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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola, per le comunicazioni, al Vicesindaco. DEALESSANDRI Tommaso (Vicesindaco) Mi auguro di riuscire ad esprimermi al meglio, anche se dobbiamo trattare dell'argomento FIAT. Come già diceva il Presidente e come si era detto anche nella riunione dei Capigruppo in rapporto alla richiesta fatta dal Consigliere Grimaldi, abbiamo concluso che, ovviamente, non possiamo prendere in esame in questa Sala l'intero accordo, ma ci concentreremo per fare una valutazione, anche per capire, a partire dal nostro percorso pregresso, che cosa abbiamo fatto in questi giorni e che cosa dovremo fare in futuro, sulla base delle competenze e dei ruoli istituzionali. Lasceremo, invece, alla III Commissione la possibilità di affrontare l'insieme degli argomenti, sapendo che il contratto, votato attraverso referendum, ha carattere di valore nazionale; mette assieme 30-40 anni di contrattazione, pur modificandone pochissimi aspetti (ma quello è il senso); ha un allegato importante sull'organizzazione del lavoro, che cambia significativamente; ha al suo interno un progetto di relazione sindacale. In realtà, noi, in questi giorni, non abbiamo discusso di questo. Sostanzialmente, abbiamo discusso di quale fosse l'importanza strategica che stava alla base di quell'accordo, cioè se quell'accordo avrebbe accompagnato o meno un grado di investimento presente nella nostra area. Qual è stato il nostro percorso fino ad ora? Veniamo da una situazione che poteva apparire molto simile attorno alla crisi del 2004, nel senso che, nel 2005, senza ovviamente gli accordi fatti dagli Enti locali, abbiamo rischiato che una parte di Mirafiori finisse in un limbo, ancorché non si prevedesse una procedura, senza reali prospettive dal punto di vista produttivo. In realtà, invece, quell'accordo ha messo in moto la "quarta generazione" della Punto, e soprattutto nel 2006 è cresciuta significativamente la manifattura e la produzione in territorio torinese (infatti, se si vanno a vedere i segmenti, c'è un effetto sul Prodotto Interno Lordo del territorio valutato da tutti). Questo è essenzialmente dovuto all'avvio della linea produttiva della nuova Punto e, più tardi, della Mito. In realtà, oggi l'intervento sullo stabilimento di Mirafiori che cosa riguarda concretamente? Vorrei che fosse chiaro che ha alcune caratteristiche fondamentali: in primo luogo, si tratta di uno stabilimento che ha 71 anni, in cui si è registrata una serie di processi dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro, che, però, non si può definire compiuta, in quanto non è stato fatto il salto che è avvenuto, ad esempio, con la costruzione dello stabilimento di Melfi. Inoltre, è uno stabilimento che, negli anni, ha saputo rappresentare l'emblema dell'industria italiana (e, mi permetto di aggiungere, non solo); infatti, si trattava del più grande stabilimento del nostro Paese ed è stato l'unico che, in questi anni, ha prodotto tre marchi di enorme rilievo - fatto che altrove non si è verificato - e vetture di ogni genere: dalle utilitarie, come le vecchie Cinquecento - che molti di noi hanno utilizzato -, all'Alfa 166, passando per la Thema e la Croma. In sostanza, ha costruito automobili dei segmenti A, B, C e D, attraverso i quali viene valutato il grado di qualità e di completezza della produzione delle case automobilistiche. Lo sottolineo perché, in realtà, la FIAT ha detto di voler utilizzare lo stabilimento di Mirafiori per fare una nuova linea, per cui cambia anche l'organizzazione del lavoro, che avrà su di sé la piattaforma. Per piattaforma mi riferisco al pianale, che è partito da quello nuovo che è stato fatto per la Giulietta Alfa Romeo e che (dato che è stato rivisto secondo le competenze e le possibilità di Chrysler) sarà possibile utilizzare per i segmenti C, D e SUV. Per chiarire questi segmenti, ad esempio la Bravo e la Lancia Delta appartengono al segmento C, le vetture di dimensioni e di cilindrata superiori appartengono al segmento D ed oltre si tratta di SUV. L'investimento previsto è superiore ad un miliardo di Euro e la sua suddivisione rappresenta una novità per il nostro Paese, che è opportuno valutare attentamente anche al di fuori di questa Sala, perché, a mio parere, è un aspetto che è stato un po' sottovalutato. La novità sta nel fatto che concorrono sia la parte FIAT che la parte Chrysler a questo tipo di investimento e sarà proporzionale alla previsione di produzione nello stabilimento di Mirafiori sia per il mercato europeo che per quello mondiale. La suddivisione degli utili sarà proporzionale alla previsione produttiva; probabilmente, l'investimento della parte americana sarà superiore a quello della parte italiana - almeno per quanto ne sappiamo oggi - e la previsione è di produrre circa 250.000/280.000 auto ogni anno. Quando come Enti Locali facemmo l'accordo, la quantità prevista era molto inferiore e ci era stato detto che lo scopo era quello di portare lo stabilimento di Mirafiori ad una possibilità di produzione di oltre 200.000 vetture l'anno. Quando si parla di 200.000 vetture l'anno (o tra 250.000 e 280.000), si intende più di 1.000 vetture al giorno. Ovviamente, per capire quale sarà l'influenza complessiva sul piano economico, sulle ore lavorate e sulla quantità di occupazione, bisognerà considerare quale sarà l'equilibrio di gestione dei diversi segmenti, nel senso che la nuova linea è in grado di produrre sia i modelli più piccoli che quelli più grandi. Chiaramente, si stanno spostando l'investimento, a maggior ragione senza la L0 (di cui abbiamo ampiamente discusso anche in Consiglio Comunale), e la piattaforma più sulle produzioni che hanno maggiore valore aggiunto rispetto a quelle che hanno minore valore aggiunto. I tempi previsti sono il terzo o, al massimo, il quarto trimestre 2012, nel senso che, oggi, bisogna ingegnerizzare i modelli, costruire la nuova linea e riorganizzare lo stabilimento di Mirafiori ed è per questo motivo che, per il momento, si è decisa la prosecuzione della cassa integrazione (che si farà sentire maggiormente per la linea che, oggi, produce Idea e Musa e meno per la linea che produce la MITO, che ha un discreto appeal dal punto di vista commerciale). I fattori in gioco sono questi e non vi è alcun dubbio sull'importanza di un investimento di questa portata per il nostro territorio. Direttamente ed indirettamente, la somma dei due più grandi investimenti previsti nel nostro territorio (l'inceneritore e la centrale nord) dà un totale molto vicino all'investimento proposto dalla FIAT. Non so se corrisponda al vero, ma il Presidente dell'Unione Industriale valuta che il PIL torinese subirà un'influenza di 7 punti dal punto di vista produttivo, anche se, personalmente, la trovo un po' eccessiva come previsione; comunque, non vi è ombra di dubbio che vi sia una differenza tra il fatto di avere solo termini produttivi e questo investimento concreto. Analogamente, è diversa l'influenza sulla componentistica, benché oggi non sappiamo con certezza - non essendo stato definito l'equilibrio della catena produttiva - quali saranno le componenti che arriveranno da altre parti del mondo e quelle che verranno fatte sul nostro territorio. Detto ciò e chiarito l'oggetto di cui stiamo parlando, credo che si comprendano anche le nostre posizioni dei giorni scorsi (compresa quella del Sindaco): non possiamo che augurarci che l'investimento si realizzi, stante la condizione che determinerebbe rispetto al nostro territorio. Abbiamo pronunciato due sì: in primo luogo, all'investimento ed all'accordo in sé, senza entrare nei particolari (perché non è il nostro compito, anche se è giusto che ne parliamo e lo valutiamo, così come fanno le parti sociali rispetto alle nostre situazioni). Inoltre, come sappiamo tutti (dato che se ne è discusso lungamente), poiché non era possibile mantenere il contratto nazionale, si è scelta questa strada e si è determinato - vista l'applicazione del nuovo contratto - il problema della rappresentanza per chi, secondo quanto previsto dall'articolo n. 19 dello Statuto, non lo ho firmato. Abbiamo, quindi, chiarito che avremmo trattato su questo aspetto per trovare le soluzioni necessarie, sia ridiscutendo il merito, sia riaffrontando il tema della rappresentanza, ovviamente coinvolgendo le parti sociali a livello nazionale, anche se ritengo che Torino, oggettivamente - anche per la sua tradizione sindacale -, possa dare un contributo significativo. A questo punto, bisogna comprendere il compito che l'Istituzione deve svolgere e come dovrà muoversi nei prossimi mesi; sarà necessario capire quali sono gli effettivi impegni e come si dislocano le questioni che, oggi, sono ancora aperte sul piano degli investimenti (oltre al fatto che questi investimenti si realizzino). Su questo aspetto non stiamo soltanto ad osservare quanto accade, ma esiste una relazione con FIAT e possiamo valutarlo. La ragione è che, in tutto questo periodo, c'è stata una relazione (e qualcosa di importante l'abbiamo ottenuto) e la stiamo coltivando per quanto riguarda in particolare le nostre azioni. Ricordo sempre che nell'effettuare l'operazione TNE abbiamo chiesto che in quell'area, sostanzialmente, non si realizzasse soltanto la produzione, ma venisse spostato il livello di competenza, di intelligenza e di evoluzione del settore. In questi mesi, si è lavorato e credo che con la firma dell'accordo - che, nei prossimi giorni, consentirà di concludere questa parte - si tratterà non solo di provare