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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 21 Marzo 2011 ore 12,00
Paragrafo n. 11

Commemorazione di Gioia Montanari, giŕ Consigliera Comunale
Interventi

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Saluto e ringrazio tutte le persone che si sono recate qui oggi per commemorare
Gioia Montanari.
Saluto il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri Comunali, il Consigliere Caterina
Romeo (in rappresentanza del Consiglio Provinciale di Torino), l'ex Assessore
Regionale Migliasso e i Consiglieri Regionali Pentenero e Artesio, gli amici e i
conoscenti.
Inizierei porgendo una domanda, ovviamente, retorica: Gioia Montanari sarebbe
scesa in piazza lo scorso 13 febbraio accanto al Comitato "Se non ora, quando?".
Credo proprio di sì, perché al centro del suo impegno professionale, civile e politico
c'è sempre stata la donna.
Gioia Montanari era una ginecologa appassionata, protagonista indiscussa della
storia dello screening per la prevenzione dei tumori in Italia, sostenitrice attenta al
sociale e al mondo femminile, promotrice dei Consultori familiari, impegnata
nell'evoluzione dei programmi di Sanità pubblica, ospite importante di congressi e
convegni e tante altre iniziative. È difficile per me tratteggiare la figura di Gioia
Montanari in poche parole.
La sua grandezza era tale che è difficile, in poche parole, dire quanto è stata
importante per la nostra città. Lo ha dimostrato con il suo impegno professionale,
negli interventi che ha tenuto in Sala Rossa come Consigliere Comunale dei quali
colpisce, ancora oggi, la totale assenza di retorica e la lucida analisi.
Riprendo alcune riflessioni proposte da Gioia Montanari in Sala Rossa in merito alla
Legge n. 194 del 1978, che legalizzava l'interruzione volontaria di gravidanza, e al
ruolo centrale del Consultorio nella promozione della procreazione. Lei diceva: "Noi
siamo contro l'aborto, ma non abbiamo la presunzione o l'ingenuità di pensare che lo
si possa combattere meglio mettendolo fuorilegge; respingiamo l'assurda
contrapposizione tra abortisti e antiabortisti, buoni e cattivi, fra chi sarebbe per la
difesa della vita e chi non lo sarebbe. Noi vogliamo che la donna sia riconosciuta
soggetto responsabile delle proprie scelte". E ancora: "Vogliamo concentrare il
nostro impegno positivo e appassionante sui problemi della maternità, del parto, della
gravidanza e su questo vogliamo lavorare perché crescano i Consultori, perché
migliori la loro qualità, si abbia una legge sull'informazione sessuale, migliorino
nella società e nelle Istituzioni sanitarie le condizioni e la considerazione della
maternità. Per questo ci confrontiamo serenamente con le grandi masse cattoliche
che invitiamo a riflettere su una legge che non obbliga nessuno ad abortire, ma lo
consente e a riflettere sulla verità del problema dell'aborto, una realtà mai sconfitta
con le leggi penali, ma che si sconfigge invitando le donne ad evitarlo e prevenirlo,
elevando la cultura e migliorando la società".
La tutela della salute e dell'integrità della donna erano per Gioia Montanari principi
irrinunciabili, che ancora oggi si scontrano con una realtà sotto gli occhi di tutti che
va dalla mercificazione del corpo femminile alla violenza, di cui le donne sono
ancora le principali vittime. Ma la lotta per la difesa delle donne continua e per
fortuna è ancora portata avanti da molti. Anche il Comune di Torino, insieme ad altre
città italiane, si è fatto portavoce di iniziative di sensibilizzazione e denuncia.
L'ultima, in ordine cronologico, è quella di "Ni una más", "Non una di più", con la
quale vogliamo ribadire la nostra ferma condanna al femminicidio, perpetrato a
Ciudad Juárez, al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Si tratta di un impegno preso anni fa, quando abbiamo consegnato la cittadinanza
onoraria a Marisela Ortiz, Presidente e cofondatrice dell'Associazione "Nuestras
Hijas de Regreso a Casa", simbolo della lotta contro l'impunità dei crimini contro le
donne a Ciudad Juárez.
Questo è un impegno che ogni popolo e ogni nazione dovrebbe sentire proprio e che
deve concretizzarsi in un giusto e corretto rispetto della donna e per la difesa della
dignità femminile nelle pari opportunità, non come slogan, ma come realtà e come
impegno concreto. Sarebbe il compimento del percorso tracciato da Gioia Montanari,
un lungo e ininterrotto inno alla vita, che ci può e ci deve spronare oggi nel nostro
impegno quotidiano come politici, amministratori e semplici cittadini ed è per questo
che oggi la ricordiamo, perché questo impegno non muoia e si perpetui, per quanto è
necessario, in questi tristi giorni della nostra società.
La parola a Giancarlo Quagliotti, che interviene a nome dell'Associazione tra gli ex
Consiglieri Comunali di Torino.

QUAGLIOTTI Giancarlo
Signor Presidente, signor Sindaco, caro Benedetto.
