stato di Toscana,
nel Lombardo-Veneto, a Milano, a Brescia, a Venezia, nella Repubblica Veneziana e
poi nella Repubblica Romana e che hanno fatto da corollario alla Prima Guerra di
Indipendenza.
Si trattò di un processo portato avanti non soltanto dall'esercito sardo in quanto,
finché si mosse da solo (senza voler utilizzare i volontari che si rendevano disponibili
nella battaglia, come nel corso della Prima Guerra contro l'Austria), non riuscì
nell'intento di portare a casa risultati positivi.
Poi ci fu la Spedizione dei Mille e anche questa non fu organizzata semplicemente in
Piemonte, ma vide la partecipazione di una grandissima parte di lombardi,
bergamaschi e bresciani in particolare ed in stretto collegamento con i cosiddetti
rivoluzionari siciliani e tutto ciò dimostra quanto fosse necessario l'apporto popolare.
Partirono in mille da Quarto e sbarcarono in mille a Marsala, ma arrivarono in
cinquantamila a Napoli, per cui, sicuramente, il rapporto e la relazione con il popolo
non fu di secondo piano.
Tale processo non fu soltanto il risultato di un patto politico, ma fu anche avviato per
motivazioni di carattere economico, per l'ampliamento del mercato, ossia per la
necessità costruzione del mercato nazionale. Allo stesso modo, si può dire che
l'ingresso dell'Italia nella compagine europea non avvenne soltanto in relazione
all'attività diplomatica e politica dello Stato di Sardegna, con particolare riferimento,
ovviamente, a quanto svolse Cavour non soltanto da Consigliere (come ricorda il
quadro che vedete in Sala Rossa), ma da statista e che vide poi, nella Spedizione di
Crimea, un esempio concreto, con l'attivazione delle aspirazioni tanto della grande
borghesia capitalistica quanto della piccola borghesia.
Anche l'affermazione delle nascenti organizzazioni operaie e dei partiti operai
contribuirà in maniera sostanziale all'affermazione dei diritti validi in tutto il
territorio nazionale ed in rapporto anche alla situazione europea. Da qui, la relazione
tra Mazzini e la Prima Internazionale e tra Garibaldi ed il Movimento Rivoluzionario
di stampo Socialista, che vedeva in lui sicuramente un esponente di primo piano.
Si trattò di un'unità culturale, che precedette l'unità politica, particolarmente in
relazione alle classi borghesi, soprattutto nel mondo dell'arte e della letteratura e che
diventò anche unità culturale delle classi subalterne, attraverso la nascita delle prime
organizzazioni sindacali che portarono poi all'affermazione dei contratti collettivi,
prima territoriali e poi nazionali del lavoro.
Un filo rosso univa i moti popolari e contadini del meridione, liberato dai
Garibaldini, che ha avuto code anche cruenti, dure, pesanti nella repressione. Tutti
ricorderete i fatti di Bronte e poi il brigantaggio, i moti contro le tasse introdotte dai
piemontesi, contro la leva obbligatoria, ma anche e soprattutto per la distribuzione
delle terre, perché si pensava che l'unità d'Italia potesse essere necessaria per
risolvere questo problema che opprimeva il nostro meridione.
C'era un filo rosso che univa queste vicende con la strage di Milano ad opera del
generale Bava Beccaris per reprimere le proteste contro il carovita, in cui furono
uccisi un numero imprecisato di cittadini (tra 80 e 300), e dove altre centinaia
rimasero feriti.
In quegli anni nacquero le prime società operaie di mutuo soccorso, non a caso molte
intitolate a Giuseppe Garibaldi, e si affermarono i primi strumenti di assistenzialismo
cattolico, dei quali i Santi Sociali torinesi sono uno splendido esempio.
Ricordiamo, inoltre, gli scioperi del '43, la resistenza, l'occupazione delle terre e dei
feudi incolti nei primi anni della Repubblica, retaggio di un feudalesimo antico e di
un'arretratezza culturale ed economica che ancora oggi segna la realtà di tante parti
del nostro meridione.
Nella retorica delle commemorazioni spesso e volentieri questi ricordi vengono
lasciati da parte, perché ciò che conta di più è il generale che vince la battaglia, il
condottiero che è in grado, sul suo cavallo, di portare le sue truppe alla vittoria, ma
questi sono gli avvenimenti accaduti insieme alle battaglie importanti. Tanto per fare
un esempio, la Terza Guerra di Indipendenza portò l'Italia alla vittoria sulla base di
una serie di sconfitte dell'esercito; quest'ultime furono compensate soltanto da una
vittoria dei volontari garibaldini e, se non fosse stato per il fatto che eravamo alleati
della Prussia, probabilmente quella guerra non l'avremmo vinta.
Si tratta di avvenimenti che hanno portato alla realizzazione di uno Stato moderno,
attento alla questione sociale e - ed è storia recente - all'affermazione di una
Costituzione, che sebbene non ancora completamente realizzata in alcune parti
fondamentali, ha visto tradotte in realtà alcune importanti riforme che ne affermano
lo spirito unitario che la contraddistingue, come la Riforma della scuola media
unificata, il Servizio Sanitario Nazionale e la realizzazione delle Regioni.
Molte sono state le iniziative e le riforme che, da questo punto di vista, hanno
segnato profondamente la storia del nostro Paese ed incrementato il sentimento di
coesione sociale e di affermazione dei principi unitari.
Sono passati 150 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, l'unità formale dello
Stato è sancita e realizzata, ma l'unità degli italiani, la realizzazione completa della
loro uguaglianza davanti alla legge e della salvaguardia dei diritti fondamentali
dell'uomo è ancora un obiettivo che deve guidarci nella nostra attività quotidiana.
È con questo spirito che oggi rinnoviamo il nostro impegno, come amministratori,
come cittadini e come persone per la realizzazione di quegli ideali che danno forma
alla nostra Costituzione.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Vicepresidente Ventriglia.

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Ringrazio il Presidente, il Sindaco, le Autorità militari e civili, i Consiglieri, i gentili
ospiti e il professor Levra di aver partecipato a questo nostro momento, molto
particolare, molto istituzionale per ricordare i 150 anni dell'Unità d'Italia, che parte
da Torino.
Innanzitutto, permettetemi, con un'osservazione di carattere personale, di esprimere
quanto sia bello vedere così tanti Tricolori. La mia formazione è avvenuta in anni in
cui una semplice traccia di Tricolore significava non poter entrare al Liceo o
all'Università. È bello vedere che oggi quegli anni sono molto superati e che magari
anche le stesse culture, che una volta non ne riconoscevano un valore simbolico, oggi
invece sono, insieme a noi, nella stessa comunità di pensiero, di attenzione e di
amore per l'Unità d'Italia e per i suoi simboli.
Al di là di quest'osservazione personale, vorrei riservare questi pochi minuti ad una
riflessione che spero non suoni troppo provocatoria e che mi è venuta in mente
leggendo le polemiche di questi giorni e che vorrei intitolare "Un elogio della
litigiosità come carattere permanente del genio nazionale italiano".
Dobbiamo imparare a mettere le cose in prospettiva. C'è stata una polemica, in questi
giorni, su chi presenzia e chi non presenzia, chi c'è e chi non c'è, chi partecipa o chi
mette il Tricolore più grande addosso, sulla camicia o sulla giacca. Penso che se
cominciamo a leggere i documenti del passato, recente e meno recente, vediamo che
queste polemiche non sono altro che una manifestazione (un avatar) di discussioni, di
un carattere, di un gusto per la litigiosità che è anche ricchezza, dibattito, passione,
interesse, a prescindere dal momento, alla discussione, al dibattito in sé; è il piacere
di discutere ed anche di dividersi, ma, nell'atto stesso, facendo questo, ci si ritrova.
Non parlo soltanto di cose antiche, se uno studia le etiche, per esempio, del
frazionismo del Partito Guelfo nella Firenze del tardo Trecento, troverà pagine di
straordinaria contemporaneità, ma guardiamo più recentemente. Leggiamoci che
cosa diceva in Parlamento Garibaldi a Cavour. Leggiamoci non soltanto cosa
scriveva Salvemini contro Giolitti, ma che cosa diceva di lui sui giornali.
Si tratta di pagine e voci che ricordano un po' anche il passato che abbiamo vissuto
noi, penso a quando la Sinistra agitava la questione morale contro la Democrazia
Cristiana e ad altri passaggi. C'è una continuità che a volte è impressionante, persino
di linguaggio, oltre che di atteggiamenti e di mentalità, che però dà il senso di un filo
comune che dovremmo avere il gusto di riscoprire e di seguire lungo la storia di
questo Paese.
Scusate la provocazione. Se leggete quelle pagine trovate le stesse frasi, ovviamente
con un italiano diverso, che leggiamo oggi sui giornali. Questo per non assecondare
il luogo comune, secondo cui la politica e la vita civile in Italia è in perpetua
decadenza; ogni generazione è peggio necessariamente di quella che l'ha preceduta e
questo per dire che, in fin dei conti, quest'Italia, che ha compiuto 150 anni, litiga da
secoli. Ha litigato molto nella politica e nelle Istituzioni già sin dalla sua fondazione,
dai primi momenti e dai dibattiti nel Parlamento di Torino, ma in fondo è un'Italia
che poi sa anche sulle cose, alla fine, ritrovarsi e io spero che anche qualche piccola
polemica di questi giorni possa essere incorniciata in una visione più ampia, che è
quella del nostro carattere nazionale, che è un carattere un po' litigioso, ma,
comunque, di grande passione civile.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al professor Levra, Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento
Italiano.

LEVRA Umberto
Signor Presidente, Sindaco, Consiglieri, signore e signori, il titolo che vorrei dare al
mio intervento potrebbe essere: "Torino 1848-1980, i percorsi di una capitale".
Torino nel 1848 era una città modesta per estensione e per popolazione. Contava
137.000 abitanti presenti, cioè la metà di quelli di Milano, un quarto di Napoli.
Rimaneva compresa entro i grandi viali di circonvallazione, progettati dai francesi
all'inizio dal secolo, partendo dall'attuale Porta Palazzo e procedendo, in senso
orario, per gli attuali Corsi Regina Margherita e San Maurizio, si giungeva al Po; lo
si costeggiava verso sud, sino all'attuale Corso Vittorio Emanuele, si percorreva
Corso Vittorio Emanuele fino all'incrocio con quello che oggi chiamiamo Corso
Inghilterra, oltrepassata la Porta Susina, per Corso Principe Eugenio, si sbucava nel
Rondò della Forca e da qui, per Corso Regina Margherita, si tornava in Piazza
Emanuele Filiberto. Il perimetro dell'intera città era compiuto.
I ritmi di vita erano ancora quelli antichi, le ore rumorosamente scandite dai molti
campanili, le strade sporche, maleodoranti, animate e pittoresche durante il giorno,
deserte di notte. I palazzi, anche quelli importanti, come questo palazzo, avevano
spesso intorno una corona di catapecchie che li sommergevano. Sotto i portici di
Piazza San Carlo stazionavano abitualmente crocchi di donne che spannocchiavano
la meliga. Gli orari della giornata riflettevano ritmi di vita e di lavoro organizzati
sulla luce solare e sulle stagioni. Il 32% dei maschi e il 49% delle femmine torinesi
era analfabeta. Per la maggior parte di questi torinesi la vita era breve, molto faticosa,
l'alimentazione scarsa e povera e la mendicità era pratica molto frequente.
