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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 17 Gennaio 2011 ore 12,00
Paragrafo n. 13

Comunicazioni del Sindaco su Accordo FIAT Mirafiori.
Interventi

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola, per le comunicazioni, al Vicesindaco.

DEALESSANDRI Tommaso (Vicesindaco)
Mi auguro di riuscire ad esprimermi al meglio, anche se dobbiamo trattare
dell'argomento FIAT.
Come già diceva il Presidente e come si era detto anche nella riunione dei
Capigruppo in rapporto alla richiesta fatta dal Consigliere Grimaldi, abbiamo
concluso che, ovviamente, non possiamo prendere in esame in questa Sala l'intero
accordo, ma ci concentreremo per fare una valutazione, anche per capire, a partire
dal nostro percorso pregresso, che cosa abbiamo fatto in questi giorni e che cosa
dovremo fare in futuro, sulla base delle competenze e dei ruoli istituzionali.
Lasceremo, invece, alla III Commissione la possibilità di affrontare l'insieme degli
argomenti, sapendo che il contratto, votato attraverso referendum, ha carattere di
valore nazionale; mette assieme 30-40 anni di contrattazione, pur modificandone
pochissimi aspetti (ma quello è il senso); ha un allegato importante
sull'organizzazione del lavoro, che cambia significativamente; ha al suo interno un
progetto di relazione sindacale.
In realtà, noi, in questi giorni, non abbiamo discusso di questo. Sostanzialmente,
abbiamo discusso di quale fosse l'importanza strategica che stava alla base di
quell'accordo, cioè se quell'accordo avrebbe accompagnato o meno un grado di
investimento presente nella nostra area.
Qual è stato il nostro percorso fino ad ora? Veniamo da una situazione che poteva
apparire molto simile attorno alla crisi del 2004, nel senso che, nel 2005, senza
ovviamente gli accordi fatti dagli Enti locali, abbiamo rischiato che una parte di
Mirafiori finisse in un limbo, ancorché non si prevedesse una procedura, senza reali
prospettive dal punto di vista produttivo. In realtà, invece, quell'accordo ha messo in
moto la "quarta generazione" della Punto, e soprattutto nel 2006 è cresciuta
significativamente la manifattura e la produzione in territorio torinese (infatti, se si
vanno a vedere i segmenti, c'è un effetto sul Prodotto Interno Lordo del territorio
valutato da tutti). Questo è essenzialmente dovuto all'avvio della linea produttiva
della nuova Punto e, più tardi, della Mito.
In realtà, oggi l'intervento sullo stabilimento di Mirafiori che cosa riguarda
concretamente? Vorrei che fosse chiaro che ha alcune caratteristiche fondamentali: in
primo luogo, si tratta di uno stabilimento che ha 71 anni, in cui si è registrata una
serie di processi dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro, che, però, non si
può definire compiuta, in quanto non è stato fatto il salto che è avvenuto, ad esempio,
con la costruzione dello stabilimento di Melfi. Inoltre, è uno stabilimento che, negli
anni, ha saputo rappresentare l'emblema dell'industria italiana (e, mi permetto di
aggiungere, non solo); infatti, si trattava del più grande stabilimento del nostro Paese
ed è stato l'unico che, in questi anni, ha prodotto tre marchi di enorme rilievo - fatto
che altrove non si è verificato - e vetture di ogni genere: dalle utilitarie, come le
vecchie Cinquecento - che molti di noi hanno utilizzato -, all'Alfa 166, passando per
la Thema e la Croma. In sostanza, ha costruito automobili dei segmenti A, B, C e D,
attraverso i quali viene valutato il grado di qualità e di completezza della produzione
delle case automobilistiche.
Lo sottolineo perché, in realtà, la FIAT ha detto di voler utilizzare lo stabilimento di
Mirafiori per fare una nuova linea, per cui cambia anche l'organizzazione del lavoro,
che avrà su di sé la piattaforma. Per piattaforma mi riferisco al pianale, che è partito
da quello nuovo che è stato fatto per la Giulietta Alfa Romeo e che (dato che è stato
rivisto secondo le competenze e le possibilità di Chrysler) sarà possibile utilizzare
per i segmenti C, D e SUV. Per chiarire questi segmenti, ad esempio la Bravo e la
Lancia Delta appartengono al segmento C, le vetture di dimensioni e di cilindrata
superiori appartengono al segmento D ed oltre si tratta di SUV.
L'investimento previsto è superiore ad un miliardo di Euro e la sua suddivisione
rappresenta una novità per il nostro Paese, che è opportuno valutare attentamente
anche al di fuori di questa Sala, perché, a mio parere, è un aspetto che è stato un po'
sottovalutato. La novità sta nel fatto che concorrono sia la parte FIAT che la parte
Chrysler a questo tipo di investimento e sarà proporzionale alla previsione di
produzione nello stabilimento di Mirafiori sia per il mercato europeo che per quello
mondiale. La suddivisione degli utili sarà proporzionale alla previsione produttiva;
probabilmente, l'investimento della parte americana sarà superiore a quello della
parte italiana - almeno per quanto ne sappiamo oggi - e la previsione è di produrre
circa 250.000/280.000 auto ogni anno. Quando come Enti Locali facemmo l'accordo,
la quantità prevista era molto inferiore e ci era stato detto che lo scopo era quello di
portare lo stabilimento di Mirafiori ad una possibilità di produzione di oltre 200.000
vetture l'anno. Quando si parla di 200.000 vetture l'anno (o tra 250.000 e 280.000),
si intende più di 1.000 vetture al giorno.
Ovviamente, per capire quale sarà l'influenza complessiva sul piano economico,
sulle ore lavorate e sulla quantità di occupazione, bisognerà considerare quale sarà
l'equilibrio di gestione dei diversi segmenti, nel senso che la nuova linea è in grado
di produrre sia i modelli più piccoli che quelli più grandi. Chiaramente, si stanno
spostando l'investimento, a maggior ragione senza la L0 (di cui abbiamo
ampiamente discusso anche in Consiglio Comunale), e la piattaforma più sulle
produzioni che hanno maggiore valore aggiunto rispetto a quelle che hanno minore
valore aggiunto.
I tempi previsti sono il terzo o, al massimo, il quarto trimestre 2012, nel senso che,
oggi, bisogna ingegnerizzare i modelli, costruire la nuova linea e riorganizzare lo
