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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Saluto e ringrazio tutte le persone che si sono recate qui oggi per commemorare Gioia Montanari. Saluto il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri Comunali, il Consigliere Caterina Romeo (in rappresentanza del Consiglio Provinciale di Torino), l'ex Assessore Regionale Migliasso e i Consiglieri Regionali Pentenero e Artesio, gli amici e i conoscenti. Inizierei porgendo una domanda, ovviamente, retorica: Gioia Montanari sarebbe scesa in piazza lo scorso 13 febbraio accanto al Comitato "Se non ora, quando?". Credo proprio di sì, perché al centro del suo impegno professionale, civile e politico c'è sempre stata la donna. Gioia Montanari era una ginecologa appassionata, protagonista indiscussa della storia dello screening per la prevenzione dei tumori in Italia, sostenitrice attenta al sociale e al mondo femminile, promotrice dei Consultori familiari, impegnata nell'evoluzione dei programmi di Sanità pubblica, ospite importante di congressi e convegni e tante altre iniziative. È difficile per me tratteggiare la figura di Gioia Montanari in poche parole. La sua grandezza era tale che è difficile, in poche parole, dire quanto è stata importante per la nostra città. Lo ha dimostrato con il suo impegno professionale, negli interventi che ha tenuto in Sala Rossa come Consigliere Comunale dei quali colpisce, ancora oggi, la totale assenza di retorica e la lucida analisi. Riprendo alcune riflessioni proposte da Gioia Montanari in Sala Rossa in merito alla Legge n. 194 del 1978, che legalizzava l'interruzione volontaria di gravidanza, e al ruolo centrale del Consultorio nella promozione della procreazione. Lei diceva: "Noi siamo contro l'aborto, ma non abbiamo la presunzione o l'ingenuità di pensare che lo si possa combattere meglio mettendolo fuorilegge; respingiamo l'assurda contrapposizione tra abortisti e antiabortisti, buoni e cattivi, fra chi sarebbe per la difesa della vita e chi non lo sarebbe. Noi vogliamo che la donna sia riconosciuta soggetto responsabile delle proprie scelte". E ancora: "Vogliamo concentrare il nostro impegno positivo e appassionante sui problemi della maternità, del parto, della gravidanza e su questo vogliamo lavorare perché crescano i Consultori, perché migliori la loro qualità, si abbia una legge sull'informazione sessuale, migliorino nella società e nelle Istituzioni sanitarie le condizioni e la considerazione della maternità. Per questo ci confrontiamo serenamente con le grandi masse cattoliche che invitiamo a riflettere su una legge che non obbliga nessuno ad abortire, ma lo consente e a riflettere sulla verità del problema dell'aborto, una realtà mai sconfitta con le leggi penali, ma che si sconfigge invitando le donne ad evitarlo e prevenirlo, elevando la cultura e migliorando la società". La tutela della salute e dell'integrità della donna erano per Gioia Montanari principi irrinunciabili, che ancora oggi si scontrano con una realtà sotto gli occhi di tutti che va dalla mercificazione del corpo femminile alla violenza, di cui le donne sono ancora le principali vittime. Ma la lotta per la difesa delle donne continua e per fortuna è ancora portata avanti da molti. Anche il Comune di Torino, insieme ad altre città italiane, si è fatto portavoce di iniziative di sensibilizzazione e denuncia. L'ultima, in ordine cronologico, è quella di "Ni una más", "Non una di più", con la quale vogliamo ribadire la nostra ferma condanna al femminicidio, perpetrato a Ciudad Juárez, al confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Si tratta di un impegno preso anni fa, quando abbiamo consegnato la cittadinanza onoraria a Marisela Ortiz, Presidente e cofondatrice dell'Associazione "Nuestras Hijas de Regreso a Casa", simbolo della lotta contro l'impunità dei crimini contro le donne a Ciudad Juárez. Questo è un impegno che ogni popolo e ogni nazione dovrebbe sentire proprio e che deve concretizzarsi in un giusto e corretto rispetto della donna e per la difesa della dignità femminile nelle pari opportunità, non come slogan, ma come realtà e come impegno concreto. Sarebbe il compimento del percorso tracciato da Gioia Montanari, un lungo e ininterrotto inno alla vita, che ci può e ci deve spronare oggi nel nostro impegno quotidiano come politici, amministratori e semplici cittadini ed è per questo che oggi la ricordiamo, perché questo impegno non muoia e si perpetui, per quanto è necessario, in questi tristi giorni della nostra società. La parola a Giancarlo Quagliotti, che interviene a nome dell'Associazione tra gli ex Consiglieri Comunali di Torino. QUAGLIOTTI Giancarlo Signor Presidente, signor Sindaco, caro Benedetto. Intervenendo in quest'Aula