Passano dieci anni e siamo all'aprirsi del 1859, cioè all'inizio di quei 23 mesi che, in
modo avventuroso e imprevedibile, portarono alla nascita del Regno d'Italia, nel
marzo 1861.
Ebbene, la città, in quei dieci anni, era profondamente cambiata. Nel 1848 Torino era
ancora quella città, sede da 300 anni, dell'apparato centrale di uno stato regionale,
cioè prevalentemente una città di servizi, più che un luogo di produzione, nella quale
il peso del lavoro subordinato, salariato era molto modesto.
Dieci anni dopo, la modernizzazione prodotta dal liberalismo cavouriano ne aveva
fatto anche una città di banchieri-imprenditori, di grandi agenti di commercio, con
una robusta crescita del settore meccanico e con i grossi stabilimenti dello Stato per
le armi e per le ferrovie in Borgo Dora. Era una città che aveva scambi anche molto
frequenti con le economie più avanzate d'Europa. Era, poi, l'unica capitale in Italia
ad aver conservato, con lo Statuto, una vivacissima vita politica e amministrativa.
Il Parlamento e il Consiglio Comunale erano elettivi, vi era libertà di stampa, di
riunione e di associazione, vi erano giornali, ritrovi, caffè, teatri, editoria,
associazionismo di mestiere, istruzione, più rapida era l'amalgama tra élite nobiliari e
borghesi e vi erano importanti cambiamenti nell'assetto urbanistico.
In dieci anni, quei 137.000 abitanti del 1848 erano diventati 180.000, ossia vi era
stato un aumento in dieci anni del 31%. Si trattava di un'immigrazione sostenuta
proveniente prevalentemente dalle campagne piemontesi, ma - e questo è il dato più
importante - per la prima volta nella storia della città, era avvenuta una immigrazione
particolare, di forse 10.000 esuli politici verso quella che era indicata come "La
Mecca delle libertà".
Questi circa 10.000 esuli politici erano gli esponenti delle élite culturali, politiche,
talvolta anche economiche, di tutta la Penisola, in esilio forzato o volontario, dopo le
varie restaurazioni, seguite all'esplosione liberale del '48. In sostanza, si trattava di
gran parte della classe dirigente dei vari Stati regionali preunitari, la quale svolse una
funzione molto importante nell'italianizzare il Regno Sardo e la sua politica e nel
sostenere il disegno cavouriano di rendere l'istruzione superiore luogo di mediazione
tra politica e cultura, facendo del giornalismo la cassa di risonanza di un consenso
più ampio ossia il polo di aggregazione dell'intellettualità italiana liberale.
Contemporaneamente, questi immigrati si addestrarono alla vita parlamentare ed
amministrativa, acquisirono abiti mentali e comportamenti che concorreranno a farne
la futura classe dirigente del Regno d'Italia.
Vent'anni dopo, nel 1880, De Amicis evocherà in questo modo, in una pagina
famosa, quel clima effervescente: "Certo, un italiano che arrivi qui, con l'idea di
trovare una città uggiosa e un po' triste, come i dispettosi soglion definire Torino -
un villaggio ingrandito - un mucchio di conventi e di caserme - deve provare un
disinganno piacevole, uscendo dalla stazione di Porta Nuova, in una bella mattinata
di primavera. Alla vista di quel gran corso, lungo quanto i Campi Elisi di Parigi,
chiuso a sinistra dalle Alpi, a destra dalla collina, davanti a quell'infilata di piazze, a
quelle fughe di portici, a quel verde rigoglioso, a quella vastità allegra, piena di luce
e di lavoro deve esclamare: 'È bello!'".
"Ma un italiano, che venga a Torino per la prima volta, se appena ha una scintilla da
amor di patria nel sangue, è impossibile che, addentrandosi nel cuore della città, serbi
tanta freddezza d'animo da giudicarla con l'occhio dell'artista. Egli deve sentirsi
sollevato, travolto da un torrente di ricordi, sfolgorato da una miriade di immagini
care e gloriose che trasfigurino la città ai suoi occhi e gli facciano parer bella ogni
cosa.
Deve vedere Carlo Alberto, affacciato alla Loggia del Palazzo Reale in atto di
bandire la Guerra dell'Indipendenza, incontrar sotto i portici il Conte Cavour che va
al Ministero, dandosi la storica fregatina di mani, i commissari austriaci del '59 che
portano l'ultimatum al Presidente del Consiglio, i corrieri che divorano la Via
Nuova, Via Roma, portando le notizie delle battaglie di Goito, di Pastrengo, di
Palestro, le deputazioni dell'Italia centrale che portano i voti del plebiscito, una
legione di vecchi generali predestinati a morire sui campi di battaglia. Ad una
cantonata, Massimo d'Azeglio, in fondo ad una strada, Cesare Balbo, qui il
Brofferio, là il Berchet, laggiù il Gioberti. Visi tristi e gloriosi di prigionieri dei
piombi e di Castel dell'Ovo, giovani che portano sulla fronte, come un raggio, il
presentimento dell'epopea dei Mille. Battaglioni abbronzati di bersaglieri della
Crimea che passano di corsa e stormi di giovani emigrati che sbarrano la strada,
agitando i cappelli, alla carrozza di Vittorio Emanuele.
In ogni parte, cento immagini di quella vita ardente e tumultuosa, piena di speranze e
di audacia, di grida di dolore, di canti di guerre e di fanfare trionfali che si agitò per
quindici anni fra queste mura".
Lasciamo l'enfasi patriottica, ma ben colorita di De Amicis, e torniamo a noi.
Dalla fine del 1859 (era appena conclusa la Seconda Guerra di Indipendenza che
aveva aggiunto al Regno di Sardegna la Lombardia, mentre i Ducati della Pianura
Padana e la Toscana, liberatisi da sé dei vecchi regnanti, chiedevano anch'essi
l'annessione), l'Amministrazione Comunale si impegnò in un grande e costoso
progetto di interventi per fare di Torino una capitale su scala più ampia, sempre
nell'ottica di una città di servizi per un Regno dell'Alta Italia.
La storia, però, correva più in fretta. In quei 23 mesi, già ricordati, dal Regno
dell'Alta Italia si passò al Regno d'Italia, cioè esteso all'intera Penisola. Torino era
diventata molto più periferica.
Inoltre, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la nascita del Regno, un voto solenne
della Camera dei Deputati aveva proclamato Roma capitale.
Roma in quel momento appariva ancora lontana, il potere temporale del Papa era
saldamente puntellato dalle truppe francesi e, tuttavia, in questa stessa Sala Rossa gli
amministratori di Torino cominciarono subito a porsi la domanda di quale dovesse
essere il destino futuro della città, prima o poi, nessuno poteva sapere quando in quel
momento, comunque, destinata a cessare dal ruolo svolto per tre secoli di capitale di
uno Stato regionale e dall'altro ruolo, svolto per dieci anni, di capitale ideale e
morale dell'unificazione.
La città non era ancora per nulla in crisi, inquietudini, incertezze ce n'erano molte; si
cominciò comunque a guardare a una diversa prospettiva, lontana, in gran parte da
costruire, non più città di servizi, ma città industriale e di scambi commerciali.
Quanto si poteva fare subito, fu fatto: approvvigionamento di forza motrice,
potenziamento dell'istruzione tecnica tra gli operai. Per il resto occorreva un medio
lungo periodo.
Intanto la popolazione della città era ancora aumentata, 205.000 abitanti a fine 1861.
Meno di tre anni dopo arrivò l'improvvisa e imprevista mazzata della Convenzione
del settembre 1864 e del trasferimento della capitale a Firenze.
Da lì cominciarono almeno quindici anni di vera crisi, di ristagno economico, di
fallimenti a catena di quanti lavorano e avevano lavorato per la città dei servizi, di
disoccupazione, di calo della popolazione. Con fatica continuò la politica
dell'Amministrazione Comunale per una futura riconversione di Torino e per attutire
il disagio sociale.
Intanto se n'era andata anche gran parte di quell'immigrazione politica che aveva
rappresentato un importante valore aggiunto. Tuttavia quell'immigrazione politica
aveva lasciato un deposito importante, il quale già nel decennio prima dell'Unità
aveva stimolato la preesistente tradizione torinese, con cui si era ben amalgamato. Mi
riferisco al deciso rafforzamento della cultura scientifica e tecnologica, la quale
continuò a funzionare da polo di attrazione nazionale e internazionale: medicina,
igiene pubblica, scienza, fisica e matematica, chimica, biologia, ingegneria.
A questo punto si verificò una nuova immigrazione, molto più esigua,
numericamente parlando, di quella precedente politica, ma di altissimo livello
scientifico; una nuova immigrazione che permise a Torino di presentarsi
all'Esposizione del 1884 come la Capitale della Scienza. Questo fu il biglietto da
visita della città nel 1884. E fu un biglietto da visita del tutto legittimo.
Intanto, un po' alla volta, insieme a questi, tanti altri fattori concorrevano, tra alti e
bassi, a fare di Torino un'altra capitale: quella dell'industria, che era stata ipotizzata,
sognata, vagamente individuata sin dagli anni Sessanta.
Fu nei primissimi anni del Novecento che avvenne la svolta finale, quando comparve
sulla scena una nuova generazione di Amministratori comunali e di imprenditori.
Sotto i due Sindaci, Frola e Rossi, la politica del Comune (inteso come - sono le loro
parole - "azienda al servizio della città", sottolineo azienda) svolse un ruolo decisivo
per il decollo industriale: fonti di energia, comunicazioni, attrazione di insediamenti
produttivi, istruzione professionale, servizi collettivi, edilizia popolare.
Crebbe, naturalmente, in misura esponenziale il disavanzo, che fu finanziato dalle
due maggiori banche cittadine e, in misura minore, dall'aumento del carico fiscale.
Su un altro piano, però, questo interventismo municipale si incontrò con una nuova
imprenditorialità, in alcuni settori che fecero da traino per una rapida crescita
industriale e per ingenti investimenti nei settori metalmeccanico e metallurgico.
Sullo sfondo c'era la buona congiuntura economica e la politica di Giolitti. Tra il
1901 ed il 1911 la popolazione aumentò di circa 8.000 persone all'anno. Nel 1911,
quando si celebrarono i 50 anni dell'Unità, i torinesi erano 427.000, cioè erano quasi
il 12% dell'intera popolazione piemontese.
La città nel 1911 però aveva cambiato volto, rispetto a vent'anni prima, quando il
grosso della popolazione era ancora addensato nel centro.
La crescita maggiore era stata in Borgo San Paolo, Crocetta, Molinette, Barriera di
Milano, Regio Parco, Barriera di Lanzo. Capannoni, cascine trasformate in officine,
molte baracche ancora fatiscenti, le prime case operaie sui prati della Crocetta.