Intervenendo in quest'Aula Consiliare il 24 marzo 1981, nel corso del dibattito in
difesa della Legge n. 194, Gioia Montanari sottolineava ripetutamente, e con
profondo dispiacere, come l'Aula fosse semideserta, criticando esplicitamente lo
scarso interesse verso il dibattito che si stava svolgendo e che lei riteneva assai
importante per la convivenza civile, i diritti delle donne e la crescita culturale della
società.
L'argomento era di quelli che la coinvolgevano profondamente come medico,
scienziato, donna legata alle esperienze dei movimenti, militante del PCI. Non le
sembrava, dunque, possibile che, su una questione di tanto spessore, altri non
sentissero la sua stessa tensione morale, il suo interesse a confrontarsi con diverse
opinioni, il suo desiderio di cercare soluzioni e di spiegare perché la Legge n. 194
dovesse essere difesa, spiegata nei suoi scopi, applicata anche in virtù delle
necessarie strumentazioni che le Pubbliche Amministrazioni dovevano mettere in
campo. Tra i presenti e non distratti (oltre ai Consiglieri e agli Assessori competenti),
vi ero anche io, attento non solo in ragione del ruolo che allora mi competeva in
quest'Aula (e neppure per il lungo, e credo proficuo allenamento alla discussione sui
temi riguardanti le tematiche femminili e femministe a cui ero sottoposto in casa,
grazie alle lunghe discussioni con mia moglie Carmen), ma in quanto Gioia,
chiamata allora a pronunciare il suo primo impegnativo intervento in questo
Consiglio Comunale, mi chiese di discutere con lei l'impianto, i contenuti politici, le
ragioni di fondo che con pensiero autonomo e personale voleva portare a difesa della
Legge n. 194, basandoli fortemente sulla sua esperienza di medico e di confidente di
decine di donne.
Colsi subito il senso di profonda umanità che Essa voleva portare nella discussione,
con stile asciutto e ragionamento stringente, non considerazioni tecniche (che pure vi
erano), né motivazioni aventi origini ideologiche, se tali si potevano considerare
quelle dei movimenti femministi più estremi.
Diceva: "Sui muri di Roma è comparsa nei giorni scorsi una drammatica scritta che
condivido: 'La legge sull'aborto, il più triste dei nostri diritti'". Sottolineava:
"Condivido questa affermazione perché se è un diritto essere assistite dallo Stato e
non abbandonate alla clandestinità è comunque tragico dover fare una scelta che, in
primo luogo, è violenza fisica e psicologica anche su se stesse".
E più avanti sottolineò come la legge fosse il frutto di una bella e lunga battaglia che
le donne avevano vissuto, che non era finita e che aveva come bandiera la
contraccezione, l'informazione sessuale, i contraccettivi, la conoscenza del proprio
corpo, la consapevolezza della procreazione.
Ed ancora diceva: "Noi difendiamo la Legge n. 194 senza clamori, senza
intolleranze, perché si è dimostrata una legge applicabile e necessaria, perfezionabile
certo, che non offende la convinzione di nessuno, che non esalta l'aborto ma aiuta a
superarlo. Noi siamo contro l'aborto, ma non abbiamo la presunzione - come
ricordava poc'anzi il Presidente - e l'ingenuità di pensare che si combatta meglio
mettendolo fuori legge.
Sono passati trent'anni da quando Gioia ha pronunciato con pacatezza e
determinazione queste parole, ma esse mantengono oggi un'attualità che sorprende
se si pensa al tempo passato, all'accumulo di esperienze che in questo, come in altri
campi, si è realizzato, alle complesse vicende politiche e sociali del Paese, eppure
torniamo alla necessità di leggere le parole di Gioia come una guida per l'azione,
necessaria oggi al fine di difendere conquiste che pareva non potesse essere possibile
rimettere in discussione e per progredire ancora.
Convincimenti e tanti fermi erano il frutto di un vissuto personale molto intenso.
Gioia era nata a Roma in una famiglia borghese, di origine Emiliana, si laureò in
Medicina a Roma e si specializzò a Torino e a Milano; viveva a Torino dal 1968.
Vicina culturalmente al Partito Comunista e al Movimento delle Donne visse la sua
esperienza politica soprattutto come tecnico di valore cercando di tradurre in
organizzazione le conquiste che il Movimento Iniziativa della Sinistra, in
Parlamento, otteneva.
È al Sant'Anna che la sua vicinanza al PCI prenderà forma organizzata. Sarà Livia
Donini, una donna comunista straordinaria per impegno e determinazione, molto
amata dalle giovani militanti, che stabilirà con lei un legame che andrà oltre la
politica. Livia Donini, tornando da viaggi al sud, aveva l'abitudine di portarle in
dono un pesce di pasta di mandorle, simbolo di iniziazione, usato da due non
credenti, per lanciarsi messaggi affettuosi ed impegnativi. Ad un certo punto Livia
mise dentro il pesce la tessera del PCI, che Gioia accettò con gratitudine e
convinzione.