stabilimento di Mirafiori ed è per questo motivo che, per il momento, si è decisa la
prosecuzione della cassa integrazione (che si farà sentire maggiormente per la linea
che, oggi, produce Idea e Musa e meno per la linea che produce la MITO, che ha un
discreto appeal dal punto di vista commerciale).
I fattori in gioco sono questi e non vi è alcun dubbio sull'importanza di un
investimento di questa portata per il nostro territorio. Direttamente ed indirettamente,
la somma dei due più grandi investimenti previsti nel nostro territorio (l'inceneritore
e la centrale nord) dà un totale molto vicino all'investimento proposto dalla FIAT.
Non so se corrisponda al vero, ma il Presidente dell'Unione Industriale valuta che il
PIL torinese subirà un'influenza di 7 punti dal punto di vista produttivo, anche se,
personalmente, la trovo un po' eccessiva come previsione; comunque, non vi è
ombra di dubbio che vi sia una differenza tra il fatto di avere solo termini produttivi e
questo investimento concreto.
Analogamente, è diversa l'influenza sulla componentistica, benché oggi non
sappiamo con certezza - non essendo stato definito l'equilibrio della catena
produttiva - quali saranno le componenti che arriveranno da altre parti del mondo e
quelle che verranno fatte sul nostro territorio.
Detto ciò e chiarito l'oggetto di cui stiamo parlando, credo che si comprendano
anche le nostre posizioni dei giorni scorsi (compresa quella del Sindaco): non
possiamo che augurarci che l'investimento si realizzi, stante la condizione che
determinerebbe rispetto al nostro territorio. Abbiamo pronunciato due sì: in primo
luogo, all'investimento ed all'accordo in sé, senza entrare nei particolari (perché non
è il nostro compito, anche se è giusto che ne parliamo e lo valutiamo, così come
fanno le parti sociali rispetto alle nostre situazioni). Inoltre, come sappiamo tutti
(dato che se ne è discusso lungamente), poiché non era possibile mantenere il
contratto nazionale, si è scelta questa strada e si è determinato - vista l'applicazione
del nuovo contratto - il problema della rappresentanza per chi, secondo quanto
previsto dall'articolo n. 19 dello Statuto, non lo ho firmato. Abbiamo, quindi, chiarito
che avremmo trattato su questo aspetto per trovare le soluzioni necessarie, sia
ridiscutendo il merito, sia riaffrontando il tema della rappresentanza, ovviamente
coinvolgendo le parti sociali a livello nazionale, anche se ritengo che Torino,
oggettivamente - anche per la sua tradizione sindacale -, possa dare un contributo
significativo.
A questo punto, bisogna comprendere il compito che l'Istituzione deve svolgere e
come dovrà muoversi nei prossimi mesi; sarà necessario capire quali sono gli
effettivi impegni e come si dislocano le questioni che, oggi, sono ancora aperte sul
piano degli investimenti (oltre al fatto che questi investimenti si realizzino).
Su questo aspetto non stiamo soltanto ad osservare quanto accade, ma esiste una
relazione con FIAT e possiamo valutarlo. La ragione è che, in tutto questo periodo,
c'è stata una relazione (e qualcosa di importante l'abbiamo ottenuto) e la stiamo
coltivando per quanto riguarda in particolare le nostre azioni.
Ricordo sempre che nell'effettuare l'operazione TNE abbiamo chiesto che in
quell'area, sostanzialmente, non si realizzasse soltanto la produzione, ma venisse
spostato il livello di competenza, di intelligenza e di evoluzione del settore. In questi
mesi, si è lavorato e credo che con la firma dell'accordo - che, nei prossimi giorni,
consentirà di concludere questa parte - si tratterà non solo di provare a lavorare sul
design, ma anche di prevedere su quell'area l'ingegneria dell'auto, la cui concezione
deve passare, dal punto di vista del Politecnico, da un'ingegneria automobilistica ad
un'ingegneria di mobilità, determinando una relazione - e dal punto di vista
produttivo l'abbiamo vista - con chi si occupa dell'evoluzione; per cui, nel rapporto
con il Michigan e con il Canada, proveremo a fare degli accordi in maniera tale da
riconoscere i titoli di laurea nei tre Paesi. Quando riusciremo a realizzare un fatto del
genere, non riguarderà solo l'Italia, ma anche lo Stato del Michigan ed il Canada; per
il momento, non è un fatto compiuto, ma ci sono le condizioni per poterlo
determinare.
Oltre a questo aspetto, è possibile far convergere le diverse iniziative sull'evoluzione
della produzione, in modo da non giocare solo un ruolo istituzionale, ma un buon
ruolo di guida rispetto all'insieme delle problematiche che, normalmente, sono
collegate. Infatti, la competitività degli stabilimenti è necessaria e dovuta per poter
mantenere una stabilità nel rapporto con gli altri, a maggiore ragione quando si tratta
di investimenti esteri, che devono essere almeno comparabili con quelli che
potrebbero essere fatti in quel Paese; in seconda istanza, non possiamo, però, solo
competere rispetto alle condizioni di utilizzo degli impianti e di affidabilità dello
stabilimento (e quindi, in questo caso, non è una questione di tipo salariale). È
evidente che tutto ciò sarebbe insufficiente se non si giocasse anche la carta
dell'evoluzione e dell'innovazione, in modo tale che la produzione vada bene sul
mercato non soltanto per il costo che viene determinato come condizione finale, ma
per il contenuto tecnologico che è intrinseco all'oggetto prodotto.
A mio parere, quello che possiamo fare (e che in questi anni abbiamo già fatto e
continueremo a fare), sperando di riuscire a mantenere su questo tema un livello di
collaborazione fattiva con l'insieme degli Enti Locali e delle altre istituzioni
territoriali e non solo (ad esempio, le Università ed il Politecnico), è accompagnare
l'investimento anche con questo aspetto, che, rispetto al suo futuro, è altrettanto
decisivo, così come il fatto di aver cercato una soluzione al problema di FIAT, che,
però, non prescindeva dal nostro territorio.
Questi sono gli aspetti che era necessario chiarire in questa prima fase; in
Commissione procederemo ad un approfondimento più generale sull'articolazione
complessiva degli accordi e del piano industriale.