Il focus si dilatava, non era più limitato alla stampa antica bavarese, al tramonto
nostalgico cantato in quegli stessi anni da Gozzano, "Da Palazzo Madama al
Valentino ardono l'Alpi tra le nubi accese (...). E' questa l'ora antica torinese, è
questa l'ora vera di Torino". Senza rinunciare alla Torino tradizionale e attardata, che
Gozzano rimpiangeva, senza rinunciare alla memoria risorgimentale che aveva
celebrato De Amicis e tanti altri con lui, l'intera città stava ora diventando ottimista,
pulsante, dinamica a tutti i livelli sociali.
La forte immigrazione proveniva in grande prevalenza dalle vallate e dalle campagne
circostanti. Non ebbe grossi problemi di integrazione in città, seguiva percorsi antichi
di secoli, anche perché in città erano presenti i principali servizi collettivi. I
problemi, i "campagnini", come già allora si diceva, li ebbero, semmai, nelle
fabbriche, cioè nella loro trasformazione da contadini in operai, con le lotte e
l'organizzazione sindacale connesse.
Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, Torino era già una capitale industriale.
Negli anni della guerra rafforzò tale funzione per l'ingente quantità di commesse
pubbliche, soprattutto nel settore metalmeccanico, ma anche per la concentrazione
operaia e per l'inasprimento dei regolamenti di fabbrica e del carico produttivo.
Insieme alle pesanti conseguenze economiche della guerra, la tensione sociale
esplose nel 1920 con l'occupazione delle fabbriche.
Furono lacerazioni dure da riassorbire in una città in cui, come tante altre, tutti gli
stati sociali erano oppressi dall'incertezza e dalla mancanza di prospettive per il
futuro, in cui il 30%, ormai, dei 505.000 abitanti erano operai dell'industria, con la
punta di diamante numerica e organizzativa rappresentata dagli operai dell'auto, in
una città in cui più che altrove si acutizzavano disagi e tensioni tra i ceti medi e una
classe operai ancora forte.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento, l'industria accentuò ulteriormente la sua
caratterizzazione nella meccanica e nella metallurgia. Alla fine degli anni Venti, un
quarto del totale degli operai torinesi era occupato nella sola Fiat. In quegli anni, era
ripresa e intensificata l'immigrazione dal resto del Piemonte, ma era iniziata anche
quella da altre Regioni; non più l'immigrazione colta e politicizzata risorgimentale,
ma l'immigrazione di profughi, di reduci di guerra dal Veneto, facilmente integrati, e
di braccianti dalla Puglia e dalla Sicilia, meno facilmente integrati.
Torino divenne allora, per la prima volta, una moderna area metropolitana, con una
nuova fisionomia urbanistica. Riprese l'impegno del Municipio per una più vasta
serie di opere pubbliche e di infrastrutture. A questo punto, però, la recessione
all'inizio degli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street nel 1929, ebbe effetti
micidiali sulla vita economica e sociale della città, con un fortissimo taglio
dell'occupazione, con un generale e drammatico impoverimento, quale da 60/70 anni
non si conosceva più, con il ritorno ad una diffusa sottoalimentazione e il ritorno
frequente alla coabitazione forzata.
Torino, però, ebbe un'ulteriore peculiarità, a differenza degli altri grandi centri
urbani del Nord, cioè il blocco dei flussi migratori. Intorno al 1931 aveva 600.000
abitanti, dei quali 145.000 circa di recente immigrazione. Si può ragionevolmente
pensare che se non ci fosse stata quella crisi economica e l'arresto del trend
immigratorio, già negli anni Trenta Torino sarebbe divenuta la più grossa
concentrazione urbana di abitanti nati altrove, cioè trent'anni prima di quanto avverrà
negli anni Sessanta.
La città fu messa immediatamente in ginocchio da questa congiuntura; la crisi,
evidentemente, accentuò le tensioni, rendendo ben più difficile l'integrazione. Né è
testimonianza, tre le tante, una lettera, non firmata, inviata da Torino al signor
Mussolini, luglio 1931, nella quale si chiedeva, cito testualmente: "Lavoro a noi, qui
del Piemonte di Torino, che noi siamo a spasso e i forestieri lavorano tutti".
Uscita malconcia e ridimensionata dalla crisi degli anni '30, la Torino industriale
affrontò, poco dopo, la Seconda Guerra Mondiale, le sconfitte militari, i durissimi
bombardamenti, il disfacimento dell'apparato statale, la sempre più netta e poi
nettissima e decisa ostilità alla guerra.
A guerra finita, le forti aspettative di rinnovamento delle istituzioni politiche ed
economiche si scontrarono con l'enorme massa di disoccupati, con l'altissima
tensione politica e sociale del dopoguerra, con le enormi spese per la ricostruzione.
Tutti insieme questi fattori resero più difficile la riconversione produttiva e la
ricostruzione post-bellica, fino all'inizio degli anni Cinquanta.
La politica del Comune ebbe di nuovo un effetto volano, superiore alle altre città
italiane, che concorse con l'effetto di un altro volano, rappresentato dall'industria
automobilistica, la quale trascinò con sé tutta la metalmeccanica torinese. Intorno al
1961, ormai più di metà della popolazione torinese viveva direttamente del lavoro
per il Gruppo FIAT, a cui vanno aggiunti segmenti via via più consistenti
nell'indotto. Quando nel 1961 Torino celebrò il centenario dell'Unità, non solo
restava come cinquant'anni prima, cioè al culmine della prima rivoluzione in Italia,
restava la capitale industriale, ma era divenuta anche la capitale della monocultura
dell'automobile. Era divenuta la città fabbrica della massima industria italiana.
Insieme al centenario, nel 1961, si celebrarono pure i fasti del miracolo economico.
A Torino il miracolo economico fu anche il risultato di un'immigrazione di
proporzioni colossali da gran parte della Penisola, ma soprattutto dal Mezzogiorno.
Ora non erano più gli 8.000 immigrati all'anno, come tra il 1901 e il 1911, ma era
una media di 65/70.000 all'anno tra il 1951 e il 1961. Nell'anno del centenario la
popolazione della prima cintura era di 1.662.000 abitanti, cioè quasi dieci volte tanto
di cent'anni prima. Nel 1971 erano 2.105.000, con un ritmo di crescita mai
verificatosi nella storia bimillenaria della città, non registrato in nessun altro centro
industriale italiano e con una consistenza, ormai, pari alla metà dell'intera
popolazione piemontese. In poco più di dieci anni una città di 600.000 abitanti aveva
triplicato la popolazione.
L'integrazione fu molto lenta. Durò a lungo una difficile, una difficilissima
convivenza tra due comunità diverse nella città, separate ed estranee in casa. Questa
esplosione colse tutti alla sprovvista e aggiunge, però, a questa esplosione un
orgoglio: l'orgoglio di essere un nuovo tipo di capitale, la capitale del benessere,
come si diceva nel 1961, con livelli di consumi di quasi il 20% superiori alla media
italiana. Un benessere, naturalmente, non uniforme, con squilibri forti nel tessuto
sociale, nelle infrastrutture, nei servizi, con tensioni, con fenomeni di disgregazione,
con lo sconvolgimento di un intero sistema urbano.
Stava per esplodere, con la fine degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta, una
stagione di conflittualità sociale, quale non era avvenuta neppure nell'immediato
secondo dopoguerra. Ma stava anche iniziando la crisi di quel tipo di politica
industriale, a cui si aggiunse lo shock petrolifero del 1973, la concorrenza dei
produttori europei, l'inizio della delocalizzazione e si arrivò, infine, allo scontro
frontale tra Fiat e sindacato.
Intanto un'altra drammatica lacerazione era appena stata rappresentata dagli Anni di
Piombo, 1977-1979. Il 1980 segnò un punto di svolta e di non ritorno. E qui mi
fermo.
"Chi a l'ha pi ėd fil a fa pi ėd tèila" suona un antico motto dei tessitori piemontesi.
Ebbene, in più di 150 anni, Torino di tela ne ha tessuta tanta, l'ha disfatta, l'ha
ritessuta, l'ha ridisfatta e ritessuta e poi ancora.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Credo che la ricostruzione del professor Levra non meriti solo questi applausi, ma
anche qualcos'altro. Vedremo di poterla poi recuperare in forma scritta per i colleghi
e il pubblico che la volesse, per poterla leggere con un pochino più di attenzione.
Iniziamo ora gli interventi dei Gruppi Consiliari, al termine dei quali svolgerà il suo
intervento il Sindaco Sergio Chiamparino.
Procediamo con l'ordine che è stato deciso. La parola al Consigliere Rattazzi, in
qualità di Presidente della Commissione Speciale per il 2011, che interverrà anche a
nome del Partito Democratico.

RATTAZZI Giulio Cesare
Anche per conto del Gruppo del Partito Democratico, essendo stato nominato dal
Consiglio Comunale Presidente della Commissione 2011 per le celebrazioni
dell'Unità d'Italia, intervengo osservando la brevità, ad un tempo opportuna e
crudele, imposta in questa Assemblea, non casualmente e giustamente aperta,
all'ascolto di altre realtà associative della comunità torinese.
Solo per accenni dirò che la Commissione per il 2011 ha lavorato in un centinaio di
riunioni, mantenendo un atteggiamento corale e rapporti costruttivi con la Giunta
Comunale e con il Comitato Esecutivo Italia 150, per esprimere suggerimenti,
proposte, valutazioni operative, seguendo anche le vicende che hanno accompagnato
- va pur detto - il ridimensionamento dei contributi centrali dal 2006 in poi, ridotti a
50 milioni di Euro per Torino e il Piemonte, che ne prospettavano 620, obbligando il
sistema economico locale, pubblico e privato, a imprevisti impegni finanziari, con
prevalente partecipazione del Comune di Torino.
Ma dalla Commissione Comunale sono derivate occasioni di valutazione, di
relazione, di approfondimento che hanno fatto aumentare, in particolare, la
consapevolezza sull'immagine e il ruolo essenziale di Torino, protagonista del
processo unitario del Paese.
L'impresa risorgimentale che celebriamo, riferendolo alla data di proclamazione
dell'Unità Nazionale, ha visto Torino capitale politica per pochi anni; ma su Torino
capitale d'Italia, e in questo senso riprendo il discorso fatto dal professor Levra,
anch'io mi sono posto il problema di parlare di Torino era capitale sia prima che
dopo il 1861-64.
Di fatto, Torino era già stata capitale d'Italia prima e dopo quel momento, riferendosi
ad altri comparti di vitalità sociale, al di là di quelli amministrativi. Lo era stata
prima, perché gli stimoli verso il riconoscimento di un popolo diviso da iniqui
confini in sette Stati spesso arrivavano e partivano dal Piemonte, come luogo
privilegiato di accoglienza, di evoluzione civile, di elaborazione culturale, di
progresso scientifico, di solidità organizzativa, in un clima di apertura ai rumori della
storia, confermato dallo Statuto Albertino.
In questo senso Torino era la capitale culturale o quantomeno delle riflessioni
culturali, con riferimento a coloro che qui si rifugiavano (esuli, perseguitati,
intellettuali) e dove si valutavano i moti rivoluzionari sparsi in diverse contrade, per
fare in modo che un unico popolo diventasse un'unica Nazione e un'unica Nazione
diventasse un unico Stato.