L'episodio, raccontato da Gioia naturalmente, corrisponde alla dolce risolutezza della
Donini, la quale, evidentemente, aveva ritenuto che fosse giunto il momento, da
brava militante, reclutatrice comunista qual era, di trasformare una generica simpatia
in un vincolo più forte. Giusta decisione, se si pensa ai ruoli che poi Gioia svolse con
competenza tecnica, scientifica e spirito militante come tecnico e amministratore a
favore della Città.
Di straordinaria importanza è stato il lavoro di Gioia svolto a fianco di Rosalba
Molineri, Assessore della prima Giunta Novelli, ai Servizi Sociali, nella creazione
dei Consultori familiari. Rosalba, in una breve testimonianza che mi ha mandato,
sottolinea come, a seguito della deliberazione assunta nell'ottobre del 1976 dal
Consiglio Comunale, per dare attuazione alla Legge Regionale e Nazionale sui
Consultori (deliberazione sollecitata da un forte movimento delle donne), si rivolse a
competenze esterne all'apparato comunale, Università ed ospedali in primo luogo. In
questo contesto la dottoressa Gioia Montanari seppe offrire alla città un'intensa e
preziosa collaborazione, forte della sua esperienza di lavoro nel settore della
formazione e riqualificazione del personale impegnato. Si trattava di una
collaborazione che sapeva guardare anche al contesto sociale entro cui si svolgeva e
per il miglioramento di esso impegnava tutta se stessa.
Rosalba Molineri sottolinea, infatti, la profonda conoscenza che aveva Gioia dei
bisogni di educazione sanitaria e di prevenzione presenti in situazioni di
emarginazione sociale e le tante iniziative che seppe promuovere tramite il personale
dei servizi e del volontariato. Nella sua sensibilità di medico e di donna sostenne
sempre la necessità di tutelare la salute della popolazione nei luoghi di vita e di
lavoro.
Per Gioia quello dei Consultori era un discorso innovativo e rivoluzionario,
soprattutto per quanto concerneva il tema della prevenzione in quanto diceva: "Ho
partecipato in prima linea nelle battaglie per l'aborto e per il divorzio perché ho visto
morire d'aborto molte donne".
Il suo ruolo non fu facile, se si pensa al clima del tempo ed alle necessità di dare
forma organizzata a conquiste costate anni di lotte, di incomprensioni, di divisioni tra
le stesse donne. Proprio la capacità di Gioia di saper convincere, dialogando, a
superare gli ostacoli in forza del ragionamento e dell'obiettività dei fatti, consentì di
ottenere risultati eccezionali in tempo breve.
Gioia aveva queste capacità e sarà lei stessa a ricordarci che sia nel suo lavoro
tecnico, a fianco di Rosalba Molineri, e poi di Angela Migliasso, sia nel lavoro
politico in Consiglio Comunale, ciò che fece premio (accanto alle sue straordinarie
competenze tecniche ed alla sua sensibilità umana) fu la capacità di confrontarsi e di
aprirsi al dialogo verso altri mondi, affrontando i problemi senza mai perdere di vista
il punto essenziale: la salute fisica e morale delle donne.
In questo lavoro - dirà Gioia - l'appartenenza politica in Consiglio Comunale contava
poco, ma c'entrava il rispetto e la passione sui temi femminili. "Io - diceva Gioia - ho
lavorato molto, in maniera trasversale, con la professoressa Campolonghi -
Democratica Cristiana - con la dottoressa Jona - Liberale - e con la dottoressa
Minervini - del Movimento Sociale -. Di questo lavoro trasversale e dei suoi positivi
risultati si avvalsero non solo le donne, ma tutti i cittadini torinesi.
Gioia aveva ben chiaro che il movimento delle donne aveva aperto una strada nuova.
"Le donne - disse - non hanno ancora coscienza che il loro privato è pubblico. Con
ciò intendo dire che del privato della donna, una volta, la società se ne disinteressava
completamente, ora, invece, alcune nostre conquiste - la legge per il divorzio e per
l'aborto - hanno reso pubblico il privato femminile".
È anche sulla base di queste ricche esperienze e della vasta considerazione di cui
godeva che le donne comuniste torinesi, al momento della formazione delle liste per
le Elezioni amministrative del 1980, avanzarono la sua candidatura per il Consiglio
Comunale. Tale proposta venne accolta e Gioia venne inserita, in forza del suo
prestigio, nella testa di lista. Condusse così la sua prima ed unica campagna elettorale
rivolgendosi, in particolare, al mondo delle donne e della Sanità, in cui aveva
acquisito un indubbio prestigio. Era compito mio e di Sante Bajardi, comporre le
quartine delle preferenze da distribuire alle sezioni perché su di esse si concentrasse
il lavoro del partito, al fine di garantire al gruppo consiliare le necessarie competenze
e le più ampie rappresentanze. Era, dunque, su di me e Sante che si concentravano e
scaricavano le lamentele dei candidati e poi, ad elezione avvenuta, quelle dei delusi,
che, in verità, erano pochi. L'ansia del candidato, lo sanno bene molti dei presenti,
non risparmia nessuno, neppure i più esperti, figuriamoci i neofiti. Anche Gioia, che
pure non faceva certo dipendere dal risultato delle elezioni il suo indubbio prestigio e
le considerazioni di cui godeva, soffrì per un momento della trepidazione data dalle
incertezze del possibile risultato. Certo, penso io, questa preoccupazione venne
sollecitata da qualche amica malpensante e maldicente e (caso molto raro) mi
telefonò. Non fu difficile rassicurarla dell'ottimo risultato che avrebbe avuto, come
in effetti fu: terza eletta su 33, dopo Novelli e il Segretario della Federazione,
Gianotti.