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Ricordo che la Conferenza dei Capigruppo ha stabilito di concedere ad ogni Gruppo
cinque minuti di tempo per intervenire.
La parola al Consigliere Grimaldi.

GRIMALDI Marco
Vorrei rivolgere il mio ringraziamento a tutti i Capigruppo e alla Presidenza del
Consiglio, perché, finalmente, possiamo procedere a questa discussione. Purtroppo,
come sapete, in questi mesi non siamo riusciti ad esprimere una posizione unitaria
sugli investimenti e sull'accordo.
Oggi, il Vicesindaco ha chiarito bene il senso della questione, perché ha parlato più
di un piano industriale che dell'accordo stesso e del referendum di Mirafiori, e temo
che abbiamo alzato i toni della discussione su questa ambiguità, commettendo un
errore anche per il nostro ruolo istituzionale.
Vorrei parlare di quanto è avvenuto in questi giorni: "La lunga notte del referendum
sull'accordo contrattuale si è chiusa con la vittoria del sì: dopo uno scrutinio durato
circa nove ore, con un vero e proprio testa a testa, l'accordo su Mirafiori è stato
approvato con il 54% dei voti favorevoli. Decisivo il voto degli impiegati".
Naturalmente, sto leggendo quanto è stato riportato dai mezzi di stampa e dai siti
Internet dei Sindacati e delle forze politiche. "Al voto, iniziato con il turno delle
22.00 di giovedì, hanno partecipato 5.119 lavoratori; il sì ha ottenuto 2.703 voti, pari
al 54%; a votare no sono state invece 2.325 persone; 59 le schede nulle e bianche.
Nei primi seggi scrutinati, quattro del Reparto Montaggio e uno della Lastratura, ha
prevalso il no; poi la situazione si è rovesciata: al seggio 5, quello degli impiegati,
come tutti ormai sanno, su 449 iscritti hanno votato in 441 e 421 a favore
dell'accordo. Nel conteggio complessivo dei soli operai il sì ha prevalso soltanto per
9 voti; infatti, tra le oltre 4.500 tute blu, al Montaggio e alla Lastratura si è registrato
il 53% dei no, mentre sono stati di poco prevalenti al Reparto Verniciatura.
L'affluenza al voto è stata da record, 94%, più alta del referendum di Pomigliano
d'Arco". Mai come in questo caso, però, i numeri vanno pesati. Il ricatto del
'prendere o lasciare' è stato messo in mora.
Chi afferma che l'accordo viene giudicato dai lavoratori e dalle lavoratrici
irrinunciabile ma regressivo non è lontano dalla vera sintesi di questa difficile
situazione, anche perché l'accordo è stato bocciato dagli operai più esposti
all'intensificazione dei ritmi di lavoro. Oggi, però, il ruolo delle Istituzioni è
chiamato di nuovo in causa: adesso che i lavoratori di Mirafiori hanno votato, quel
risultato va rispettato, come va rispettato anche per quel tanto di disagio che
rappresenta.
Compito della nostra Città in primis è impegnarsi in tutte le sedi perché FIAT
mantenga gli impegni e, soprattutto, si rivolga a tutti i lavoratori. Le forze politiche,
invece, sono chiamate ad un altro ruolo: si occupino di discutere il futuro dell'auto,
dei nuovi vettori sostenibili, delle flotte ecologiche pubbliche entro i tempi
dell'attivazione dell'accordo. Siamo d'accordo con quanti nel centrosinistra dicono
"nuove regole per quello che riguarda la rappresentanza, la rappresentatività e la
partecipazione". Spero che, a questo punto, riusciremo a farlo in questi mesi,
discutendone in Commissione.
Compito di entrambe, sia della politica che delle Istituzioni, è però far chiarezza sulle
prospettive del settore auto attraverso la verifica immediata degli investimenti e delle
ricadute dell'accordo, auspicando congiuntamente una discussione sul piano
industriale di FIAT-Fabbrica Italia; infatti, è necessario fare chiarezza sulle
prospettive del settore auto a Torino e in Italia, tenendo conto dell'indotto, ancora
centrale in questo territorio.
Chi ha tentato l'assalto finale al lavoro e ai diritti è stato sconfitto. Chi come il
Governo, invece di essere garante del confronto, ha tifato auspicando il doppio esito
di un'altra partita, si è dimostrato miope e cinico. Crediamo che il Governo debba
uscire dalla curva dello stadio "irriducibili Marchionne" e, finalmente, agire come
fanno tutti i Governi europei alle prese con il settore auto: capire, leggere la
situazione ed intervenire con una politica industriale - smettendo di lavorare ad
alimentare il conflitto -, magari riconvocando le parti e offrendo il proprio contributo
per risolvere i problemi aperti.
C'è addirittura chi ha ipotizzato la fine di un modello di relazioni industriali e la
ridefinizione della rappresentanza sindacale, riducendola (com'era agli inizi dello
scorso secolo) ad una funzione parapadronale. Questa era l'innovazione tanto
reclamizzata? Dicevano che il mercato globale mal sopporta l'universalismo della
democrazia e con questo mercato i diritti devono essere sospesi. Volevano eliminare
per contratto il nocciolo della libertà, quello di ribellarsi e di lottare per migliorare la
propria vita; da Mirafiori rimbalza un altro paradigma di democrazia post-liberale,
che non vede nel lavoratore un individuo dotato di libertà ed una persona portatrice
della sua dignità. Qualcuno voleva chiudere una partita, non solo con il ricatto del
"prendere o lasciare", ma con il più subdolo "il mondo va così e siete voi che non
capite".
Io provengo da quella generazione di Seattle che vuole capire quel mondo e che lo fa
non dimenticando le parole di un leader del Novecento che diceva che siamo qui per
leggerlo, interpretarlo e metterlo al servizio dell'uomo, del suo benessere e della sua
felicità; queste parole, tanto care alla sinistra italiana, devono essere rimischiate con
il tema dello sviluppo sostenibile e della finitezza delle risorse.
Gli operai hanno riaperto una partita, si dice...

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Consigliere Grimaldi, la invito a concludere il suo intervento.

GRIMALDI Marco
Vorrei terminare di leggere le ultime righe del mio intervento. La politica deve
riunire ciò che questo referendum ha diviso, anche perché, in fondo, esiste una sola
classe operaia, che chiede rispetto, lavoro ed un degno futuro. Proprio per questo
motivo vale la pena ricordare che, in questo Paese, la forza del Sindacato ha sempre
coinciso con la forza dell'industria ed indebolire il Sindacato mette a rischio anche il
sistema di impresa. Il Sindacato ha consentito quel compromesso avanzato tra
capitale e lavoro, che è alla base della ridistribuzione delle ricchezze. Smantellare il
Sindacato significa, infatti, innescare un virus in tutta la società. Gran parte degli
imprenditori del Nord lo sanno e non a caso mal sopportano l'uscita di FIAT da
Confindustria.
Apprezziamo i suggerimenti del Sindaco, che invitano da sempre la sinistra ad uscire
dalle solite vecchie e tiepide stanze, smetterla di dire ad altri che cosa devono e
possono fare, assumersi la responsabilità ed il dovere dell'ascolto. Anche noi, però,
chiediamo umilmente a tutte le forze di impegnarsi a non avventurarsi più nel "se io
fossi", anche perché non vorremmo che quel "se fossi" diventi solo un modo per dare
consigli paternalistici a tutti ("se fossi in loro scenderei dai tetti", o "non occuperei le
strade", o "non andrei a quella manifestazione", o "rimarrei in ufficio", o "rimarrei a
casa", o "rimarrei a studiare").
Per far vivere e crescere la democrazia noi eletti nelle Istituzioni possiamo sempre
dire la nostra, anche per delega di altri, possiamo fare il tifo e dare suggerimenti,
immedesimarci e dissociarci, apprezzare e stigmatizzare, ma quello che non
possiamo fare è non ricordarci la fatica e la pazienza di un negoziato vero, che
rispetti tutti gli interlocutori. Quello che, in fondo, non possiamo fare è permetterci di
chiudere gli spazi di democrazia.