La fase successiva dell'azione politica, diplomatica e militare raggiunse lo scopo
attraverso la condizione preliminare dell'unificazione geografica, conseguita con le
lotte di indipendenza, completata poi dalla Guerra 1915–1918.
E' il momento delle scelte politiche tra Monarchia e Repubblica, tra centralismo e
federalismo, vivendo permanentemente il discorso sui fattori di convergenza verso
l'unità, come la scuola, il fisco, le regole amministrative, e quelli di possibile
divaricazione, da riprendere in successive riflessioni, come i rapporti Nord-Sud, città
e campagna, ricchezza e povertà.
Le diversità territoriali si possono reciprocamente ascoltare e confrontare, senza
cadere nel localismo egoistico, e possono diventare un arricchimento per la
funzionalità dello Stato unitario.
Ma anche dopo aver visto elevato Vittorio Emanuele II Re d'Italia, per grazia di Dio
e volontà della Nazione, insediatosi poi con il Governo a Firenze e giunto fatalmente
a Roma, Torino, superando il temuto impoverimento per l'allontanarsi delle funzioni
amministrative centrali, rimane capitale, avviando un prorompente sviluppo della
produzione industriale, sostenuta da invenzioni epocali, come quella di Galileo
Ferraris, da configurazioni tecniche aziendali avanzate, dall'operosità delle
maestranze; mentre certe tensioni sul piano dei rapporti di lavoro vengono affrontate
da imprenditori illuminati, da società di mutuo soccorso e dai movimenti dei
sindacati operai. Torino è la capitale economica.
Intanto, però, anche un altro aspetto importante e delicato veniva considerato
prevalentemente a Torino, ed erano le relazioni tra Stato e Chiesa, oggetto di
un'attenzione locale, di valenza generale, tra visione politica e sensibilità ecclesiale.
Proprio a Torino si manifestano le forme e si constatano gli effetti della azione
umanitaria dei Santi sociali, a testimonianza di un cattolicesimo vissuto a favore di
deboli e derelitti. Un'attività apprezzata e sostenuta, anche dalla stessa classe
dirigente politica ispirata da un liberalismo che tendeva alla modernità, al
riconoscimento dei diritti umani e delle libertà politiche e civili.
Veniva così affrontato il rapporto tra Autorità civili e gerarchie ecclesiastiche, che
guardavano la democrazia come un fenomeno pericoloso, diventando ostili al
percorso intrapreso in Italia attraverso il Piemonte; ostili non tanto alla promozione
dell'unità, quanto allo sbocco strategico della realizzazione di uno Stato forte,
attuatore di riforme anche contrastanti con la conservazione di quelle che oggi si
potrebbero considerare deformazioni temporalistiche, dalle quali la Chiesa può
distaccarsi, per affermare il messaggio evangelico non attraverso costrizioni proposte
da un potere civile asservito, ma attraverso convinzioni che provengono dal suo
valore universale.
Così Torino poteva essere vista ancora come capitale, comunque come sede
principale, di un problematico rapporto tra potere civile e presenza religiosa.
Un ulteriore servizio all'unità degli italiani Torino lo ha offerto nell'accoglienza di
tante persone, tanto nell'Ottocento quanto nel Novecento, com'è già stato descritto, e
in particolare nel secondo dopoguerra, ricevendo moltitudini di cittadini meridionali,
anch'essi fratelli d'Italia, venuti per aiutare e per essere aiutati; prima tollerati, poi
rispettati, poi stimati, dimostrando la validità di un'integrazione vitale che
rappresenta un altro capitolo dedicabile alla generosità di questa città, oggi
impegnata nell'accoglienza dello straniero, fornendo le soluzioni possibili ai
problemi dell'immigrazione e proponendosi, quindi, come capitale dell'integrazione
e del dialogo. L'Italia senza Torino non sarebbe l'Italia e Torino senza l'Italia non
sarebbe Torino.
L'attuale terza ricorrenza cinquantennale trova uno sfondo locale, nazionale e
internazionale intersecato da qualche preoccupazione e può essere percepito meno
serenamente di quello sotteso nel 1961, intriso dal dinamismo del miracolo
economico.
Ma quanto si è visto emergere dall'entusiasmo popolare, soprattutto a Torino,
attraverso avvertiti sintomi di una presa di coscienza dell'esigenza di coesione
nazionale, manifestata dal sorprendente recupero di uno spontaneo e nobile
patriottismo, ci rende consapevoli che, oggi, l'unità degli italiani diventa
un'aspirazione alla progettualità politica e sociale. È un'Italia che sa sempre
risorgere, come ha fatto con la Resistenza, e si parte ancora da Torino, dove la festa
nazionale del 17 marzo è stata anche festa cittadina, sublimando la consapevolezza di
essere italiani con l'orgoglio di essere torinesi, così come il Sindaco ha saggiamente
ripetuto in questi tempi nei suoi interventi.
E i richiami al ruolo di capitale multiforme, non derivano da presunzione, ma da
testimonianza di verità riconosciuta che caratterizza ancora questa città, sempre
all'avanguardia nell'affrontare le proprie angustie e nel trascinare il Paese in
operazioni di progresso sociale, civile, culturale, economico e scientifico. Ed è
proprio ampliando la conoscenza degli eventi ed approfondendo il significato dei
sentimenti e dei pensieri risorgimentali, talvolta contrapposti ma convergenti in un
comune obiettivo unitario, è proprio così che in questa occasione e in questa Sala,
con la dovuta sincerità, contempliamo la memoria, viviamo la contemporaneità,
mentre passa l'onda del futuro.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Cantore, Capogruppo del Gruppo Forza Italia-PdL.

CANTORE Daniele
Ringrazio il Presidente del Consiglio, le autorità e i colleghi Consiglieri. Mi pare che
oggi si possa dire che festeggiamo anche la prima settimana dopo l'inizio dei
festeggiamenti e penso che farlo in questa Sala e, per me, di fronte all'immagine di
Camillo Cavour abbia un importante significato. Penso che si possa anche dire che in
questa settimana siamo stati orgogliosi di essere italiani, ma anche orgogliosi di
essere torinesi. Penso che questo sia un sentimento importante.
Ritengo che non sia offensivo nei confronti delle altre città italiane ricordare che
Torino è quella che ha vissuto con maggiore sentimento, con maggiore pathos, con
maggiore trasporto, grazie anche all'intervento delle Istituzioni, questi 150 anni di
Unità d'Italia e, mi permetto di dire, di esistenza d'Italia, perché, forse, sarebbe più
opportuno utilizzare questo termine.
Volevo ricordare che questa settimana certamente i festeggiamenti proseguiranno,
ma, oggi, noi segniamo una settimana di 150 anni e la segniamo in Sala Rossa.
Vorrei citare una piccola parte di un intervento di un grande Presidente della
Repubblica, Sandro Pertini, per il centenario di Garibaldi, ovviamente era in
tutt'altro contesto. Lui si riferiva ai festeggiamenti e Pertini, chi l'ha conosciuto sa
quanto fosse uomo pragmatico e che non amasse tanto i contorni, diceva che il
centenario di Garibaldi non doveva essere solo significato con i simboli, con i
festeggiamenti, ma doveva dare un messaggio profondo.
Vorrei leggere queste quattro righe che mi paiono di grandissima attualità: "Deve
essere una grande riflessione storica e politica sulle tradizioni e sulle radici dell'Italia
moderna, dalla quale trarre motivi morali, che possono valere per i nostri compiti e i
nostri doveri di oggi. Chi non è capace di trarre insegnamenti dalla storia,
difficilmente può avere di fronte a sé un grande avvenire. Una Nazione che non
conosce o ha dimenticato le proprie radici, difficilmente riuscirà ad essere veramente
tale ed esprimere sempre, in ogni circostanza e in ogni momento difficile, la forza
necessaria per superare gli ostacoli e per vincere le difficoltà che gli si parano
dinnanzi".
Mi pare una frase che potremmo utilizzare anche per questi 150 anni d'Italia in
questo contesto, dove, a due giorni dall'inizio dei festeggiamenti, è scoppiato il caso
della Libia, ma non voglio parlare in quest'Aula di questo argomento, e anche
ricollegandomi all'intervento di grande attualità del professor Levra. Vorrei
ricordare, in questa direzione, che, quando la capitale d'Italia venne spostata a
Firenze, ci fu un sano e giusto risentimento da parte dei torinesi, che perdevano
questa capitale d'Italia.
Il Sindaco di allora, Luserna, rifiutò l'indennizzo da parte del Governo per questo
trasferimento della capitale, che voleva dire non solo un trasferimento di immagine,
ma anche di impiegati e di funzionari del Regno; ci furono, come è risaputo, dei moti
che, in questi anni, sono stati poco ricordati, ma penso che siano importanti per il
significato che avevano; Torino, poi, riuscì a riprendersi e, addirittura, lo scrittore
Olindo Guerrini disse che perdere la capitale fu una fortuna. Non so se sia stato
veramente così, certamente non potevamo pensare di tenere la capitale a Torino e di
non trasferirla a Roma, ma perdere la capitale portò Torino a svegliarsi, è vero ci
vollero un po' di anni, ma già nel 1866 il nuovo Sindaco, Filippo Galvagno, appena
diventato Sindaco operò in direzione dello sviluppo dell'industria e realizzò (cosa per
noi ormai superata e desueta, ma dobbiamo ritornare a quegli anni) una rete di canali
aventi la funzione di fornire, tramite mulini a ruota, energia alle prime industrie.
Penso che questa sia Torino, una città che è legata alle sue tradizioni e alla sua storia,
che è orgogliosa di essere tale e che, ogni tanto, vive il sentimento - ma lo vivo io per
primo e lo viviamo tutti - di essere un po' esclusa dal contesto nazionale; qualche
volta lo è, qualche volta non lo è, molte volte ci diciamo anche che ci piangiamo
addosso, ma in realtà riusciamo a coniugare il nostro orgoglio anche con la capacità
di reinventarsi. Vorrei terminare dicendo due cose: in questi anni, in quest'Aula,
unitariamente, abbiamo approvato degli ordini del giorno sui problemi occupazionali,
sul mantenimento di alcune aziende ed industrie nella nostra città e, quindi, abbiamo
guardato avanti, abbiamo cercato di reinventare questa città e abbiamo - ne sono
orgoglioso perché sono il primo firmatario - fatto in modo che anche il raduno
nazionale dell'Arma dei Carabinieri, che è nata a Torino e che poteva andare a
Milano, rimanesse a Torino; la nostra è una città che è consapevole della sua storia,
ma guarda anche avanti e diventa unita in questo guardare avanti.
