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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Invito i Colleghi a prendere posto. Daremo inizio alla seduta del Consiglio Comunale aperto con l'Inno Nazionale. (Inno Nazionale) CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Saluto le Autorità, il Presidente del Consiglio Provinciale Sergio Bisacca, il Consigliere Gariglio, in rappresentanza del Consiglio Regionale, il Sindaco, i Consiglieri, i Colleghi della Giunta, il Vicepresidente, lo staff del Servizio Centrale del Consiglio Comunale, con il Segretario Generale e la dottoressa Piccolini (Direttore del Servizio) ed i suoi collaboratori e il professor Levra (Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano) che farà una prolusione sul tema. A me tocca l'obbligo e l'onore di aprire questa seduta speciale. In Conferenza dei Capigruppo abbiamo deciso all'unanimità (aderendo ad una richiesta avanzata in un primo momento dal Capogruppo Domenico Gallo), di procedere alla realizzazione di un Consiglio Comunale aperto e di intervenire in prima persona in questa ricorrenza che riguarda tutti. Il processo di Unità d'Italia, seppur guidato dal Regno di Sardegna, si è sviluppato a livello nazionale interessando l'insieme degli Staterelli della Penisola. Ha preso le mosse dalla Rivoluzione Francese ed ha trovato i suoi momenti di prima realizzazione nei moti del 1821, quelli carbonari, mazziniani e nelle successive rivoluzioni del 1848. Ovviamente, non faccio una ricostruzione storica completa, ma cerco solo di evidenziare quelli che, a mio modesto avviso, sono stati gli elementi che hanno determinato il succedersi degli avvenimenti, quanto avvenuto nello Stato di Toscana, nel Lombardo-Veneto, a Milano, a Brescia, a Venezia, nella Repubblica Veneziana e poi nella Repubblica Romana e che hanno fatto da corollario alla Prima Guerra di Indipendenza. Si trattò di un processo portato avanti non soltanto dall'esercito sardo in quanto, finché si mosse da solo (senza voler utilizzare i volontari che si rendevano disponibili nella battaglia, come nel corso della Prima Guerra contro l'Austria), non riuscì nell'intento di portare a casa risultati positivi. Poi ci fu la Spedizione dei Mille e anche questa non fu organizzata semplicemente in Piemonte, ma vide la partecipazione di una grandissima parte di lombardi, bergamaschi e bresciani in particolare ed in stretto collegamento con i cosiddetti rivoluzionari siciliani e tutto ciò dimostra quanto fosse necessario l'apporto popolare. Partirono in mille da Quarto e sbarcarono in mille a Marsala, ma arrivarono in cinquantamila a Napoli, per cui, sicuramente, il rapporto e la relazione con il popolo non fu di secondo piano. Tale processo non fu soltanto il risultato di un patto politico, ma fu anche avviato per motivazioni di carattere economico, per l'ampliamento del mercato, ossia per la necessità costruzione del mercato nazionale. Allo stesso modo, si può dire che l'ingresso dell'Italia nella compagine europea non avvenne soltanto in relazione all'attività diplomatica e politica dello Stato di Sardegna, con particolare riferimento, ovviamente, a quanto svolse Cavour non soltanto da Consigliere (come ricorda il quadro che vedete in Sala Rossa), ma da statista e che vide poi, nella Spedizione di Crimea, un esempio concreto, con l'attivazione delle aspirazioni tanto della grande borghesia capitalistica quanto della piccola borghesia. Anche l'affermazione delle nascenti organizzazioni operaie e dei partiti operai contribuirà in maniera sostanziale all'affermazione dei diritti validi in tutto il territorio nazionale ed in rapporto anche alla situazione europea. Da qui, la relazione tra Mazzini e la Prima Internazionale e tra Garibaldi ed il Movimento Rivoluzionario di stampo Socialista, che vedeva in lui sicuramente un esponente di primo piano. Si trattò di un'unità culturale, che precedette l'unità politica, particolarmente in relazione alle classi borghesi, soprattutto nel mondo dell'arte e della letteratura e che diventò anche unità culturale delle classi subalterne, attraverso la nascita delle prime organizzazioni sindacali che portarono poi all'affermazione dei contratti collettivi, prima territoriali e poi nazionali del lavoro. Un filo rosso univa i moti popolari e contadini del meridione, liberato dai Garibaldini, che ha avuto code anche cruenti, dure, pesanti nella repressione. Tutti ricorderete i fatti di Bronte e poi il brigantaggio, i moti contro le tasse introdotte dai piemontesi, contro la leva obbligatoria, ma anche e soprattutto per la distribuzione delle terre, perché si pensava che l'unità d'Italia potesse essere necessaria per risolvere questo problema che opprimeva il nostro meridione. C'era un filo rosso che univa queste vicende con la strage di Milano ad opera del generale Bava Beccaris per reprimere le proteste contro il carovita, in cui furono uccisi un numero imprecisato di cittadini (tra 80 e 300), e dove altre centinaia rimasero feriti. In quegli anni nacquero le prime società operaie di mutuo soccorso, non a caso molte intitolate a Giuseppe Garibaldi, e si affermarono i primi strumenti di assistenzialismo cattolico, dei quali i Santi Sociali torinesi sono uno splendido esempio. Ricordiamo, inoltre, gli scioperi del '43, la resistenza, l'occupazione delle terre e dei feudi incolti nei primi anni della Repubblica, retaggio di un feudalesimo antico e di un'arretratezza culturale ed economica che ancora oggi segna la realtà di tante parti del nostro meridione. Nella retorica delle commemorazioni spesso e volentieri questi ricordi vengono lasciati da parte, perché ciò che conta di più è il generale che vince la battaglia, il condottiero che è in grado, sul suo cavallo, di portare le sue truppe alla vittoria, ma questi sono gli avvenimenti accaduti insieme alle battaglie importanti. Tanto per fare un esempio, la Terza Guerra di Indipendenza portò l'Italia alla vittoria sulla base di una serie di sconfitte dell'esercito; quest'ultime furono compensate soltanto da una vittoria dei volontari garibaldini e, se non fosse stato per il fatto che eravamo alleati della Prussia, probabilmente quella guerra non l'avremmo vinta. Si tratta di avvenimenti che hanno portato alla realizzazione di uno Stato moderno, attento alla questione sociale e - ed è storia recente - all'affermazione di una Costituzione, che sebbene non ancora completamente realizzata in alcune parti fondamentali, ha visto tradotte in realtà alcune importanti riforme che ne affermano lo spirito unitario che la contraddistingue, come la Riforma della scuola media unificata, il Servizio Sanitario Nazionale e la realizzazione delle Regioni. Molte sono state le iniziative e le riforme che, da questo punto di vista, hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese ed incrementato il sentimento di coesione sociale e di affermazione dei principi unitari. Sono passati 150 anni dalla proclamazione del Regno d'Italia, l'unità formale dello Stato è sancita e realizzata, ma l'unità degli italiani, la realizzazione completa della loro uguaglianza davanti alla legge e della salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo è ancora un obiettivo che deve guidarci nella nostra attività quotidiana. È con questo spirito che oggi rinnoviamo il nostro impegno, come amministratori, come cittadini e come persone per la realizzazione di quegli ideali che danno forma alla nostra Costituzione. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Vicepresidente Ventriglia. VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Ringrazio il Presidente, il Sindaco, le Autorità militari e civili, i Consiglieri, i gentili ospiti e il professor Levra di aver partecipato a questo nostro momento, molto particolare, molto istituzionale per ricordare i 150 anni dell'Unità d'Italia, che parte da Torino. Innanzitutto, permettetemi, con un'osservazione di carattere personale, di esprimere quanto sia bello vedere così tanti Tricolori. La mia formazione è avvenuta in anni in cui una semplice traccia di Tricolore significava non poter entrare al Liceo o all'Università. È bello vedere che oggi quegli anni sono molto superati e che magari anche le stesse culture, che una volta non ne riconoscevano un valore simbolico, oggi invece sono, insieme a noi, nella stessa comunità di pensiero, di attenzione e di amore per l'Unità d'Italia e per i suoi simboli. Al di là di quest'osservazione personale, vorrei riservare questi pochi minuti ad una riflessione che spero non suoni troppo provocatoria e che mi è venuta in mente leggendo le polemiche di questi giorni e che vorrei intitolare "Un elogio della litigiosità come carattere permanente del genio nazionale italiano". Dobbiamo imparare a mettere le cose in prospettiva. C'è stata una polemica, in questi giorni, su chi presenzia e chi non presenzia, chi c'è e chi non c'è, chi partecipa o chi mette il Tricolore più grande addosso, sulla camicia o sulla giacca. Penso che se cominciamo a leggere i documenti del passato, recente e meno recente, vediamo che queste polemiche non sono altro che una manifestazione (un avatar) di discussioni, di un carattere, di un gusto per la litigiosità che è anche ricchezza, dibattito, passione, interesse, a prescindere dal momento, alla discussione, al dibattito in sé; è il piacere di discutere ed anche di dividersi, ma, nell'atto stesso, facendo questo, ci si ritrova. Non parlo soltanto di cose antiche, se uno studia le etiche, per esempio, del frazionismo del Partito Guelfo nella Firenze del tardo Trecento, troverà pagine di straordinaria contemporaneità, ma guardiamo più recentemente. Leggiamoci che cosa diceva in Parlamento Garibaldi a Cavour. Leggiamoci non soltanto cosa scriveva Salvemini contro Giolitti, ma che cosa diceva di lui sui giornali. Si tratta di pagine e voci che ricordano un po' anche il passato che abbiamo vissuto noi, penso a quando la Sinistra agitava la questione morale contro la Democrazia Cristiana e ad altri passaggi. C'è una continuità che a volte è impressionante, persino di linguaggio, oltre che di atteggiamenti e di mentalità, che però dà il senso di un filo comune che dovremmo avere il gusto di riscoprire e di seguire lungo la storia di questo Paese. Scusate la provocazione. Se leggete quelle pagine trovate le stesse frasi, ovviamente con un italiano diverso, che leggiamo oggi sui giornali. Questo per non assecondare il luogo comune, secondo cui la politica e la vita civile in Italia è in perpetua decadenza; ogni generazione è peggio necessariamente di quella che l'ha preceduta e questo per dire che, in fin dei conti, quest'Italia, che ha compiuto 150 anni, litiga da secoli. Ha litigato molto nella politica e nelle Istituzioni già sin dalla sua fondazione, dai primi momenti e dai dibattiti nel Parlamento di Torino, ma in fondo è un'Italia che poi sa anche sulle cose, alla fine, ritrovarsi e io spero che anche qualche piccola polemica di questi giorni possa essere incorniciata in una visione più ampia, che è quella del nostro carattere nazionale, che è un carattere un po' litigioso, ma, comunque, di grande passione civile. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al professor Levra, Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. LEVRA Umberto Signor Presidente, Sindaco, Consiglieri, signore e signori, il titolo che vorrei dare al mio intervento potrebbe essere: "Torino 1848-1980, i percorsi di una capitale". Torino nel 1848 era una città modesta per estensione e per popolazione. Contava 137.000 abitanti presenti, cioè la metà di quelli di Milano, un quarto di Napoli. Rimaneva compresa entro i grandi viali di circonvallazione, progettati dai francesi all'inizio dal secolo, partendo dall'attuale Porta Palazzo e procedendo, in senso orario, per gli attuali Corsi Regina Margherita e San Maurizio, si giungeva al Po; lo si costeggiava verso sud, sino all'attuale Corso Vittorio Emanuele, si percorreva Corso Vittorio Emanuele fino all'incrocio con quello che oggi chiamiamo Corso Inghilterra, oltrepassata la Porta Susina, per Corso Principe Eugenio, si sbucava nel Rondò della Forca e da qui, per Corso Regina Margherita, si tornava in Piazza Emanuele Filiberto. Il perimetro dell'intera città era compiuto. I ritmi di vita erano ancora quelli antichi, le ore rumorosamente scandite dai molti campanili, le strade sporche, maleodoranti, animate e pittoresche durante il giorno, deserte di notte. I palazzi, anche quelli importanti, come questo palazzo, avevano spesso intorno una corona di catapecchie che li sommergevano. Sotto i portici di Piazza San Carlo stazionavano abitualmente crocchi di donne che spannocchiavano la meliga. Gli orari della giornata riflettevano ritmi di vita e di lavoro organizzati sulla luce solare e sulle stagioni. Il 32% dei maschi e il 49% delle femmine torinesi era analfabeta. Per la maggior parte di questi torinesi la vita era breve, molto faticosa, l'alimentazione scarsa e povera e la mendicità era pratica molto frequente. Passano dieci anni e siamo all'aprirsi del 1859, cioè all'inizio di quei 23 mesi che, in modo avventuroso e imprevedibile, portarono alla nascita del Regno d'Italia, nel marzo 1861. Ebbene, la città, in quei dieci anni, era profondamente cambiata. Nel 1848 Torino era ancora quella città, sede da 300 anni, dell'apparato centrale di uno stato regionale, cioè prevalentemente una città di servizi, più che un luogo di produzione, nella quale il peso del lavoro subordinato, salariato era molto modesto. Dieci anni dopo, la modernizzazione prodotta dal liberalismo cavouriano ne aveva fatto anche una città di banchieri-imprenditori, di grandi agenti di commercio, con una robusta crescita del settore meccanico e con i grossi stabilimenti dello Stato per le armi e per le ferrovie in Borgo Dora. Era una città che aveva scambi anche molto frequenti con le economie più avanzate d'Europa. Era, poi, l'unica capitale in Italia ad aver conservato, con lo Statuto, una vivacissima vita politica e amministrativa. Il Parlamento e il Consiglio Comunale erano elettivi, vi era libertà di stampa, di riunione e di associazione, vi erano giornali, ritrovi, caffè, teatri, editoria, associazionismo di mestiere, istruzione, più rapida era l'amalgama tra élite nobiliari e borghesi e vi erano importanti cambiamenti nell'assetto urbanistico. In dieci anni, quei 137.000 abitanti del 1848 erano diventati 180.000, ossia vi era stato un aumento in dieci anni del 31%. Si trattava di un'immigrazione sostenuta proveniente prevalentemente dalle campagne piemontesi, ma - e questo è il dato più importante - per la prima volta nella storia della città, era avvenuta una immigrazione particolare, di forse 10.000 esuli politici verso quella che era indicata come "La Mecca delle libertà". Questi circa 10.000 esuli politici erano gli esponenti delle élite culturali, politiche, talvolta anche economiche, di tutta la Penisola, in esilio forzato o volontario, dopo le varie restaurazioni, seguite all'esplosione liberale del '48. In sostanza, si trattava di gran parte della classe dirigente dei vari Stati regionali preunitari, la quale svolse una funzione molto importante nell'italianizzare il Regno Sardo e la sua politica e nel sostenere il disegno cavouriano di rendere l'istruzione superiore luogo di mediazione tra politica e cultura, facendo del giornalismo la cassa di risonanza di un consenso più ampio ossia il polo di aggregazione dell'intellettualità italiana liberale. Contemporaneamente, questi immigrati si addestrarono alla vita parlamentare ed amministrativa, acquisirono abiti mentali e comportamenti che concorreranno a farne la futura classe dirigente del Regno d'Italia. Vent'anni dopo, nel 1880, De Amicis evocherà in questo modo, in una pagina famosa, quel clima effervescente: "Certo, un italiano che arrivi qui, con l'idea di trovare una città uggiosa e un po' triste, come i dispettosi soglion definire Torino - un villaggio ingrandito - un mucchio di conventi e di caserme - deve provare un disinganno piacevole, uscendo dalla stazione di Porta Nuova, in una bella mattinata di primavera. Alla vista di quel gran corso, lungo quanto i Campi Elisi di Parigi, chiuso a sinistra dalle Alpi, a destra dalla collina, davanti a quell'infilata di piazze, a quelle fughe di portici, a quel verde rigoglioso, a quella vastità allegra, piena di luce e di lavoro deve esclamare: 'È bello!'". "Ma un italiano, che venga a Torino per la prima volta, se appena ha una scintilla da amor di patria nel sangue, è impossibile che, addentrandosi nel cuore della città, serbi tanta freddezza d'animo da giudicarla con l'occhio dell'artista. Egli deve sentirsi sollevato, travolto da un torrente di ricordi, sfolgorato da una miriade di immagini care e gloriose che trasfigurino la città ai suoi occhi e gli facciano parer bella ogni cosa. Deve vedere Carlo Alberto, affacciato alla Loggia del Palazzo Reale in atto di bandire la Guerra dell'Indipendenza, incontrar sotto i portici il Conte Cavour che va al Ministero, dandosi la storica fregatina di mani, i commissari austriaci del '59 che portano l'ultimatum al Presidente del Consiglio, i corrieri che divorano la Via Nuova, Via Roma, portando le notizie delle battaglie di Goito, di Pastrengo, di Palestro, le deputazioni dell'Italia centrale che portano i voti del plebiscito, una legione di vecchi generali predestinati a morire sui campi di battaglia. Ad una cantonata, Massimo d'Azeglio, in fondo ad una strada, Cesare Balbo, qui il Brofferio, là il Berchet, laggiù il Gioberti. Visi tristi e gloriosi di prigionieri dei piombi e di Castel dell'Ovo, giovani che portano sulla fronte, come un raggio, il presentimento dell'epopea dei Mille. Battaglioni abbronzati di bersaglieri della Crimea che passano di corsa e stormi di giovani emigrati che sbarrano la strada, agitando i cappelli, alla carrozza di Vittorio Emanuele. In ogni parte, cento immagini di quella vita ardente e tumultuosa, piena di speranze e di audacia, di grida di dolore, di canti di guerre e di fanfare trionfali che si agitò per quindici anni fra queste mura". Lasciamo l'enfasi patriottica, ma ben colorita di De Amicis, e torniamo a noi. Dalla fine del 1859 (era appena conclusa la Seconda Guerra di Indipendenza che aveva aggiunto al Regno di Sardegna la Lombardia, mentre i Ducati della Pianura Padana e la Toscana, liberatisi da sé dei vecchi regnanti, chiedevano anch'essi l'annessione), l'Amministrazione Comunale si impegnò in un grande e costoso progetto di interventi per fare di Torino una capitale su scala più ampia, sempre nell'ottica di una città di servizi per un Regno dell'Alta Italia. La storia, però, correva più in fretta. In quei 23 mesi, già ricordati, dal Regno dell'Alta Italia si passò al Regno d'Italia, cioè esteso all'intera Penisola. Torino era diventata molto più periferica. Inoltre, il 27 marzo 1861, dieci giorni dopo la nascita del Regno, un voto solenne della Camera dei Deputati aveva proclamato Roma capitale. Roma in quel momento appariva ancora lontana, il potere temporale del Papa era saldamente puntellato dalle truppe francesi e, tuttavia, in questa stessa Sala Rossa gli amministratori di Torino cominciarono subito a porsi la domanda di quale dovesse essere il destino futuro della città, prima o poi, nessuno poteva sapere quando in quel momento, comunque, destinata a cessare dal ruolo svolto per tre secoli di capitale di uno Stato regionale e dall'altro ruolo, svolto per dieci anni, di capitale ideale e morale dell'unificazione. La città non era ancora per nulla in crisi, inquietudini, incertezze ce n'erano molte; si cominciò comunque a guardare a una diversa prospettiva, lontana, in gran parte da costruire, non più città di servizi, ma città industriale e di scambi commerciali. Quanto si poteva fare subito, fu fatto: approvvigionamento di forza motrice, potenziamento dell'istruzione tecnica tra gli operai. Per il resto occorreva un medio lungo periodo. Intanto la popolazione della città era ancora aumentata, 205.000 abitanti a fine 1861. Meno di tre anni dopo arrivò l'improvvisa e imprevista mazzata della Convenzione del settembre 1864 e del trasferimento della capitale a Firenze. Da lì cominciarono almeno quindici anni di vera crisi, di ristagno economico, di fallimenti a catena di quanti lavorano e avevano lavorato per la città dei servizi, di disoccupazione, di calo della popolazione. Con fatica continuò la politica dell'Amministrazione Comunale per una futura riconversione di Torino e per attutire il disagio sociale. Intanto se n'era andata anche gran parte di quell'immigrazione politica che aveva rappresentato un importante valore aggiunto. Tuttavia quell'immigrazione politica aveva lasciato un deposito importante, il quale già nel decennio prima dell'Unità aveva stimolato la preesistente tradizione torinese, con cui si era ben amalgamato. Mi riferisco al deciso rafforzamento della cultura scientifica e tecnologica, la quale continuò a funzionare da polo di attrazione nazionale e internazionale: medicina, igiene pubblica, scienza, fisica e matematica, chimica, biologia, ingegneria. A questo punto si verificò una nuova immigrazione, molto più esigua, numericamente parlando, di quella precedente politica, ma di altissimo livello scientifico; una nuova immigrazione che permise a Torino di presentarsi all'Esposizione del 1884 come la Capitale della Scienza. Questo fu il biglietto da visita della città nel 1884. E fu un biglietto da visita del tutto legittimo. Intanto, un po' alla volta, insieme a questi, tanti altri fattori concorrevano, tra alti e bassi, a fare di Torino un'altra capitale: quella dell'industria, che era stata ipotizzata, sognata, vagamente individuata sin dagli anni Sessanta. Fu nei primissimi anni del Novecento che avvenne la svolta finale, quando comparve sulla scena una nuova generazione di Amministratori comunali e di imprenditori. Sotto i due Sindaci, Frola e Rossi, la politica del Comune (inteso come - sono le loro parole - "azienda al servizio della città", sottolineo azienda) svolse un ruolo decisivo per il decollo industriale: fonti di energia, comunicazioni, attrazione di