Gioia in Consiglio Comunale portò la sua competenza e la sua passione, entrambe
straordinarie. Le faremmo torto se essa venisse considerata una politica corta, perché
tale non era, anzi della politica in Consiglio Comunale soffriva i riti e i tempi morti
che a lei, gravata da tanti impegni, apparivano tempo perso. Eppure fu disciplinata
per tutto il mandato e diede il suo contributo di competente umanità su nodi
complicati.
Ricordo la discussione, molto difficile, su come combattere il fenomeno della droga,
che allora divideva profondamente anche il PCI. Ella ci ricordò che nessuna misura
concreta può funzionare se separata da un impianto culturale di fondo. È come fosse
indispensabile sia ai fini preventivi, che di reinserimento, dare ai giovani forti
motivazioni ideali, attraverso un investimento intellettuale ed emotivo nel perseguire
interessi extrascolastici ed extralavorativi e, come programma di azione contro la
tossicodipendenza, in modo globale e complessivo e modellabile su ogni singola
situazione.
A fine mandato Gioia chiese al Capogruppo, che mi succedette nella funzione, il
nostro indimenticabile Domenico Carpanini, e a Piero Fassino, allora Segretario della
Federazione del PCI, di essere dispensata da una nuova candidatura, in quanto
riteneva dare priorità ai suoi studi e alla sua professione.
La morte, traditrice, ha colto Gioia nel pieno del suo vigore intellettuale, del suo
prezioso lavoro scientifico e delle tante cose che le rimanevano da fare. Non sono
certo io che posso dare testimonianze in merito, se non ricordare la sua ben nota
disponibilità di medico verso amiche e compagni, ascoltava e consigliava tutti. È
stato giustamente detto che Gioia aveva una vita, più vite, legate da un'agenda,
tenuta insieme da un elastico per bilanciare amiche, amici, psicanalisti, gatti, donne,
femminismo, famiglie, parenti suoi e di Benedetto, generazioni di amici che l'hanno
accompagnata nella sua vita vissuta con estrema generosità. Anche per questo non mi
sono meravigliato di leggere, dopo la sua morte, tante testimonianze di colleghi ed
allievi che (accompagnati da sincero affetto) sottolineavano il suo alto contributo
scientifico.
Ho letto, e non me sono sorpreso, delle sue immense doti professionali, del suo
essere donna di grande umanità, forte e tenace, della sua versatilità, della sua
completezza come ginecologa, come citopatologa e come donna, della sua
concretezza e soprattutto della sua capacità di trasmettere il suo sapere, di
comunicare a tutti il suo entusiasmo e di motivare le persone.
Gioia è morta, quando presso l'Istituto Gramsci di Torino, era stata annunciata,
nell'ambito del ciclo di raccolta di storie sulle donne comuniste torinesi, la sua
testimonianza, che certo sarebbe stata bella e tale da farci comprendere ancor meglio
come un medico e una scienziata come lei, nata in un'agiata casa borghese, abbia
incontrato la classe operaia, il movimento delle donne e, infine, il Partito Comunista,
dedicando loro tante parti importanti della sua vita, con generosità e limpidezza.
Al marito Benedetto (al quale la univa oltre che un amore intenso, una forte
comunanza di idee) e a tutti i suoi cari ed amici va l'abbraccio forte ed affettuoso di
quanti, anche in quest'Aula, hanno stimato l'amica e compagna Gioia e le hanno
voluto bene.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Centillo, Presidente della Commissione Pari Opportunità e
Diritti del Consiglio Comunale di Torino.

CENTILLO Maria Lucia
Ringrazio il Presidente, il Sindaco, Benedetto, le colleghe, i colleghi e tutti i presenti.
Da quando ho conosciuto Gioia, ho sempre condiviso, insieme a tantissime persone,
le sue battaglie e ho creduto nelle sue sfide umane, professionali e politiche, rivolte
alla promozione della salute e alla tutela dei diritti delle donne, in particolare di
quelle più fragili ed esposte.
Tra i suoi appunti, socializzati nella bellissima giornata del 2 ottobre 2010, Gioia è
stata ricordata dai suoi cari, da amici ed amiche, da colleghe e colleghi, da
personalità politiche, come ginecologa, patologa, femminista e antifascista, in un
clima di grande nostalgia, ma con la serenità, l'ironia e l'intelligenza tipiche della sua
vita di donna, realmente sempre progressista.