Il Vicepresidente del Consiglio ha giustamente detto che siamo un popolo litigioso; è
vero, però dobbiamo imparare di nuovo - permettetemi questo "di nuovo" - a
distinguere l'appartenenza politica dal rispetto delle Istituzioni e voglio concludere,
proprio come responsabile di un partito di opposizione, ringraziando il Sindaco per
questi primi festeggiamenti per l'Unità d'Italia. Lo faccio in modo sentito, perché
ritengo che lei, insieme al Presidente della Provincia e al Presidente della Regione,
abbia condotto molto bene questo Comitato e ringrazio anche il professor Rattazzi
che ha condotto la Commissione Consiliare; però, voglio farlo anche perché
dobbiamo passare dalle enunciazioni agli atteggiamenti. In questo caso non possiamo
parlare dalle enunciazioni ai fatti, ma dalle enunciazioni agli atteggiamenti:
riprendiamo un senso delle Istituzioni e riconosciamo all'avversario, o a quello che
sta politicamente dall'altra parte, le cose che non vanno, ma riconosciamo anche le
cose che vanno. Questa è la ripresa di un senso delle Istituzioni, ma - se mi
permettete - anche di un senso della politica che non può che partire da questa grande
città che è Torino.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola, per il Gruppo dei Moderati, al Consigliere Bruno.

BRUNO Giuseppe Maurizio
Grazie, Presidente. Ringrazio tutti. Non darò un grande contributo in termini di
conoscenza, perché, grazie alla mia ignoranza, non ho questa possibilità ed infatti
ringrazio il professor Levra per averci illuminato con il suo discorso ed aver dato
anche degli spunti. Non sono mai stato invidioso, però mentre parlava il professore
invidiavo quella che poteva essere l'atmosfera che si viveva in quegli anni attorno
all'Unità d'Italia, com'era Torino all'epoca, qual era l'entusiasmo, la passione, gli
sforzi ed il credo che c'era nei confronti di un progetto e di un intento così
importante e così difficile da raggiungere, che ha coinvolto molti ed ha portato al
sacrificio di tanti.
Si sostiene sempre che i morti sono tutti uguali, io ritengo che però la vita che hanno
vissuto li rende diversi, sia chi ha combattuto per l'Unità, che chi ha combattuto
perché l'Italia rimanesse divisa; c'è chi durante la guerra ha combattuto per liberare
l'Italia dall'invasore e c'è chi ha combattuto per l'invasore; c'è chi durante gli anni
di Piombo ha difeso alcune posizioni estremiste e chi, invece, si è sacrificato per la
nostra democrazia; anche oggi c'è chi vuole dividere ciò che è unito. Ognuno, poi,
può condurre la propria esistenza basandosi su diverse idee e su diversi valori, ma
oggi possiamo comunque vedere un'Italia forte, radicata, un'Italia che, come diceva
Benigni, è giovane, è minorenne, però è un'Italia che ha costruito una cultura ed ha
reso gli italiani orgogliosi di esserlo prima che l'Italia ci fosse. Un Paese che ha
espresso la sua capacità di donare al mondo arte, cultura, democrazia, capacità di
governo prima ancora che si rendesse lei stessa conto di avere questa forza da
condurre nei propri confronti.
Pensavo anche come poteva coglierci impreparati il centocinquantenario se fosse
avvenuto vent'anni fa a Torino; sicuramente, non avremmo avuto una città preparata
come quella che abbiamo avuto in questi giorni, dopo la trasformazione da quella che
era una città industriale ad una città che ha valorizzato quella che è la sua cultura
storica, la sua cultura nei patrimoni e nell'architettura. Questa città è riuscita a
valorizzare la sua cultura in senso lato agli occhi del mondo, non solo agli occhi
dell'Italia stessa. E al Sindaco va sicuramente riconosciuta la capacità di aver potuto
leggere più di altri quella che era la direzione che questa città avrebbe dovuto
intraprendere per poi arrivare, oggi, a questo centocinquantenario e potersi presentare
veramente come quella città che forse era indispensabile - come può esserlo ancora
oggi - per poter avere comunque un'Italia ancora più forte.
Guardavo con orgoglio gli extracomunitari e gli immigrati che, con la coccarda
dell'Italia o la bandierina, insieme ai loro figli, che avevano il foulard dell'Italia,
andavano in giro per le strade del centro della nostra città. Lì vedevo la nuova Italia,
che è la prosecuzione di questa Italia e che è un'Italia che sicuramente ci potrà dare
ancora grandi soddisfazioni.
Viva l'Italia.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Grimaldi, Vicecapogruppo del Gruppo di Sinistra Ecologia
Libertà.

GRIMALDI Marco
Ringrazio il Presidente, il Sindaco, i Colleghi e le Autorità. Come Gruppo di Sinistra
Ecologia Libertà, prendiamo la parola semplicemente per fare un ringraziamento ed
un augurio.
Il primo ringraziamento va fatto al Presidente della Repubblica ed il secondo, di
sicuro, ai nostri concittadini.
Il Presidente Napolitano ha saputo come non mai farsi bandiera, inno e Paese, ma le
sue parole e la sua presenza non erano in discussione, non lo erano certo i suoi alti
discorsi, né il registro etico e civile delle sue citazioni. In discussione, ovviamente
non da parte nostra, era l'opportunità di festeggiare questo anniversario, pensando
alla grave crisi economica, civile e sociale che attraversa questo Paese.
Credo, però, che i nostri concittadini abbiano saputo rispondere, con orgoglio, ai tanti
giornalisti, scrittori, politici ed Istituzioni - purtroppo anche Istituzioni - che hanno
continuato ad insinuare questo dubbio. Sono loro ad aver ristabilito, senza retorica, il
senso di queste celebrazioni ed il giusto peso al compleanno di questo giovane Paese.
Vivo in un vecchio borgo, ingrigito dai fumi di un secolo di polvere nero carbone,
ma in questi giorni è ridipinto dalle migliaia di Bandiere tricolore. Vivo in questo
quartiere operaio, di gente che veniva da lontano per andare a lavorare nei grandi
gasometri di Corso Regina, un quartiere di migranti tanto ieri quanto oggi. È la
speranza di un futuro migliore del presente che unisce le società, dalla solitudine e le
barbarie degli uomini primi; è la speranza che ha reso possibile l'unità, la
liberazione, la Costituzione e la Repubblica. È la stessa speranza politica, etica e
civile che ha reso cittadini milioni di sudditi e ribelli.
Siamo in un Paese stremato dalla precarietà ed invecchiato per le poche certezze che
la mia generazione - i giovani - ha davanti, eppure, camminando tutti i giorni a fianco
di questa città, scopro ogni giorno che quella speranza non muore mai e la vedi
rispuntare negli occhi delle migliaia di ragazzi universitari arrivati da tutta Italia e da
tutto il mondo che vivono in vecchi palazzi con il ballatoio o nelle nuove residenze
universitarie del Media Village dell'ex area Italgas, come la vedi negli sguardi dei
tanti genitori che, di corsa, vanno a portare i figli nelle nostre scuole dell'infanzia.
Compito della cultura, della scuola, dell'informazione, della politica e delle
Istituzioni, come allora, è far sì che anche domani in questa Repubblica milioni di
italiani possano essere cittadini di questo vecchio Continente e di questo mondo che,
oggi, anche grazie ad una nuova coscienza ambientalista - finalmente -, ci ricordiamo
che è l'unico che abbiamo.
A questo punto, ci congediamo solo con un augurio a questa Sala Rossa, sperando
che sappia costruire, come ha ricordato Napolitano al nostro Sindaco - che si merita
il nostro abbraccio più caloroso -, una Torino orgogliosa di fare da sempre parte di
un Paese migliore.
Grazie, Torino. Buon compleanno Italia.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Galasso, Capogruppo del Gruppo Futuro e Libertà per
l'Italia.

GALASSO Ennio Lucio
Le autorevoli presenze ci dicono la solennità di queste celebrazioni. Le
manifestazioni di questi giorni ci segnalano che la società mostra una consapevolezza
della sua identità; gli italiani ci sono, la politica forse.
Vi è una consapevole visione di un comune destino e la conferma più clamorosa la
riceviamo dalle due personalità più eminenti e più seguite oggi in Italia, che sono il
Presidente della Repubblica ed il Papa: due storie, due culture, due sensibilità, due
atteggiamenti e due ruoli diversi nel tempo ed al tempo del Risorgimento e che però,
oggi, ci dicono entrambi della vitalità e della positività del Risorgimento.
Questo ci consente di fare subito una riflessione: non dobbiamo ingessare le passioni,
né i ruoli, né le scelte dei protagonisti del Risorgimento (prima, durante e dopo) e
dobbiamo cogliere il respiro vitale delle generazioni e delle intelligenze, delle
sofferenze e delle gioie, degli eroismi e delle nefandezze anche nel Risorgimento.
Montale ci insegna che la storia procede, prescindendo da chi la fa e anche da chi la
ignora. Il dinamismo, così come ho cercato di sintetizzare in queste pochissime
parole, lo cogliamo anche e soprattutto dall'atteggiamento dei protagonisti del
Risorgimento, a cominciare da Cavour. La considerazione che posso fare è che la
spinta unitaria fu così forte e fu più forte della politica originaria cavouriana, ma
Cavour seppe coglierne la forza e la assecondò. Fu più forte, quindi, delle divisioni,
dei dissidi e delle zone d'ombra e nella storia dobbiamo riuscire a cogliere tutto.
Procedo velocemente proprio per segnalare questi atteggiamenti, che ci debbono
mettere nelle condizioni per cogliere il respiro di quei tempi e soprattutto il
messaggio che hanno lasciato alle generazioni future.
Citavo prima Cavour, che aveva manifestato poca fiducia nelle possibilità di un
successo popolare del movimento. Poi, dopo Crimea, si segna una svolta e, quindi,
un nuovo indirizzo, ma dico e ripeto quello che avevo sostenuto: seppe, però,
assecondare lo spirito e la forza unitaria.
Voglio nominare anche uno dei più citati, a volte come contradditore di questo
movimento o almeno come interprete diverso di questo movimento: Carlo Cattaneo.
Ebbene, Carlo Cattaneo, dopo gli insuccessi del '21, in effetti guardava più ad una
Lombardia austriaca, così come il Correnti (che, però, se ne sentì tradito), che non ad
una Lombardia - perché non la voleva, ovviamente - sabauda; ma ho qui il proclama
del 20 marzo 1848, durante le 5 Giornate di Milano, che Cattaneo firmò e che fu
scritto di suo pugno su carta intestata Italia Libera (quindi è il primo messaggio
unitario e di vocazione italiana), che esordisce così: "La bandiera italiana sventola
sui portoni di Porta Nuova". Quindi l'Italia e la bandiera, il simbolo. Il proclama (che
non leggerò tutto) prosegue: "Tra un giorno o due i nostri nemici lasceranno questa
sacra terra ai buoni italiani". Questa è la costante sottolineatura che ne viene e che,
poi, gli atteggiamenti su come organizzare lo Stato sono cosa diversa dallo spirito e
dal sentimento unitario.
È già terminato il tempo a mia disposizione e non voglio abusare della benevolenza
altrui, ma posso soltanto dire che il passato è una foresta che va esplorata con amore
e, come diceva Berdiaeff, "La ricerca della verità è un atto d'amore". Attraverso la
ricerca della verità e attraverso questi atti d'amore, noi possiamo coltivare quel senso
istituzionale a cui prima si faceva riferimento, ma il senso istituzionale lo possiamo
coltivare attraverso una sana cultura istituzionale.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Manuela Savini, Capogruppo di Alleanza Nazionale e PdL.