insediamenti produttivi, istruzione professionale, servizi collettivi, edilizia popolare. Crebbe, naturalmente, in misura esponenziale il disavanzo, che fu finanziato dalle due maggiori banche cittadine e, in misura minore, dall'aumento del carico fiscale. Su un altro piano, però, questo interventismo municipale si incontrò con una nuova imprenditorialità, in alcuni settori che fecero da traino per una rapida crescita industriale e per ingenti investimenti nei settori metalmeccanico e metallurgico. Sullo sfondo c'era la buona congiuntura economica e la politica di Giolitti. Tra il 1901 ed il 1911 la popolazione aumentò di circa 8.000 persone all'anno. Nel 1911, quando si celebrarono i 50 anni dell'Unità, i torinesi erano 427.000, cioè erano quasi il 12% dell'intera popolazione piemontese. La città nel 1911 però aveva cambiato volto, rispetto a vent'anni prima, quando il grosso della popolazione era ancora addensato nel centro. La crescita maggiore era stata in Borgo San Paolo, Crocetta, Molinette, Barriera di Milano, Regio Parco, Barriera di Lanzo. Capannoni, cascine trasformate in officine, molte baracche ancora fatiscenti, le prime case operaie sui prati della Crocetta. Il focus si dilatava, non era più limitato alla stampa antica bavarese, al tramonto nostalgico cantato in quegli stessi anni da Gozzano, "Da Palazzo Madama al Valentino ardono l'Alpi tra le nubi accese (...). E' questa l'ora antica torinese, è questa l'ora vera di Torino". Senza rinunciare alla Torino tradizionale e attardata, che Gozzano rimpiangeva, senza rinunciare alla memoria risorgimentale che aveva celebrato De Amicis e tanti altri con lui, l'intera città stava ora diventando ottimista, pulsante, dinamica a tutti i livelli sociali. La forte immigrazione proveniva in grande prevalenza dalle vallate e dalle campagne circostanti. Non ebbe grossi problemi di integrazione in città, seguiva percorsi antichi di secoli, anche perché in città erano presenti i principali servizi collettivi. I problemi, i "campagnini", come già allora si diceva, li ebbero, semmai, nelle fabbriche, cioè nella loro trasformazione da contadini in operai, con le lotte e l'organizzazione sindacale connesse. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, Torino era già una capitale industriale. Negli anni della guerra rafforzò tale funzione per l'ingente quantità di commesse pubbliche, soprattutto nel settore metalmeccanico, ma anche per la concentrazione operaia e per l'inasprimento dei regolamenti di fabbrica e del carico produttivo. Insieme alle pesanti conseguenze economiche della guerra, la tensione sociale esplose nel 1920 con l'occupazione delle fabbriche. Furono lacerazioni dure da riassorbire in una città in cui, come tante altre, tutti gli stati sociali erano oppressi dall'incertezza e dalla mancanza di prospettive per il futuro, in cui il 30%, ormai, dei 505.000 abitanti erano operai dell'industria, con la punta di diamante numerica e organizzativa rappresentata dagli operai dell'auto, in una città in cui più che altrove si acutizzavano disagi e tensioni tra i ceti medi e una classe operai ancora forte. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, l'industria accentuò ulteriormente la sua caratterizzazione nella meccanica e nella metallurgia. Alla fine degli anni Venti, un quarto del totale degli operai torinesi era occupato nella sola Fiat. In quegli anni, era ripresa e intensificata l'immigrazione dal resto del Piemonte, ma era iniziata anche quella da altre Regioni; non più l'immigrazione colta e politicizzata risorgimentale, ma l'immigrazione di profughi, di reduci di guerra dal Veneto, facilmente integrati, e di braccianti dalla Puglia e dalla Sicilia, meno facilmente integrati. Torino divenne allora, per la prima volta, una moderna area metropolitana, con una nuova fisionomia urbanistica. Riprese l'impegno del Municipio per una più vasta serie di opere pubbliche e di infrastrutture. A questo punto, però, la recessione all'inizio degli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street nel 1929, ebbe effetti micidiali sulla vita economica e sociale della città, con un fortissimo taglio dell'occupazione, con un generale e drammatico impoverimento, quale da 60/70 anni non si conosceva più, con il ritorno ad una diffusa sottoalimentazione e il ritorno frequente alla coabitazione forzata. Torino, però, ebbe un'ulteriore peculiarità, a differenza degli altri grandi centri urbani del Nord, cioè il blocco dei flussi migratori. Intorno al 1931 aveva 600.000 abitanti, dei quali 145.000 circa di recente immigrazione. Si può ragionevolmente pensare che se non ci fosse stata quella crisi economica e l'arresto del trend immigratorio, già negli anni Trenta Torino sarebbe divenuta la più grossa concentrazione urbana di abitanti nati altrove, cioè trent'anni prima di quanto avverrà negli anni Sessanta. La città fu messa immediatamente in ginocchio da questa congiuntura; la crisi, evidentemente, accentuò le tensioni, rendendo ben più difficile l'integrazione. Né è testimonianza, tre le tante, una lettera, non firmata, inviata da Torino al signor Mussolini, luglio 1931, nella quale si chiedeva, cito testualmente: "Lavoro a noi, qui del Piemonte di Torino, che noi siamo a spasso e i forestieri lavorano tutti". Uscita malconcia e ridimensionata dalla crisi degli anni '30, la Torino industriale affrontò, poco dopo, la Seconda Guerra Mondiale, le sconfitte militari, i durissimi bombardamenti, il disfacimento dell'apparato statale, la sempre più netta e poi nettissima e decisa ostilità alla guerra. A guerra finita, le forti aspettative di rinnovamento delle istituzioni politiche ed economiche si scontrarono con l'enorme massa di disoccupati, con l'altissima tensione politica e sociale del dopoguerra, con le enormi spese per la ricostruzione. Tutti insieme questi fattori resero più difficile la riconversione produttiva e la ricostruzione post-bellica, fino all'inizio degli anni Cinquanta. La politica del Comune ebbe di nuovo un effetto volano, superiore alle altre città italiane, che concorse con l'effetto di un altro volano, rappresentato dall'industria automobilistica, la quale trascinò con sé tutta la metalmeccanica torinese. Intorno al 1961, ormai più di metà della popolazione torinese viveva direttamente del lavoro per il Gruppo FIAT, a cui vanno aggiunti segmenti via via più consistenti nell'indotto. Quando nel 1961 Torino celebrò il centenario dell'Unità, non solo restava come cinquant'anni prima, cioè al culmine della prima rivoluzione in Italia, restava la capitale industriale, ma era divenuta anche la capitale della monocultura dell'automobile. Era divenuta la città fabbrica della massima industria italiana. Insieme al centenario, nel 1961, si celebrarono pure i fasti del miracolo economico. A Torino il miracolo economico fu anche il risultato di un'immigrazione di proporzioni colossali da gran parte della Penisola, ma soprattutto dal Mezzogiorno. Ora non erano più gli 8.000 immigrati all'anno, come tra il 1901 e il 1911, ma era una media di 65/70.000 all'anno tra il 1951 e il 1961. Nell'anno del centenario la popolazione della prima cintura era di 1.662.000 abitanti, cioè quasi dieci volte tanto di cent'anni prima. Nel 1971 erano 2.105.000, con un ritmo di crescita mai verificatosi nella storia bimillenaria della città, non registrato in nessun altro centro industriale italiano e con una consistenza, ormai, pari alla metà dell'intera popolazione piemontese. In poco più di dieci anni una città di 600.000 abitanti aveva triplicato la popolazione. L'integrazione fu molto lenta. Durò a lungo una difficile, una difficilissima convivenza tra due comunità diverse nella città, separate ed estranee in casa. Questa esplosione colse tutti alla sprovvista e aggiunge, però, a questa esplosione un orgoglio: l'orgoglio di essere un nuovo tipo di capitale, la capitale del benessere, come si diceva nel 1961, con livelli di consumi di quasi il 20% superiori alla media italiana. Un benessere, naturalmente, non uniforme, con squilibri forti nel tessuto sociale, nelle infrastrutture, nei servizi, con tensioni, con fenomeni di disgregazione, con lo sconvolgimento di un intero sistema urbano. Stava per esplodere, con la fine degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta, una stagione di conflittualità sociale, quale non era avvenuta neppure nell'immediato secondo dopoguerra. Ma stava anche iniziando la crisi di quel tipo di politica industriale, a cui si aggiunse lo shock petrolifero del 1973, la concorrenza dei produttori europei, l'inizio della delocalizzazione e si arrivò, infine, allo scontro frontale tra Fiat e sindacato. Intanto un'altra drammatica lacerazione era appena stata rappresentata dagli Anni di Piombo, 1977-1979. Il 1980 segnò un punto di svolta e di non ritorno. E qui mi fermo. "Chi a l'ha pi ėd fil a fa pi ėd tèila" suona un antico motto dei tessitori piemontesi. Ebbene, in più di 150 anni, Torino di tela ne ha tessuta tanta, l'ha disfatta, l'ha ritessuta, l'ha ridisfatta e ritessuta e poi ancora. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Credo che la ricostruzione del professor Levra non meriti solo questi applausi, ma anche qualcos'altro. Vedremo di poterla poi recuperare in forma scritta per i colleghi e il pubblico che la volesse, per poterla leggere con un pochino più di attenzione. Iniziamo ora gli interventi dei Gruppi Consiliari, al termine dei quali svolgerà il suo intervento il Sindaco Sergio Chiamparino. Procediamo con l'ordine che è stato deciso. La parola al Consigliere Rattazzi, in qualità di Presidente della Commissione Speciale per il 2011, che interverrà anche a nome del Partito Democratico. RATTAZZI Giulio Cesare Anche per conto del Gruppo del Partito Democratico, essendo stato nominato dal Consiglio Comunale Presidente della Commissione 2011 per le celebrazioni dell'Unità d'Italia, intervengo osservando la brevità, ad un tempo opportuna e crudele, imposta in questa Assemblea, non casualmente e giustamente aperta, all'ascolto di altre realtà associative della comunità torinese. Solo per accenni dirò che la Commissione per il 2011 ha lavorato in un centinaio di riunioni, mantenendo un atteggiamento corale e rapporti costruttivi con la Giunta Comunale e con il Comitato Esecutivo Italia 150, per esprimere suggerimenti, proposte, valutazioni operative, seguendo anche le vicende che hanno accompagnato - va pur detto - il ridimensionamento dei contributi centrali dal 2006 in poi, ridotti a 50 milioni di Euro per Torino e il Piemonte, che ne prospettavano 620, obbligando il sistema economico locale, pubblico e privato, a imprevisti impegni finanziari, con prevalente partecipazione del Comune di Torino. Ma dalla Commissione Comunale sono derivate occasioni di valutazione, di relazione, di approfondimento che hanno fatto aumentare, in particolare, la consapevolezza sull'immagine e il ruolo essenziale di Torino, protagonista del processo unitario del Paese. L'impresa risorgimentale che celebriamo, riferendolo alla data di proclamazione dell'Unità Nazionale, ha