Consiliare il 24 marzo 1981, nel corso del dibattito in difesa della Legge n. 194, Gioia Montanari sottolineava ripetutamente, e con profondo dispiacere, come l'Aula fosse semideserta, criticando esplicitamente lo scarso interesse verso il dibattito che si stava svolgendo e che lei riteneva assai importante per la convivenza civile, i diritti delle donne e la crescita culturale della società. L'argomento era di quelli che la coinvolgevano profondamente come medico, scienziato, donna legata alle esperienze dei movimenti, militante del PCI. Non le sembrava, dunque, possibile che, su una questione di tanto spessore, altri non sentissero la sua stessa tensione morale, il suo interesse a confrontarsi con diverse opinioni, il suo desiderio di cercare soluzioni e di spiegare perché la Legge n. 194 dovesse essere difesa, spiegata nei suoi scopi, applicata anche in virtù delle necessarie strumentazioni che le Pubbliche Amministrazioni dovevano mettere in campo. Tra i presenti e non distratti (oltre ai Consiglieri e agli Assessori competenti), vi ero anche io, attento non solo in ragione del ruolo che allora mi competeva in quest'Aula (e neppure per il lungo, e credo proficuo allenamento alla discussione sui temi riguardanti le tematiche femminili e femministe a cui ero sottoposto in casa, grazie alle lunghe discussioni con mia moglie Carmen), ma in quanto Gioia, chiamata allora a pronunciare il suo primo impegnativo intervento in questo Consiglio Comunale, mi chiese di discutere con lei l'impianto, i contenuti politici, le ragioni di fondo che con pensiero autonomo e personale voleva portare a difesa della Legge n. 194, basandoli fortemente sulla sua esperienza di medico e di confidente di decine di donne. Colsi subito il senso di profonda umanità che Essa voleva portare nella discussione, con stile asciutto e ragionamento stringente, non considerazioni tecniche (che pure vi erano), né motivazioni aventi origini ideologiche, se tali si potevano considerare quelle dei movimenti femministi più estremi. Diceva: "Sui muri di Roma è comparsa nei giorni scorsi una drammatica scritta che condivido: 'La legge sull'aborto, il più triste dei nostri diritti'". Sottolineava: "Condivido questa affermazione perché se è un diritto essere assistite dallo Stato e non abbandonate alla clandestinità è comunque tragico dover fare una scelta che, in primo luogo, è violenza fisica e psicologica anche su se stesse". E più avanti sottolineò come la legge fosse il frutto di una bella e lunga battaglia che le donne avevano vissuto, che non era finita e che aveva come bandiera la contraccezione, l'informazione sessuale, i contraccettivi, la conoscenza del proprio corpo, la consapevolezza della procreazione. Ed ancora diceva: "Noi difendiamo la Legge n. 194 senza clamori, senza intolleranze, perché si è dimostrata una legge applicabile e necessaria, perfezionabile certo, che non offende la convinzione di nessuno, che non esalta l'aborto ma aiuta a superarlo. Noi siamo contro l'aborto, ma non abbiamo la presunzione - come ricordava poc'anzi il Presidente - e l'ingenuità di pensare che si combatta meglio mettendolo fuori legge. Sono passati trent'anni da quando Gioia ha pronunciato con pacatezza e determinazione queste parole, ma esse mantengono oggi un'attualità che sorprende se si pensa al tempo passato, all'accumulo di esperienze che in questo, come in altri campi, si è realizzato, alle complesse vicende politiche e sociali del Paese, eppure torniamo alla necessità di leggere le parole di Gioia come una guida per l'azione, necessaria oggi al fine di difendere conquiste che pareva non potesse essere possibile rimettere in discussione e per progredire ancora. Convincimenti e tanti fermi erano il frutto di un vissuto personale molto intenso. Gioia era nata a Roma in una famiglia borghese, di origine Emiliana, si laureò in Medicina a Roma e si specializzò a Torino e a Milano; viveva a Torino dal 1968. Vicina culturalmente al Partito Comunista e al Movimento delle Donne visse la sua esperienza politica soprattutto come tecnico di valore cercando di tradurre in organizzazione le conquiste che il Movimento Iniziativa della Sinistra, in Parlamento, otteneva. È al Sant'Anna che la sua vicinanza al PCI prenderà forma organizzata. Sarà Livia Donini, una donna comunista straordinaria per impegno e determinazione, molto amata dalle giovani militanti, che stabilirà con lei un legame che andrà oltre la politica. Livia Donini, tornando da viaggi al sud, aveva l'abitudine di portarle in dono un pesce di pasta di mandorle, simbolo di iniziazione, usato da due non credenti, per lanciarsi messaggi affettuosi ed impegnativi. Ad un certo punto Livia mise dentro il pesce la tessera del PCI, che Gioia accettò con gratitudine e