A Gioia piacerebbe essere ricordata come una Comunista, mi diceva Benedetto. Era
iscritta al PCI dal 1975, periodo in cui il partito ai candidati ad iscriversi chiedeva
l'autobiografia; ancora in tempi recenti Gioia teneva molto a sottolineare che lei era
ancora una di quelle persone che avevano presentato l'autobiografia.
Per la sua storia, per la stessa concezione di appartenenza al partito, mi sono sempre
sentita onorata di firmare, come Segretaria di Unione, la sua tessera di iscrizione ai
Democratici di Sinistra. Gioia, non ha mai rappresentato dubbi o stonature nello stare
insieme nelle riunioni di base, anzi era un piacere accompagnarla quando chiedeva
un passaggio perché creava sempre un'atmosfera di simpatia e di intimità. Così come
nei momenti di aggregazione nei grandi congressi, lei c'era. Certo i suoi valori, le sue
radici e il suo impegno politico, traevano origine dalla profonda coerenza con l'idea
dell'emancipazione e della libertà, dell'uguaglianza e dell'autonomia, che l'hanno
sempre accompagnata in tutte le scelte politiche, con una grande flessibilità sugli
aspetti formali e una fortissima radicalità sui principi che le consentivano di
interloquire, autorevolmente, nel pieno rispetto dei ruoli, a tutti i livelli istituzionali e
politici, per raggiungere obiettivi di interesse generale, con la forza di chi, facendo
scelte nell'esclusivo interesse collettivo, è disponibile a pagare, con apparente
leggerezza, anche prezzi personali molto alti.
Sicuramente Gioia aveva i numeri e il patrocinio "baronale" per fare carriera
universitaria, ma preferì essere se stessa e non seguire il suo professore che tornava a
Verona e questo fu uno dei prezzi che pagò con apparente leggerezza, come anche
quando fu fatta trasferire dal suo partito al San Giovanni Vecchio e al San Luigi di
Orbassano, senza stipendio, perché c'era incompatibilità tra il dipendere dall'USL
Torino 1/23 e il far parte del Consiglio di Amministrazione della stessa USL, e in
aspettativa. Finito il periodo del Consiglio di Amministrazione della USL Torino
1/23, lei si aspettava di rientrare al San Giovanni Vecchio, ma erano sorte delle
difficoltà. Di fronte alla prospettiva di rimanere a lungo al San Luigi e soprattutto di
dovercisi recare in macchina ogni giorno (cosa che le dava molto fastidio, nonostante
qualcuno la seguisse per soccorrerla qualora avesse mai avuto problemi), preferì
andare in pensione e vivere con la sua professione privata, rinunciando alla carriera e
all'esercizio professionale nel campo pubblico, ma rimanendo sempre a disposizione
delle persone fragili e delle esigenze del Servizio Sanitario Nazionale, coinvolta, con
ruoli e competenze diverse e protagonista del cambiamento e del miglioramento dei
servizi per la salute sessuale e riproduttiva delle donne.
Tante volte nella mia vita professionale, nell'area materno-infantile, insieme a
colleghe e colleghi, a prescindere dalle appartenenze politiche ci siamo detti:
sentiamo Gioia? Che dice Gioia? La ricordavamo ancora stamattina in una riunione
tra colleghe.
La nostra Città, la nostra Regione devono, all'impegno di Gioia, molti risultati che
certo non possiamo dare acquisiti per sempre come la nascita dei Consultori a
Torino, lo screening per il carcinoma cervico-uterino ed il programma di
"Prevenzione Serena", i controlli per garantirne la qualità, la comunicazione come
strumento di empowerment, le varie esperienze di cooperazione all'estero, la
vaccinazione anti HPV, la formazione degli operatori, la collaborazione con la
cittadinanza attiva per la definizione di nuovi bisogni e la realizzazione di nuovi
servizi, fino al progetto per la terza e quarta età delle donne, dopo la ricerca con lo
SPI sul corpo che cambia, di cui anche in Consiglio Comunale si è parlato.
A Gioia farebbe particolarmente piacere sapere che ricordiamo il suo immenso
impegno per le donne migranti, di cui conosceva speranze, aspettative e difficoltà.
Cercava con tutte le sue forze di coinvolgere le Istituzioni, di sensibilizzare
amministratori, colleghi, compagni e amici per dare risposte alle donne ufficialmente
stabilizzate nel nostro Paese, con bassa adesione al programma di screening a causa
delle difficoltà linguistiche, di accesso, di scarsa informazione o di scarsa cultura di
prevenzione.
Per le donne "STP", cioè le straniere temporaneamente presenti, le cosiddette
irregolari, che non ricevevano invito, Gioia si è spesa energicamente per superare
questa ingiustizia, così come ha combattuto intensamente per i diritti dei migranti
regolari ed irregolari gravemente pregiudicati dall'abolizione del divieto, per gli
operatori sanitari, di segnalare la prestazione per i cosiddetti clandestini.