a lavorare sul design, ma anche di prevedere su quell'area l'ingegneria dell'auto, la cui concezione deve passare, dal punto di vista del Politecnico, da un'ingegneria automobilistica ad un'ingegneria di mobilità, determinando una relazione - e dal punto di vista produttivo l'abbiamo vista - con chi si occupa dell'evoluzione; per cui, nel rapporto con il Michigan e con il Canada, proveremo a fare degli accordi in maniera tale da riconoscere i titoli di laurea nei tre Paesi. Quando riusciremo a realizzare un fatto del genere, non riguarderà solo l'Italia, ma anche lo Stato del Michigan ed il Canada; per il momento, non è un fatto compiuto, ma ci sono le condizioni per poterlo determinare. Oltre a questo aspetto, è possibile far convergere le diverse iniziative sull'evoluzione della produzione, in modo da non giocare solo un ruolo istituzionale, ma un buon ruolo di guida rispetto all'insieme delle problematiche che, normalmente, sono collegate. Infatti, la competitività degli stabilimenti è necessaria e dovuta per poter mantenere una stabilità nel rapporto con gli altri, a maggiore ragione quando si tratta di investimenti esteri, che devono essere almeno comparabili con quelli che potrebbero essere fatti in quel Paese; in seconda istanza, non possiamo, però, solo competere rispetto alle condizioni di utilizzo degli impianti e di affidabilità dello stabilimento (e quindi, in questo caso, non è una questione di tipo salariale). È evidente che tutto ciò sarebbe insufficiente se non si giocasse anche la carta dell'evoluzione e dell'innovazione, in modo tale che la produzione vada bene sul mercato non soltanto per il costo che viene determinato come condizione finale, ma per il contenuto tecnologico che è intrinseco all'oggetto prodotto. A mio parere, quello che possiamo fare (e che in questi anni abbiamo già fatto e continueremo a fare), sperando di riuscire a mantenere su questo tema un livello di collaborazione fattiva con l'insieme degli Enti Locali e delle altre istituzioni territoriali e non solo (ad esempio, le Università ed il Politecnico), è accompagnare l'investimento anche con questo aspetto, che, rispetto al suo futuro, è altrettanto decisivo, così come il fatto di aver cercato una soluzione al problema di FIAT, che, però, non prescindeva dal nostro territorio. Questi sono gli aspetti che era necessario chiarire in questa prima fase; in Commissione procederemo ad un approfondimento più generale sull'articolazione complessiva degli accordi e del piano industriale. VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Ricordo che la Conferenza dei Capigruppo ha stabilito di concedere ad ogni Gruppo cinque minuti di tempo per intervenire. La parola al Consigliere Grimaldi. GRIMALDI Marco Vorrei rivolgere il mio ringraziamento a tutti i Capigruppo e alla Presidenza del Consiglio, perché, finalmente, possiamo procedere a questa discussione. Purtroppo, come sapete, in questi mesi non siamo riusciti ad esprimere una posizione unitaria sugli investimenti e sull'accordo. Oggi, il Vicesindaco ha chiarito bene il senso della questione, perché ha parlato più di un piano industriale che dell'accordo stesso e del referendum di Mirafiori, e temo che abbiamo alzato i toni della discussione su questa ambiguità, commettendo un errore anche per il nostro ruolo istituzionale. Vorrei parlare di quanto è avvenuto in questi giorni: "La lunga notte del referendum sull'accordo contrattuale si è chiusa con la vittoria del sì: dopo uno scrutinio durato circa nove ore, con un vero e proprio testa a testa, l'accordo su Mirafiori è stato approvato con il 54% dei voti favorevoli. Decisivo il voto degli impiegati". Naturalmente, sto leggendo quanto è stato riportato dai mezzi di stampa e dai siti Internet dei Sindacati e delle forze politiche. "Al voto, iniziato con il turno delle 22.00 di giovedì, hanno partecipato 5.119 lavoratori; il sì ha ottenuto 2.703 voti, pari al 54%; a votare no sono state invece 2.325 persone; 59 le schede nulle e bianche. Nei primi seggi scrutinati, quattro del Reparto Montaggio e uno della Lastratura, ha prevalso il no; poi la situazione si è rovesciata: al seggio 5, quello degli impiegati, come tutti ormai sanno, su 449 iscritti hanno votato in 441 e 421 a favore dell'accordo. Nel conteggio complessivo dei soli operai il sì ha prevalso soltanto per 9 voti; infatti, tra le oltre 4.500 tute blu, al Montaggio e alla Lastratura si è registrato il 53% dei no, mentre sono stati di poco prevalenti al Reparto Verniciatura. L'affluenza al voto è stata da record, 94%, più alta del referendum di Pomigliano d'Arco". Mai come in questo caso, però, i numeri vanno pesati. Il ricatto del 'prendere o lasciare' è stato messo in mora. Chi afferma che l'accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle lavoratrici irrinunciabile ma regressivo non è lontano dalla vera sintesi di questa difficile situazione, anche perché l'accordo è stato bocciato dagli operai più esposti all'intensificazione dei ritmi di lavoro. Oggi, però, il ruolo delle Istituzioni è chiamato di nuovo in causa: adesso che i lavoratori di Mirafiori hanno votato, quel risultato va rispettato, come va rispettato anche per quel tanto di disagio che rappresenta. Compito della nostra Città in primis è impegnarsi in tutte le sedi perché FIAT mantenga gli impegni e, soprattutto, si rivolga a tutti i lavoratori. Le forze politiche, invece, sono chiamate ad un altro ruolo: si occupino di discutere il futuro dell'auto, dei nuovi vettori sostenibili, delle flotte ecologiche pubbliche entro i tempi dell'attivazione dell'accordo. Siamo d'accordo con quanti nel centrosinistra dicono "nuove regole per quello che riguarda la rappresentanza, la rappresentatività e la partecipazione". Spero che, a questo punto, riusciremo a farlo in questi mesi, discutendone in Commissione. Compito di entrambe, sia della politica che delle Istituzioni, è però far chiarezza sulle prospettive del settore auto attraverso la verifica immediata degli investimenti e delle ricadute dell'accordo, auspicando congiuntamente una discussione sul piano industriale di FIAT-Fabbrica Italia; infatti, è necessario fare chiarezza sulle prospettive del settore auto a Torino e in Italia, tenendo conto dell'indotto, ancora centrale in questo territorio. Chi ha tentato l'assalto finale al lavoro e ai diritti è stato sconfitto. Chi come il Governo, invece di essere garante del confronto, ha tifato auspicando il doppio esito di un'altra partita, si è dimostrato miope e cinico. Crediamo che il Governo debba uscire dalla curva dello stadio "irriducibili Marchionne" e, finalmente, agire come fanno tutti i Governi europei alle prese con il settore auto: capire, leggere la situazione ed intervenire con una politica industriale - smettendo di lavorare ad alimentare il conflitto -, magari riconvocando le parti e offrendo il proprio contributo per risolvere i problemi aperti. C'è addirittura chi ha ipotizzato la fine di un modello di relazioni industriali e la ridefinizione della rappresentanza sindacale, riducendola (com'era agli inizi dello scorso secolo) ad una funzione parapadronale. Questa era l'innovazione tanto reclamizzata? Dicevano che il mercato globale mal sopporta l'universalismo della democrazia e con questo mercato i diritti devono essere sospesi. Volevano eliminare per contratto il nocciolo della libertà, quello di ribellarsi e di lottare per migliorare la propria vita; da Mirafiori rimbalza un altro paradigma di democrazia post-liberale, che non vede nel lavoratore un individuo dotato di libertà ed una persona portatrice della sua dignità. Qualcuno voleva chiudere una partita, non solo con il ricatto del "prendere o lasciare", ma con il più subdolo "il mondo va così e siete voi che non capite". Io provengo da quella generazione di Seattle che vuole capire quel mondo e che lo fa non dimenticando le parole di un leader del Novecento che diceva che siamo qui per leggerlo, interpretarlo e metterlo al servizio dell'uomo, del suo benessere e della sua felicità; queste parole, tanto care alla sinistra italiana, devono essere rimischiate con il tema dello sviluppo sostenibile e della finitezza delle risorse. Gli operai hanno riaperto una partita, si dice... VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Consigliere Grimaldi, la invito a concludere il suo intervento. GRIMALDI Marco Vorrei terminare di leggere le ultime righe del mio intervento. La politica deve riunire ciò che questo referendum ha diviso, anche perché, in fondo, esiste una sola classe operaia, che chiede rispetto, lavoro ed un degno futuro. Proprio per questo motivo vale la pena ricordare che, in questo Paese, la forza del Sindacato ha sempre coinciso con la forza dell'industria ed indebolire il Sindacato mette a rischio anche il sistema di impresa. Il Sindacato ha consentito quel compromesso avanzato tra capitale e lavoro, che è alla base della ridistribuzione delle ricchezze. Smantellare il Sindacato significa, infatti, innescare un virus in tutta la società. Gran parte degli imprenditori del Nord lo sanno e non a caso mal sopportano l'uscita di FIAT da Confindustria. Apprezziamo i suggerimenti del Sindaco, che invitano da sempre la sinistra ad uscire dalle solite vecchie e tiepide stanze, smetterla di dire ad altri che cosa devono e possono fare, assumersi la responsabilità ed il dovere dell'ascolto. Anche noi, però, chiediamo umilmente a tutte le forze di impegnarsi a non avventurarsi più nel "se io fossi", anche perché non vorremmo che quel "se fossi" diventi solo un modo per dare consigli