convinzione. L'episodio, raccontato da Gioia naturalmente, corrisponde alla dolce risolutezza della Donini, la quale, evidentemente, aveva ritenuto che fosse giunto il momento, da brava militante, reclutatrice comunista qual era, di trasformare una generica simpatia in un vincolo più forte. Giusta decisione, se si pensa ai ruoli che poi Gioia svolse con competenza tecnica, scientifica e spirito militante come tecnico e amministratore a favore della Città. Di straordinaria importanza è stato il lavoro di Gioia svolto a fianco di Rosalba Molineri, Assessore della prima Giunta Novelli, ai Servizi Sociali, nella creazione dei Consultori familiari. Rosalba, in una breve testimonianza che mi ha mandato, sottolinea come, a seguito della deliberazione assunta nell'ottobre del 1976 dal Consiglio Comunale, per dare attuazione alla Legge Regionale e Nazionale sui Consultori (deliberazione sollecitata da un forte movimento delle donne), si rivolse a competenze esterne all'apparato comunale, Università ed ospedali in primo luogo. In questo contesto la dottoressa Gioia Montanari seppe offrire alla città un'intensa e preziosa collaborazione, forte della sua esperienza di lavoro nel settore della formazione e riqualificazione del personale impegnato. Si trattava di una collaborazione che sapeva guardare anche al contesto sociale entro cui si svolgeva e per il miglioramento di esso impegnava tutta se stessa. Rosalba Molineri sottolinea, infatti, la profonda conoscenza che aveva Gioia dei bisogni di educazione sanitaria e di prevenzione presenti in situazioni di emarginazione sociale e le tante iniziative che seppe promuovere tramite il personale dei servizi e del volontariato. Nella sua sensibilità di medico e di donna sostenne sempre la necessità di tutelare la salute della popolazione nei luoghi di vita e di lavoro. Per Gioia quello dei Consultori era un discorso innovativo e rivoluzionario, soprattutto per quanto concerneva il tema della prevenzione in quanto diceva: "Ho partecipato in prima linea nelle battaglie per l'aborto e per il divorzio perché ho visto morire d'aborto molte donne". Il suo ruolo non fu facile, se si pensa al clima del tempo ed alle necessità di dare forma organizzata a conquiste costate anni di lotte, di incomprensioni, di divisioni tra le stesse donne. Proprio la capacità di Gioia di saper convincere, dialogando, a superare gli ostacoli in forza del ragionamento e dell'obiettività dei fatti, consentì di ottenere risultati eccezionali in tempo breve. Gioia aveva queste capacità e sarà lei stessa a ricordarci che sia nel suo lavoro tecnico, a fianco di Rosalba Molineri, e poi di Angela Migliasso, sia nel lavoro politico in Consiglio Comunale, ciò che fece premio (accanto alle sue straordinarie competenze tecniche ed alla sua sensibilità umana) fu la capacità di confrontarsi e di aprirsi al dialogo verso altri mondi, affrontando i problemi senza mai perdere di vista il punto essenziale: la salute fisica e morale delle donne. In questo lavoro - dirà Gioia - l'appartenenza politica in Consiglio Comunale contava poco, ma c'entrava il rispetto e la passione sui temi femminili. "Io - diceva Gioia - ho lavorato molto, in maniera trasversale, con la professoressa Campolonghi - Democratica Cristiana - con la dottoressa Jona - Liberale - e con la dottoressa Minervini - del Movimento Sociale -. Di questo lavoro trasversale e dei suoi positivi risultati si avvalsero non solo le donne, ma tutti i cittadini torinesi. Gioia aveva ben chiaro che il movimento delle donne aveva aperto una strada nuova. "Le donne - disse - non hanno ancora coscienza che il loro privato è pubblico. Con ciò intendo dire che del privato della donna, una volta, la società se ne disinteressava completamente, ora, invece, alcune nostre conquiste - la legge per il divorzio e per l'aborto - hanno reso pubblico il privato femminile". È anche sulla base di queste ricche esperienze e della vasta considerazione di cui godeva che le donne comuniste torinesi, al momento della formazione delle liste per le Elezioni amministrative del 1980, avanzarono la sua candidatura per il Consiglio Comunale. Tale proposta venne accolta e Gioia venne inserita, in forza del suo prestigio, nella testa di lista. Condusse così la sua prima ed unica campagna elettorale rivolgendosi, in particolare, al mondo delle donne e della Sanità, in cui aveva acquisito un indubbio prestigio. Era compito mio e di Sante Bajardi, comporre le quartine delle preferenze da distribuire alle sezioni perché su di esse si concentrasse il lavoro del partito, al fine di garantire al gruppo consiliare le necessarie competenze e le più ampie rappresentanze. Era, dunque, su di me e Sante che si concentravano e scaricavano le lamentele dei candidati e poi, ad elezione avvenuta, quelle