Gioia, di nome e di fatto. Questa era la battuta con cui spesso si commentavano i suoi
interventi e le sue proposte.
Gioia, che sapeva dare a tutte e a tutti la sensazione di essere nei suoi pensieri e che
sempre senza giudizio ti raccontava, magari con un aneddoto della sua vita, il modo
per crescere, per liberarti, per vincere una battaglia.
Gioia, che quando andava a votare mandava sempre un sms per condividere ansia e
speranza, anche due giorni prima di ammalarsi. Ed io ho sempre pensato che quella
pesante sconfitta per Gioia abbia avuto un ruolo nella sua malattia.
Gioia, che ti faceva amare le sue cose, la sua casa, le sue cene, i suoi gatti. Gioia, che
faceva trasparire da ogni sguardo e da ogni parola l'amore, l'affetto e l'amicizia che
provava per le persone.
Gioia era una scienziata, che entrava in relazione con colleghi, discenti, pazienti,
compagne e militanti, con la semplicità di chi è al servizio di un'idea e non di chi si
serve delle idee.
Mi tornano alla mente le parole pronunciate pochi giorni fa, con voce commossa, dal
carissimo Presidente Napolitano verso il nostro Sindaco rispetto all'umiltà, la
politica, ma io credo anche la professione, al servizio di una causa giusta, con la
capacità di far crescere, rinnovare e sostenere il cambiamento.
Per Gioia la Sanità era partecipazione ed emancipazione collettiva. Partecipava alle
riunioni, agli appuntamenti con autorevolezza e discrezione strappando tempo ed
energie con entusiasmo, generosità e contagiosa convinzione, trasmettendo sicurezza
ed una certa intransigenza, sia affettiva che politica, facendo sentire ciascuno
importante e mai solo.
Diceva: "Importante per me è non avere paura e soprattutto non trasmettere paura,
ma non bisogna essere faciloni". Aveva rispetto delle reazioni altrui. Occorreva dare
tempo, non sentirsi incompresi, essere amichevoli e solidali, nonché affettuosi, ma
non pietosi, non usare l'"antilingua" - come diceva Calvino - che consente di dire e
di non dire nello stesso tempo. Essere chiari.
Gioia, con la sua generosità, la sua avvolgenza anche fisica, la sua simpatia, la sua
ironia, essenziale, chiara, espressiva, divertente, allusiva, sempre capace di dare
concretezza ai simboli, era davvero speciale, mai ideologica, mai banale, anche nelle
date, come se fosse sempre in sintonia con la realtà, come oggi, 21 marzo, primo
giorno di primavera, di una nuova primavera anche per il nord Africa, per le donne,
le sue donne, quelle donne magari invisibili, a cui lei testardamente voleva dare
diritti e visibilità.
Avrei tanto voluto sapere la sua opinione rispetto al nuovo movimento delle donne e
per le donne. Sono certa che non avrebbe preso posizione contro nessuna donna, ma
avrebbe difeso l'idea della dignità e della libertà femminile contro ogni forma di
mercificazione e di sottomissione.
Mi manca, in questi giorni, in particolare, anche se sarà sempre per me, e per tante
altre persone, un punto di riferimento civico, professionale e politico per tutto ciò che
riguarda la salute delle donne, i luoghi della sessualità e della scienza, il benessere
collettivo e i saperi delle donne.
Gioia il 24 marzo avrebbe compiuto 72 anni e la sua malattia, la sua scomparsa ci
hanno colto impreparati, increduli. Avevamo ancora tante cose da fare insieme,
ridendo, discutendo - anche litigando qualche volta -, ma sempre creando un punto di
incontro ed un risultato importante per le donne, senza tabù, senza limiti, se non di
tipo deontologico.
Per Gioia gli obiettivi erano quelli che richiamava illustrando il programma di
sviluppo Cubano del millennio per la salute della donna: migliorare l'eguaglianza e
l'autonomia della donna, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute delle
madri con incidenza positiva sulle famiglie e sulla qualità di vita in generale.
Mi auguro che oggi questo Consiglio Comunale, che ha all'ordine del giorno
l'approvazione di un testo su "Prevenzione Serena" possa, anche in questo caso,
onorare il ricordo di Gioia con un atto politico importante.
Grazie, Gioia, davvero, anche per quegli abbracci fisici, carichi di calore umano che
davano sicurezza e forza in momenti difficili.
A Benedetto, a Vicky Franzinetti, che oggi non può essere con noi, perché lontana
per impegni di lavoro, ma che mi ha chiesto di parlare anche per lei e a tutti coloro
che hanno condiviso affetti e battaglie, la consolazione di aver vissuto con Gioia un
pezzo importante di storia della nostra Città.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola a Benedetto Terracini, marito e compagno.

TERRACINI Benedetto
Forse è meglio che non ringrazi, perché suonerebbe veramente molto artificioso.
Vorrei, invece, dire due cose che forse non sono ancora state dette.