paternalistici a tutti ("se fossi in loro scenderei dai tetti", o "non occuperei le strade", o "non andrei a quella manifestazione", o "rimarrei in ufficio", o "rimarrei a casa", o "rimarrei a studiare"). Per far vivere e crescere la democrazia noi eletti nelle Istituzioni possiamo sempre dire la nostra, anche per delega di altri, possiamo fare il tifo e dare suggerimenti, immedesimarci e dissociarci, apprezzare e stigmatizzare, ma quello che non possiamo fare è non ricordarci la fatica e la pazienza di un negoziato vero, che rispetti tutti gli interlocutori. Quello che, in fondo, non possiamo fare è permetterci di chiudere gli spazi di democrazia. VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Vorrei pregare gli altri Consiglieri di non mettere in imbarazzo chi presiede pro tempore l'Aula; se l'accordo è di intervenire per cinque minuti, naturalmente possono diventare cinque minuti e mezzo o, al massimo, sei minuti, ma non di più. La prossima volta, invito i Capigruppo ad accordarsi per interventi di sette o dieci minuti, così anche altri Consiglieri avranno la possibilità di esprimersi. La parola al Consigliere Ferrante. FERRANTE Antonio Per la verità, non sapevo che, oggi, si sarebbero svolte le comunicazioni del Sindaco sulla vicenda FIAT e non sono preparato. Ho lavorato in FIAT per 35 anni ed ho vissuto tutte le battaglie che si sono svolte in quegli stabilimenti, perché volevo che cambiassero le condizioni di lavoro e che vi fossero prospettive e futuro. L'altro giorno, ero davanti alla porta 2 e parecchi lavoratori, conoscendo la mia storia e sapendo che ora ricopro la carica di Consigliere Comunale, mi chiedevano - senza alcuna polemica - dove fosse il Sindaco, viste le dichiarazioni rilasciate a favore dell'accordo proposto da Marchionne. Ho notato con rabbia il fatto che, dal Presidente del Consiglio al nostro amato Sindaco e al Presidente della Regione, ci sia stata quasi una gara a chi si schierava maggiormente alla corte del "Re Marchionne"; ci siete riusciti, perché avete lasciato a quei lavoratori la responsabilità di questioni di cui dovrebbe occuparsi la politica. Infatti, la politica deve dare degli indirizzi al Paese per quanto riguarda le politiche industriali. L'ho sentito anche nel corso di varie interviste fatte a cittadini comuni, in questi giorni: quando chiedevano loro che cosa pensassero del referendum sulla FIAT, parecchi hanno risposto che non era giusto che 5.500 lavoratori dovessero assumersi la responsabilità del destino della FIAT, quando, dal 2004 (cioè, da quando è arrivato l'attuale Amministratore Delegato), si dice che il "grande Marchionne" ha salvato la FIAT. Vorrei fare delle brevi considerazioni. Condivido quanto detto dal Vicesindaco: la FIAT è stata salvata dai lavoratori e dai soldi dei cittadini. Non a caso, la Provincia e la Regione hanno elargito alla FIAT 70 milioni di Euro per poterla salvare (e vi sono ancora queste aree che devono essere occupate e sono a carico della Città di Torino). Da quel momento in poi, Marchionne, se non ha fatto operazioni finanziarie, che cosa ha prodotto per l'Italia dal punto di vista industriale? Vorrei che mi faceste un elenco di ciò che ha fatto in Italia Marchionne dal 2004 al 2011, salvo dividere i lavoratori attraverso i referendum. Non è un caso che quando si chiede di prevedere le regole referendarie per l'applicazione dei contratti (che sono utili a tutti i lavoratori), queste vengano negate. Il signor Marchionne, in Italia, ha voluto con forza che si svolgessero i referendum sia a Pomigliano che a Mirafiori (così come è avvenuto), mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, perché è di questo che si è trattato. I lavoratori sono stati messi gli uni contro gli altri e tutti abbiamo seguito i telegiornali (tra l'altro, davanti allo stabilimento sembrava di essere ad Hollywood o a Cinecittà, visto il numero di emittenti televisive che erano presenti), per cui non si trattava di una sciocchezza, ma di un fatto di enorme rilevanza, che, praticamente, avrebbe modificato le condizioni di vita di quei lavoratori. Non a caso, nonostante tutte le pressioni che hanno subito, c'è chi è uscito, dopo aver votato, con la schiena dritta ribadendo il suo "no". Io comprendo che cosa significa lavorare ad una linea di montaggio, o una pausa che dura dieci minuti in meno, o avere diritto alla mensa a fine turno, o delle condizioni di lavoro tali per cui il lavoratore non sopporta la linea e si ribella. Addirittura, adesso si arriva anche al licenziamento, perché le parti condizionano la situazione a tal punto che il lavoratore non ha più il diritto di fermarsi, in quanto lo devono decidere le Commissioni. Quelle stesse Commissioni sono state inserite in quel documento sottoposto alle Organizzazioni Sindacali firmatarie in cui si dice "prendere o lasciare". Mi domando se questa possa essere definita contrattazione e democrazia. Una situazione del genere l'ho immaginata così in occasione delle prossime elezioni: l'opposizione dovrà accettare il programma dello schieramento che vincerà, oppure dovrà uscire dalla Sala. È quanto è accaduto alle Organizzazioni Sindacali che non hanno aderito all'accordo: automaticamente sono state escluse da quella che è la rappresentanza, nonostante vi siano all'interno della fabbrica dei loro iscritti e dei delegati. Poi, un fatto ancora più grave… VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Consigliere Ferrante, il tempo a sua disposizione è terminato. FERRANTE Antonio Un fatto ancora più grave è che a quei lavoratori viene negato il diritto di rappresentanza delle RSU, che era un aspetto importante, in quanto erano espressione diretta dei lavoratori. Adesso, torneranno le RSA, cioè le Organizzazioni Sindacali metteranno i propri uomini all'interno della fabbrica, che gestiranno automaticamente il rapporto con l'Azienda. VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente) Consigliere Ferrante, mi dispiace dover interrompere il suo intervento accorato e mi auguro che non farà mancare la sua presenza in occasione della seduta in Commissione. La parola al Consigliere Giorgis. GIORGIS Andrea Vorrei guardare rapidamente al passato, per poi dedicare, invece, la maggior parte del mio intervento al futuro. Mi sembra che il passato sia stato segnato da due fatti: il primo riguarda una consultazione tra i lavoratori, che ha visto prevalere il sì, ed il secondo - che si accompagna al primo - riguarda un impegno, preso solennemente in più occasioni dalla FIAT, a far corrispondere al sì dei lavoratori un ingente investimento economico ed un ingente rilancio dello stabilimento di Mirafiori. Il primo evento si è realizzato ed il secondo - dalle parole del Vicesindaco mi sembra che ne siamo tutti convinti - dovrà concretizzarsi al più presto. Vorrei, però, segnalare un altro aspetto: a detta della FIAT, il sì dei lavoratori rappresentava la condizione per scommettere sulla capacità produttiva e di crescita dello stabilimento di Mirafiori, facendo intendere quanto l'elemento lavoro sia decisivo nell'incremento della capacità produttiva di uno stabilimento. Non voglio entrare nel merito della discussione su quanto incida il costo del lavoro nel determinare la produttività di uno stabilimento, ma è certo che, come insegnano tutti gli studiosi di economia e di relazione sindacale, il fattore lavoro è determinante non solo per i costi, ma anche per il clima e per il tipo di qualità dell'impegno lavorativo che viene profuso all'interno di uno stabilimento. Se è così (come io credo che sia), sono convinto che il nostro Consiglio Comunale e la nostra Giunta debbano cercare di impegnare tutte le energie di cui dispongono non solo, come ha detto il Vicesindaco, per garantire l'investimento produttivo e, quindi, lo sviluppo industriale di Mirafiori, ma anche per costruire quel clima di fiducia all'interno dello stabilimento, che ritengo possa derivare solo dal rispetto e dalla rassicurazione di tutti i lavoratori. Naturalmente, quando parlo di tutti i lavoratori, intendo sia i lavoratori che hanno votato sì, che i lavoratori che hanno votato no. Sono numerosi i lavoratori che hanno votato no ed è impensabile che si realizzi un clima di cooperazione all'interno dello stabilimento se non vi è la capacità e l'impegno da parte di tutti per fare in modo che a quei lavoratori, che hanno fatto prevalere la paura ed una considerazione di indisponibilità ad ulteriori sacrifici, vengano garantiti, innanzitutto, il rispetto dei loro diritti fondamentali e, poi, la possibilità di far valere, secondo i normali processi di rappresentanza sindacale, le proprie ragioni. A questo proposito, chiedo al Vicesindaco - visti i suoi contatti, per conto della Città, con FIAT - di insistere sul fatto che evitare l'esclusione di uno dei principali Sindacati dalla rappresentanza e dall'agibilità sindacale all'interno dello stabilimento non è solo una questione di tutela dei diritti da esercitarsi all'interno della fabbrica, ma è una questione di interesse collettivo e della stessa FIAT. Sono convinto che sia interesse di tutti che all'interno dello stabilimento si ristabilisca un clima di fiducia e di reciproco ascolto; ritengo che ciò sia possibile, perché, attraverso il risultato del referendum, si sono realizzate le condizioni per riannodare il rapporto tra Sindacati ed industria. Inoltre, credo che il fatto che si riallaccino i rapporti possa contribuire a garantire l'altro principio, cioè la vincolatività del risultato referendario, perché si tratta delle due facce di una stessa medaglia. Infatti, la consultazione referendaria ed il suo vincolo presuppongono che il voto sia libero e che non comprometta l'esercizio delle prerogative sindacali all'interno dello stabilimento. Penso che questo modello di relazioni sindacali potrebbe significativamente aiutare a creare quel clima di fiducia e di cooperazione all'interno degli stabilimenti; a mio parere, rappresenta uno degli ingredienti decisivi per offrire competitività e sviluppo. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Aveva chiesto di intervenire anche il Consigliere Cassiani, ma, essendo dello stesso Gruppo del Consigliere Giorgis e avendo quest'ultimo parlato per più di sei minuti, poiché il tempo stringe, procediamo con gli altri interventi. La parola al Consigliere Zanolini. Le ricordo che dispone di cinque minuti. ZANOLINI Carlo Quello che molti non hanno voluto o non hanno saputo dire è che quello di Mirafiori è ritenuto uno stabilimento obsoleto, che non rispetta le caratteristiche di una fabbrica moderna, sia dal punto di vista della logistica, sia per il suo posizionamento. L'impressione è che si possa verificare una situazione analoga a quella accaduta per l'Alitalia, per cui si va avanti a piccoli passi fino a che la situazione non sarà più sostenibile. La differenza, rispetto all'Alitalia, è che però ora i finanziamenti non dovrebbero più essere pubblici, ma dovrebbero provenire dagli Stati Uniti, per cui dovrebbero far parte di questo pacchetto di investimenti destinati alla FIAT in generale ed essere impiegati per la ristrutturazione. Quello che non si vuole più, per il futuro, è che la FIAT continui ad avere dei finanziamenti pubblici. Il Consigliere Ferrante ha ricordato che la Città aveva dato alla FIAT 70 milioni in cambio di una garanzia occupazionale, con il prolungamento di una linea di montaggio, che, dopo due anni, si è rivelata essere alla fine. Un altro aspetto riguarda il fatto che questa soluzione di contratto è stata una novità sia per le relazioni sindacali, sia per le fabbriche metalmeccaniche. Voglio ricordare, però, che già da parecchi anni nella Pubblica Amministrazione, molte delle cose che sono state recepite da questo accordo erano già presenti, e mi riferisco alla situazione sindacale e contrattuale della Sanità, che conosco bene: non penso che i turni di un infermiere siano meno estenuanti, dal momento che talvolta, per 12 ore, non può neanche bere un caffè perché è oberato dai turni del pronto soccorso. Inoltre, ricordo che, per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione e la Sanità soprattutto, già non erano ammessi al tavolo delle trattative locali i sindacati che non avevano firmato il contratto. Si tratta di questioni già presenti in altre realtà. Un ulteriore aspetto è quello che una gran parte degli operai hanno detto "no" a questo contratto e, secondo me, questo deve essere tenuto presente. Probabilmente questo "no" non è stato semplicemente un modo per opporsi a un ricatto, che probabilmente c'è stato da parte della dirigenza FIAT; ma forse vuole anche significare che gli operai vogliono essere più compartecipi dell'andamento e dei programmi dell'Azienda. Per questo motivo molti, tra cui il Sindaco e il nostro Segretario regionale, l'Onorevole Rosso, hanno affermato che effettivamente bisogna rivedere tutti i meccanismi di compartecipazione degli operai e degli impiegati all'andamento dell'Azienda, introducendo delle istanze di collaborazione. Cosa che, dalle dichiarazioni di Marchionne, non sembra assolutamente che si voglia fare. Secondo me, questo è un obiettivo da realizzare. Il ruolo dell'Amministrazione Comunale nel futuro potrebbe essere quello di vigilare molto affinché questa fabbrica non venga smantellata. Sappiamo come funzionano le cose: le fabbriche vengono smantellate, i territori vengono offerti per un'urbanizzazione selvaggia, come abbiamo visto ad esempio per quanto riguarda la Viberti nella zona di corso Lecce, dove le fabbriche lasciano il territorio e poi i terreni vengono urbanizzati in modo più o meno decoroso. L'Amministrazione deve vigilare su queste cose, evitando che le fabbriche chiudano o delocalizzino la produzione, lasciando in cambio la possibilità di ottenere una rendita dai terreni attraverso la speculazione edilizia. Bisognerebbe, inoltre, approvare unanimemente una mozione per vincolare quest'area di Mirafiori come sito di archeologia industriale, rendendolo intoccabile e non riconvertibile. Questa potrebbe essere veramente un'arma forte per l'Amministrazione di Torino. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Lonero. LONERO Giuseppe Vorrei partire dalla considerazione e dal commento che l'amministratore delegato Marchionne ha fatto dopo che è stato reso noto l'esito del referendum. Marchionne ha parlato di accordo storico, di risultato storico. Ed io mi chiedo dove sia questo aspetto. Non lo riconosco. Si è verificato quello che succede da sempre nella storia: ha vinto il più forte. Quindi non ritengo che questo risultato rivesta un carattere di storicità, ma rientri nell'ordinarietà. Tuttavia c'è un'aggravante: chi ha vinto, ha vinto male. A eccezione del seggio 5, come ricordava prima il consigliere Grimaldi, che è quello degli impiegati, abbiamo visto che in tutti gli altri settori si è ottenuta una assoluta parità tra i "sì" e i "no", soprattutto da parte delle persone, degli operai (le ho chiamate volutamente persone, perché di questo si tratta) che sono più direttamente interessate, coloro che pagano più direttamente le conseguenze negative di questo accordo. E l'aggravante, del fatto di aver perso male, sta nel fatto che, a norma dello Statuto dei lavoratori, 2.300 operai potrebbero perdere il diritto di rappresentanza. Quindi si tratta sostanzialmente non di un risultato storico, ma di una grande occasione persa, perché - a fronte di un piano industriale così pomposamente ventilato da parte dell'amministratore delegato e della dirigenza FIAT, a fronte di una situazione critica, che rende assolutamente necessario realizzare degli investimenti per non correre il rischio di chiudere un'intera fabbrica e lasciare a terra buona parte di questa città, e non solo - sostanzialmente abbiamo perso un'occasione, perché questa poteva essere la circostanza giusta per modificare, alla base e radicalmente, i rapporti tra i lavoratori e l'Azienda ottenendo e perseguendo il dettato costituzionale che prevede un coinvolgimento dei dipendenti nella gestione dell'Azienda. Questa poteva essere l'occasione storica, ripeto. Questo avrebbe rappresentato veramente un risultato storico. Invece Marchionne da una parte e tutti gli altri suoi interlocutori dall'altra hanno instaurato un clima da "o con me o contro di me", da "prendere o lasciare". Addirittura Marchionne ha avuto l'arroganza di dire: "Se vince il no non si fa l'investimento". E a fronte di questo è stato assordante il silenzio del Governo, perché in qualunque Governo, il Ministro delle Attività Produttive avrebbe come minimo commentato un'affermazione così grave, importante, pesante e condizionante per il referendum che si sarebbe svolto di lì a qualche giorno. Ecco allora il motivo del risultato. Gli operai forse, non tutti, ma buona parte di quelli che hanno votato "sì", sono stati condizionati dalla paura di perdere il posto di lavoro e hanno votato su una spinta emotiva che si sarebbe potuta e dovuta evitare. Cosa sarebbe successo al referendum, come sarebbe andato, quale sarebbe stato l'esito del referendum se ci fosse stato più tempo per attenuare i toni? Quale sarebbe stato il risultato se ci fosse stato un intervento, un altolà da parte del Ministro delle Attività Produttive davanti alla minaccia di Marchionne? Quale sarebbe stato il risultato del referendum se Marchionne si fosse degnato veramente di dare tutti i dati del suo piano industriale? Perché ancora troppe sono le incertezze, le ha citate prima lo stesso Vicesindaco, in tema di entità di investimenti, in tema di produzione della componentistica, in tema di tempi di attuazione. Non dimentichiamo che nell'accordo, per chi l'ha letto - e io l'ho letto - c'è scritto che per tutto il 2011 la FIAT ricorrerà alla Cassa Integrazione. E di questo dobbiamo tenere assolutamente conto. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere. LONERO Giuseppe Chiudo citando a memoria un telegramma che nel momento dell'inaugurazione della fabbrica di Mirafiori il Capo del Governo, Benito Mussolini, inviò al Senatore Agnelli: "ricordi" - il Senatore Agnelli - "che l'uomo non è una macchina da adibire a un'altra macchina". Io spero e auspico che questo venga sempre tenuto in considerazione, perché le condizioni di lavoro non devono mai essere lesive della dignità dell'operaio. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Domenico Gallo. GALLO Domenico Io parto dalla dichiarazione fatta questa mattina sugli organi di informazione dal segretario della CISL, Raffaele Bonanni, che sostiene per la prima volta che "il buonsenso sconfigge l'ideologia". Vorrei solo ricordare al segretario della CISL che tanti lavoratori che hanno votato "no" non sono iscritti al sindacato, quindi credo che abbiano valutato come l'accordo inciderà sulle loro condizioni di vita e di lavoro. Pertanto non credo che sia stato l'ideologia a essere sconfitta, ma la capacità dei lavoratori di esprimere in maniera incondizionata il loro parere. Io credo che le conseguenze di questo referendum sono innanzitutto una drammatica spaccatura di una comunità di lavoratori, che si divide e litiga. Questo è stato l'aspetto più drammatico di una vicenda su cui bisognerà aprire una riflessione in questa Città e in tutto il Paese. Dei lavoratori salariati, che percepiscono poco più di 1.000 Euro al mese, si sono divisi, hanno litigato, si sono confrontati in maniera conflittuale. Io penso che questo sia un dato che debba essere introdotto nella discussione politica. Tutti i lavoratori devono essere rispettati, anche quelli che hanno votato "sì". Tra questi, sicuramente ci sono quelli che hanno votato "sì" perché hanno intravisto, nella domanda del referendum, una sorta di ricatto; mentre altri erano convinti che questo processo di innovazione possa in qualche modo salvaguardare lo stabilimento di Mirafiori. I lavoratori che hanno votato "no", probabilmente si sentono minacciati e vedono compromessi i loro diritti. Io penso che su questa serie di sfaccettature, la politica dovrebbe discutere e intervenire. La politica non può essere estranea ai processi sociali e ai processi produttivi. Sono del parere che i lavoratori che hanno votato "no" si sono assunti una responsabilità, perché comunque hanno voluto dare dignità al dissenso, hanno voluto rivendicare il diritto di scioperare quando è il caso di scioperare, rivendicando il diritto alla loro rappresentanza. Io non sono un esperto, sono un Consigliere Comunale che non è mai stato in fabbrica, che non conosce le dinamiche del lavoro come il consigliere Ferrante, ma credo che oggi le istituzioni, insieme a tutti i sindacati, dovrebbero aprire una riflessione su come ricucire questa drammatica spaccatura. La domanda da porre in questo momento è capire se questo investimento sarà effettivamente mantenuto o se la FIAT verrà assorbita dalla Chrysler, perché da quanto ho letto sui giornali in questi giorni non si comprende bene se è la FIAT che ha comprato la Chrysler o se è la Chrysler che ha comprato la FIAT: questo non è un elemento di poco conto. Da qui nascerà la certezza se lo stabilimento di Mirafiori e il lavoro saranno salvaguardati. Io credo che non bisogna fare la parte dei tifosi. Io non ho capito coloro che hanno fatto il tifo per il "sì" o per il "no". Forse quelli che hanno tifato per il "sì", esagerando (come le Istituzioni, la Regione Piemonte nelle parole del Governatore Cota, che è sempre stato uomo anti-FIAT, mentre oggi è un uomo FIAT), si sono dimenticate di comprendere le ragioni della sofferenza in un luogo di lavoro o almeno le preoccupazioni intrinseche. Io credo che capire bene il disagio presente oggi in quella fabbrica sia un compito morale e politico delle Istituzioni. C'è un disagio che nasce da un futuro compromesso. Non posso dire se con questo accordo ci sarà davvero un futuro, vedremo cosa accadrà fra due anni, perché l'accordo sarà applicato fra due anni. Intanto i lavoratori vanno in Cassa Integrazione per parecchi mesi. Devono essere attrezzate le linee e poi vedremo fra due anni cosa accadrà, se la Chrysler ha comprato la FIAT o viceversa. Voglio esprimere anche delle considerazioni un po' sentimentali, perché il sentimento che ho provato rispetto a quello che è accaduto, è un sentimento di amarezza. Non si è trattato di tifoseria, ho solo cercato di capire. Credo che per il futuro la Città di Torino dovrà essere un soggetto ancora più autorevole del passato nei confronti della FIAT. Io comprendo le difficoltà di un Sindaco e di una Giunta, ma credo che nei prossimi mesi ci sarà bisogno di autorevolezza nei confronti della FIAT, ma non nel senso conflittuale del termine… CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Gallo. GALLO Domenico La FIAT non può considerarsi più un soggetto avulso dalla realtà sociale di questa città e di questo Paese, non lo potrà più fare. La prossima Amministrazione dovrà porre questo elemento al centro del suo programma politico per il futuro della nostra città. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Calgaro. CALGARO Marco Vorrei fare qualche breve considerazione. Intanto, credo che abbia fatto molto male chi, durante le settimane precedenti, diceva che se si fosse trovato al posto di un operaio avrebbe votato "sì" o "no"; infatti, non ci si può mettere nei panni di chi svolge realmente quel lavoro. Naturalmente, la politica non può tirarsi indietro e, anzi, non può non pretendere di fare le proprie considerazioni e la premessa, affinché Torino potesse rimanere una città industriale, era il voto favorevole a quell'accordo. Non è mia intenzione mettermi nei panni degli operai, voglio solo fare delle considerazioni che sono proprie della politica: ritengo irresponsabili le persone che si sono schierate a favore del "no" solo per guadagnare qualche facile consenso; stare vicino a chi lavora significa, anche da parte dei politici, offrire alternative quando si devono fare scelte importanti come questa. Sinceramente, non ho sentito avanzare delle alternative al "sì". Con altrettanta chiarezza vorrei dire che mi sento piuttosto a disagio anche rispetto a coloro che, con grande facilità, hanno detto che Marchionne è un grande innovatore e che dovremmo essergli grati per sempre; ritengo che, in futuro, il tema di Marchionne e della globalizzazione dovranno essere affrontati da questa Città. Concordo con alcune delle dichiarazioni fatte dal Consigliere Gallo Domenico, perché, probabilmente, non si è ancora compreso che Marchionne (che svolge benissimo il suo lavoro, è un uomo eccezionale ed ha salvato la FIAT da una serie di problemi che, anni fa, sembravano irrisolvibili) giudica i fatti dell'industria, dell'impresa e del lavoro da un punto di vista globale; tutto ciò, però, come la contingenza ci ha già dimostrato più volte negli ultimi anni, non sempre va d'accordo con le esigenze del territorio locale. A mio parere, per quanto riguarda Marchionne, ci vuole uno sguardo comprensivo e di ammirazione, ma, allo stesso tempo, critico da parte di chi vuole il bene ed il futuro di questa città e dell'industria italiana. In questo senso, credo - e voglio essere breve - che anziché sottolineare i successi o insuccessi, sia importante che chi fa la politica e chi si occupa di questioni sindacali si pongano una serie di interrogativi; infatti, siamo arrivati al punto in cui Marchionne ha potuto, di fatto, ricattare - anche se è un brutto termine - i lavoratori ed imporre un accordo, smascherando quella che, in Italia, è stata l'attività inefficace della politica e del Sindacato negli ultimi dieci anni. Nessuno si è posto il problema di che cosa sarebbe accaduto nelle fabbriche con la globalizzazione e di come impostare i rapporti sindacali e le relazioni industriali in modo moderno nel nostro Paese, perché siamo rimasti legati a schemi del passato. In altre situazioni (in Germania o negli Stati Uniti), impostando delle strategie i Sindacati hanno cercato di fare i conti con la globalizzazione e la politica è stata attenta o disattenta rispetto a queste. Di fatto, noi ci siamo trovati disarmati e, oggi, siamo nella situazione sgradevole di chi ha dovuto subire - e in questo concordo con chi ha fatto queste dichiarazioni - un accordo imposto. Ma che cosa abbiamo fatto per evitarlo e per impostare nuovi schemi di relazioni sindacali? Che cos'ha fatto soprattutto il Governo, il grande assente di questa partita, in questi anni? Solo la Città, la Provincia e la Regione hanno attuato delle operazioni di politica industriale ed hanno investito dei fondi pur di non perdere Mirafiori come sito produttivo. Ormai sono anni che il Governo non si pronuncia sulla politica industriale e non è soltanto a causa dell'assenza di un Ministro. Allo stesso modo, è compito del Governo e della maggioranza che guida il Paese porsi il problema di come raggiungere un equilibrio tale per cui non ci vengano più imposti gli accordi di politica industriale dai manager di questa economia e di questa finanza globalizzate. La politica deve porsi il problema che, oggi, il prezzo di questo accordo lo pagano gli operai, cioè chi guadagna 1.100 o 1.200 Euro al mese, mentre alcuni, e mi riferisco a buona parte degli imprenditori italiani, in questi anni si sono ampiamente arricchiti grazie a grandi operazioni finanziarie. Credo che, rispetto a questi temi, la politica ed il Sindacato siano rimasti molto indietro negli ultimi anni in Italia. Se non modernizzeremo la nostra visione d'insieme sul rapporto tra il globale ed il locale anche per quanto riguarda il lavoro e le relazioni industriali, andremo incontro a situazioni come questa, in cui un accordo imposto deve essere accettato, perché non vi sono alternative. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Cantore. CANTORE Daniele Avevo inteso che sarebbe stato un dibattito non di campagna elettorale (per le amministrative o per le politiche) e pensavo che questa Sala avesse il dovere di rimanere con i piedi per terra. Vorrei domandare ad alcuni Colleghi che sono intervenuti in precedenza se si sono mai posti il problema di che cosa avrebbero detto, nel corso di questa discussione, qualora il risultato del referendum fosse stato diverso. Probabilmente, qualcuno avrebbe cantato vittoria per il fatto di essere riusciti a schiacciare il padrone, che, invece, aveva umiliato la classe operaia. Sicuramente, i toni sarebbero stati diversi e, oggi, ci saremmo trovati nella condizione di dover cercare di recuperare il dialogo per permettere che l'Azienda continuasse a rimanere a Torino, invece di guardare con attenzione altrove, perché è questa la realtà. Non sempre condivido alcuni atteggiamenti e modi di Marchionne, ma la verità è che, se avesse vinto il "no", l'Azienda avrebbe avuto l'alibi per produrre le vetture in un altro stabilimento. Questo non è avvenuto e lo ritengo un fatto positivo e, Consigliere Ferrante, oggi abbiamo tutto il tempo per ristabilire un corretto rapporto di relazioni industriali e per rivedere la politica industriale del nostro Paese. Consigliere Calgaro, nonostante abbia apprezzato il suo intervento, io le posso spiegare che cos'ha fatto il Governo, ma vorrei sapere da lei che cos'ha fatto il Parlamento. Non lo chiedo per scaricare la responsabilità dal Governo, perché, saggiamente - almeno, a mio parere -, è intervenuto interrompendo gli incentivi, che erano inutili (in quanto hanno fatto vendere le auto prima, per poi non farle vendere in un secondo momento) e a causa dei quali tutti ci lamentavamo per quest'Azienda che era assistita dallo Stato. Ciò non lo possiamo più affermare, perché la FIAT si è assunta le sue responsabilità ed io ritengo che le Istituzioni - limitandomi agli Enti Locali, quindi Chiamparino per il Comune e Cota per la Regione - abbiano fatto bene ad esprimere la propria opinione. Lo hanno fatto in maniera corretta, senza inficiare la decisione finale dei lavoratori, i quali, Consigliere Ferrante - mi rivolgo a lei, perché ho ascoltato il suo intervento con grande attenzione e rispetto -, hanno potuto scegliere in piena libertà. Naturalmente, sono consapevole che la situazione generale era difficile - non voglio usare il termine globalizzazione - e metteva a rischio il posto di lavoro di questi 5.500 dipendenti, oltre a tutto l'indotto che gravita intorno alla produzione di quello stabilimento. Pertanto, ritengo che, invece di guardare indietro e di addossare le responsabilità ad una parte o all'altra, sia importante, da oggi, svolgere un ruolo propositivo. Non dobbiamo soltanto vigilare, ma attuare delle politiche; mi riferisco al Governo, alla Regione e al Comune, benché quest'ultimo non sia titolare di politiche attive, ma può comunque svolgere un ruolo importante, perché quanto è avvenuto con il referendum, come ha ricordato il Consigliere Giorgis, deve determinare il ripristino di una convivenza tra i lavoratori. A mio parere, sono usciti con la schiena dritta sia i lavoratori che hanno votato "no" che quelli che hanno votato "sì", perché abbiamo assistito a quanto è avvenuto di fronte al cancello 2 prima del referendum e tutti i lavoratori (sia gli operai che gli impiegati) ne sono usciti con la schiena dritta. Adesso è necessaria una riconciliazione, facendo in modo che non vi siano più divisioni, e come classe politica ed amministratori dobbiamo vigilare affinché questo accordo porti non soltanto al mantenimento dell'insediamento di Mirafiori o ad una diversa attenzione di FIAT nei confronti dell'Italia, ma anche a quanto è previsto nel contratto; infatti, è vero che si riducono alcuni diritti acquisiti dai lavoratori, ma sul contratto è scritto anche che esiste la possibilità di un maggiore riconoscimento economico e questo aspetto non è da sottovalutare. Naturalmente, si potrebbe eccepire che non si possono barattare i diritti con il denaro, ma in questa situazione di crisi (e qualcuno ha già anticipato che, purtroppo, in altri ambiti questa condizione ha contratto i diritti di ognuno di noi, sia che si tratti dei lavoratori di Mirafiori, che di altri settori) rappresenta un fatto importante avere la prospettiva del mantenimento del posto di lavoro, che può consentire una retribuzione maggiormente adeguata e rispondente al contesto economico. Per queste ragioni, ritengo che questa Amministrazione Comunale, questo Consiglio Comunale e le Istituzioni debbano impegnarsi - come ha anticipato il Vicesindaco -, da oggi in poi, per fare in modo che questo referendum epocale (prima lo è stato quello di Pomigliano e, poi, lo è diventato anche quello di Mirafiori, dobbiamo abituarci a fare i conti con la realtà) venga ricordato; non so se possa rappresentare un ottimo risultato o il danno minore, ma so che, oggi, parliamo del proseguimento dell'attività di FIAT nello stabilimento di Mirafiori con la possibilità di un'incentivazione economica e di nuove assunzioni. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Bonino. BONINO Gian Luigi Gli interventi precedenti dimostrano la difficoltà e, sotto certi aspetti, anche l'amarezza che ci porta a dover ragionare, in un momento di crisi così profonda, sul futuro di uno stabilimento che, negli anni passati, rappresentava il fiore all'occhiello dell'industria torinese, piemontese, italiana e, forse, europea. Come è stato ricordato, questo stabilimento è stato costruito circa settant'anni fa e sta diventando obsoleto. Il sì ha vinto con il 54% dei voti e sono dell'opinione che, sotto il profilo dei numeri, non sia un risultato eclatante, ma toglie comunque la possibilità alla dirigenza FIAT di addurre delle scuse per la delocalizzazione della produzione da Torino. Mi ha lasciato molta amarezza il percorso che ha portato, dal mese di dicembre (cioè, da quando una parte dei Sindacati ha firmato l'accordo con la fabbrica) fino al momento del referendum, molti dei nostri amministratori a rilasciare delle dichiarazioni. Se non sbaglio, il Consigliere Ferrante ha parlato dell'assenza del Sindaco, del Presidente della Regione e di altri amministratori fuori dai cancelli dello stabilimento, ma a me pare di ricordare che il Sindaco (che rappresenta la Città e, personalmente, ho condiviso le sue parole) si fosse espresso a favore del "sì", dicendo che era un'opportunità e che sarebbe stato importante non perderla, per il bene della nostra città, della regione e di tutto l'indotto. Il Presidente del Consiglio Berlusconi, invece, si è espresso in maniera quanto meno poco corretta, perché ha affermato che, se avesse prevalso il "no", la FIAT avrebbe avuto tutto il diritto di andare a produrre all'estero. Detto questo, credo che il Vicesindaco abbia illustrato molto bene quelli che possono essere i passaggi del piano industriale; mi auguro che vada in porto - nonostante, da questa settimana, riprenda la cassa integrazione -, anche se il Governo non ha mai attuato un piano industriale innovativo in questa fase della crisi. Siamo in assenza totale di un piano industriale e ciò rappresenta una carenza fondamentale per la ripresa della nostra economia. Ritengo che in questa situazione l'investimento di un miliardo di Euro illustrato dall'Azienda sia importante e chi amministrerà questa Città nei prossimi cinque anni avrà il compito di controllare che il piano industriale sia quello che è stato presentato. Non è soltanto il dovere delle Amministrazioni locali, ma di tutto il Paese, se si vuole che l'Italia non perda un nodo industriale di primaria importanza come quello dell'auto. Per quanto riguarda i rapporti sindacali, mi sono chiesto com'è possibile che due fra le maggiori sigle sindacali fossero favorevoli al "sì" e una al "no". Non riesco a comprendere questo fatto: è possibile che quelle due sigle sindacali remassero contro i lavoratori, oppure che solo una di quelle sigle sindacali avesse il diritto di poter decidere quale fosse la scelta giusta per tutti i lavoratori? Sono convinto che il risultato sia stato importante: il 54% di voti favorevoli da parte dei lavoratori di Mirafiori - e non faccio distinzione tra impiegati e operai di officina, perché si giocava il futuro di entrambi - ha dimostrato che era possibile esprimere la propria opinione in modo libero e mantenendo la schiena dritta, come ha detto chi mi ha preceduto. L'invito che rivolgo al Sindaco e alla prossima Amministrazione Comunale è che venga posta la massima attenzione per controllare che i patti sindacali firmati e gli investimenti promessi dalla FIAT vengano realizzati, in modo che la nostra città possa ancora avere uno dei primati industriali più importanti del nostro Paese. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Boero. BOERO Valter A nome dell'UDC vorrei dire che riteniamo importante questo dibattito sul tema della FIAT, ringrazio pertanto il Consigliere Grimaldi per aver sollecitato questa iniziativa. Vorrei sottolineare alcune cose, in particolare la necessità di una riappacificazione (come è già stato detto prima dal Consigliere Giorgis), indispensabile sia all'interno dello stabilimento in cui 5.000 lavoratori si sono misurati sul referendum, sia all'esterno, perché inevitabilmente questo clima di contrapposizione ha delle ripercussioni sulla città. Naturalmente la riappacificazione interna avrà un effetto positivo sulla produttività della FIAT, che è uno dei nodi sui quali ci si è cimentati in tutti questi mesi di discussione. La necessità di una pacificazione secondo noi va anche a vantaggio dell'indotto FIAT, perché è vero che sul referendum si sono misurati 5.000 lavoratori FIAT, ma (come diceva prima il Consigliere Cantore) anche l'indotto FIAT è stato con il fiato sospeso in attesa di conoscere l'esito della consultazione. Adesso è necessario accettare l'esito del referendum e procedere nella direzione indicata, non lasciando che le cose vadano per proprio conto ma impegnando le Istituzioni, in particolare il Comune, la Provincia e la Regione, a vigilare affinché gli accordi stabiliti e gli impegni presi vengano mantenuti. Nel passato come sono andate le cose? Per esempio, se il Comune eroga un contributo di 2.000 Euro a un'associazione privata, questa deve rendicontare il denaro ricevuto. I 100 milioni di Euro che sono stati dati al polo FIAT qualche anno fa sono stati rendicontati? 