dei delusi, che, in verità, erano pochi. L'ansia del candidato, lo sanno bene molti dei presenti, non risparmia nessuno, neppure i più esperti, figuriamoci i neofiti. Anche Gioia, che pure non faceva certo dipendere dal risultato delle elezioni il suo indubbio prestigio e le considerazioni di cui godeva, soffrì per un momento della trepidazione data dalle incertezze del possibile risultato. Certo, penso io, questa preoccupazione venne sollecitata da qualche amica malpensante e maldicente e (caso molto raro) mi telefonò. Non fu difficile rassicurarla dell'ottimo risultato che avrebbe avuto, come in effetti fu: terza eletta su 33, dopo Novelli e il Segretario della Federazione, Gianotti. Gioia in Consiglio Comunale portò la sua competenza e la sua passione, entrambe straordinarie. Le faremmo torto se essa venisse considerata una politica corta, perché tale non era, anzi della politica in Consiglio Comunale soffriva i riti e i tempi morti che a lei, gravata da tanti impegni, apparivano tempo perso. Eppure fu disciplinata per tutto il mandato e diede il suo contributo di competente umanità su nodi complicati. Ricordo la discussione, molto difficile, su come combattere il fenomeno della droga, che allora divideva profondamente anche il PCI. Ella ci ricordò che nessuna misura concreta può funzionare se separata da un impianto culturale di fondo. È come fosse indispensabile sia ai fini preventivi, che di reinserimento, dare ai giovani forti motivazioni ideali, attraverso un investimento intellettuale ed emotivo nel perseguire interessi extrascolastici ed extralavorativi e, come programma di azione contro la tossicodipendenza, in modo globale e complessivo e modellabile su ogni singola situazione. A fine mandato Gioia chiese al Capogruppo, che mi succedette nella funzione, il nostro indimenticabile Domenico Carpanini, e a Piero Fassino, allora Segretario della Federazione del PCI, di essere dispensata da una nuova candidatura, in quanto riteneva dare priorità ai suoi studi e alla sua professione. La morte, traditrice, ha colto Gioia nel pieno del suo vigore intellettuale, del suo prezioso lavoro scientifico e delle tante cose che le rimanevano da fare. Non sono certo io che posso dare testimonianze in merito, se non ricordare la sua ben nota disponibilità di medico verso amiche e compagni, ascoltava e consigliava tutti. È stato giustamente detto che Gioia aveva una vita, più vite, legate da un'agenda, tenuta insieme da un elastico per bilanciare amiche, amici, psicanalisti, gatti, donne, femminismo, famiglie, parenti suoi e di Benedetto, generazioni di amici che l'hanno accompagnata nella sua vita vissuta con estrema generosità. Anche per questo non mi sono meravigliato di leggere, dopo la sua morte, tante testimonianze di colleghi ed allievi che (accompagnati da sincero affetto) sottolineavano il suo alto contributo scientifico. Ho letto, e non me sono sorpreso, delle sue immense doti professionali, del suo essere donna di grande umanità, forte e tenace, della sua versatilità, della sua completezza come ginecologa, come citopatologa e come donna, della sua concretezza e soprattutto della sua capacità di trasmettere il suo sapere, di comunicare a tutti il suo entusiasmo e di motivare le persone. Gioia è morta, quando presso l'Istituto Gramsci di Torino, era stata annunciata, nell'ambito del ciclo di raccolta di storie sulle donne comuniste torinesi, la sua testimonianza, che certo sarebbe stata bella e tale da farci comprendere ancor meglio come un medico e una scienziata come lei, nata in un'agiata casa borghese, abbia incontrato la classe operaia, il movimento delle donne e, infine, il Partito Comunista, dedicando loro tante parti importanti della sua vita, con generosità e limpidezza. Al marito Benedetto (al quale la univa oltre che un amore intenso, una forte comunanza di idee) e a tutti i suoi cari ed amici va l'abbraccio forte ed affettuoso di quanti, anche in quest'Aula, hanno stimato l'amica e compagna Gioia e le hanno voluto bene. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Centillo, Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti del Consiglio Comunale di Torino. CENTILLO Maria Lucia Ringrazio il Presidente, il Sindaco, Benedetto, le colleghe, i colleghi e tutti i presenti. Da quando ho conosciuto Gioia, ho sempre condiviso, insieme a tantissime persone, le sue battaglie e ho creduto nelle sue sfide umane, professionali e politiche, rivolte alla promozione della salute e alla tutela dei diritti delle donne, in particolare di quelle più fragili ed esposte. Tra i suoi appunti, socializzati nella bellissima giornata del 2 ottobre 2010, Gioia è stata ricordata dai suoi cari, da amici ed amiche, da colleghe e colleghi, da personalità politiche, come