visto Torino capitale politica per pochi anni; ma su Torino capitale d'Italia, e in questo senso riprendo il discorso fatto dal professor Levra, anch'io mi sono posto il problema di parlare di Torino era capitale sia prima che dopo il 1861-64. Di fatto, Torino era già stata capitale d'Italia prima e dopo quel momento, riferendosi ad altri comparti di vitalità sociale, al di là di quelli amministrativi. Lo era stata prima, perché gli stimoli verso il riconoscimento di un popolo diviso da iniqui confini in sette Stati spesso arrivavano e partivano dal Piemonte, come luogo privilegiato di accoglienza, di evoluzione civile, di elaborazione culturale, di progresso scientifico, di solidità organizzativa, in un clima di apertura ai rumori della storia, confermato dallo Statuto Albertino. In questo senso Torino era la capitale culturale o quantomeno delle riflessioni culturali, con riferimento a coloro che qui si rifugiavano (esuli, perseguitati, intellettuali) e dove si valutavano i moti rivoluzionari sparsi in diverse contrade, per fare in modo che un unico popolo diventasse un'unica Nazione e un'unica Nazione diventasse un unico Stato. La fase successiva dell'azione politica, diplomatica e militare raggiunse lo scopo attraverso la condizione preliminare dell'unificazione geografica, conseguita con le lotte di indipendenza, completata poi dalla Guerra 19151918. E' il momento delle scelte politiche tra Monarchia e Repubblica, tra centralismo e federalismo, vivendo permanentemente il discorso sui fattori di convergenza verso l'unità, come la scuola, il fisco, le regole amministrative, e quelli di possibile divaricazione, da riprendere in successive riflessioni, come i rapporti Nord-Sud, città e campagna, ricchezza e povertà. Le diversità territoriali si possono reciprocamente ascoltare e confrontare, senza cadere nel localismo egoistico, e possono diventare un arricchimento per la funzionalità dello Stato unitario. Ma anche dopo aver visto elevato Vittorio Emanuele II Re d'Italia, per grazia di Dio e volontà della Nazione, insediatosi poi con il Governo a Firenze e giunto fatalmente a Roma, Torino, superando il temuto impoverimento per l'allontanarsi delle funzioni amministrative centrali, rimane capitale, avviando un prorompente sviluppo della produzione industriale, sostenuta da invenzioni epocali, come quella di Galileo Ferraris, da configurazioni tecniche aziendali avanzate, dall'operosità delle maestranze; mentre certe tensioni sul piano dei rapporti di lavoro vengono affrontate da imprenditori illuminati, da società di mutuo soccorso e dai movimenti dei sindacati operai. Torino è la capitale economica. Intanto, però, anche un altro aspetto importante e delicato veniva considerato prevalentemente a Torino, ed erano le relazioni tra Stato e Chiesa, oggetto di un'attenzione locale, di valenza generale, tra visione politica e sensibilità ecclesiale. Proprio a Torino si manifestano le forme e si constatano gli effetti della azione umanitaria dei Santi sociali, a testimonianza di un cattolicesimo vissuto a favore di deboli e derelitti. Un'attività apprezzata e sostenuta, anche dalla stessa classe dirigente politica ispirata da un liberalismo che tendeva alla modernità, al riconoscimento dei diritti umani e delle libertà politiche e civili. Veniva così affrontato il rapporto tra Autorità civili e gerarchie ecclesiastiche, che guardavano la democrazia come un fenomeno pericoloso, diventando ostili al percorso intrapreso in Italia attraverso il Piemonte; ostili non tanto alla promozione dell'unità, quanto allo sbocco strategico della realizzazione di uno Stato forte, attuatore di riforme anche contrastanti con la conservazione di quelle che oggi si potrebbero considerare deformazioni temporalistiche, dalle quali la Chiesa può distaccarsi, per affermare il messaggio evangelico non attraverso costrizioni proposte da un potere civile asservito, ma attraverso convinzioni che provengono dal suo valore universale. Così Torino poteva essere vista ancora come capitale, comunque come sede principale, di un problematico rapporto tra potere civile e presenza religiosa. Un ulteriore servizio all'unità degli italiani Torino lo ha offerto nell'accoglienza di tante persone, tanto nell'Ottocento quanto nel Novecento, com'è già stato descritto, e in particolare nel secondo dopoguerra, ricevendo moltitudini di cittadini meridionali, anch'essi fratelli d'Italia, venuti per aiutare e per essere aiutati; prima tollerati, poi rispettati, poi stimati, dimostrando la validità di un'integrazione vitale che rappresenta un altro capitolo dedicabile alla generosità di questa città, oggi impegnata nell'accoglienza dello straniero, fornendo le soluzioni possibili ai problemi dell'immigrazione e proponendosi, quindi, come capitale dell'integrazione e del dialogo. L'Italia senza Torino non sarebbe l'Italia e Torino senza l'Italia non sarebbe Torino. L'attuale terza ricorrenza cinquantennale trova uno sfondo locale, nazionale e internazionale intersecato da qualche preoccupazione e può essere percepito meno serenamente di quello sotteso nel 1961, intriso dal dinamismo del miracolo economico. Ma quanto si è visto emergere dall'entusiasmo popolare, soprattutto a Torino, attraverso avvertiti sintomi di una presa di coscienza dell'esigenza di coesione nazionale, manifestata dal sorprendente recupero di uno spontaneo e nobile patriottismo, ci rende consapevoli che, oggi, l'unità degli italiani diventa un'aspirazione alla progettualità politica e sociale. È un'Italia che sa sempre risorgere, come ha fatto con la Resistenza, e si parte ancora da Torino, dove la festa nazionale del 17 marzo è stata anche festa cittadina, sublimando la consapevolezza di essere italiani con l'orgoglio di essere torinesi, così come il Sindaco ha saggiamente ripetuto in questi tempi nei suoi interventi. E i richiami al ruolo di capitale multiforme, non derivano da presunzione, ma da testimonianza di verità riconosciuta che caratterizza ancora questa città, sempre all'avanguardia nell'affrontare le proprie angustie e nel trascinare il Paese in operazioni di progresso sociale, civile, culturale, economico e scientifico. Ed è proprio ampliando la conoscenza degli eventi ed approfondendo il significato dei sentimenti e dei pensieri risorgimentali, talvolta contrapposti ma convergenti in un comune obiettivo unitario, è proprio così che in questa occasione e in questa Sala, con la dovuta sincerità, contempliamo la memoria, viviamo la contemporaneità, mentre passa l'onda del futuro. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Cantore, Capogruppo del Gruppo Forza Italia-PdL. CANTORE Daniele Ringrazio il Presidente del Consiglio, le autorità e i colleghi Consiglieri. Mi pare che oggi si possa dire che festeggiamo anche la prima settimana dopo l'inizio dei festeggiamenti e penso che farlo in questa Sala e, per me, di fronte all'immagine di Camillo Cavour abbia un importante significato. Penso che si possa anche dire che in questa settimana siamo stati orgogliosi di essere italiani, ma anche orgogliosi di essere torinesi. Penso che questo sia un sentimento importante. Ritengo che non sia offensivo nei confronti delle altre città italiane ricordare che Torino è quella che ha vissuto con maggiore sentimento, con maggiore pathos, con maggiore trasporto, grazie anche all'intervento delle Istituzioni, questi 150 anni di Unità d'Italia e, mi permetto di dire, di esistenza d'Italia, perché, forse, sarebbe più opportuno utilizzare questo termine. Volevo ricordare che questa settimana certamente i festeggiamenti proseguiranno, ma, oggi, noi segniamo una settimana di 150 anni e la segniamo in Sala Rossa. Vorrei citare una piccola parte di un intervento di un grande Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per il centenario di Garibaldi, ovviamente era in tutt'altro contesto. Lui si riferiva ai festeggiamenti e Pertini, chi l'ha conosciuto sa quanto fosse uomo pragmatico e che non amasse tanto i contorni, diceva che il centenario di Garibaldi non doveva essere solo significato con i simboli, con i festeggiamenti, ma doveva dare un messaggio profondo. Vorrei leggere queste quattro righe che mi paiono di grandissima attualità: "Deve essere una grande riflessione storica e politica sulle tradizioni e sulle radici dell'Italia moderna, dalla quale trarre motivi morali, che possono valere per i nostri compiti e i nostri doveri di oggi. Chi non è capace di trarre insegnamenti dalla storia, difficilmente può avere di fronte a sé un grande avvenire. Una Nazione che non conosce o ha dimenticato le proprie radici, difficilmente riuscirà ad essere veramente tale ed esprimere sempre, in ogni circostanza e in ogni momento difficile, la forza necessaria per superare gli ostacoli e per vincere le difficoltà che gli si parano dinnanzi". Mi pare una frase che potremmo utilizzare anche per questi 150 anni d'Italia in questo contesto, dove, a due giorni dall'inizio dei festeggiamenti, è scoppiato il caso della Libia, ma non voglio parlare in quest'Aula di questo argomento, e anche ricollegandomi all'intervento di grande attualità del professor Levra. Vorrei ricordare, in questa direzione, che, quando la capitale d'Italia venne spostata a Firenze, ci fu un sano e giusto risentimento da parte dei torinesi, che perdevano questa capitale d'Italia. Il Sindaco di allora, Luserna, rifiutò l'indennizzo da parte del Governo per questo trasferimento della capitale, che voleva dire non solo un trasferimento di immagine, ma anche di impiegati e di funzionari del Regno; ci furono, come è risaputo, dei moti che, in questi anni, sono stati poco ricordati, ma penso che siano importanti per il significato che avevano; Torino, poi, riuscì a riprendersi e, addirittura, lo scrittore Olindo Guerrini disse che perdere la capitale fu una fortuna. Non so se sia stato veramente così, certamente non potevamo pensare di tenere la capitale a Torino e di non trasferirla a Roma, ma perdere la capitale portò Torino a svegliarsi, è vero ci vollero un po' di anni, ma già nel 1866 il nuovo Sindaco, Filippo Galvagno, appena diventato Sindaco operò in direzione dello sviluppo dell'industria e realizzò (cosa per noi ormai superata e desueta, ma dobbiamo ritornare a quegli anni) una rete di canali aventi la funzione di fornire, tramite mulini a ruota, energia alle prime industrie. Penso che questa sia Torino, una città che è legata alle sue tradizioni e alla sua storia, che è orgogliosa di essere tale e che, ogni tanto, vive il sentimento - ma lo vivo io per primo e lo viviamo tutti - di essere un po' esclusa dal contesto nazionale; qualche volta lo è, qualche volta non lo è, molte volte ci diciamo anche che ci piangiamo addosso, ma in realtà riusciamo a coniugare il nostro orgoglio anche con la capacità di reinventarsi. Vorrei terminare dicendo due cose: in questi anni, in quest'Aula, unitariamente, abbiamo approvato degli ordini del giorno sui problemi occupazionali, sul mantenimento di alcune aziende ed industrie nella nostra città e, quindi, abbiamo guardato avanti, abbiamo cercato di reinventare questa città e abbiamo - ne sono orgoglioso perché sono il primo firmatario - fatto in modo che anche il raduno nazionale dell'Arma dei Carabinieri, che è nata a Torino e che poteva andare a Milano, rimanesse a Torino; la nostra è una città che è consapevole della sua storia, ma guarda anche avanti e diventa unita in questo guardare avanti. Il Vicepresidente del Consiglio ha giustamente detto che siamo un popolo litigioso; è vero, però dobbiamo imparare di nuovo - permettetemi questo "di nuovo" - a distinguere l'appartenenza politica dal rispetto delle Istituzioni e voglio concludere, proprio come responsabile di un partito di opposizione, ringraziando il Sindaco per questi primi festeggiamenti per l'Unità d'Italia. Lo faccio in modo sentito, perché ritengo che lei, insieme al Presidente della Provincia e al Presidente della Regione, abbia condotto molto bene questo Comitato e ringrazio anche il professor Rattazzi che ha condotto la Commissione Consiliare; però, voglio farlo anche perché dobbiamo passare dalle enunciazioni agli atteggiamenti. In questo caso non possiamo parlare dalle enunciazioni ai fatti, ma dalle enunciazioni agli atteggiamenti: riprendiamo un senso delle Istituzioni e riconosciamo all'avversario, o a quello che sta politicamente dall'altra parte, le cose che non vanno, ma riconosciamo anche le cose che vanno. Questa è la ripresa di un senso delle Istituzioni, ma - se mi permettete - anche di un senso della politica che non può che partire da questa grande città che è Torino. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola, per il Gruppo dei Moderati, al Consigliere Bruno. BRUNO Giuseppe Maurizio Grazie, Presidente. Ringrazio tutti. Non darò un grande contributo in termini di conoscenza, perché, grazie alla mia ignoranza, non ho questa possibilità ed infatti ringrazio il professor Levra per averci illuminato con il suo discorso ed aver dato anche degli spunti. Non sono mai stato invidioso, però mentre parlava il professore invidiavo quella che poteva essere l'atmosfera che si viveva in quegli anni attorno all'Unità d'Italia, com'era Torino all'epoca, qual era l'entusiasmo, la passione, gli sforzi ed il credo che c'era nei confronti di un progetto e di un intento così importante e così difficile da raggiungere, che ha coinvolto molti ed ha portato al sacrificio di tanti. Si sostiene sempre che i morti sono tutti uguali, io ritengo che però la vita che hanno vissuto li rende diversi, sia chi ha combattuto per l'Unità, che chi ha combattuto perché l'Italia rimanesse divisa; c'è chi durante la guerra ha combattuto per liberare l'Italia dall'invasore e c'è chi ha combattuto per l'invasore; c'è chi durante gli anni di Piombo ha difeso alcune posizioni estremiste e chi, invece, si è sacrificato per la nostra democrazia; anche oggi c'è chi vuole dividere ciò che è unito. Ognuno, poi, può condurre la propria esistenza basandosi su diverse idee e su diversi valori, ma oggi possiamo comunque vedere un'Italia forte, radicata, un'Italia che, come diceva Benigni, è giovane, è minorenne, però è un'Italia che ha costruito una cultura ed ha reso gli italiani orgogliosi di esserlo prima che l'Italia ci fosse. Un Paese che ha espresso la sua capacità di donare al mondo arte, cultura, democrazia, capacità di governo prima ancora che si rendesse lei stessa conto di avere questa forza da condurre nei propri confronti. Pensavo anche come poteva coglierci impreparati il centocinquantenario se fosse avvenuto vent'anni fa a Torino; sicuramente, non avremmo avuto una città preparata come quella che abbiamo avuto in questi giorni, dopo la trasformazione da quella che era una città industriale ad una città che ha valorizzato quella che è la sua cultura storica, la sua cultura nei patrimoni e nell'architettura. Questa città è riuscita a valorizzare la sua cultura in senso lato agli occhi del mondo, non solo agli occhi dell'Italia stessa. E al Sindaco va sicuramente riconosciuta la capacità di aver potuto leggere più di altri quella che era la direzione che questa città avrebbe dovuto intraprendere per poi arrivare, oggi, a questo centocinquantenario e potersi presentare veramente come quella città che forse era indispensabile - come può esserlo ancora oggi - per poter avere comunque un'Italia ancora più forte. Guardavo con orgoglio gli extracomunitari e gli immigrati che, con la coccarda dell'Italia o la bandierina, insieme ai loro figli, che avevano il foulard dell'Italia, andavano in giro per le strade del centro della nostra città. Lì vedevo la nuova Italia, che è la prosecuzione di questa Italia e che è un'Italia che sicuramente ci potrà dare ancora grandi soddisfazioni. Viva l'Italia. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Grimaldi, Vicecapogruppo del Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà. GRIMALDI Marco Ringrazio il Presidente, il Sindaco, i Colleghi e le Autorità. Come Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà, prendiamo la parola semplicemente per fare un ringraziamento ed un augurio. Il primo ringraziamento va fatto al Presidente della Repubblica ed il secondo, di sicuro, ai nostri concittadini. Il Presidente Napolitano ha saputo come non mai farsi bandiera, inno e Paese, ma le sue parole e la sua presenza non erano in discussione, non lo erano certo i suoi alti discorsi, né il registro etico e civile delle sue citazioni. In discussione, ovviamente non da parte nostra, era l'opportunità di festeggiare questo anniversario, pensando alla grave crisi economica, civile e sociale che attraversa questo Paese. Credo, però, che i nostri concittadini abbiano saputo rispondere, con orgoglio, ai tanti giornalisti, scrittori, politici ed Istituzioni - purtroppo anche Istituzioni - che hanno continuato ad insinuare questo dubbio. Sono loro ad aver ristabilito, senza retorica, il senso di queste celebrazioni ed il giusto peso al compleanno di questo giovane Paese. Vivo in un vecchio borgo, ingrigito dai fumi di un secolo di polvere nero carbone, ma in questi giorni è ridipinto dalle migliaia di Bandiere tricolore. Vivo in questo quartiere operaio, di gente che veniva da lontano per andare a lavorare nei grandi gasometri di Corso Regina, un quartiere di migranti tanto ieri quanto oggi. È la speranza di un futuro migliore del presente che unisce le società, dalla solitudine e le barbarie degli uomini primi; è la speranza che ha reso possibile l'unità, la liberazione, la Costituzione e la Repubblica. È la stessa speranza politica, etica e civile che ha reso cittadini milioni di sudditi e ribelli. Siamo in un Paese stremato dalla precarietà ed invecchiato per le poche certezze che la mia generazione - i giovani - ha davanti, eppure, camminando tutti i giorni a fianco di questa città, scopro ogni giorno che quella speranza non muore mai e la vedi rispuntare negli occhi delle migliaia di ragazzi universitari arrivati da tutta Italia e da tutto il mondo che vivono in vecchi palazzi con il ballatoio o nelle nuove residenze universitarie del Media Village dell'ex area Italgas, come la vedi negli sguardi dei tanti genitori che, di corsa, vanno a portare i figli nelle nostre scuole dell'infanzia. Compito della cultura, della scuola, dell'informazione, della politica e delle Istituzioni, come allora, è far sì che anche domani in questa Repubblica milioni di italiani possano essere cittadini di questo vecchio Continente e di questo mondo che, oggi, anche grazie ad una nuova coscienza ambientalista - finalmente -, ci ricordiamo che è l'unico che abbiamo. A questo punto, ci congediamo solo con un augurio a questa Sala Rossa, sperando che sappia costruire, come ha ricordato Napolitano al nostro Sindaco - che si merita il nostro abbraccio più caloroso -, una Torino orgogliosa di fare da sempre parte di un Paese migliore. Grazie, Torino. Buon compleanno Italia. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Galasso, Capogruppo del Gruppo Futuro e Libertà per l'Italia. GALASSO Ennio Lucio Le autorevoli presenze ci dicono la solennità di queste celebrazioni. Le manifestazioni di questi giorni ci segnalano che la società mostra una consapevolezza della sua identità; gli italiani ci sono, la politica forse. Vi è una consapevole visione di un comune destino e la conferma più clamorosa la riceviamo dalle due personalità più eminenti e più seguite oggi in Italia, che sono il Presidente della Repubblica ed il Papa: due storie, due culture, due sensibilità, due atteggiamenti e due ruoli diversi nel tempo ed al tempo del Risorgimento e che però, oggi, ci dicono entrambi della vitalità e della positività del Risorgimento. Questo ci consente di fare subito una riflessione: non dobbiamo ingessare le passioni, né i ruoli, né le scelte dei protagonisti del Risorgimento (prima, durante e dopo) e dobbiamo cogliere il respiro vitale delle generazioni e delle intelligenze, delle sofferenze e delle gioie, degli eroismi e delle nefandezze anche nel Risorgimento. Montale ci insegna che la storia procede, prescindendo da chi la fa e anche da chi la ignora. Il dinamismo, così come ho cercato di sintetizzare in queste pochissime parole, lo cogliamo anche e soprattutto dall'atteggiamento dei protagonisti del Risorgimento, a cominciare da Cavour. La considerazione che posso fare è che la spinta unitaria fu così forte e fu più forte della politica originaria cavouriana, ma Cavour seppe coglierne la forza e la assecondò. Fu più forte, quindi, delle divisioni, dei dissidi e delle zone d'ombra e nella storia dobbiamo riuscire a cogliere tutto. Procedo velocemente proprio per segnalare questi atteggiamenti, che ci debbono mettere nelle condizioni per cogliere il respiro di quei tempi e soprattutto il messaggio che hanno lasciato alle generazioni future. Citavo prima Cavour, che aveva manifestato poca fiducia nelle possibilità di un successo popolare del movimento. Poi, dopo Crimea, si segna una svolta e, quindi, un nuovo indirizzo, ma dico e ripeto quello che avevo sostenuto: seppe, però, assecondare lo spirito e la forza unitaria. Voglio nominare anche uno dei più citati, a volte come contradditore di questo movimento o almeno come interprete diverso di questo movimento: Carlo Cattaneo. Ebbene, Carlo Cattaneo, dopo gli insuccessi del '21, in effetti guardava più ad una Lombardia austriaca, così come il Correnti (che, però, se ne sentì tradito), che non ad una Lombardia - perché non la voleva, ovviamente - sabauda; ma ho qui il proclama del 20 marzo 1848, durante le 5 Giornate di Milano, che Cattaneo firmò e che fu scritto di suo pugno su carta intestata Italia Libera (quindi è il primo messaggio unitario e di vocazione italiana), che esordisce così: "La bandiera italiana sventola sui portoni di Porta Nuova". Quindi l'Italia e la bandiera, il simbolo. Il proclama (che non leggerò tutto) prosegue: "Tra un giorno o due i nostri nemici lasceranno questa sacra terra ai buoni italiani". Questa è la costante sottolineatura che ne viene e che, poi, gli atteggiamenti su come organizzare lo Stato sono cosa diversa dallo spirito e dal sentimento unitario. È già terminato il tempo a mia disposizione e non voglio abusare della benevolenza altrui, ma posso soltanto dire che il passato è una foresta che va esplorata con amore e, come diceva Berdiaeff, "La ricerca della verità è un atto d'amore". Attraverso la ricerca della verità e attraverso questi atti d'amore, noi possiamo coltivare quel senso istituzionale a cui prima si faceva riferimento, ma il senso istituzionale lo possiamo coltivare attraverso una sana cultura istituzionale. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Manuela Savini, Capogruppo di Alleanza Nazionale e PdL. SAVINI Manuela Un saluto alle Autorità, agli ospiti e a tutti i Colleghi. Il mio intervento sarà sicuramente più breve di quello dei Colleghi, anche per rispetto nei confronti del professor Levra, che in appena 30 minuti e riuscito a condensare 150 anni di storia. Quindi faccio i miei complimenti al Professore. Credo che i festeggiamenti, la visita del Presidente della Repubblica, i tantissimi Tricolore che ci sono in città, l'inno nazionale suonato in diverse occasioni e cantato persino dai bambini abbiamo nell'insieme creato quel clima di festa, sicuramente, ma di una feste solenne, a stigmatizzare l'importanza del motivo dei festeggiamenti e cioè i 150 anni d'Italia. Nel 1847 un giovane ventenne, Goffredo Mameli dei Mannelli, ha scritto il testo di un canto, "Il Canto degli Italiani", che il 12 ottobre del 1946 sarebbe poi diventato l'inno del nostro Paese, l'Inno d'Italia. Quelle parole sono state musicate a Torino poco dopo da Michele Novaro e onestamente sono abbastanza lusingata del fatto che Torino abbia ospitato colui che poi ha dato la melodia a quelle parole, una melodia molto patriottica, se ci pensiamo. Mi preme leggere la seconda e la terza strofa dell'Inno, che in tutto il suo testo ripercorre il fervore patriottico di quegli anni, la guerra contro l'Austria. Vi cito: "Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme già l'ora suonò. Stringiamci a coorte siam pronti alla morte l'Italia chiamò. Uniamoci, amiamoci, l'Unione e l'amore rivelano ai Popoli le vie del Signore; giuriamo far libero il suolo natìo: uniti per Dio chi vincer ci può? Stringiamci a coorte siam pronti alla morte l'Italia chiamò.". Non saranno, quindi, polemiche, sterili pretesti a disunire ciò che la storia e tanto sangue hanno faticosamente unito. Viva l'Italia. Viva gli italiani. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Valter Boero, Capogruppo dell'Unione Democratici Cristiani. BOERO Valter Signor Sindaco, autorità, gentili ospiti, colleghi Consiglieri, l'occasione è solenne, quindi non voglio abusare della vostra pazienza per una serata importante, vorrei semplicemente osservare che il 150esimo anniversario dell'unificazione politica dell'Italia offre a tutti l'opportunità per riflettere sulla nostra storia e sulla nostra genesi. La Sala Rossa, che ci ospita questa sera, è certamente stata testimone di atti significativi nell'avvio di questo processo nel corso dell'Ottocento, è stato ben ricordato dal professor Umberto Levra. È anche singolare che i partiti, soggetti che partiscono, essi stessi frutto di divisioni, che connotano anche diverse sensibilità della città, siano promotori, in un impulso unitario, di queste celebrazioni; è una cosa interessante. Certamente, anche solo psicologicamente, è salutare passare da accurati e continui distinguo, praticati nelle Commissioni e nei Consigli, ad una visione di insieme unitaria, dove, forse, molte polarità trovano compensazione ed infine si può percepire un'unica volontà, orientata al bene dei cittadini. Sono rare le occasioni in cui ci si può unire in un unico sentire, è una sensazione che si prova in questa Sala quando, di tanto in tanto, le iniziative del Consiglio Comunale vengono approvate all'unanimità. È accaduto anche recentemente e ne siamo felici. Per cogliere appieno il senso di questa Unità è necessario, tuttavia, esplorare con garbo le fonti che hanno dato luogo alla nostra identità, che, prima che essere unità nazionale, è stata unità di lingua, di cultura e di religione. Limitare l'osservazione ad uno scontro risorgimentale tra istituzioni - penso alla questione romana, cioè allo scontro tra Stato e Chiesa - significa, di fatto, disconoscere queste radici e quindi omettere i tratti somatici che permettono al mondo intero di identificare il nostro Popolo. Le fonti che ho menzionato sono, comunque, quelle che hanno consentito di dare stabilità e continuità politica ad un'aggregazione che diversamente sarebbe stata artificiosa e non naturale sbocco di un'identità nazionale forte, come abbiamo oggi. La Costituzione repubblicana del 1947-1948 è il frutto unitario di un incontro ed una collaborazione tra diverse tradizioni di pensiero: è un buon frutto, è un buon risultato che ancora oggi apprezziamo e di cui godiamo. Ciò che abbiamo sentito stasera certamente offre ottimi spunti per organizzare pacatamente e fruttuosamente la nostra riflessione nei prossimi mesi di festeggiamento di questa bella ricorrenza. Quindi viva l'Italia. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Raffaele Petrarulo, Capogruppo del Gruppo Di Pietro Italia dei Valori. PETRARULO Raffaele Ringrazio il Sindaco che vigila sempre su di noi, fino alla fine - dieci anni importanti - e le Autorità presenti. Il mio intervento sarà molto breve. Penso che l'illustrazione del dottor Levra possa essere esaustiva per la spiegazione storica, quindi farò una riflessione su quella che è la situazione attuale dell'Italia e della nostra città, perché penso che poterla eguagliare o poter fare un intervento simile, o anche marginale al suo, sarebbe sminuente per tutti coloro che hanno ascoltato. 150 anni dell'Unità d'Italia, un anniversario importante, una data che celebra la storia, la dignità ed il sacrificio dei nostri padri, un anniversario che ci piace festeggiare nella migliore delle maniere e vorremmo che così fosse per tutti. Un anniversario, però, difficile, non solo per il momento politico di particolare buio, ma anche per le polemiche, che nessuno oggi ha detto, ma purtroppo in questa sede vanno anche rimarcate, perché l'Unità d'Italia parte dalle polemiche, affinché non avvengano più. Già, perché, se, da un lato, l'atteggiamento sprezzante di questi personaggi suscita amarezza, dall'altro, francamente, molto di più provoca indignazione. Gli ammutinamenti nei confronti delle celebrazioni, da una parte, e le dichiarazioni secessioniste, dall'altra, provengono da un partito di Governo; ed allora mi verrebbe spontaneo chiedere a questi signori come conciliano il proprio spirito anti unitario ed anti italiano con il fatto di guidare un Governo nel Paese stesso. Esiste un modo per rendere conciliabili le due cose? Credo proprio di no e, francamente, per quanto orgoglioso di essere italiano, non mi sento affatto fiero di essere cittadino di un Paese al cui Governo siede gente che ha il coraggio di dire che l'Unità d'Italia oggi non esiste, non è stata fatta né 150 anni fa, né il 2 giugno del '46, perché le Italie sono due, come ha detto un esponente del Governo. Questi signori dovrebbero ricordarsi di ricoprire un ruolo pubblico, dovrebbero tener conto del fatto che sono Ministri della Repubblica. Ed arrivo all'altra ragione per cui questo è un anniversario difficile. Io credo che quella odierna sia anche un'occasione per rileggere il Risorgimento per ciò che esso fu davvero: un grande sforzo collettivo dal punto di vista politico per ritrovarsi in vera e propria unità statuale. Ed ora, a 150 anni da quello sforzo, l'Italia si vede guidata da un Governo diviso su tutto, non ultima la discussione sui festeggiamenti per questa giornata. Un anniversario, insomma, segnato da troppe macchie, che però noi ci sforzeremo di celebrare con la possibilità di chi sa che il buio della politica sta per finire, perché questo Paese si riprenderà a breve la dignità di tornare ad essere degno di chiamarsi Italia, perché l'Italia è una sola e non sono due, come qualcuno dice. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Mario Brescia, Capogruppo della Lega Nord Piemonte Padania. BRESCIA Mario Sindaco, ospiti, la ricorrenza che oggi questo Consiglio celebra, i 150 anni dell'Unità, credo che, oltre ad essere una festa, debba essere anche un'occasione per riflettere e comprendere come la Nazione si sia evoluta, capire che cosa non abbia funzionato e ripartire verso un futuro di innovazione che possa generare un vero rinnovamento per il Paese. Ciò avviene tramite il federalismo. Noi crediamo che sia necessario capire il nostro passato per rilanciare il Paese verso il domani. Dopo 150 anni a che punto siamo? C'è forse nel cuore dei cittadini il sentore che un qualche cosa non abbia funzionato? Vorrei che si pensasse per un attimo ad altri Stati, la Svizzera, ad esempio, o gli Stati Uniti: a loro nessuno direbbe mai: "Esponete le bandiere per dire che siete orgogliosi del vostro Paese", è' un meccanismo automatico quello dei cittadini americani, sia di vecchia che di nuova cittadinanza, sinonimo di un profondo radicamento e di unità. Da noi, siamo sinceri, non sempre è così. E ci fa un po' sorridere vedere gli stessi politici di Sinistra, che non molti anni fa guardavano il Tricolore come un sinonimo di Fascismo e Nazionalismo e magari le bandiere le bruciavano, che oggi si sono convertiti ad un saldo Nazionalismo che nasconde interessi di facciata. Credo, invece, che sia particolarmente significativo, in quest'ottica, che, proprio nell'anno del centocinquantenario, il federalismo giunga nel vivo del suo percorso di realizzazione, significativo perché è quel primo passo verso la nuova Nazione, quella di domani, che, unita nell'identità federale di ogni territorio, si troverà pronta alle sfide da affrontare con vitalità e freschezza. Nessuno si sogna di mettere in discussione il sentimento di unità nazionale dei cittadini statunitensi, che, fieri ed orgogliosi del loro Paese, vivono una salda unità che si concretizza in una federazione di realtà locali ben distinte. Così crediamo che sarà anche il nostro Paese domani, uno e federale. È un po' questo il nostro augurio, che questa ricorrenza, più che una festa fine a se stessa, sia la celebrazione di un nuovo percorso, verso il domani di una Nazione che ha saputo rinnovarsi. Vorrei ricordare in questo contesto anche coloro che sono caduti nel percorso storico che ci ha portato fino ad oggi, anche chi la vita l'ha persa perché si è sentito tradito, come le vittime della strage di Torino del 21 e 22 settembre 1864. Quei giorni decine di cittadini persero la vita e molti furono feriti nel moto di protesta contro l'intento dei Savoia di trasferire la capitale del Regno da Torino a Firenze. Lo scontro avvenne in Piazza San Carlo. I cittadini si sentirono traditi dall'allora neonato Stato, il quale decise di ripagare i piemontesi dei sacrifici e del sangue versato nell'avventura del Risorgimento privando Torino dello status di capitale. Questo creò una chiara rottura tra le ragion di Stato, che ormai si orientavano