SAVINI Manuela
Un saluto alle Autorità, agli ospiti e a tutti i Colleghi.
Il mio intervento sarà sicuramente più breve di quello dei Colleghi, anche per rispetto
nei confronti del professor Levra, che in appena 30 minuti e riuscito a condensare
150 anni di storia. Quindi faccio i miei complimenti al Professore.
Credo che i festeggiamenti, la visita del Presidente della Repubblica, i tantissimi
Tricolore che ci sono in città, l'inno nazionale suonato in diverse occasioni e cantato
persino dai bambini abbiamo nell'insieme creato quel clima di festa, sicuramente, ma
di una feste solenne, a stigmatizzare l'importanza del motivo dei festeggiamenti e
cioè i 150 anni d'Italia.
Nel 1847 un giovane ventenne, Goffredo Mameli dei Mannelli, ha scritto il testo di
un canto, "Il Canto degli Italiani", che il 12 ottobre del 1946 sarebbe poi diventato
l'inno del nostro Paese, l'Inno d'Italia. Quelle parole sono state musicate a Torino
poco dopo da Michele Novaro e onestamente sono abbastanza lusingata del fatto che
Torino abbia ospitato colui che poi ha dato la melodia a quelle parole, una melodia
molto patriottica, se ci pensiamo.
Mi preme leggere la seconda e la terza strofa dell'Inno, che in tutto il suo testo
ripercorre il fervore patriottico di quegli anni, la guerra contro l'Austria. Vi cito:
"Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte siam pronti alla morte l'Italia chiamò. Uniamoci, amiamoci,
l'Unione e l'amore rivelano ai Popoli le vie del Signore; giuriamo far libero il suolo
natìo: uniti per Dio chi vincer ci può? Stringiamci a coorte siam pronti alla morte
l'Italia chiamò.".
Non saranno, quindi, polemiche, sterili pretesti a disunire ciò che la storia e tanto
sangue hanno faticosamente unito. Viva l'Italia. Viva gli italiani.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Valter Boero, Capogruppo dell'Unione Democratici
Cristiani.

BOERO Valter
Signor Sindaco, autorità, gentili ospiti, colleghi Consiglieri, l'occasione è solenne,
quindi non voglio abusare della vostra pazienza per una serata importante, vorrei
semplicemente osservare che il 150esimo anniversario dell'unificazione politica
dell'Italia offre a tutti l'opportunità per riflettere sulla nostra storia e sulla nostra
genesi.
La Sala Rossa, che ci ospita questa sera, è certamente stata testimone di atti
significativi nell'avvio di questo processo nel corso dell'Ottocento, è stato ben
ricordato dal professor Umberto Levra. È anche singolare che i partiti, soggetti che
partiscono, essi stessi frutto di divisioni, che connotano anche diverse sensibilità
della città, siano promotori, in un impulso unitario, di queste celebrazioni; è una cosa
interessante.
Certamente, anche solo psicologicamente, è salutare passare da accurati e continui
distinguo, praticati nelle Commissioni e nei Consigli, ad una visione di insieme
unitaria, dove, forse, molte polarità trovano compensazione ed infine si può percepire
un'unica volontà, orientata al bene dei cittadini.
Sono rare le occasioni in cui ci si può unire in un unico sentire, è una sensazione che
si prova in questa Sala quando, di tanto in tanto, le iniziative del Consiglio Comunale
vengono approvate all'unanimità. È accaduto anche recentemente e ne siamo felici.
Per cogliere appieno il senso di questa Unità è necessario, tuttavia, esplorare con
garbo le fonti che hanno dato luogo alla nostra identità, che, prima che essere unità
nazionale, è stata unità di lingua, di cultura e di religione. Limitare l'osservazione ad
uno scontro risorgimentale tra istituzioni - penso alla questione romana, cioè allo
scontro tra Stato e Chiesa - significa, di fatto, disconoscere queste radici e quindi
omettere i tratti somatici che permettono al mondo intero di identificare il nostro
Popolo.
Le fonti che ho menzionato sono, comunque, quelle che hanno consentito di dare
stabilità e continuità politica ad un'aggregazione che diversamente sarebbe stata
artificiosa e non naturale sbocco di un'identità nazionale forte, come abbiamo oggi.
La Costituzione repubblicana del 1947-1948 è il frutto unitario di un incontro ed una
collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero: è un buon frutto, è un buon risultato
che ancora oggi apprezziamo e di cui godiamo.
Ciò che abbiamo sentito stasera certamente offre ottimi spunti per organizzare
pacatamente e fruttuosamente la nostra riflessione nei prossimi mesi di
festeggiamento di questa bella ricorrenza. Quindi viva l'Italia.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Raffaele Petrarulo, Capogruppo del Gruppo Di Pietro Italia
dei Valori.

PETRARULO Raffaele
Ringrazio il Sindaco che vigila sempre su di noi, fino alla fine - dieci anni importanti
- e le Autorità presenti.
Il mio intervento sarà molto breve. Penso che l'illustrazione del dottor Levra possa
essere esaustiva per la spiegazione storica, quindi farò una riflessione su quella che è
la situazione attuale dell'Italia e della nostra città, perché penso che poterla
eguagliare o poter fare un intervento simile, o anche marginale al suo, sarebbe
sminuente per tutti coloro che hanno ascoltato.
150 anni dell'Unità d'Italia, un anniversario importante, una data che celebra la
storia, la dignità ed il sacrificio dei nostri padri, un anniversario che ci piace
festeggiare nella migliore delle maniere e vorremmo che così fosse per tutti. Un
anniversario, però, difficile, non solo per il momento politico di particolare buio, ma
anche per le polemiche, che nessuno oggi ha detto, ma purtroppo in questa sede
vanno anche rimarcate, perché l'Unità d'Italia parte dalle polemiche, affinché non
avvengano più.
Già, perché, se, da un lato, l'atteggiamento sprezzante di questi personaggi suscita
amarezza, dall'altro, francamente, molto di più provoca indignazione.
Gli ammutinamenti nei confronti delle celebrazioni, da una parte, e le dichiarazioni
secessioniste, dall'altra, provengono da un partito di Governo; ed allora mi verrebbe
spontaneo chiedere a questi signori come conciliano il proprio spirito anti unitario ed
anti italiano con il fatto di guidare un Governo nel Paese stesso. Esiste un modo per
rendere conciliabili le due cose? Credo proprio di no e, francamente, per quanto
orgoglioso di essere italiano, non mi sento affatto fiero di essere cittadino di un Paese
al cui Governo siede gente che ha il coraggio di dire che l'Unità d'Italia oggi non
esiste, non è stata fatta né 150 anni fa, né il 2 giugno del '46, perché le Italie sono
due, come ha detto un esponente del Governo.
Questi signori dovrebbero ricordarsi di ricoprire un ruolo pubblico, dovrebbero tener
conto del fatto che sono Ministri della Repubblica.
Ed arrivo all'altra ragione per cui questo è un anniversario difficile.
Io credo che quella odierna sia anche un'occasione per rileggere il Risorgimento per
ciò che esso fu davvero: un grande sforzo collettivo dal punto di vista politico per
ritrovarsi in vera e propria unità statuale.
Ed ora, a 150 anni da quello sforzo, l'Italia si vede guidata da un Governo diviso su
tutto, non ultima la discussione sui festeggiamenti per questa giornata. Un
anniversario, insomma, segnato da troppe macchie, che però noi ci sforzeremo di
celebrare con la possibilità di chi sa che il buio della politica sta per finire, perché
questo Paese si riprenderà a breve la dignità di tornare ad essere degno di chiamarsi
Italia, perché l'Italia è una sola e non sono due, come qualcuno dice.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Mario Brescia, Capogruppo della Lega Nord Piemonte
Padania.

BRESCIA Mario
Sindaco, ospiti, la ricorrenza che oggi questo Consiglio celebra, i 150 anni
dell'Unità, credo che, oltre ad essere una festa, debba essere anche un'occasione per
riflettere e comprendere come la Nazione si sia evoluta, capire che cosa non abbia
funzionato e ripartire verso un futuro di innovazione che possa generare un vero
rinnovamento per il Paese. Ciò avviene tramite il federalismo.
Noi crediamo che sia necessario capire il nostro passato per rilanciare il Paese verso
il domani. Dopo 150 anni a che punto siamo? C'è forse nel cuore dei cittadini il
sentore che un qualche cosa non abbia funzionato?
Vorrei che si pensasse per un attimo ad altri Stati, la Svizzera, ad esempio, o gli Stati
Uniti: a loro nessuno direbbe mai: "Esponete le bandiere per dire che siete orgogliosi
del vostro Paese", è' un meccanismo automatico quello dei cittadini americani, sia di
vecchia che di nuova cittadinanza, sinonimo di un profondo radicamento e di unità.
Da noi, siamo sinceri, non sempre è così.
E ci fa un po' sorridere vedere gli stessi politici di Sinistra, che non molti anni fa
guardavano il Tricolore come un sinonimo di Fascismo e Nazionalismo e magari le
bandiere le bruciavano, che oggi si sono convertiti ad un saldo Nazionalismo che
nasconde interessi di facciata.
Credo, invece, che sia particolarmente significativo, in quest'ottica, che, proprio
nell'anno del centocinquantenario, il federalismo giunga nel vivo del suo percorso di
realizzazione, significativo perché è quel primo passo verso la nuova Nazione, quella
di domani, che, unita nell'identità federale di ogni territorio, si troverà pronta alle
sfide da affrontare con vitalità e freschezza.
Nessuno si sogna di mettere in discussione il sentimento di unità nazionale dei
cittadini statunitensi, che, fieri ed orgogliosi del loro Paese, vivono una salda unità
che si concretizza in una federazione di realtà locali ben distinte. Così crediamo che
sarà anche il nostro Paese domani, uno e federale.
È un po' questo il nostro augurio, che questa ricorrenza, più che una festa fine a se
stessa, sia la celebrazione di un nuovo percorso, verso il domani di una Nazione che
ha saputo rinnovarsi.
Vorrei ricordare in questo contesto anche coloro che sono caduti nel percorso storico
che ci ha portato fino ad oggi, anche chi la vita l'ha persa perché si è sentito tradito,
come le vittime della strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864. Quei giorni decine
di cittadini persero la vita e molti furono feriti nel moto di protesta contro l'intento
dei Savoia di trasferire la capitale del Regno da Torino a Firenze. Lo scontro avvenne
in Piazza San Carlo. I cittadini si sentirono traditi dall'allora neonato Stato, il quale
decise di ripagare i piemontesi dei sacrifici e del sangue versato nell'avventura del
Risorgimento privando Torino dello status di capitale.
Questo creò una chiara rottura tra le ragion di Stato, che ormai si orientavano a
Roma, e i sudditi subalpini, preoccupati e consapevoli del fatto che la perdita della
condizione di capitale, e quindi dei Ministeri, portasse anche a un drastico
ridimensionamento dei posti di lavoro, cosa che puntualmente avvenne, ed il calo
demografico di Torino negli anni successivi al 1864 lo testimonia.