L'una è che convivendo con Gioia, come facevo io, o conoscendola, come facevate
voi, una delle cose che più abbiamo apprezzato di lei è il fatto che non avesse peli
sulla lingua, credo. Non ha mai nascosto che cosa pensava degli altri. Mi raccontava
che aveva incontrato in aereo - non tanto tempo fa - un suo ex compagno di partito,
che adesso è passato dall'altra parte e mi aveva detto di non aver perso l'occasione
per dirgli quello che pensava. Gioia era fatta così.
L'altra cosa è il senso di giustizia che ha sempre avuto Gioia, lo schieramento per le
vittime. Ho vissuto questo anche molto da vicino, quando l'avevo appena conosciuta,
in occasione della tragedia dell'Ipca di Cirié e dei rapporti che avevamo instaurato
con le vedove delle vittime e dell'ingiustizia che c'era stata allora.
Gioia ha vissuto, invece, molto marginalmente (per una questione di tempo)
l'ingiustizia delle vedove dell'Eternit di Casale, ma sono sicuro che mi avrebbe
incoraggiato a muovermi nella stessa direzione.
Ricordo una domanda che Gioia faceva spesso a sé ed anche a me: "Se non avessi
avuto l'educazione che ho avuto, se arrivando a Torino non avessi conosciuto le
persone che ho conosciuto - prima di conoscere me, perché io ho conosciuto Gioia
quando stava a Torino da cinque o sei anni -, se non fossi finita in un ambiente
com'era quello del Partito Comunista negli anni '70 che cosa avrei fatto? Come avrei
pensato? Quanto ha influito su di me...? Suo padre era un vecchio socialista,
sicuramente, ma non era una persona molto fortemente impegnata politicamente, lei
si è sempre posta questa domanda: "Cos'è che mi ha indotto a prendere certe
posizioni?". Certamente, non ha trovato una risposta e dare una risposta
richiederebbe, forse, un'analisi collettiva, che non è il caso di fare.
Chi di voi ha conosciuto Gioia sa che la sua vita era piena, come sono piene le pareti
di casa nostra, come sono pieni, al di sotto, i tavoli coperti di vetro che ci sono in
casa, perché Gioia ci teneva molto a conservarli (prima che arrivasse il cane nuovo,
che li sta demolendo). Su ogni tavolo c'è un vetro e sotto il vetro Gioia metteva dei
messaggi che le interessavano. Credo valga la pena di menzionarne due, l'uno è un
ritaglio di un articolo di Arrigo Levi su La Stampa, a cui teneva molto, di quattro,
cinque anni fa, dal titolo: "Io difendo i rumeni" o "Mi schiero dalla parte dei
rumeni". L'altro, più superficiale, se vogliamo, ma di valore molto più generale (e
anche questo rappresentativo di Gioia), dice semplicemente: "Le cose hanno
l'importanza che noi diamo loro". Credo che questo sia il messaggio di Gioia.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Sindaco.

SINDACO
Saluto tutti i convenuti, a cominciare da Benedetto che ringrazio, i Consiglieri
Comunali, le compagne e i compagni di Gioia, gli amici, Piero Fassino, che è con qui
con Anna, e Caterina Romeo, che rappresenta la Provincia.
Ho conosciuto Gioia all'inizio degli anni ottanta e, anche se la circostanza non è
adatta, mi viene da sorridere, perché era "quella dell'USL 1/23". Sorrido perché
allora era un po' (per fare una citazione classica) un "ircocervo", nel senso che era
una costruzione istituzionale.
Molti se la ricordano più di me, però, per qualcuno che invece non se la ricorda,
spiego che stiamo parlando degli inizi della Riforma sanitaria e, quindi, dello sforzo
che si faceva per riorganizzare un sistema che, allora, era diviso fra quello
ospedaliero ed una medicina del territorio, che era la Mutua. Quella costruzione
organizzativa dell'USL 1/23 (Unità Socio Sanitaria Locale 1/23, perché le
Circoscrizioni erano 23) era stata preceduta da un assetto preventivo teso a
riorganizzare sui 23 quartieri, perché si chiamavano quartieri, la mappa sanitaria
della città.
Era il tentativo di dare un assetto innovativo che cercasse di mettere insieme la
medicina del territorio (elemento di innovazione introdotto dalla Riforma sanitaria
dell'ottanta, se non ricordo male), con la medicina ospedaliera dove è più strutturato
e consolidato il sapere sanitario e anche il suo utilizzo da parte dei cittadini. Sono
presenti alcuni dei protagonisti di quella discussione quali Sante Bajardi, Giulio Poli,
che presiedeva il San Giovanni Battista, cioè Le Molinette, Angela che era la
responsabile e tanti altri.