100 milioni di Euro sono il 10% dell'investimento che la FIAT sta per fare, quindi non è una cifra irrilevante, soprattutto se consideriamo che, essendo stati erogati cinque o sei anni fa, se li capitalizzassimo otterremmo forse una cifra ben superiore. Quindi da parte dell'Amministrazione ci vuole sicuramente una grande attenzione rispetto agli impegni che la FIAT ha preso. Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto che, secondo me, potrebbe essere anche più interessante, che è quello di individuare nel prodotto automobilistico una componente etica, perché un prodotto automobilistico si può produrre in diversi modi: rispettando, per esempio, i diritti umani, l'ambiente oppure no. Nel contesto della globalizzazione, questo aspetto non è secondario, perché produrre auto in Cina o in India non rispettando né diritti umani, né condizioni ambientali accettabili, significa realizzare una concorrenza sleale. Quindi parlare di produttività richiede che vengano posti i termini in un'identica cornice; diversamente è una comparazione del tutto inaccettabile. Penso che le istituzioni pubbliche abbiano il compito di valorizzare questa componente etica, che per esempio nello stabilimento di Mirafiori potrebbe essere connotata in modo specifico e valorizzata all'estero. In tutto il mondo è stata amplificata ed è cresciuta la sensibilità in campo ambientale, grazie a iniziative di vario genere soprattutto da parte di Enti pubblici, a partire dall'Unione Europea in ambito europeo ed extraeuropeo. Questa sensibilità potrebbe essere accresciuta rispetto alla componente etica e di conseguenza, secondo me, avremmo una visione più completa del sistema e dei confronti sicuramente più accettabili. Sono convinto che istituzioni pubbliche come il Comune possano vigilare in questa direzione, dando degli impulsi e dei suggerimenti che sicuramente produrranno benefici alla nostra città. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Angeleri. ANGELERI Antonello Seguendo il dibattito in Aula, riflettevo sul fatto che se il referendum avesse visto la vittoria dei "no", oggi avremmo dovuto discutere dei problemi sul futuro di questa città. A differenza del Consigliere Lonero, io penso che per Torino il dato emerso dal referendum sia un dato storico, perché questa città è intrisa di FIAT, è intrisa di una politica industriale che in quest'ultimo secolo ha condotto la nostra città a diventare un punto di riferimento. Io penso che i Consiglieri che definiscono la FIAT un'azienda con una politica avulsa dalla città, non conoscano la storia di Torino, perché la città non sarebbe stata sicuramente la stessa senza la FIAT, nel bene e nel male. Credo che la politica debba intervenire, perché questa città, grazie al risultato del referendum, continuerà a essere la città dell'auto nel nostro Paese. Non è facile cambiare le vocazioni economiche di una città e sia il Sindaco Chiamparino sia il Presidente della Giunta Regionale Cota, lo hanno compreso bene, ma lo hanno compreso anche i Sindaci ed i Presidenti di Giunta che si sono succeduti in questi ultimi anni. Io ritengo che proprio in questo momento sia necessaria un'azione di responsabilità da parte della politica, perché una politica seria deve contribuire a ristabilire quel clima costruttivo e di collaborazione che è stato in parte avvelenato da una campagna elettorale sul referendum dai toni esageratamente accesi. Sono convinto che anche il ragionamento espresso oggi in Aula dagli altri Consiglieri, al di là di alcune differenze, vada proprio in questo senso. Mi sembra che la posizione del Sindaco, ma anche del Presidente della Giunta Regionale, vadano nella direzione di una concordia istituzionale, che deve in qualche modo salvaguardare un investimento determinante per questa Regione. Pertanto ritengo utile, a questo punto, vigilare affinché gli investimenti annunciati vengano realizzati e i posti di lavoro mantenuti. Ma c'è di più: credo che i posti di lavoro in questa Regione debbano e possano anche essere aumentati se la politica riesce a governare adeguatamente questa fase difficile. Solo in questo caso il futuro di questa città e di questa Regione potrà ancora essere un futuro di guida per il nostro Paese, sul piano della politica industriale. Desidero però evidenziare una questione: il "sì" ha vinto con il 54%, non con il 90%; quindi tutti i lavoratori devono essere rispettati. Non si può far pagare a qualche migliaio di operai un risultato che deve essere tenuto presente da tutta la classe politica e sindacale. Da questo risultato dobbiamo ripartire, attraverso un ragionamento che deve necessariamente vedere i lavoratori al centro del futuro della Regione. Il Comune di Torino, la Regione Piemonte e il Governo devono vigilare per ricostituire una vocazione antica, che ha reso il Piemonte una guida della politica industriale. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Petrarulo. PETRARULO Raffaele Ascoltando gli interventi in Aula e leggendo le interviste rilasciate dai politici e dai cittadini sulla vittoria dei "sì" e sulla sconfitta dei "no", mi sono convinto che in realtà nessuno abbia vinto. Io credo che abbiano perso i lavoratori veri, cioè gli operai che in fabbrica lavorano alla catena di montaggio. Perché se è vero, signor Sindaco, che il presupposto di un referendum consiste nel verificare il consenso o il dissenso liberamente espresso su qualcosa (glielo dice uno che ha organizzato molti referendum in questi anni: lodo Alfano, nucleare, acqua, eccetera), allora la consultazione di Mirafiori - condizionata dalla minaccia di perdere il lavoro in caso di vittoria del "no" - non è stata un referendum, ma un ricatto. Questo l'ho già detto, lo ripeto e me ne assumo la responsabilità politica. Vorrei leggere, in sintesi, cinque o sei punti dell'accordo FIAT, perché qualcuno forse non li ricorda e qualcun altro fa finta di non saperli: possibilità, per l'Azienda, di imporre turnazioni a sua discrezione, senza contrattazione. Imposizione di 120 ore di straordinario obbligatorio, quindi il sabato, giorno di lavoro straordinario, diventerà parte integrante dell'orario lavorativo. Taglio della paga in caso di malattia. Riduzione di dieci minuti della pausa pranzo. Mobilità interna. Accettazione dell'accordo da parte di ogni singolo lavoratore. Se questo è un accordo che migliora le condizioni di lavoro degli operai, allora vorrei che tutti noi (Sindaco, Consiglieri e Assessori) provassimo a lavorare un mese alla catena di montaggio della FIAT, per capire se queste condizioni imposte dall'accordo sono positive per gli operai. Italia dei Valori si domanda anche se il diritto di sciopero e il diritto sindacale, che sono tutelati dalla Legge 300, possano essere messi in deroga da un accordo aziendale che sostituisce il contratto nazionale. Secondo me no, perché rappresenta una violazione della Legge e potrebbe indurre tutte le aziende italiane a ritenersi in diritto di proporre nuovi accordi attraverso un referendum mascherato. Prima si parlava di economia, ma io vorrei che qualcuno mi spiegasse come farà la FIAT a ridurre il costo del lavoro - che attualmente varia da un 3,5% a un 7% del costo complessivo - attraverso la riduzione di 10 minuti di pausa e l'aumento di qualche ora dell'orario di lavoro. Visto che il Sindaco si è dichiarato soddisfatto di questo accordo, perché non propone un simile contratto ai 10.000 dipendenti del Comune di Torino, chiedendo loro se sono disposti a lavorare dieci ore, anche il sabato e la domenica, per garantire i servizi dell'Amministrazione agli operai che lavoreranno il sabato e la domenica? Sicuramente avremo il 98% di "no" ed il 2% di "sì". Vorrei proprio vedere chi sono i dipendenti del Comune di Torino che accetterebbero simili condizioni. E sto parlando di impiegati, non di operai che lavorano alla catena di montaggio. Consideriamo l'investimento di un miliardo di Euro promesso dalla FIAT. Ho spesso sentito parlare di promesse e di piani industriali, ma in passato quante Società partecipate hanno proposto piani industriali che sembravano la soluzione di tutti i mali, ma alla fine hanno fatto ricorso alla ricapitalizzazione mediante la richiesta di ulteriori finanziamenti da parte degli Enti Locali? La FIAT quante volte ha beneficiato dei finanziamenti pubblici? È ovvio che di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro, diventa difficile per i lavoratori rifiutare un accordo. Però non vorrei che in futuro, sull'esempio di Marchionne, altri imprenditori imponessero nelle proprie imprese nuovi accordi aziendali mediante simili referendum, in violazione del diritto di sciopero e del diritto sindacale. Su questo la politica dovrà vigilare. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Petrarulo. PETRARULO Raffaele La Fiat seguirà la sua strada, ma intanto per i lavoratori è scattata la Cassa Integrazione della durata di un anno. Io sono pronto a riconoscere i miei errori politici, ma è convinzione di molti che altri abbiano la responsabilità politica di questa situazione e sicuramente oggi gli operai della FIAT devono ringraziare costoro per non aver agito tempestivamente al fine di tutelare i loro diritti. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al signor Sindaco. SINDACO Non accetto il suggerimento del Consigliere Petrarulo per una ragione molto semplice: il Comune, come peraltro la Regione, è un settore notoriamente protetto e domestico. Vorrei fare tre considerazioni, se possibile fuori dal clima derby che ha alimentato il pre-referendum, anche per la strumentalizzazione abbastanza pretestuosa che alcune forze politiche hanno fatto della vicenda, di cui abbiamo avuto eco anche oggi negli interventi in Aula. Anche un certo circo mediatico ha in alcuni casi, salvo lodevoli eccezioni, preferito alimentare un clima incandescente piuttosto che aiutare a capire, con la sicumera di chi, protetto dal monopolio di una telecamera o di un microfono, ha snocciolato come verità inconfutabili quelle che in realtà erano e sono delle falsità. Basta pensare a chi in prima serata lancia il titolo "il referendum passa solo grazie agli impiegati" oppure a chi dice, ad esempio, che a Mirafiori ci sono solo i 5.000 dipendenti che hanno partecipato al referendum, quando anche i bambini sanno che quelli sono i lavoratori delle carrozzerie e, per fortuna, Mirafiori non si riduce solo a quel settore. Prima considerazione. Cinque anni fa, insieme a Regione e Provincia, abbiamo salvato Mirafiori, dicendo tre cose chiare. Primo: l'operazione di acquisizione delle aree era finalizzata innanzitutto per dare nel breve periodo una boccata d'ossigeno a uno stabilimento che era sull'orlo della chiusura. Secondo: con l'acquisizione delle aree, creavamo le condizioni affinché Mirafiori non fosse solo più un luogo di produzione materiale, ma anche un luogo di produzione di conoscenza, che è esattamente quello che stiamo facendo in questi giorni. Insieme a Regione e Provincia, infatti, stiamo cercando di trasferire la Facoltà di Ingegneria dell'Auto e del Centro di Design del Politecnico in quell'area. Io ho usato un espressione forse è un po' immaginifica: "Hub delle tecnologie per la mobilità sostenibile", comunque quella è la direzione. È chiaro che, se non ci fosse stato un accordo che garantiva una produzione materiale di alta gamma, come ha ben spiegato il Vicesindaco, è evidente che la nostra strategia sarebbe stata monca. Quindi il nostro consenso all'accordo non è dettato da una contingenza, ma da una strategia che abbiamo costruito negli anni. Terzo: abbiamo detto molto chiaramente che questo era quello che potevamo fare noi; la prossima volta toccherà ai sindacati. Se volete, andare a consultare gli archivi. Ed è esattamente quello che è avvenuto, perché non bisognava essere profeti per capire che qualora si fosse ripresentato il problema (e il problema si è puntualmente ripresentato) la soluzione sarebbe stata quella di trovare delle regole e un modo di lavorare simile a quello degli altri Paesi dell'Europa occidentale. Oggi, in Aula, ho sentito dire delle cose che non stanno né in cielo né in terra: basta andare a prendere le tabelle e fare una comparazione per scoprire che tutti i Paesi dell'Europa occidentale (scusatemi se uso questa divisione ante "muro", ma è solo per farmi capire) hanno pause lavorative che sono pari o inferiori a 30 minuti. Seconda considerazione. Il Consigliere Ferrante ha ragione: la politica scarica la responsabilità di questa situazione sui lavoratori. È vero. Io credo però che questo sia un passaggio che purtroppo è diventato inevitabile (non solo per Mirafiori) da quando non c'è più l'unità sindacale, perché è chiaro che se vi fosse l'unità sindacale, la democrazia rappresentativa in fabbrica si dovrebbe assumere le stesse responsabilità che qui si assume il Consiglio Comunale. L'esempio del Consigliere Ferrante è perfetto, salvo che se ci fosse l'unità sindacale, quel mondo poteva assumersi (o non assumersi, naturalmente) la responsabilità di fare delle scelte, senza mettere il singolo lavoratore di fronte alla responsabilità di compierle in vece sua. E la politica ha la responsabilità di non aver contribuito (ma tornerò alla fine su questo) a costruire su un livello più avanzato l'unità sindacale. Io credo che in una situazione così frammentata la responsabilità della politica consista nel dire le cose nel modo più chiaro possibile, caro Consigliere Calgaro. Ho usato anch'io l'espressione "se io fossi un operaio farei…", perché è l'unico modo per farsi capire in quel circo mediatico di cui ho parlato prima. Credo che soprattutto chi ha responsabilità non solo politiche ma anche istituzionali, tanto più a Torino, non può permettersi il lusso di avere posizioni ispirate al "maanchismo". (INTERVENTO FUORI MICROFONO). "Maanchismo" da "ma anche" o "benaltrismo" da "il problema è ben altro". Terza considerazione. In questi giorni ho ascoltato delle dichiarazioni pericolose, ovviamente non da parte dei Consiglieri di questa Amministrazione. Innanzitutto non ci sono lavoratori di serie A e di serie B; cerchiamo di non tornare ai tempi in cui gli impiegati erano quelli che partecipavano ai cortei con il cappello d'asino. Io quei tempi li ho vissuti, forse troppo acriticamente, e guai a tornarci, perché gli impiegati e i tecnici sono lavoratori come gli altri. Gli stessi operai si sono divisi quasi a metà, con una prevalenza di chi ha votato "no", ma forse la divisione è meno profonda di quanto pensiamo o qualcuno di noi vuole far credere. Sicuramente chi ha votato "no" l'ha fatto mettendo in primo piano il disagio per l'appesantimento delle condizioni di lavoro, (che esiste, ma come ho detto prima le nostre condizioni di lavoro sono diverse da quelle presenti negli stabilimenti metalmeccanici dell'Europa occidentale), ma non l'ha fatto a cuor leggero, perché sapeva che con quel "no" poteva pregiudicare una possibilità di crescita. Allo stesso modo, chi ha votato per il "sì" non è servo del padrone e non è neanche un debole che accetta il ricatto mentre gli altri sono eroi invitti, ma è una persona che sicuramente ha fatto prevalere la preoccupazione di conservare il lavoro, ben sapendo che il nuovo accordo aziendale avrebbe creato un appesantimento serio delle condizioni di lavoro. Se si ragiona così, credo che sarà possibile ricostruire un clima di governabilità e di affidabilità all'interno degli stabilimenti. Quindi credo che la via dei ricorsi alla Magistratura non sia la strada giusta da seguire, perché crea delle spaccature che mi sembrano difficilmente recuperabili. I risultati dei referendum vanno rispettati, così come vanno rispettati gli esiti delle consultazioni elettorali quando danno la vittoria per soli 20.000 voti. Pertanto, la strada da seguire è quella di garantire, innanzitutto, che gli investimenti avvengano con i tempi, le modalità e le qualità indicate dall'accordo, a Torino ma non solo, perché esiste anche il "Progetto Fabbrica Italia". Dato che Pomigliano e Mirafiori, che sono i due nodi più intricati e cruciali del sistema FIAT italiano, sono stati in qualche modo sciolti, credo ci siano le condizioni politico-sindacali necessarie per ricuperare quel progetto. Il Governo italiano dovrebbe fare uno sforzo per riaprire il tavolo aperto nel mese di agosto con la Regione, per capire che cosa succederà nei prossimi mesi. Inoltre bisogna riprendere una trattativa tra sindacati e Confindustria, per ricostruire un sistema che sia fondato su due principi fondamentali. Primo, gli accordi devono essere esigibili, perché il vero problema non è il costo del lavoro, ma è l' affidabilità degli accordi all'interno dei luoghi di lavoro. Anzi, il costo del lavoro in qualche misura dovrà aumentare, nel senso che dovrà aumentare la parte netta di questo costo, mentre il Governo e il Parlamento dovrebbero riuscire a far diminuire, o perlomeno a stabilizzare, la parte lorda. Perciò il costo del lavoro non è il problema principale, ma è l'affidabilità, perché ciò che si sancisce in materia di organizzazione del processo produttivo e del lavoro deve essere esigibile. Secondo, è giusto che i lavoratori abbiano una loro rappresentanza sul luogo di lavoro. Questo è del tutto fattibile, perché ci sono accordi interconfederali già definiti, che devono essere solo riproposti in un tavolo con sindacati e Confindustria, modificando eventualmente la struttura negoziale, che permetta alla FIAT di tornare dentro alle regole del Contratto nazionale. Non è una strada difficile da praticare, ma ci vuole la volontà politica, perché in Italia c'è una strana Legge in materia di relazioni sindacali, io la chiamo la 'Legge dei dieci anni'. Se la politica non ha il coraggio (e non l'ha avuto fino ad oggi) di spezzare la "Legge dei dieci anni", non possiamo poi lamentarci che gli interventi si fanno solo quando ci sono gli scossoni provocati da Marchionne. Perché se l'accordo del 1993 (firmato tra scontri politici e di piazza, con i leader sindacali di allora, a cominciare da Cofferati, che venivano a Torino a fare i comizi in Piazza San Carlo difesi dagli schermi di plexiglass) fosse stato fatto nel 1984, quando ci fu il referendum sulla scala mobile, forse i lavoratori ci avrebbero rimesso un po' meno salario, attraverso l'inflazione, e forse i conti dell'Italia sarebbero stati messi in ordine un po' prima dell'arrivo del Governo Ciampi. Se la politica italiana avesse adeguato le relazioni sindacali alla competitività internazionale (nel 1998 il Governo di centrosinistra - il primo Prodi - propose di farlo, ma fu bloccato dalla CGIL di Cofferati), forse oggi non saremmo arrivati allo strappo di Marchionne. Quindi io spero che questo scossone sia una lezione che ci impedisca di far passare altri dieci anni per creare quelle condizioni che hanno permesso alla Germania (che non è un paese del terzo mondo, senza diritti) di raggiungere una produttività industriale superiore di tre volte a quella italiana, dove i salari netti di un operaio di Wolfsburg sono quasi il doppio di quelli italiani. Io penso che il buonsenso dovrebbe convincere la politica a lavorare per avvicinare l'Italia più alla realtà di Wolfsburg e meno alla situazione che stiamo vivendo oggi. |