Fu proprio per questo, probabilmente, che la protesta che fu soffocata nel sangue
dall'esercito sabaudo vide come vittime tantissimi lavoratori, fra cui molti giovani
fra i 17 ed i 25 anni: facchini, operai dell'arsenale, fabbri ed anche un giardiniere di
40 anni, che curiosamente si chiamava Giuseppe Bossi.
Quei martiri della nostra città capoluogo sono caduti nel totale oblio della storia,
tant'è vero che nei libri è quasi introvabile la traccia di quegli avvenimenti.
Mi pare che la nostra città e la nostra regione debbano, invece, ricordare in modo
degno queste persone, che hanno sacrificato, incolpevoli, la loro vita, per un moto di
orgoglio derivato dagli enormi sacrifici affrontati durante il Risorgimento.
C'è poi un aspetto molto particolare della nascita del Tricolore che vorremmo
ricordare: è proprio quel verde, un po' nostro, le cui origini affondano nella
Repubblica Cispadana e nella Legione Lombarda. Già, perché, se ci si domanda
come mai proprio il verde, il bianco ed il rosso siano i colori della bandiera, sul sito
del Quirinale si può leggere che "Il Tricolore, quale bandiera nazionale, nasce a
Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana
(...) decreta 'che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori
Verde, Bianco e Rosso (...)'". E sempre dal sito del Quirinale leggiamo che anche i
reparti dell'epoca "ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In
particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i
colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella
regione: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale
di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le
uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori - conclude sempre il sito del
Quirinale -, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che
raccoglieva i soldati delle terre dell'Emilia e della Romagna, e fu probabilmente
questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria
bandiera".
Anche nella bandiera, dunque, è affermato quel principio fondamentale che la Lega
da sempre ha fatto suo, e cioè l'identificazione radicata e irrinunciabile di un Popolo
con il suo territorio e la sua storia, in questo caso, appunto, con la cultura che
germoglia nella grande Pianura Padana.
Questa è la nostra interpretazione rispetto ad una celebrazione che, purtroppo, ha
visto molte strumentalizzazioni, sempre in chiave critica rispetto al nostro
movimento, dalle quali noi vogliamo del tutto svincolarci.
Noi della Lega siamo da molti mesi sotto i riflettori, tirati per la giacchetta dai media,
per le polemiche legate a questa celebrazione, ma delle polemiche alla gente davvero
importa poco. È molto più importante concentrarsi su problemi come il lavoro e
l'occupazione, che i cittadini ci chiedono di risolvere. Questa è la sfida di oggi.
Dunque i festeggiamenti dovrebbero essere uno stimolo a ripartire, uno stimolo
avvertito anche dal Presidente Napolitano, che ha detto di andare oltre alla festa. Un
rinnovamento fatto in modo franco e leale per rilanciare il nostro Paese verso un
futuro diverso, che si compirà con la riforma federalista.
Anche se la Lega si è schierata contro il giorno di festa, voluto per il 17 marzo,
dimostrando, però, cosa sia il senso istituzionale, ha poi accettato la decisione della
maggioranza. Un grande senso di rispetto per il Paese che la Lega Nord dimostra tutti
i giorni con il suo continuo lavoro, l'abnegazione dei suoi Ministri, degli
amministratori e di tutti gli eletti, che dedicano il proprio massimo impegno al
miglioramento della nostra terra.
Il nostro modo di rendere omaggio alle persone che compongono il nostro sfaccettato
Paese anche oggi, dunque, è proprio questo: il lavoro e l'abnegazione per creare un
domani migliore in uno Stato federale.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Giuseppe Lonero, Capogruppo del Gruppo Misto di
Minoranza La Destra.

LONERO Giuseppe
Ringrazio tutti i presenti. Innanzitutto voglio iniziare il mio intervento ringraziando il
Sindaco per le parole che ha pronunciato al Teatro Regio il 18 marzo, in apertura dei
festeggiamenti, alla presenza del Presidente della Repubblica e soprattutto voglio
ringraziarlo per quel passaggio, quando ha riconosciuto che Torino non sarebbe
diventata quella che è senza l'immigrazione dal Meridione. E io, da meridionale,
venuto a Torino non per lavorare in Fiat, ma per studiare al Politecnico, mi sono
sentito coinvolto e chiamato in causa, e di questo lo ringrazio.
Dai festeggiamenti e dalla grande partecipazione popolare, così entusiasta, così
numerosa, io personalmente ho tratto, e voglio condividere con voi, una lezione: che
c'è tanta voglia di Italia tra i cittadini. Mi sono, però, chiesto se questo
centocinquantenario è stato solo la celebrazione dell'Unità d'Itala oppure è stato
anche la celebrazione dell'unità del popolo italiano. Personalmente ritengo che mi
impegno a lavorare perché un domani io, ma soprattutto mia figlia possa celebrare il
bicentenario, possa celebrare altri anniversari importanti dell'Unità d'Italia e
dell'unità del popolo italiano. Questo è lo stimolo che deve farci considerare questo
centocinquantenario non come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza.
Deve essere uno stimolo affinché le istituzioni, a cominciare dal Comune di Torino,
si impegnino a lavorare per mantenere vivo non solo il senso dello Stato, non solo
l'amor di Patria, ma soprattutto quel senso di appartenenza al Popolo italiano, che ci
deve caratterizzare.
L'obiettivo, quindi, è quello di farci veramente popolo. Un popolo che vuole essere
unito nelle differenze; unito nelle differenze di usi, di costumi e di tradizioni, che, in
realtà, rappresentano la vera ricchezza dell'Italia. Le Istituzioni devono lavorare per
mantenere unita quella comunità umana che è il popolo italiano, in cui ciascun
componente deve essere disposto a considerare la propria patria ogni metro quadrato
del territorio di questa Nazione e deve essere disposto a solidarizzare con ogni
componente di questa comunità.
Spero, quindi, che lo stimolo fornito da queste celebrazioni sia quello di alimentare la
diffusione, ma soprattutto la pratica di quella solidarietà umana, attraverso i
componenti del popolo italiano, che, unica - se applicata -, ci può far guardare con
fiducia al futuro della nostra amata Italia.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Gallo Domenico.

GALLO Domenico
Grazie, Presidente, Sindaco e gentili ospiti.
Non posso non esordire dicendo che qualche intervento mi ha provocato un po' di
tristezza, più che di rabbia (faccio questa considerazione perché resti per la cronaca).
Credo che di fronte ad un grande evento, che ha visto un intero popolo vivere i
festeggiamenti per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia con una partecipazione
straordinaria, bisognerebbe aprire una profonda riflessione sull'importanza del
messaggio che i cittadini italiani hanno voluto dare alla politica e che ha confermato
e consolidato il valore dell'unità di un intero popolo. Gli italiani del nord, del sud,
del centro e delle isole hanno alzato una sola voce: "L'Italia è una ed indivisibile". È
stato un messaggio forte che ha reso ridicole e caricaturali, ma anche offensive, le
dichiarazioni e gli atteggiamenti di settori della politica che hanno cercato di
descrivere le manifestazioni popolari come puramente folkloristiche e semplicemente
festaiole. C'è stata la festa, ma una festa giusta e gioiosa, che ha avuto momenti di
grande commozione, di ricordi, di un rilancio della memoria storica calpestata,
offuscata e denigrata ormai da tempo. Quella memoria storica dell'Italia
risorgimentale, della guerra di liberazione e dell'entrata in vigore della Costituzione
Repubblicana. Un popolo che si è riversato nelle strade e nelle piazze della nostra
città, prima capitale d'Italia e medaglia d'oro della Resistenza, che ha ricordato
quanto sia importante far parte di una comunità, di una Nazione con la sua civiltà
centenaria, con la sua cultura, la sua arte, la sua tradizione, le sue belle città, i suoi
dialetti, le sue personalità nella scienza e nella letteratura. I cittadini hanno
riscoperto, in una fase di profonda crisi economica e sociale, il valore dell'unità,
perché solo un popolo unito può superare i mille problemi che si trova davanti: i
problemi della dilagante disoccupazione giovanile, dell'insopportabile precarietà del
lavoro che non dà futuro, delle fabbriche che chiudono, della Fiat che stenta a
mandare un segnale chiaro e confortante della sua permanenza a Torino e in Italia,
della profonda crisi dei valori veri, dei principi costituzionali che aspettano di essere
attuati, i problemi dei diritti negati e delle profonde ingiustizie che non consentono
una vita dignitosa a tante persone. Solo un popolo e un Paese unito può affrontare i
drammatici problemi dell'immigrazione, senza diffondere paure, senza allarmismi,
senza propaganda, ma creando le giuste condizioni per aiutare i Paesi poveri e
dilaniati dalle guerre ed attrezzandosi per affrontare le emergenze umanitarie,
socializzando e distribuendo i disagi in Italia e in Europa.
Le manifestazioni ci hanno aiutato a capire che siamo tutti italiani e quanto sia
importante colmare la distanza tra il nord e il sud del Paese, anziché contrapporli.
Siamo tutti italiani e come italiani dobbiamo essere orgogliosi dei cittadini di
Lampedusa, che nonostante i problemi che da anni vivono non hanno smarrito
l'importanza della solidarietà e lo spirito di accoglienza; così come dobbiamo essere
orgogliosi dei cittadini di Varese, che hanno inondato con il Tricolore i loro balconi.
Le forze sane del Paese, nelle varie articolazioni politiche e sociali, prendono ad
esempio lo spirito unitario del popolo italiano per trasformarlo in energia positiva per
un cambiamento vero, in cui trovano spazio i valori della solidarietà, della giustizia
sociale e dei diritti sanciti dalla Costituzione Repubblicana. Nessuno, a mio avviso,
può innescare azioni volte a dividere il Paese. Il popolo si è ritrovato unito e ha
gridato da nord a sud l'orgoglio nel sentirsi italiani, pur nelle diversità regionali e
nella varietà delle culture e delle tradizioni, oltre che delle peculiarità territoriali.
Il messaggio arrivato è stato inequivocabilmente chiaro; la politica lo recepisca e
metta in atto azioni volte a consolidare l'unita del Paese, eliminando le disparità,
adottando misure per affrontare la questione meridionale e delle aree territoriali
caratterizzate dalla povertà, rilanciando una politica industriale la cui crisi rischia di
impoverire il nord e intere zone dove le fabbriche hanno lasciato dei preoccupanti
vuoti e tanti disoccupati. L'unità di un Paese non può prescindere da tutto questo,
perché questo vogliono i cittadini, questo vuole il nostro popolo, per sentirsi più
unito e uguale da nord a sud, creando le condizioni per uno sviluppo diffuso, tenendo
presente le caratteristiche del territorio.
Il 17 marzo 2011 è una data storica che ha risvegliato un intero Paese, che si è
ritrovato unito accogliendo i forti messaggi del Presidente della Repubblica che
hanno contribuito a ridestare le coscienze e a riscoprire e a ricordare quella storia che
ha fatto dell'Italia un grande Paese.