L'ho conosciuta quando mi trovai (anch'io non ho ancora adesso capito bene perché)
ad essere responsabile della Sanità Regionale per il Partito Comunista, senza avere,
ovviamente, nessun titolo di competenza professionale specifica. Forse, però, questo
non era poi così sbagliato, perché l'esperienza insegna che spesso la competenza
(non mi riferisco a nessuno e chiedo scusa all'architetto Giorgio Rosental che ha
anche svolto degnamente il suo compito di Vice-Presidente della II Commissione
Consiliare Urbanistica e Lavori Pubblici al Comune di Torino) spesso porta a far
prevalere la propria visione, in luogo di quella del saper mettere in circuito le
competenze di altri spesso diverse, con il problema di trovare la sintesi.
Mi trovai, quindi, a fare questo lavoro e fui nominato nella USL 1/23 ed il sorriso era
proprio perché c'era molta improvvisazione, si viveva quella situazione con spirito
quasi pionieristico. Ogni volta, infatti, che si andava (se non ricordo male il
mercoledì) in Via San Secondo, era un po' un'avventura, nel senso che non si sapeva
mai bene cosa ne veniva fuori, chi aveva visto le deliberazioni e chi no. Una delle
discussioni più interessanti e stimolanti di allora era quella relativa alle due anime del
sistema sanitario, cioè quella ospedaliera e quella del territorio che si faceva fatica a
far incontrare. C'era chi sosteneva che la medicina innovativa fosse del territorio e,
viceversa, chi affermava la centralità del sistema ospedaliero. Adesso, naturalmente,
schematizzo, ma, da un certo punto di vista, era preoccupante.
Ricordo che Gioia era un elemento, direbbe Piero Fassino, di ordine, non nel senso
della legge-ordine, ma nel senso che, forte della conoscenza della materia e, anche,
delle donne utenti del Sistema sanitario, faceva prevalere in modo pragmatico, ma
profondo, quelle che le sembravano le soluzioni di buon senso. Per cui, da un lato
(forte anche della vicinanza professionale e culturale con Benedetto), aveva ben
chiaro quanto fosse alto il valore (come detto sia da Giancarlo che da Lucia) della
prevenzione e quindi del lavoro sul territorio, dall'altra però sapeva anche che c'è un
limite oltre il quale, se non c'è specializzazione, conoscenza e competenza, il
problema della malattia, non si riesce ad affrontare.
Ho un ricordo che anche nelle discussioni politico-amministrative complicate, che
avvenivano in quella sede, spesso (spero di non banalizzare se la metto così) questa
ventata di buonsenso, di pragmatismo profondo e professionale aiutava a risolvere
situazioni, che altrimenti rischiavano di "incrocchiarsi" dal punto di vista politico ed
ideologico. Forse, dal punto di vista metodologico (non mi esprimo sulla Sanità) è
una lezione da tenere bene a mente e di cui far tesoro oggi.
La seconda considerazione (come ho già ricordato) è stato anche il suo grande
impegno come professionista gratuito e volontario a sostegno di tante donne che
avevano bisogno. Sottolineo questo perché non è sempre così e quello che ognuno di
noi fa (metto me per primo), i principi che proclama, le linee di comportamento che
detta o che pretende di dettare e poi i suoi comportamenti pratici, non sempre hanno
quella linearità che invece avevano in Gioia, quando sapeva ben distinguere le donne
che avevano bisogno di essere visitate, di essere sostenute, di essere seguite, di essere
aiutate. Questo, a volte, era compatibile con il valore professionale della sua
professione, della sua professionalità, ed a volte no. Ciò, però, non faceva distinzione
rispetto al sostegno e all'aiuto alla donna.
Questa coerenza fra valori e principi e modo di applicarli nella pratica quotidiana del
suo lavoro è, secondo me, un esempio di cui credo sia bene far tesoro anche oggi,
perché credo sia utile a tutti.
Infine, mi piace ricordare Gioia in queste giornate, per molti versi esaltanti per la
Città di Torino e che ne hanno fatto vedere le risorse, quando si misura su temi
impegnativi quali il ricordo dell'Unità Nazionale. Spesso abbiamo ricordato un filone
culturale della nostra città, che cerca di coniugare sempre il rigore, il rispetto delle
regole, il senso del dovere con valori più generali, in particolare, attenti al rispetto ed
alla considerazione dell'altro.
Questo vale per i laici ed i cattolici; ognuno ci può mettere i suoi riferimenti e i suoi
ascendenti culturali, però questo saper coniugare rigore e senso del dovere con
rispetto e valorizzazione dell'altro, del diverso da sé, è una connotazione che mi
piace ricordare in Gioia, esponente di quella torinesità, di quella cultura torinese e di
quegli stili di comportamento di cui è stata portatrice. Da questo punto di vista il suo
nome è, a tutti gli effetti, scritto dentro ad un Pantheon ideale di grandi torinesi che
hanno fatto grande la nostra Città e che ci lasciano un'eredità importante per
affrontare il futuro.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Ringrazio tutti gli oratori e i partecipanti. Invito ad alzarvi in piedi al fine di
permettere ai Gonfaloni di lasciare la Sala.
La cerimonia si conclude qui e ancora una volta saluto e ringrazio tutti coloro che
hanno partecipato.
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