ginecologa, patologa, femminista e antifascista, in un clima di grande nostalgia, ma con la serenità, l'ironia e l'intelligenza tipiche della sua vita di donna, realmente sempre progressista. A Gioia piacerebbe essere ricordata come una Comunista, mi diceva Benedetto. Era iscritta al PCI dal 1975, periodo in cui il partito ai candidati ad iscriversi chiedeva l'autobiografia; ancora in tempi recenti Gioia teneva molto a sottolineare che lei era ancora una di quelle persone che avevano presentato l'autobiografia. Per la sua storia, per la stessa concezione di appartenenza al partito, mi sono sempre sentita onorata di firmare, come Segretaria di Unione, la sua tessera di iscrizione ai Democratici di Sinistra. Gioia, non ha mai rappresentato dubbi o stonature nello stare insieme nelle riunioni di base, anzi era un piacere accompagnarla quando chiedeva un passaggio perché creava sempre un'atmosfera di simpatia e di intimità. Così come nei momenti di aggregazione nei grandi congressi, lei c'era. Certo i suoi valori, le sue radici e il suo impegno politico, traevano origine dalla profonda coerenza con l'idea dell'emancipazione e della libertà, dell'uguaglianza e dell'autonomia, che l'hanno sempre accompagnata in tutte le scelte politiche, con una grande flessibilità sugli aspetti formali e una fortissima radicalità sui principi che le consentivano di interloquire, autorevolmente, nel pieno rispetto dei ruoli, a tutti i livelli istituzionali e politici, per raggiungere obiettivi di interesse generale, con la forza di chi, facendo scelte nell'esclusivo interesse collettivo, è disponibile a pagare, con apparente leggerezza, anche prezzi personali molto alti. Sicuramente Gioia aveva i numeri e il patrocinio "baronale" per fare carriera universitaria, ma preferì essere se stessa e non seguire il suo professore che tornava a Verona e questo fu uno dei prezzi che pagò con apparente leggerezza, come anche quando fu fatta trasferire dal suo partito al San Giovanni Vecchio e al San Luigi di Orbassano, senza stipendio, perché c'era incompatibilità tra il dipendere dall'USL Torino 1/23 e il far parte del Consiglio di Amministrazione della stessa USL, e in aspettativa. Finito il periodo del Consiglio di Amministrazione della USL Torino 1/23, lei si aspettava di rientrare al San Giovanni Vecchio, ma erano sorte delle difficoltà. Di fronte alla prospettiva di rimanere a lungo al San Luigi e soprattutto di dovercisi recare in macchina ogni giorno (cosa che le dava molto fastidio, nonostante qualcuno la seguisse per soccorrerla qualora avesse mai avuto problemi), preferì andare in pensione e vivere con la sua professione privata, rinunciando alla carriera e all'esercizio professionale nel campo pubblico, ma rimanendo sempre a disposizione delle persone fragili e delle esigenze del Servizio Sanitario Nazionale, coinvolta, con ruoli e competenze diverse e protagonista del cambiamento e del miglioramento dei servizi per la salute sessuale e riproduttiva delle donne. Tante volte nella mia vita professionale, nell'area materno-infantile, insieme a colleghe e colleghi, a prescindere dalle appartenenze politiche ci siamo detti: sentiamo Gioia? Che dice Gioia? La ricordavamo ancora stamattina in una riunione tra colleghe. La nostra Città, la nostra Regione devono, all'impegno di Gioia, molti risultati che certo non possiamo dare acquisiti per sempre come la nascita dei Consultori a Torino, lo screening per il carcinoma cervico-uterino ed il programma di "Prevenzione Serena", i controlli per garantirne la qualità, la comunicazione come strumento di empowerment, le varie esperienze di cooperazione all'estero, la vaccinazione anti HPV, la formazione degli operatori, la collaborazione con la cittadinanza attiva per la definizione di nuovi bisogni e la realizzazione di nuovi servizi, fino al progetto per la terza e quarta età delle donne, dopo la ricerca con lo SPI sul corpo che cambia, di cui anche in Consiglio Comunale si è parlato. A Gioia farebbe particolarmente piacere sapere che ricordiamo il suo immenso impegno per le donne migranti, di cui conosceva speranze, aspettative e difficoltà. Cercava con tutte le sue forze di coinvolgere le Istituzioni, di sensibilizzare amministratori, colleghi, compagni e amici per dare risposte alle donne ufficialmente stabilizzate nel nostro Paese, con bassa adesione al programma di screening a causa delle difficoltà linguistiche, di accesso, di scarsa informazione o di scarsa cultura di prevenzione. Per le donne "STP", cioè le straniere temporaneamente presenti, le cosiddette irregolari, che non ricevevano invito, Gioia si è spesa energicamente per superare questa ingiustizia, così come ha combattuto intensamente per i diritti dei migranti regolari ed irregolari gravemente pregiudicati dall'abolizione