a Roma, e i sudditi subalpini, preoccupati e consapevoli del fatto che la perdita della condizione di capitale, e quindi dei Ministeri, portasse anche a un drastico ridimensionamento dei posti di lavoro, cosa che puntualmente avvenne, ed il calo demografico di Torino negli anni successivi al 1864 lo testimonia. Fu proprio per questo, probabilmente, che la protesta che fu soffocata nel sangue dall'esercito sabaudo vide come vittime tantissimi lavoratori, fra cui molti giovani fra i 17 ed i 25 anni: facchini, operai dell'arsenale, fabbri ed anche un giardiniere di 40 anni, che curiosamente si chiamava Giuseppe Bossi. Quei martiri della nostra città capoluogo sono caduti nel totale oblio della storia, tant'è vero che nei libri è quasi introvabile la traccia di quegli avvenimenti. Mi pare che la nostra città e la nostra regione debbano, invece, ricordare in modo degno queste persone, che hanno sacrificato, incolpevoli, la loro vita, per un moto di orgoglio derivato dagli enormi sacrifici affrontati durante il Risorgimento. C'è poi un aspetto molto particolare della nascita del Tricolore che vorremmo ricordare: è proprio quel verde, un po' nostro, le cui origini affondano nella Repubblica Cispadana e nella Legione Lombarda. Già, perché, se ci si domanda come mai proprio il verde, il bianco ed il rosso siano i colori della bandiera, sul sito del Quirinale si può leggere che "Il Tricolore, quale bandiera nazionale, nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana (...) decreta 'che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco e Rosso (...)'". E sempre dal sito del Quirinale leggiamo che anche i reparti dell'epoca "ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori - conclude sempre il sito del Quirinale -, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell'Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera". Anche nella bandiera, dunque, è affermato quel principio fondamentale che la Lega da sempre ha fatto suo, e cioè l'identificazione radicata e irrinunciabile di un Popolo con il suo territorio e la sua storia, in questo caso, appunto, con la cultura che germoglia nella grande Pianura Padana. Questa è la nostra interpretazione rispetto ad una celebrazione che, purtroppo, ha visto molte strumentalizzazioni, sempre in chiave critica rispetto al nostro movimento, dalle quali noi vogliamo del tutto svincolarci. Noi della Lega siamo da molti mesi sotto i riflettori, tirati per la giacchetta dai media, per le polemiche legate a questa celebrazione, ma delle polemiche alla gente davvero importa poco. È molto più importante concentrarsi su problemi come il lavoro e l'occupazione, che i cittadini ci chiedono di risolvere. Questa è la sfida di oggi. Dunque i festeggiamenti dovrebbero essere uno stimolo a ripartire, uno stimolo avvertito anche dal Presidente Napolitano, che ha detto di andare oltre alla festa. Un rinnovamento fatto in modo franco e leale per rilanciare il nostro Paese verso un futuro diverso, che si compirà con la riforma federalista. Anche se la Lega si è schierata contro il giorno di festa, voluto per il 17 marzo, dimostrando, però, cosa sia il senso istituzionale, ha poi accettato la decisione della maggioranza. Un grande senso di rispetto per il Paese che la Lega Nord dimostra tutti i giorni con il suo continuo lavoro, l'abnegazione dei suoi Ministri, degli amministratori e di tutti gli eletti, che dedicano il proprio massimo impegno al miglioramento della nostra terra. Il nostro modo di rendere omaggio alle persone che compongono il nostro sfaccettato Paese anche oggi, dunque, è proprio questo: il lavoro e l'abnegazione per creare un domani migliore in uno Stato federale. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Giuseppe Lonero, Capogruppo del Gruppo Misto di Minoranza La Destra. LONERO Giuseppe Ringrazio tutti i presenti. Innanzitutto voglio iniziare il mio intervento ringraziando il Sindaco per le parole che ha pronunciato al Teatro Regio il 18 marzo, in apertura dei festeggiamenti, alla presenza del Presidente della Repubblica e soprattutto voglio ringraziarlo per quel passaggio, quando ha riconosciuto che Torino non sarebbe diventata quella che è senza l'immigrazione dal Meridione. E io, da meridionale, venuto a Torino non per lavorare in Fiat, ma per studiare al Politecnico, mi sono sentito coinvolto e chiamato in causa, e di questo lo ringrazio. Dai festeggiamenti e dalla grande partecipazione popolare, così entusiasta, così numerosa, io personalmente ho tratto, e voglio condividere con voi, una lezione: che c'è tanta voglia di Italia tra i cittadini. Mi sono, però, chiesto se questo centocinquantenario è stato solo la celebrazione dell'Unità d'Itala oppure è stato anche la celebrazione dell'unità del popolo italiano. Personalmente ritengo che mi impegno a lavorare perché un domani io, ma soprattutto mia figlia possa celebrare il bicentenario, possa celebrare altri anniversari importanti dell'Unità d'Italia e dell'unità del popolo italiano. Questo è lo stimolo che deve farci considerare questo centocinquantenario non come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza. Deve essere uno stimolo affinché le istituzioni, a cominciare dal Comune di Torino, si impegnino a lavorare per mantenere vivo non solo il senso dello Stato, non solo l'amor di Patria, ma soprattutto quel senso di appartenenza al Popolo italiano, che ci deve caratterizzare. L'obiettivo, quindi, è quello di farci veramente popolo. Un popolo che vuole essere unito nelle differenze; unito nelle differenze di usi, di costumi e di tradizioni, che, in realtà, rappresentano la vera ricchezza dell'Italia. Le Istituzioni devono lavorare per mantenere unita quella comunità umana che è il popolo italiano, in cui ciascun componente deve essere disposto a considerare la propria patria ogni metro quadrato del territorio di questa Nazione e deve essere disposto a solidarizzare con ogni componente di questa comunità. Spero, quindi, che lo stimolo fornito da queste celebrazioni sia quello di alimentare la diffusione, ma soprattutto la pratica di quella solidarietà umana, attraverso i componenti del popolo italiano, che, unica - se applicata -, ci può far guardare con fiducia al futuro della nostra amata Italia. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Gallo Domenico. GALLO Domenico Grazie, Presidente, Sindaco e gentili ospiti. Non posso non esordire dicendo che qualche intervento mi ha provocato un po' di tristezza, più che di rabbia (faccio questa considerazione perché resti per la cronaca). Credo che di fronte ad un grande evento, che ha visto un intero popolo vivere i festeggiamenti per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia con una partecipazione straordinaria, bisognerebbe aprire una profonda riflessione sull'importanza del messaggio che i cittadini italiani hanno voluto dare alla politica e che ha confermato e consolidato il valore dell'unità di un intero popolo. Gli italiani del nord, del sud, del centro e delle isole hanno alzato una sola voce: "L'Italia è una ed indivisibile". È stato un messaggio forte che ha reso ridicole e caricaturali, ma anche offensive, le dichiarazioni e gli atteggiamenti di settori della politica che hanno cercato di descrivere le manifestazioni popolari come puramente folkloristiche e semplicemente festaiole. C'è stata la festa, ma una festa giusta e gioiosa, che ha avuto momenti di grande commozione, di ricordi, di un rilancio della memoria storica calpestata, offuscata e denigrata ormai da tempo. Quella memoria storica dell'Italia risorgimentale, della guerra di liberazione e dell'entrata in vigore della Costituzione Repubblicana. Un popolo che si è riversato nelle strade e nelle piazze della nostra città, prima capitale d'Italia e medaglia d'oro della Resistenza, che ha ricordato quanto sia importante far parte di una comunità, di una Nazione con la sua civiltà centenaria, con la sua cultura, la sua arte, la sua tradizione, le sue belle città, i suoi dialetti, le sue personalità nella scienza e nella letteratura. I cittadini hanno riscoperto, in una fase di profonda crisi economica e sociale, il valore dell'unità, perché solo un popolo unito può superare i mille problemi che si trova davanti: i problemi della dilagante disoccupazione giovanile, dell'insopportabile precarietà del lavoro che non dà futuro, delle fabbriche che chiudono, della Fiat che stenta a mandare un segnale chiaro e confortante della sua permanenza a Torino e in Italia, della profonda crisi dei valori veri, dei principi costituzionali che aspettano di essere attuati, i problemi dei diritti negati e delle profonde ingiustizie che non consentono una vita dignitosa a tante persone. Solo un popolo e un Paese unito può affrontare i drammatici problemi dell'immigrazione, senza diffondere paure, senza allarmismi, senza propaganda, ma creando le giuste condizioni per aiutare i Paesi poveri e dilaniati dalle guerre ed attrezzandosi per affrontare le emergenze umanitarie, socializzando e distribuendo i disagi in Italia e in Europa. Le manifestazioni ci hanno aiutato a capire che siamo tutti italiani e quanto sia importante colmare la distanza tra il nord e il sud del Paese, anziché contrapporli. Siamo tutti italiani e come italiani dobbiamo essere orgogliosi dei cittadini di Lampedusa, che nonostante i problemi che da anni vivono non hanno smarrito l'importanza della solidarietà e lo spirito di accoglienza; così come dobbiamo essere orgogliosi dei cittadini di Varese, che hanno inondato con il Tricolore i loro balconi. Le forze sane del Paese, nelle varie articolazioni politiche e sociali, prendono ad esempio lo spirito unitario del popolo italiano per trasformarlo in energia positiva per un cambiamento vero, in cui trovano spazio i valori della solidarietà, della giustizia sociale e dei diritti sanciti dalla Costituzione Repubblicana. Nessuno, a mio avviso, può innescare azioni volte a dividere il Paese. Il popolo si è ritrovato unito e ha gridato da nord a sud l'orgoglio nel sentirsi italiani, pur nelle diversità regionali e nella varietà delle culture e delle tradizioni, oltre che delle peculiarità territoriali. Il messaggio arrivato è stato inequivocabilmente chiaro; la politica lo recepisca e metta in atto azioni volte a consolidare l'unita del Paese, eliminando le disparità, adottando misure per affrontare la questione meridionale e delle aree territoriali caratterizzate dalla povertà, rilanciando una politica industriale la cui crisi rischia di impoverire il nord e intere zone dove le fabbriche hanno lasciato dei preoccupanti vuoti e tanti disoccupati. L'unità di un Paese non può prescindere da tutto questo, perché questo vogliono i cittadini, questo vuole il nostro popolo, per sentirsi più unito e uguale da nord a sud, creando le condizioni per uno sviluppo diffuso, tenendo presente le caratteristiche del territorio. Il 17 marzo 2011 è una data storica che ha risvegliato un intero Paese, che si è ritrovato unito accogliendo i forti messaggi del Presidente della Repubblica che hanno contribuito a ridestare le coscienze e a riscoprire e a ricordare quella storia che ha fatto dell'Italia un grande Paese. Una parola voglio spendere per il Sindaco Chiamparino, che ha avuto il merito, con il suo ruolo e come Presidente dell'ANCI, di rendere Torino protagonista assoluta nelle celebrazioni per il 150° Anniversario dell'Unità d'Italia e, soprattutto, per essere stato, in questi anni, il Sindaco di Torino, che ha saputo garantire la coesione sociale in una situazione molto difficile, contribuendo a fare di Torino una città più bella, aperta e solidale. Per questo, Sindaco, mi sono ritrovato nell'elogio del Presidente della Repubblica come riconoscimento del lavoro fatto per la Città e per il Paese. Il Presidente della Repubblica ed il Sindaco di Torino: due Autorità istituzionali in cui il popolo si è riconosciuto, dimostrando calore e riconoscimento. Grazie, Sindaco. Il tuo mandato volge alla fine, ma auspico che il tuo contributo alla politica continui, nell'interesse del nostro Paese e della nostra Città. Anch'io mi sento di concludere dicendo: viva l'Italia unita. Grazie. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) A conclusione del dibattito, la parola al Sindaco. SINDACO Le mie note conclusive saranno brevi, anche per non approfittare della pazienza delle Autorità presenti, che ringrazio come ringrazio anche coloro che, per impegni, hanno dovuto lasciare questo dibattito. Come prima cosa, vorrei esordire prendendo spunto da quanto hanno detto molti Consiglieri, a cominciare dal Consigliere Grimaldi, con un grazie ai torinesi. Come ho avuto modo di dire al Teatro Regio, alla presenza del Presidente Napolitano, nessuno li ha obbligati a rispondere così significativamente al mio appello e a quello di tante altre Autorità per esporre le bandiere ai balconi, alle finestre, per addobbare in modo così originale tutti i negozi della città, nel centro e non solo. Quindi, è segno che l'evento della festa dell'Unità d'Italia è un evento sentito, ed io credo sia giusto che, da questa Sala, che rappresenta il più alto livello istituzionale della città, vada a tutti i torinesi e le torinesi un sentito grazie. Secondo. Vorrei fare una considerazione prendendo spunto dalla parte iniziale dell'intervento del professor Levra, cioè noi non dobbiamo dimenticare, perché è una protagonista di questo processo che noi oggi festeggiamo e ricordiamo, la Monarchia. È vero, come dicono il Presidente Castronovo ed altri, che il Risorgimento è stato complesso, come tutti i grandi processi storici, nel senso che c'erano tante tendenze: liberali rivoluzionarie, liberali radicali, liberali conservatrici, cattoliche, laiche, federaliste (penso a Cattaneo e ad altri fautori di uno Stato centrale, che prevalsero). Tuttavia, quanto non si può dimenticare è che se tutto questo incuba a Torino e poi da qui si propaga poco per volta a tutta l'Italia, al punto che Stati, o meglio, Ducati e Granducati, che si sono liberati autonomamente, chiedono di aderire al Regno di Sardegna, è perché qui c'era una calamita. Allora, qui siamo nella Sala Rossa e dobbiamo ricordare che Re Carlo Alberto (raffigurato nel quadro alle mie spalle) è colui che ha promulgato lo Statuto Albertino, cioè questa è la prima Assemblea Elettiva eletta democraticamente, con il suffragio universale di allora, che naturalmente non era quello di adesso, in Italia. Poi ci sono le cose che ha detto il professor Levra, e che non ripeto. Segnalo questa, perché non è un caso se gli esuli politici, con il loro insieme di cultura, di conoscenza, di voglia di cambiare, di fare e di rinnovare vengono a Torino, perché forse era il luogo dove si respirava l'aria della rivoluzione liberale europea. Questo avviene attraverso la Monarchia. Poi, che la Monarchia successivamente non sia stata in grado di opporsi alle degenerazioni totalitarie dello Stato e alla subalternità allo straniero sono questioni di cui la storia ha già tirato le fila, ma non vi è dubbio che il processo dell'Unità d'Italia nasce perché c'è una democrazia illuminata - non so se è giusto chiamarla così - che, sia sul piano interno sia sul piano internazionale, sa fare di necessità virtù, cioè la necessità di un piccolo Stato regionale che, dando spazio ad un uomo di Stato come Cavour, sa porsi nell'intreccio di relazioni internazionali complesse, che gli danno un ruolo sicuramente superiore alla potenza amministrativa, militare e politica che aveva allora. Un'altra sottolineatura che faccio, proprio solo en passant, perché è già stato l'oggetto del mio saluto al Presidente Napolitano ed è stato ampiamente ed ovviamente approfondito e trattato dal professor Levra, è la capacità di Torino di cambiare pelle. Non aggiungo altro, se non rimarcare due cose che ho già detto - qui ringrazio l'amico Lonero per le sue parole -, cioè sono convinto che in ogni passaggio storico di Torino ci siano sempre due cose che tornano: l'apertura e la conoscenza. L'apertura materiale e culturale, e poi il saper fare, la conoscenza diffusa. C'è poco da fare, perché quello di cui abbiamo parlato prima è apertura (gli esuli politici, l'immigrazione). Ne resto convinto. Se non ci fossero stati gli immigrati dal sud ed anche dal Veneto, Torino sarebbe stata una città piccola, ma piccola di prospettive e di ambizioni (poi, magari, in dimensioni sarebbe anche cresciuta), invece è diventata una città importante, significativa, che ha avuto un ruolo e un peso. Questo noi dobbiamo sempre ricordarlo. Il problema che vedo è che, quando vado nelle scuole e vedo il caleidoscopio etnico da cui sono composte le scuole oggi, gioisco da una parte, ma mi interrogo anche sul fatto che se quei bambini, che sono italiani e si sentono tali, quando diventano adolescenti scoprono di non essere italiani perché sono discriminati, si produce una frattura sociale e incomponibile. È questa la grande sfida per noi. Terza ed ultima considerazione. L'ho detto al Regio e lo ribadisco qui, non è una mia ossessione. Non è un caso che Cavour, quando percepisce che sta cambiando qualcosa, una delle prime cose che progetta è il traforo del Fréjus. Perché l'apertura è un'apertura sociale, ma è anche un'apertura materiale. Non dimentichiamo, infatti, che Torino è un cul de sac dal punto di vista geomorfologico, che se non è collegato attraverso le Alpi (come ci è stato insegnato dai Romani in poi, non c'è niente di straordinariamente nuovo) ha un riferimento obbligato, che è Milano. E quando le relazioni - insegna la logica - sono unidirezionali si è sempre più deboli di chi, invece, può utilizzare delle relazioni bidirezionali o pluridirezionali. Ultima considerazione, partendo dal riconoscimento, che mi fa molto piacere anche personalmente, del Consigliere Cantore, che ovviamente quindi ringrazio. Io sono stato uno dei non molti in Italia a fare una battaglia perché il 17 marzo fosse festa. Quindi, qualcosa avevo annusato, nel senso che c'era nel profondo degli italiani una voglia di partecipazione. Però non è tanto questo che volevo dire, ma mi interrogavo sul fatto che anche chi, come me, aveva detto pubblicamente che sarebbe scattata la scintilla - un po' come alle Olimpiadi - non aveva assolutamente previsto che ci fosse questa vera e propria esplosione di sentimento nazionale e patriottico, che noi abbiamo visto tra la sera del 16 marzo e i giorni successivi. Non solo a Torino, anche se, forse, qui c'è stato un effetto più grande che da altre parti (anche perché è stata la capitale d'Italia). Pensiamo alla notte del 16 marzo, dove pioveva a dirotto da due giorni, eravamo tutti fradici, ma, nonostante questo, dalle ore 22.00 in avanti, Via Po, Via Roma, Via Pietro Micca sembravano delle fiumane di gente. Non può essere solo l'attrattiva di un pur bel concerto con Roberto Vecchioni, i fuochi di artificio e così via, ma è evidente che c'è qualcosa di più. Allora, che cos'è questo qualcosa di più? A tal proposito, è significativo l'intervento del Consigliere Cantore, perché io credo che questo qualcosa di più sia certamente l'esplosione di questo sentirsi italiani. Attenzione, è vero che c'è stata un'epoca nella quale la sinistra non si riconosceva nel Tricolore. Ricordo benissimo quando le persone della mia generazione e, soprattutto, mio papà, quando c'era una partita di calcio, tifavano sempre per gli altri; io ho cominciato a tifare nel 1962 ai Mondiali in Cile, quando siamo stati eliminati ingiustamente a causa di un arbitro che aveva arbitrato scandalosamente a favore dei cileni e perdemmo 2 a 0. Quindi, io da allora ho cominciato a tifare (poi c'è stata la partita Italia-Germania 4- 3), però è vero che c'è stato un periodo che persino sul piano calcistico, dove è più facile ritrovare il sentimento nazionale, questo sentimento non c'era. Cambiare e riconoscere di saper cambiare è un grande valore; il brutto è quando uno cambia senza saperlo, ma cambiare sapendo le ragioni per le quali si cambia è importante e fondamentale, perché ti dà la forza per misurarti. Allora, oltre a questo sentimento nazionale e a una forte voglia di italianità, c'è anche il fatto che, secondo me, c'è un'opinione pubblica vasta, ci sono persone vaste, a prescindere dagli schieramenti politici, che sentono il bisogno di tornare ad essere protagonisti e a riappropriarsi di quanto diceva il Consigliere Cantore, cioè di Istituzioni che siano di tutti e non di parte. Anche il grande prestigio, la grande autorevolezza e il grande affetto di cui è stato tributato il Presidente Napolitano derivano da questo, cioè che la gente percepisce in Giorgio Napolitano una persona che ha un'appartenenza politica originaria netta, che tutti conoscono, però, da quando è Presidente della Repubblica, sa interpretare questo sentimento unitario delle Istituzioni del popolo italiano. Secondo me, è avvenuto qualcosa in questi giorni, che non tutte le forze politiche hanno compreso, nella pancia degli italiani (so che ho usato dei termini particolari, magari un po' da bar) e non solo nella testa; non tutte le forze politiche l'hanno capito adeguatamente, perché - non ho nessuna difficoltà a dirlo, Consigliere Brescia -, mentre tutte le Istituzioni piemontesi sono sempre state rappresentate a livello giusto e in tutti momenti topici di questi giorni di festeggiamenti (dall'alzabandiera, come in presenza del Presidente Napolitano), non è stato così il giorno solenne in cui a Roma, a Camere riunite, il Presidente Napolitano ha pronunciato il discorso di apertura delle celebrazioni. Questo è stato un punto che ha contribuito a delle manifestazioni di dissenso nei confronti di rappresentanti istituzionali del suo partito - che non ho approvato - e bisogna lavorare per recuperare, perché tutti insieme dobbiamo interpretare, portare avanti e dare continuità, anche pratica, a quel senso di responsabilità nazionale e a quella domanda di Istituzioni non piegate all'interesse di parte, ma che siano patrimonio di tutti gli italiani. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Invito i Consiglieri e gli ospiti ad alzarsi in piedi per l'uscita del Gonfalone dall'Aula. |