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Vorrei pregare gli altri Consiglieri di non mettere in imbarazzo chi presiede pro
tempore l'Aula; se l'accordo è di intervenire per cinque minuti, naturalmente
possono diventare cinque minuti e mezzo o, al massimo, sei minuti, ma non di più.
La prossima volta, invito i Capigruppo ad accordarsi per interventi di sette o dieci
minuti, così anche altri Consiglieri avranno la possibilità di esprimersi.
La parola al Consigliere Ferrante.

FERRANTE Antonio
Per la verità, non sapevo che, oggi, si sarebbero svolte le comunicazioni del Sindaco
sulla vicenda FIAT e non sono preparato. Ho lavorato in FIAT per 35 anni ed ho
vissuto tutte le battaglie che si sono svolte in quegli stabilimenti, perché volevo che
cambiassero le condizioni di lavoro e che vi fossero prospettive e futuro.
L'altro giorno, ero davanti alla porta 2 e parecchi lavoratori, conoscendo la mia storia
e sapendo che ora ricopro la carica di Consigliere Comunale, mi chiedevano - senza
alcuna polemica - dove fosse il Sindaco, viste le dichiarazioni rilasciate a favore
dell'accordo proposto da Marchionne.
Ho notato con rabbia il fatto che, dal Presidente del Consiglio al nostro amato
Sindaco e al Presidente della Regione, ci sia stata quasi una gara a chi si schierava
maggiormente alla corte del "Re Marchionne"; ci siete riusciti, perché avete lasciato
a quei lavoratori la responsabilità di questioni di cui dovrebbe occuparsi la politica.
Infatti, la politica deve dare degli indirizzi al Paese per quanto riguarda le politiche
industriali.
L'ho sentito anche nel corso di varie interviste fatte a cittadini comuni, in questi
giorni: quando chiedevano loro che cosa pensassero del referendum sulla FIAT,
parecchi hanno risposto che non era giusto che 5.500 lavoratori dovessero assumersi
la responsabilità del destino della FIAT, quando, dal 2004 (cioè, da quando è arrivato
l'attuale Amministratore Delegato), si dice che il "grande Marchionne" ha salvato la
FIAT.
Vorrei fare delle brevi considerazioni. Condivido quanto detto dal Vicesindaco: la
FIAT è stata salvata dai lavoratori e dai soldi dei cittadini. Non a caso, la Provincia e
la Regione hanno elargito alla FIAT 70 milioni di Euro per poterla salvare (e vi sono
ancora queste aree che devono essere occupate e sono a carico della Città di Torino).
Da quel momento in poi, Marchionne, se non ha fatto operazioni finanziarie, che
cosa ha prodotto per l'Italia dal punto di vista industriale? Vorrei che mi faceste un
elenco di ciò che ha fatto in Italia Marchionne dal 2004 al 2011, salvo dividere i
lavoratori attraverso i referendum. Non è un caso che quando si chiede di prevedere
le regole referendarie per l'applicazione dei contratti (che sono utili a tutti i
lavoratori), queste vengano negate. Il signor Marchionne, in Italia, ha voluto con
forza che si svolgessero i referendum sia a Pomigliano che a Mirafiori (così come è
avvenuto), mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, perché è di questo che si è
trattato.
I lavoratori sono stati messi gli uni contro gli altri e tutti abbiamo seguito i
telegiornali (tra l'altro, davanti allo stabilimento sembrava di essere ad Hollywood o
a Cinecittà, visto il numero di emittenti televisive che erano presenti), per cui non si
trattava di una sciocchezza, ma di un fatto di enorme rilevanza, che, praticamente,
avrebbe modificato le condizioni di vita di quei lavoratori.
Non a caso, nonostante tutte le pressioni che hanno subito, c'è chi è uscito, dopo aver
votato, con la schiena dritta ribadendo il suo "no". Io comprendo che cosa significa
lavorare ad una linea di montaggio, o una pausa che dura dieci minuti in meno, o
avere diritto alla mensa a fine turno, o delle condizioni di lavoro tali per cui il
lavoratore non sopporta la linea e si ribella. Addirittura, adesso si arriva anche al
licenziamento, perché le parti condizionano la situazione a tal punto che il lavoratore
non ha più il diritto di fermarsi, in quanto lo devono decidere le Commissioni. Quelle
stesse Commissioni sono state inserite in quel documento sottoposto alle
Organizzazioni Sindacali firmatarie in cui si dice "prendere o lasciare". Mi domando
se questa possa essere definita contrattazione e democrazia.
Una situazione del genere l'ho immaginata così in occasione delle prossime elezioni:
l'opposizione dovrà accettare il programma dello schieramento che vincerà, oppure
dovrà uscire dalla Sala. È quanto è accaduto alle Organizzazioni Sindacali che non
hanno aderito all'accordo: automaticamente sono state escluse da quella che è la
rappresentanza, nonostante vi siano all'interno della fabbrica dei loro iscritti e dei
delegati.
Poi, un fatto ancora più grave…

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Consigliere Ferrante, il tempo a sua disposizione è terminato.

FERRANTE Antonio
Un fatto ancora più grave è che a quei lavoratori viene negato il diritto di
rappresentanza delle RSU, che era un aspetto importante, in quanto erano espressione
diretta dei lavoratori. Adesso, torneranno le RSA, cioè le Organizzazioni Sindacali
metteranno i propri uomini all'interno della fabbrica, che gestiranno
automaticamente il rapporto con l'Azienda.

VENTRIGLIA Ferdinando (Vicepresidente)
Consigliere Ferrante, mi dispiace dover interrompere il suo intervento accorato e mi
auguro che non farà mancare la sua presenza in occasione della seduta in
Commissione.
La parola al Consigliere Giorgis.