Una parola voglio spendere per il Sindaco Chiamparino, che ha avuto il merito, con
il suo ruolo e come Presidente dell'ANCI, di rendere Torino protagonista assoluta
nelle celebrazioni per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia e, soprattutto, per
essere stato, in questi anni, il Sindaco di Torino, che ha saputo garantire la coesione
sociale in una situazione molto difficile, contribuendo a fare di Torino una città più
bella, aperta e solidale.
Per questo, Sindaco, mi sono ritrovato nell'elogio del Presidente della Repubblica
come riconoscimento del lavoro fatto per la Città e per il Paese. Il Presidente della
Repubblica ed il Sindaco di Torino: due Autorità istituzionali in cui il popolo si è
riconosciuto, dimostrando calore e riconoscimento.
Grazie, Sindaco. Il tuo mandato volge alla fine, ma auspico che il tuo contributo alla
politica continui, nell'interesse del nostro Paese e della nostra Città.
Anch'io mi sento di concludere dicendo: viva l'Italia unita. Grazie.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
A conclusione del dibattito, la parola al Sindaco.

SINDACO
Le mie note conclusive saranno brevi, anche per non approfittare della pazienza delle
Autorità presenti, che ringrazio come ringrazio anche coloro che, per impegni, hanno
dovuto lasciare questo dibattito.
Come prima cosa, vorrei esordire prendendo spunto da quanto hanno detto molti
Consiglieri, a cominciare dal Consigliere Grimaldi, con un grazie ai torinesi. Come
ho avuto modo di dire al Teatro Regio, alla presenza del Presidente Napolitano,
nessuno li ha obbligati a rispondere così significativamente al mio appello e a quello
di tante altre Autorità per esporre le bandiere ai balconi, alle finestre, per addobbare
in modo così originale tutti i negozi della città, nel centro e non solo. Quindi, è segno
che l'evento della festa dell'Unità d'Italia è un evento sentito, ed io credo sia giusto
che, da questa Sala, che rappresenta il più alto livello istituzionale della città, vada a
tutti i torinesi e le torinesi un sentito grazie.
Secondo. Vorrei fare una considerazione prendendo spunto dalla parte iniziale
dell'intervento del professor Levra, cioè noi non dobbiamo dimenticare, perché è una
protagonista di questo processo che noi oggi festeggiamo e ricordiamo, la
Monarchia.
È vero, come dicono il Presidente Castronovo ed altri, che il Risorgimento è stato
complesso, come tutti i grandi processi storici, nel senso che c'erano tante tendenze:
liberali rivoluzionarie, liberali radicali, liberali conservatrici, cattoliche, laiche,
federaliste (penso a Cattaneo e ad altri fautori di uno Stato centrale, che prevalsero).
Tuttavia, quanto non si può dimenticare è che se tutto questo incuba a Torino e poi
da qui si propaga poco per volta a tutta l'Italia, al punto che Stati, o meglio, Ducati e
Granducati, che si sono liberati autonomamente, chiedono di aderire al Regno di
Sardegna, è perché qui c'era una calamita.
Allora, qui siamo nella Sala Rossa e dobbiamo ricordare che Re Carlo Alberto
(raffigurato nel quadro alle mie spalle) è colui che ha promulgato lo Statuto
Albertino, cioè questa è la prima Assemblea Elettiva eletta democraticamente, con il
suffragio universale di allora, che naturalmente non era quello di adesso, in Italia.
Poi ci sono le cose che ha detto il professor Levra, e che non ripeto. Segnalo questa,
perché non è un caso se gli esuli politici, con il loro insieme di cultura, di
conoscenza, di voglia di cambiare, di fare e di rinnovare vengono a Torino, perché
forse era il luogo dove si respirava l'aria della rivoluzione liberale europea. Questo
avviene attraverso la Monarchia.
Poi, che la Monarchia successivamente non sia stata in grado di opporsi alle
degenerazioni totalitarie dello Stato e alla subalternità allo straniero sono questioni di
cui la storia ha già tirato le fila, ma non vi è dubbio che il processo dell'Unità d'Italia
nasce perché c'è una democrazia illuminata - non so se è giusto chiamarla così - che,
sia sul piano interno sia sul piano internazionale, sa fare di necessità virtù, cioè la
necessità di un piccolo Stato regionale che, dando spazio ad un uomo di Stato come
Cavour, sa porsi nell'intreccio di relazioni internazionali complesse, che gli danno un
ruolo sicuramente superiore alla potenza amministrativa, militare e politica che aveva
allora.
Un'altra sottolineatura che faccio, proprio solo en passant, perché è già stato
l'oggetto del mio saluto al Presidente Napolitano ed è stato ampiamente ed
ovviamente approfondito e trattato dal professor Levra, è la capacità di Torino di
cambiare pelle.
Non aggiungo altro, se non rimarcare due cose che ho già detto - qui ringrazio
l'amico Lonero per le sue parole -, cioè sono convinto che in ogni passaggio storico
di Torino ci siano sempre due cose che tornano: l'apertura e la conoscenza.
L'apertura materiale e culturale, e poi il saper fare, la conoscenza diffusa.
C'è poco da fare, perché quello di cui abbiamo parlato prima è apertura (gli esuli
politici, l'immigrazione). Ne resto convinto. Se non ci fossero stati gli immigrati dal
sud ed anche dal Veneto, Torino sarebbe stata una città piccola, ma piccola di
prospettive e di ambizioni (poi, magari, in dimensioni sarebbe anche cresciuta),
invece è diventata una città importante, significativa, che ha avuto un ruolo e un
peso.
Questo noi dobbiamo sempre ricordarlo. Il problema che vedo è che, quando vado
nelle scuole e vedo il caleidoscopio etnico da cui sono composte le scuole oggi,
gioisco da una parte, ma mi interrogo anche sul fatto che se quei bambini, che sono
italiani e si sentono tali, quando diventano adolescenti scoprono di non essere italiani
perché sono discriminati, si produce una frattura sociale e incomponibile. È questa la
grande sfida per noi.
Terza ed ultima considerazione. L'ho detto al Regio e lo ribadisco qui, non è una mia
ossessione. Non è un caso che Cavour, quando percepisce che sta cambiando
qualcosa, una delle prime cose che progetta è il traforo del Fréjus. Perché l'apertura è
un'apertura sociale, ma è anche un'apertura materiale. Non dimentichiamo, infatti,
che Torino è un cul de sac dal punto di vista geomorfologico, che se non è collegato
attraverso le Alpi (come ci è stato insegnato dai Romani in poi, non c'è niente di
straordinariamente nuovo) ha un riferimento obbligato, che è Milano.
E quando le relazioni - insegna la logica - sono unidirezionali si è sempre più deboli
di chi, invece, può utilizzare delle relazioni bidirezionali o pluridirezionali.
Ultima considerazione, partendo dal riconoscimento, che mi fa molto piacere anche
personalmente, del Consigliere Cantore, che ovviamente quindi ringrazio. Io sono
stato uno dei non molti in Italia a fare una battaglia perché il 17 marzo fosse festa.
Quindi, qualcosa avevo annusato, nel senso che c'era nel profondo degli italiani una
voglia di partecipazione. Però non è tanto questo che volevo dire, ma mi interrogavo
sul fatto che anche chi, come me, aveva detto pubblicamente che sarebbe scattata la
scintilla - un po' come alle Olimpiadi - non aveva assolutamente previsto che ci fosse
questa vera e propria esplosione di sentimento nazionale e patriottico, che noi
abbiamo visto tra la sera del 16 marzo e i giorni successivi. Non solo a Torino, anche
se, forse, qui c'è stato un effetto più grande che da altre parti (anche perché è stata la
capitale d'Italia). Pensiamo alla notte del 16 marzo, dove pioveva a dirotto da due
giorni, eravamo tutti fradici, ma, nonostante questo, dalle ore 22.00 in avanti, Via Po,
Via Roma, Via Pietro Micca sembravano delle fiumane di gente. Non può essere solo
l'attrattiva di un pur bel concerto con Roberto Vecchioni, i fuochi di artificio e così
via, ma è evidente che c'è qualcosa di più. Allora, che cos'è questo qualcosa di più?
A tal proposito, è significativo l'intervento del Consigliere Cantore, perché io credo
che questo qualcosa di più sia certamente l'esplosione di questo sentirsi italiani.
Attenzione, è vero che c'è stata un'epoca nella quale la sinistra non si riconosceva
nel Tricolore. Ricordo benissimo quando le persone della mia generazione e,
soprattutto, mio papà, quando c'era una partita di calcio, tifavano sempre per gli altri;
io ho cominciato a tifare nel 1962 ai Mondiali in Cile, quando siamo stati eliminati
ingiustamente a causa di un arbitro che aveva arbitrato scandalosamente a favore dei
cileni e perdemmo 2 a 0.
Quindi, io da allora ho cominciato a tifare (poi c'è stata la partita Italia-Germania 4-
3), però è vero che c'è stato un periodo che persino sul piano calcistico, dove è più
facile ritrovare il sentimento nazionale, questo sentimento non c'era.
Cambiare e riconoscere di saper cambiare è un grande valore; il brutto è quando uno
cambia senza saperlo, ma cambiare sapendo le ragioni per le quali si cambia è
importante e fondamentale, perché ti dà la forza per misurarti. Allora, oltre a questo
sentimento nazionale e a una forte voglia di italianità, c'è anche il fatto che, secondo
me, c'è un'opinione pubblica vasta, ci sono persone vaste, a prescindere dagli
schieramenti politici, che sentono il bisogno di tornare ad essere protagonisti e a
riappropriarsi di quanto diceva il Consigliere Cantore, cioè di Istituzioni che siano di
tutti e non di parte. Anche il grande prestigio, la grande autorevolezza e il grande
affetto di cui è stato tributato il Presidente Napolitano derivano da questo, cioè che la
gente percepisce in Giorgio Napolitano una persona che ha un'appartenenza politica
originaria netta, che tutti conoscono, però, da quando è Presidente della Repubblica,
sa interpretare questo sentimento unitario delle Istituzioni del popolo italiano.
Secondo me, è avvenuto qualcosa in questi giorni, che non tutte le forze politiche
hanno compreso, nella pancia degli italiani (so che ho usato dei termini particolari,
magari un po' da bar) e non solo nella testa; non tutte le forze politiche l'hanno
capito adeguatamente, perché - non ho nessuna difficoltà a dirlo, Consigliere Brescia
-, mentre tutte le Istituzioni piemontesi sono sempre state rappresentate a livello
giusto e in tutti momenti topici di questi giorni di festeggiamenti (dall'alzabandiera,
come in presenza del Presidente Napolitano), non è stato così il giorno solenne in cui
a Roma, a Camere riunite, il Presidente Napolitano ha pronunciato il discorso di
apertura delle celebrazioni. Questo è stato un punto che ha contribuito a delle
manifestazioni di dissenso nei confronti di rappresentanti istituzionali del suo partito
- che non ho approvato - e bisogna lavorare per recuperare, perché tutti insieme
dobbiamo interpretare, portare avanti e dare continuità, anche pratica, a quel senso di
responsabilità nazionale e a quella domanda di Istituzioni non piegate all'interesse di
parte, ma che siano patrimonio di tutti gli italiani.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Invito i Consiglieri e gli ospiti ad alzarsi in piedi per l'uscita del Gonfalone
dall'Aula.
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