del divieto, per gli operatori sanitari, di segnalare la prestazione per i cosiddetti clandestini. Gioia, di nome e di fatto. Questa era la battuta con cui spesso si commentavano i suoi interventi e le sue proposte. Gioia, che sapeva dare a tutte e a tutti la sensazione di essere nei suoi pensieri e che sempre senza giudizio ti raccontava, magari con un aneddoto della sua vita, il modo per crescere, per liberarti, per vincere una battaglia. Gioia, che quando andava a votare mandava sempre un sms per condividere ansia e speranza, anche due giorni prima di ammalarsi. Ed io ho sempre pensato che quella pesante sconfitta per Gioia abbia avuto un ruolo nella sua malattia. Gioia, che ti faceva amare le sue cose, la sua casa, le sue cene, i suoi gatti. Gioia, che faceva trasparire da ogni sguardo e da ogni parola l'amore, l'affetto e l'amicizia che provava per le persone. Gioia era una scienziata, che entrava in relazione con colleghi, discenti, pazienti, compagne e militanti, con la semplicità di chi è al servizio di un'idea e non di chi si serve delle idee. Mi tornano alla mente le parole pronunciate pochi giorni fa, con voce commossa, dal carissimo Presidente Napolitano verso il nostro Sindaco rispetto all'umiltà, la politica, ma io credo anche la professione, al servizio di una causa giusta, con la capacità di far crescere, rinnovare e sostenere il cambiamento. Per Gioia la Sanità era partecipazione ed emancipazione collettiva. Partecipava alle riunioni, agli appuntamenti con autorevolezza e discrezione strappando tempo ed energie con entusiasmo, generosità e contagiosa convinzione, trasmettendo sicurezza ed una certa intransigenza, sia affettiva che politica, facendo sentire ciascuno importante e mai solo. Diceva: "Importante per me è non avere paura e soprattutto non trasmettere paura, ma non bisogna essere faciloni". Aveva rispetto delle reazioni altrui. Occorreva dare tempo, non sentirsi incompresi, essere amichevoli e solidali, nonché affettuosi, ma non pietosi, non usare l'"antilingua" - come diceva Calvino - che consente di dire e di non dire nello stesso tempo. Essere chiari. Gioia, con la sua generosità, la sua avvolgenza anche fisica, la sua simpatia, la sua ironia, essenziale, chiara, espressiva, divertente, allusiva, sempre capace di dare concretezza ai simboli, era davvero speciale, mai ideologica, mai banale, anche nelle date, come se fosse sempre in sintonia con la realtà, come oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera, di una nuova primavera anche per il nord Africa, per le donne, le sue donne, quelle donne magari invisibili, a cui lei testardamente voleva dare diritti e visibilità. Avrei tanto voluto sapere la sua opinione rispetto al nuovo movimento delle donne e per le donne. Sono certa che non avrebbe preso posizione contro nessuna donna, ma avrebbe difeso l'idea della dignità e della libertà femminile contro ogni forma di mercificazione e di sottomissione. Mi manca, in questi giorni, in particolare, anche se sarà sempre per me, e per tante altre persone, un punto di riferimento civico, professionale e politico per tutto ciò che riguarda la salute delle donne, i luoghi della sessualità e della scienza, il benessere collettivo e i saperi delle donne. Gioia il 24 marzo avrebbe compiuto 72 anni e la sua malattia, la sua scomparsa ci hanno colto impreparati, increduli. Avevamo ancora tante cose da fare insieme, ridendo, discutendo - anche litigando qualche volta -, ma sempre creando un punto di incontro ed un risultato importante per le donne, senza tabù, senza limiti, se non di tipo deontologico. Per Gioia gli obiettivi erano quelli che richiamava illustrando il programma di sviluppo Cubano del millennio per la salute della donna: migliorare l'eguaglianza e l'autonomia della donna, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute delle madri con incidenza positiva sulle famiglie e sulla qualità di vita in generale. Mi auguro che oggi questo Consiglio Comunale, che ha all'ordine del giorno l'approvazione di un testo su "Prevenzione Serena" possa, anche in questo caso, onorare il ricordo di Gioia con un atto politico importante. Grazie, Gioia, davvero, anche per quegli abbracci fisici, carichi di calore umano che davano sicurezza e forza in momenti difficili. A Benedetto, a Vicky Franzinetti, che oggi non può essere con noi, perché lontana per impegni di lavoro, ma che mi ha chiesto di parlare anche per lei e a tutti coloro che hanno condiviso affetti e battaglie, la consolazione di aver vissuto con Gioia un pezzo importante di storia della nostra Città. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola a Benedetto Terracini, marito e compagno. TERRACINI Benedetto Forse è meglio che non ringrazi, perché suonerebbe veramente molto artificioso. Vorrei, invece, dire due cose che forse non sono ancora state dette. L'una è che convivendo con Gioia, come facevo io, o conoscendola, come facevate voi, una delle cose che più abbiamo apprezzato di lei è il fatto che non avesse peli sulla lingua, credo. Non ha mai nascosto che cosa pensava degli altri. Mi raccontava che aveva incontrato in aereo - non tanto tempo fa - un suo ex compagno di partito, che adesso è passato dall'altra parte e mi aveva detto di non aver perso l'occasione per dirgli quello che pensava. Gioia era fatta così. L'altra cosa è il senso di giustizia che ha sempre avuto Gioia, lo schieramento per le vittime. Ho vissuto questo anche molto da vicino, quando l'avevo appena conosciuta, in occasione della tragedia dell'Ipca di Cirié e dei rapporti che avevamo instaurato con le vedove delle vittime e dell'ingiustizia che c'era stata allora. Gioia ha vissuto, invece, molto marginalmente (per una questione di tempo) l'ingiustizia delle vedove dell'Eternit di Casale, ma sono sicuro che mi avrebbe incoraggiato a muovermi nella stessa direzione. Ricordo una domanda che Gioia faceva spesso a sé ed anche a me: "Se non avessi avuto l'educazione che ho avuto, se arrivando a Torino non avessi conosciuto le persone che ho conosciuto - prima di conoscere me, perché io ho conosciuto Gioia quando stava a Torino da cinque o sei anni -, se non fossi finita in un ambiente com'era quello del Partito Comunista negli anni '70 che cosa avrei fatto? Come avrei pensato? Quanto ha influito su di me...? Suo padre era un vecchio socialista, sicuramente, ma non era una persona molto fortemente impegnata politicamente, lei si è sempre posta questa domanda: "Cos'è che mi ha indotto a prendere certe posizioni?". Certamente, non ha trovato una risposta e dare una risposta richiederebbe, forse, un'analisi collettiva, che non è il caso di fare. Chi di voi ha conosciuto Gioia sa che la sua vita era piena, come sono piene le pareti di casa nostra, come sono pieni, al di sotto, i tavoli coperti di vetro che ci sono in casa, perché Gioia ci teneva molto a conservarli (prima che arrivasse il cane nuovo, che li sta demolendo). Su ogni tavolo c'è un vetro e sotto il vetro Gioia metteva dei messaggi che le interessavano. Credo valga la pena di menzionarne due, l'uno è un ritaglio di un articolo di Arrigo Levi su La Stampa, a cui teneva molto, di quattro, cinque anni fa, dal titolo: "Io difendo i rumeni" o "Mi schiero dalla parte dei rumeni". L'altro, più superficiale, se vogliamo, ma di valore molto più generale (e anche questo rappresentativo di Gioia), dice semplicemente: "Le cose hanno l'importanza che noi diamo loro". Credo che questo sia il messaggio di Gioia. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Sindaco. SINDACO Saluto tutti i convenuti, a cominciare da Benedetto che ringrazio, i Consiglieri Comunali, le compagne e i compagni di Gioia, gli amici, Piero Fassino, che è con qui con Anna, e Caterina Romeo, che rappresenta la Provincia. Ho conosciuto Gioia all'inizio degli anni ottanta e, anche se la circostanza non è adatta, mi viene da sorridere, perché era "quella dell'USL 1/23". Sorrido perché allora era un po' (per fare una citazione classica) un "ircocervo", nel senso che era una costruzione istituzionale. Molti se la ricordano più di me, però, per qualcuno che invece non se la ricorda, spiego che stiamo parlando degli inizi della Riforma sanitaria e, quindi, dello sforzo che si faceva per riorganizzare un sistema che, allora, era diviso fra quello ospedaliero ed una medicina del territorio, che era la Mutua. Quella costruzione organizzativa dell'USL 1/23 (Unità Socio Sanitaria Locale 1/23, perché le Circoscrizioni erano 23) era stata preceduta da un assetto preventivo teso a riorganizzare sui 23 quartieri, perché si chiamavano quartieri, la mappa sanitaria della città. Era il tentativo di dare un assetto innovativo che cercasse di mettere insieme la medicina del territorio (elemento di innovazione introdotto dalla Riforma sanitaria dell'ottanta, se non ricordo male), con la medicina ospedaliera dove è più strutturato e consolidato il sapere sanitario e anche il suo utilizzo da parte dei cittadini. Sono presenti alcuni dei protagonisti di quella discussione quali Sante Bajardi, Giulio Poli, che presiedeva il San Giovanni Battista, cioè Le Molinette, Angela che era la responsabile e tanti altri. L'ho conosciuta quando mi trovai (anch'io non ho ancora adesso capito bene perché) ad essere responsabile della Sanità Regionale per il Partito Comunista, senza avere, ovviamente, nessun titolo di competenza professionale specifica. Forse, però, questo non era poi così sbagliato, perché l'esperienza insegna che spesso la competenza (non mi riferisco a nessuno e chiedo scusa all'architetto