GIORGIS Andrea
Vorrei guardare rapidamente al passato, per poi dedicare, invece, la maggior parte
del mio intervento al futuro.
Mi sembra che il passato sia stato segnato da due fatti: il primo riguarda una
consultazione tra i lavoratori, che ha visto prevalere il sì, ed il secondo - che si
accompagna al primo - riguarda un impegno, preso solennemente in più occasioni
dalla FIAT, a far corrispondere al sì dei lavoratori un ingente investimento
economico ed un ingente rilancio dello stabilimento di Mirafiori. Il primo evento si è
realizzato ed il secondo - dalle parole del Vicesindaco mi sembra che ne siamo tutti
convinti - dovrà concretizzarsi al più presto.
Vorrei, però, segnalare un altro aspetto: a detta della FIAT, il sì dei lavoratori
rappresentava la condizione per scommettere sulla capacità produttiva e di crescita
dello stabilimento di Mirafiori, facendo intendere quanto l'elemento lavoro sia
decisivo nell'incremento della capacità produttiva di uno stabilimento. Non voglio
entrare nel merito della discussione su quanto incida il costo del lavoro nel
determinare la produttività di uno stabilimento, ma è certo che, come insegnano tutti
gli studiosi di economia e di relazione sindacale, il fattore lavoro è determinante non
solo per i costi, ma anche per il clima e per il tipo di qualità dell'impegno lavorativo
che viene profuso all'interno di uno stabilimento. Se è così (come io credo che sia),
sono convinto che il nostro Consiglio Comunale e la nostra Giunta debbano cercare
di impegnare tutte le energie di cui dispongono non solo, come ha detto il
Vicesindaco, per garantire l'investimento produttivo e, quindi, lo sviluppo industriale
di Mirafiori, ma anche per costruire quel clima di fiducia all'interno dello
stabilimento, che ritengo possa derivare solo dal rispetto e dalla rassicurazione di
tutti i lavoratori.
Naturalmente, quando parlo di tutti i lavoratori, intendo sia i lavoratori che hanno
votato sì, che i lavoratori che hanno votato no. Sono numerosi i lavoratori che hanno
votato no ed è impensabile che si realizzi un clima di cooperazione all'interno dello
stabilimento se non vi è la capacità e l'impegno da parte di tutti per fare in modo che
a quei lavoratori, che hanno fatto prevalere la paura ed una considerazione di
indisponibilità ad ulteriori sacrifici, vengano garantiti, innanzitutto, il rispetto dei
loro diritti fondamentali e, poi, la possibilità di far valere, secondo i normali processi
di rappresentanza sindacale, le proprie ragioni.
A questo proposito, chiedo al Vicesindaco - visti i suoi contatti, per conto della Città,
con FIAT - di insistere sul fatto che evitare l'esclusione di uno dei principali
Sindacati dalla rappresentanza e dall'agibilità sindacale all'interno dello stabilimento
non è solo una questione di tutela dei diritti da esercitarsi all'interno della fabbrica,
ma è una questione di interesse collettivo e della stessa FIAT. Sono convinto che sia
interesse di tutti che all'interno dello stabilimento si ristabilisca un clima di fiducia e
di reciproco ascolto; ritengo che ciò sia possibile, perché, attraverso il risultato del
referendum, si sono realizzate le condizioni per riannodare il rapporto tra Sindacati
ed industria. Inoltre, credo che il fatto che si riallaccino i rapporti possa contribuire a
garantire l'altro principio, cioè la vincolatività del risultato referendario, perché si
tratta delle due facce di una stessa medaglia. Infatti, la consultazione referendaria ed
il suo vincolo presuppongono che il voto sia libero e che non comprometta
l'esercizio delle prerogative sindacali all'interno dello stabilimento. Penso che questo
modello di relazioni sindacali potrebbe significativamente aiutare a creare quel clima
di fiducia e di cooperazione all'interno degli stabilimenti; a mio parere, rappresenta
uno degli ingredienti decisivi per offrire competitività e sviluppo.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Aveva chiesto di intervenire anche il Consigliere Cassiani, ma, essendo dello stesso
Gruppo del Consigliere Giorgis e avendo quest'ultimo parlato per più di sei minuti,
poiché il tempo stringe, procediamo con gli altri interventi.
La parola al Consigliere Zanolini. Le ricordo che dispone di cinque minuti.

ZANOLINI Carlo
Quello che molti non hanno voluto o non hanno saputo dire è che quello di Mirafiori
è ritenuto uno stabilimento obsoleto, che non rispetta le caratteristiche di una
fabbrica moderna, sia dal punto di vista della logistica, sia per il suo posizionamento.
L'impressione è che si possa verificare una situazione analoga a quella accaduta per
l'Alitalia, per cui si va avanti a piccoli passi fino a che la situazione non sarà più
sostenibile. La differenza, rispetto all'Alitalia, è che però ora i finanziamenti non
dovrebbero più essere pubblici, ma dovrebbero provenire dagli Stati Uniti, per cui
dovrebbero far parte di questo pacchetto di investimenti destinati alla FIAT in
generale ed essere impiegati per la ristrutturazione.
Quello che non si vuole più, per il futuro, è che la FIAT continui ad avere dei
finanziamenti pubblici. Il Consigliere Ferrante ha ricordato che la Città aveva dato
alla FIAT 70 milioni in cambio di una garanzia occupazionale, con il prolungamento
di una linea di montaggio, che, dopo due anni, si è rivelata essere alla fine.
Un altro aspetto riguarda il fatto che questa soluzione di contratto è stata una novità
sia per le relazioni sindacali, sia per le fabbriche metalmeccaniche. Voglio ricordare,
però, che già da parecchi anni nella Pubblica Amministrazione, molte delle cose che
sono state recepite da questo accordo erano già presenti, e mi riferisco alla situazione
sindacale e contrattuale della Sanità, che conosco bene: non penso che i turni di un
infermiere siano meno estenuanti, dal momento che talvolta, per 12 ore, non può
neanche bere un caffè perché è oberato dai turni del pronto soccorso. Inoltre, ricordo
che, per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione e la Sanità soprattutto, già non
erano ammessi al tavolo delle trattative locali i sindacati che non avevano firmato il
contratto. Si tratta di questioni già presenti in altre realtà.
Un ulteriore aspetto è quello che una gran parte degli operai hanno detto "no" a
questo contratto e, secondo me, questo deve essere tenuto presente. Probabilmente
questo "no" non è stato semplicemente un modo per opporsi a un ricatto, che
probabilmente c'è stato da parte della dirigenza FIAT; ma forse vuole anche
significare che gli operai vogliono essere più compartecipi dell'andamento e dei
programmi dell'Azienda.
Per questo motivo molti, tra cui il Sindaco e il nostro Segretario regionale,
l'Onorevole Rosso, hanno affermato che effettivamente bisogna rivedere tutti i
meccanismi di compartecipazione degli operai e degli impiegati all'andamento
dell'Azienda, introducendo delle istanze di collaborazione. Cosa che, dalle
dichiarazioni di Marchionne, non sembra assolutamente che si voglia fare. Secondo
me, questo è un obiettivo da realizzare.
Il ruolo dell'Amministrazione Comunale nel futuro potrebbe essere quello di vigilare
molto affinché questa fabbrica non venga smantellata. Sappiamo come funzionano le
cose: le fabbriche vengono smantellate, i territori vengono offerti per
un'urbanizzazione selvaggia, come abbiamo visto ad esempio per quanto riguarda la
Viberti nella zona di corso Lecce, dove le fabbriche lasciano il territorio e poi i
terreni vengono urbanizzati in modo più o meno decoroso.
L'Amministrazione deve vigilare su queste cose, evitando che le fabbriche chiudano
o delocalizzino la produzione, lasciando in cambio la possibilità di ottenere una
rendita dai terreni attraverso la speculazione edilizia.
Bisognerebbe, inoltre, approvare unanimemente una mozione per vincolare
quest'area di Mirafiori come sito di archeologia industriale, rendendolo intoccabile e
non riconvertibile. Questa potrebbe essere veramente un'arma forte per
l'Amministrazione di Torino.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Lonero.

LONERO Giuseppe
Vorrei partire dalla considerazione e dal commento che l'amministratore delegato
Marchionne ha fatto dopo che è stato reso noto l'esito del referendum. Marchionne
ha parlato di accordo storico, di risultato storico. Ed io mi chiedo dove sia questo
aspetto. Non lo riconosco.
Si è verificato quello che succede da sempre nella storia: ha vinto il più forte. Quindi
non ritengo che questo risultato rivesta un carattere di storicità, ma rientri
nell'ordinarietà.
Tuttavia c'è un'aggravante: chi ha vinto, ha vinto male. A eccezione del seggio 5,
come ricordava prima il consigliere Grimaldi, che è quello degli impiegati, abbiamo
visto che in tutti gli altri settori si è ottenuta una assoluta parità tra i "sì" e i "no",
soprattutto da parte delle persone, degli operai (le ho chiamate volutamente persone,
perché di questo si tratta) che sono più direttamente interessate, coloro che pagano
più direttamente le conseguenze negative di questo accordo. E l'aggravante, del fatto
di aver perso male, sta nel fatto che, a norma dello Statuto dei lavoratori, 2.300
operai potrebbero perdere il diritto di rappresentanza.
Quindi si tratta sostanzialmente non di un risultato storico, ma di una grande
occasione persa, perché - a fronte di un piano industriale così pomposamente
ventilato da parte dell'amministratore delegato e della dirigenza FIAT, a fronte di
una situazione critica, che rende assolutamente necessario realizzare degli
investimenti per non correre il rischio di chiudere un'intera fabbrica e lasciare a terra
buona parte di questa città, e non solo - sostanzialmente abbiamo perso un'occasione,
perché questa poteva essere la circostanza giusta per modificare, alla base e
radicalmente, i rapporti tra i lavoratori e l'Azienda ottenendo e perseguendo il dettato
costituzionale che prevede un coinvolgimento dei dipendenti nella gestione
dell'Azienda.
Questa poteva essere l'occasione storica, ripeto. Questo avrebbe rappresentato
veramente un risultato storico.
Invece Marchionne da una parte e tutti gli altri suoi interlocutori dall'altra hanno
instaurato un clima da "o con me o contro di me", da "prendere o lasciare".
Addirittura Marchionne ha avuto l'arroganza di dire: "Se vince il no non si fa
l'investimento". E a fronte di questo è stato assordante il silenzio del Governo,
perché in qualunque Governo, il Ministro delle Attività Produttive avrebbe come
minimo commentato un'affermazione così grave, importante, pesante e
condizionante per il referendum che si sarebbe svolto di lì a qualche giorno.
Ecco allora il motivo del risultato. Gli operai forse, non tutti, ma buona parte di
quelli che hanno votato "sì", sono stati condizionati dalla paura di perdere il posto di
lavoro e hanno votato su una spinta emotiva che si sarebbe potuta e dovuta evitare.
Cosa sarebbe successo al referendum, come sarebbe andato, quale sarebbe stato
l'esito del referendum se ci fosse stato più tempo per attenuare i toni? Quale sarebbe
stato il risultato se ci fosse stato un intervento, un altolà da parte del Ministro delle
Attività Produttive davanti alla minaccia di Marchionne? Quale sarebbe stato il
risultato del referendum se Marchionne si fosse degnato veramente di dare tutti i dati
del suo piano industriale? Perché ancora troppe sono le incertezze, le ha citate prima
lo stesso Vicesindaco, in tema di entità di investimenti, in tema di produzione della
componentistica, in tema di tempi di attuazione. Non dimentichiamo che
nell'accordo, per chi l'ha letto - e io l'ho letto - c'è scritto che per tutto il 2011 la
FIAT ricorrerà alla Cassa Integrazione. E di questo dobbiamo tenere assolutamente
conto.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La invito a concludere, Consigliere.

LONERO Giuseppe
Chiudo citando a memoria un telegramma che nel momento dell'inaugurazione della
fabbrica di Mirafiori il Capo del Governo, Benito Mussolini, inviò al Senatore
Agnelli: "ricordi" - il Senatore Agnelli - "che l'uomo non è una macchina da adibire
a un'altra macchina".
Io spero e auspico che questo venga sempre tenuto in considerazione, perché le
condizioni di lavoro non devono mai essere lesive della dignità dell'operaio.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Domenico Gallo.