Giorgio Rosental che ha anche svolto degnamente il suo compito di Vice-Presidente della II Commissione Consiliare Urbanistica e Lavori Pubblici al Comune di Torino) spesso porta a far prevalere la propria visione, in luogo di quella del saper mettere in circuito le competenze di altri spesso diverse, con il problema di trovare la sintesi. Mi trovai, quindi, a fare questo lavoro e fui nominato nella USL 1/23 ed il sorriso era proprio perché c'era molta improvvisazione, si viveva quella situazione con spirito quasi pionieristico. Ogni volta, infatti, che si andava (se non ricordo male il mercoledì) in Via San Secondo, era un po' un'avventura, nel senso che non si sapeva mai bene cosa ne veniva fuori, chi aveva visto le deliberazioni e chi no. Una delle discussioni più interessanti e stimolanti di allora era quella relativa alle due anime del sistema sanitario, cioè quella ospedaliera e quella del territorio che si faceva fatica a far incontrare. C'era chi sosteneva che la medicina innovativa fosse del territorio e, viceversa, chi affermava la centralità del sistema ospedaliero. Adesso, naturalmente, schematizzo, ma, da un certo punto di vista, era preoccupante. Ricordo che Gioia era un elemento, direbbe Piero Fassino, di ordine, non nel senso della legge-ordine, ma nel senso che, forte della conoscenza della materia e, anche, delle donne utenti del Sistema sanitario, faceva prevalere in modo pragmatico, ma profondo, quelle che le sembravano le soluzioni di buon senso. Per cui, da un lato (forte anche della vicinanza professionale e culturale con Benedetto), aveva ben chiaro quanto fosse alto il valore (come detto sia da Giancarlo che da Lucia) della prevenzione e quindi del lavoro sul territorio, dall'altra però sapeva anche che c'è un limite oltre il quale, se non c'è specializzazione, conoscenza e competenza, il problema della malattia, non si riesce ad affrontare. Ho un ricordo che anche nelle discussioni politico-amministrative complicate, che avvenivano in quella sede, spesso (spero di non banalizzare se la metto così) questa ventata di buonsenso, di pragmatismo profondo e professionale aiutava a risolvere situazioni, che altrimenti rischiavano di "incrocchiarsi" dal punto di vista politico ed ideologico. Forse, dal punto di vista metodologico (non mi esprimo sulla Sanità) è una lezione da tenere bene a mente e di cui far tesoro oggi. La seconda considerazione (come ho già ricordato) è stato anche il suo grande impegno come professionista gratuito e volontario a sostegno di tante donne che avevano bisogno. Sottolineo questo perché non è sempre così e quello che ognuno di noi fa (metto me per primo), i principi che proclama, le linee di comportamento che detta o che pretende di dettare e poi i suoi comportamenti pratici, non sempre hanno quella linearità che invece avevano in Gioia, quando sapeva ben distinguere le donne che avevano bisogno di essere visitate, di essere sostenute, di essere seguite, di essere aiutate. Questo, a volte, era compatibile con il valore professionale della sua professione, della sua professionalità, ed a volte no. Ciò, però, non faceva distinzione rispetto al sostegno e all'aiuto alla donna. Questa coerenza fra valori e principi e modo di applicarli nella pratica quotidiana del suo lavoro è, secondo me, un esempio di cui credo sia bene far tesoro anche oggi, perché credo sia utile a tutti. Infine, mi piace ricordare Gioia in queste giornate, per molti versi esaltanti per la Città di Torino e che ne hanno fatto vedere le risorse, quando si misura su temi impegnativi quali il ricordo dell'Unità Nazionale. Spesso abbiamo ricordato un filone culturale della nostra città, che cerca di coniugare sempre il rigore, il rispetto delle regole, il senso del dovere con valori più generali, in particolare, attenti al rispetto ed alla considerazione dell'altro. Questo vale per i laici ed i cattolici; ognuno ci può mettere i suoi riferimenti e i suoi ascendenti culturali, però questo saper coniugare rigore e senso del dovere con rispetto e valorizzazione dell'altro, del diverso da sé, è una connotazione che mi piace ricordare in Gioia, esponente di quella torinesità, di quella cultura torinese e di quegli stili di comportamento di cui è stata portatrice. Da questo punto di vista il suo nome è, a tutti gli effetti, scritto dentro ad un Pantheon ideale di grandi torinesi che hanno fatto grande la nostra Città e che ci lasciano un'eredità importante per affrontare il futuro. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Ringrazio tutti gli oratori e i partecipanti. Invito ad alzarvi in piedi al fine di permettere ai Gonfaloni di lasciare la Sala. La cerimonia si conclude qui e ancora una volta saluto e ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. |