GALLO Domenico
Io parto dalla dichiarazione fatta questa mattina sugli organi di informazione dal
segretario della CISL, Raffaele Bonanni, che sostiene per la prima volta che "il
buonsenso sconfigge l'ideologia".
Vorrei solo ricordare al segretario della CISL che tanti lavoratori che hanno votato
"no" non sono iscritti al sindacato, quindi credo che abbiano valutato come l'accordo
inciderà sulle loro condizioni di vita e di lavoro. Pertanto non credo che sia stato
l'ideologia a essere sconfitta, ma la capacità dei lavoratori di esprimere in maniera
incondizionata il loro parere.
Io credo che le conseguenze di questo referendum sono innanzitutto una drammatica
spaccatura di una comunità di lavoratori, che si divide e litiga. Questo è stato
l'aspetto più drammatico di una vicenda su cui bisognerà aprire una riflessione in
questa Città e in tutto il Paese.
Dei lavoratori salariati, che percepiscono poco più di 1.000 Euro al mese, si sono
divisi, hanno litigato, si sono confrontati in maniera conflittuale. Io penso che questo
sia un dato che debba essere introdotto nella discussione politica.
Tutti i lavoratori devono essere rispettati, anche quelli che hanno votato "sì". Tra
questi, sicuramente ci sono quelli che hanno votato "sì" perché hanno intravisto,
nella domanda del referendum, una sorta di ricatto; mentre altri erano convinti che
questo processo di innovazione possa in qualche modo salvaguardare lo stabilimento
di Mirafiori. I lavoratori che hanno votato "no", probabilmente si sentono minacciati
e vedono compromessi i loro diritti. Io penso che su questa serie di sfaccettature, la
politica dovrebbe discutere e intervenire. La politica non può essere estranea ai
processi sociali e ai processi produttivi.
Sono del parere che i lavoratori che hanno votato "no" si sono assunti una
responsabilità, perché comunque hanno voluto dare dignità al dissenso, hanno voluto
rivendicare il diritto di scioperare quando è il caso di scioperare, rivendicando il
diritto alla loro rappresentanza. Io non sono un esperto, sono un Consigliere
Comunale che non è mai stato in fabbrica, che non conosce le dinamiche del lavoro
come il consigliere Ferrante, ma credo che oggi le istituzioni, insieme a tutti i
sindacati, dovrebbero aprire una riflessione su come ricucire questa drammatica
spaccatura.
La domanda da porre in questo momento è capire se questo investimento sarà
effettivamente mantenuto o se la FIAT verrà assorbita dalla Chrysler, perché da
quanto ho letto sui giornali in questi giorni non si comprende bene se è la FIAT che
ha comprato la Chrysler o se è la Chrysler che ha comprato la FIAT: questo non è un
elemento di poco conto. Da qui nascerà la certezza se lo stabilimento di Mirafiori e il
lavoro saranno salvaguardati.
Io credo che non bisogna fare la parte dei tifosi. Io non ho capito coloro che hanno
fatto il tifo per il "sì" o per il "no". Forse quelli che hanno tifato per il "sì",
esagerando (come le Istituzioni, la Regione Piemonte nelle parole del Governatore
Cota, che è sempre stato uomo anti-FIAT, mentre oggi è un uomo FIAT), si sono
dimenticate di comprendere le ragioni della sofferenza in un luogo di lavoro o
almeno le preoccupazioni intrinseche. Io credo che capire bene il disagio presente
oggi in quella fabbrica sia un compito morale e politico delle Istituzioni.
C'è un disagio che nasce da un futuro compromesso. Non posso dire se con questo
accordo ci sarà davvero un futuro, vedremo cosa accadrà fra due anni, perché
l'accordo sarà applicato fra due anni. Intanto i lavoratori vanno in Cassa Integrazione
per parecchi mesi. Devono essere attrezzate le linee e poi vedremo fra due anni cosa
accadrà, se la Chrysler ha comprato la FIAT o viceversa.
Voglio esprimere anche delle considerazioni un po' sentimentali, perché il
sentimento che ho provato rispetto a quello che è accaduto, è un sentimento di
amarezza. Non si è trattato di tifoseria, ho solo cercato di capire. Credo che per il
futuro la Città di Torino dovrà essere un soggetto ancora più autorevole del passato
nei confronti della FIAT. Io comprendo le difficoltà di un Sindaco e di una Giunta,
ma credo che nei prossimi mesi ci sarà bisogno di autorevolezza nei confronti della
FIAT, ma non nel senso conflittuale del termine…

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La invito a concludere, Consigliere Gallo.

GALLO Domenico
La FIAT non può considerarsi più un soggetto avulso dalla realtà sociale di questa
città e di questo Paese, non lo potrà più fare. La prossima Amministrazione dovrà
porre questo elemento al centro del suo programma politico per il futuro della nostra
città.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Calgaro.

CALGARO Marco
Vorrei fare qualche breve considerazione. Intanto, credo che abbia fatto molto male
chi, durante le settimane precedenti, diceva che se si fosse trovato al posto di un
operaio avrebbe votato "sì" o "no"; infatti, non ci si può mettere nei panni di chi
svolge realmente quel lavoro. Naturalmente, la politica non può tirarsi indietro e,
anzi, non può non pretendere di fare le proprie considerazioni e la premessa, affinché
Torino potesse rimanere una città industriale, era il voto favorevole a quell'accordo.
Non è mia intenzione mettermi nei panni degli operai, voglio solo fare delle
considerazioni che sono proprie della politica: ritengo irresponsabili le persone che si
sono schierate a favore del "no" solo per guadagnare qualche facile consenso; stare
vicino a chi lavora significa, anche da parte dei politici, offrire alternative quando si
devono fare scelte importanti come questa. Sinceramente, non ho sentito avanzare
delle alternative al "sì".
Con altrettanta chiarezza vorrei dire che mi sento piuttosto a disagio anche rispetto a
coloro che, con grande facilità, hanno detto che Marchionne è un grande innovatore e
che dovremmo essergli grati per sempre; ritengo che, in futuro, il tema di
Marchionne e della globalizzazione dovranno essere affrontati da questa Città.
Concordo con alcune delle dichiarazioni fatte dal Consigliere Gallo Domenico,
perché, probabilmente, non si è ancora compreso che Marchionne (che svolge
benissimo il suo lavoro, è un uomo eccezionale ed ha salvato la FIAT da una serie di
problemi che, anni fa, sembravano irrisolvibili) giudica i fatti dell'industria,
dell'impresa e del lavoro da un punto di vista globale; tutto ciò, però, come la
contingenza ci ha già dimostrato più volte negli ultimi anni, non sempre va d'accordo
con le esigenze del territorio locale.
A mio parere, per quanto riguarda Marchionne, ci vuole uno sguardo comprensivo e
di ammirazione, ma, allo stesso tempo, critico da parte di chi vuole il bene ed il
futuro di questa città e dell'industria italiana.
In questo senso, credo - e voglio essere breve - che anziché sottolineare i successi o
insuccessi, sia importante che chi fa la politica e chi si occupa di questioni sindacali
si pongano una serie di interrogativi; infatti, siamo arrivati al punto in cui
Marchionne ha potuto, di fatto, ricattare - anche se è un brutto termine - i lavoratori
ed imporre un accordo, smascherando quella che, in Italia, è stata l'attività inefficace
della politica e del Sindacato negli ultimi dieci anni. Nessuno si è posto il problema
di che cosa sarebbe accaduto nelle fabbriche con la globalizzazione e di come
impostare i rapporti sindacali e le relazioni industriali in modo moderno nel nostro
Paese, perché siamo rimasti legati a schemi del passato.
In altre situazioni (in Germania o negli Stati Uniti), impostando delle strategie i
Sindacati hanno cercato di fare i conti con la globalizzazione e la politica è stata
attenta o disattenta rispetto a queste. Di fatto, noi ci siamo trovati disarmati e, oggi,
siamo nella situazione sgradevole di chi ha dovuto subire - e in questo concordo con
chi ha fatto queste dichiarazioni - un accordo imposto. Ma che cosa abbiamo fatto
per evitarlo e per impostare nuovi schemi di relazioni sindacali? Che cos'ha fatto
soprattutto il Governo, il grande assente di questa partita, in questi anni? Solo la
Città, la Provincia e la Regione hanno attuato delle operazioni di politica industriale
ed hanno investito dei fondi pur di non perdere Mirafiori come sito produttivo.
Ormai sono anni che il Governo non si pronuncia sulla politica industriale e non è
soltanto a causa dell'assenza di un Ministro.
Allo stesso modo, è compito del Governo e della maggioranza che guida il Paese
porsi il problema di come raggiungere un equilibrio tale per cui non ci vengano più
imposti gli accordi di politica industriale dai manager di questa economia e di questa
finanza globalizzate. La politica deve porsi il problema che, oggi, il prezzo di questo
accordo lo pagano gli operai, cioè chi guadagna 1.100 o 1.200 Euro al mese, mentre
alcuni, e mi riferisco a buona parte degli imprenditori italiani, in questi anni si sono
ampiamente arricchiti grazie a grandi operazioni finanziarie.
Credo che, rispetto a questi temi, la politica ed il Sindacato siano rimasti molto
indietro negli ultimi anni in Italia. Se non modernizzeremo la nostra visione
d'insieme sul rapporto tra il globale ed il locale anche per quanto riguarda il lavoro e
le relazioni industriali, andremo incontro a situazioni come questa, in cui un accordo
imposto deve essere accettato, perché non vi sono alternative.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Cantore.

CANTORE Daniele
Avevo inteso che sarebbe stato un dibattito non di campagna elettorale (per le
amministrative o per le politiche) e pensavo che questa Sala avesse il dovere di
rimanere con i piedi per terra.
Vorrei domandare ad alcuni Colleghi che sono intervenuti in precedenza se si sono
mai posti il problema di che cosa avrebbero detto, nel corso di questa discussione,
qualora il risultato del referendum fosse stato diverso. Probabilmente, qualcuno
avrebbe cantato vittoria per il fatto di essere riusciti a schiacciare il padrone, che,
invece, aveva umiliato la classe operaia. Sicuramente, i toni sarebbero stati diversi e,
oggi, ci saremmo trovati nella condizione di dover cercare di recuperare il dialogo
per permettere che l'Azienda continuasse a rimanere a Torino, invece di guardare
con attenzione altrove, perché è questa la realtà.
Non sempre condivido alcuni atteggiamenti e modi di Marchionne, ma la verità è
che, se avesse vinto il "no", l'Azienda avrebbe avuto l'alibi per produrre le vetture in
un altro stabilimento. Questo non è avvenuto e lo ritengo un fatto positivo e,
Consigliere Ferrante, oggi abbiamo tutto il tempo per ristabilire un corretto rapporto
di relazioni industriali e per rivedere la politica industriale del nostro Paese.
Consigliere Calgaro, nonostante abbia apprezzato il suo intervento, io le posso
spiegare che cos'ha fatto il Governo, ma vorrei sapere da lei che cos'ha fatto il
Parlamento. Non lo chiedo per scaricare la responsabilità dal Governo, perché,
saggiamente - almeno, a mio parere -, è intervenuto interrompendo gli incentivi, che
erano inutili (in quanto hanno fatto vendere le auto prima, per poi non farle vendere
in un secondo momento) e a causa dei quali tutti ci lamentavamo per quest'Azienda
che era assistita dallo Stato. Ciò non lo possiamo più affermare, perché la FIAT si è
assunta le sue responsabilità ed io ritengo che le Istituzioni - limitandomi agli Enti
Locali, quindi Chiamparino per il Comune e Cota per la Regione - abbiano fatto bene
ad esprimere la propria opinione. Lo hanno fatto in maniera corretta, senza inficiare
la decisione finale dei lavoratori, i quali, Consigliere Ferrante - mi rivolgo a lei,
perché ho ascoltato il suo intervento con grande attenzione e rispetto -, hanno potuto
scegliere in piena libertà. Naturalmente, sono consapevole che la situazione generale
era difficile - non voglio usare il termine globalizzazione - e metteva a rischio il
posto di lavoro di questi 5.500 dipendenti, oltre a tutto l'indotto che gravita intorno
alla produzione di quello stabilimento.
Pertanto, ritengo che, invece di guardare indietro e di addossare le responsabilità ad
una parte o all'altra, sia importante, da oggi, svolgere un ruolo propositivo. Non
dobbiamo soltanto vigilare, ma attuare delle politiche; mi riferisco al Governo, alla
Regione e al Comune, benché quest'ultimo non sia titolare di politiche attive, ma può
comunque svolgere un ruolo importante, perché quanto è avvenuto con il
referendum, come ha ricordato il Consigliere Giorgis, deve determinare il ripristino
di una convivenza tra i lavoratori. A mio parere, sono usciti con la schiena dritta sia i
lavoratori che hanno votato "no" che quelli che hanno votato "sì", perché abbiamo
assistito a quanto è avvenuto di fronte al cancello 2 prima del referendum e tutti i
lavoratori (sia gli operai che gli impiegati) ne sono usciti con la schiena dritta.
Adesso è necessaria una riconciliazione, facendo in modo che non vi siano più
divisioni, e come classe politica ed amministratori dobbiamo vigilare affinché questo
accordo porti non soltanto al mantenimento dell'insediamento di Mirafiori o ad una
diversa attenzione di FIAT nei confronti dell'Italia, ma anche a quanto è previsto nel
contratto; infatti, è vero che si riducono alcuni diritti acquisiti dai lavoratori, ma sul
contratto è scritto anche che esiste la possibilità di un maggiore riconoscimento
economico e questo aspetto non è da sottovalutare. Naturalmente, si potrebbe
eccepire che non si possono barattare i diritti con il denaro, ma in questa situazione
di crisi (e qualcuno ha già anticipato che, purtroppo, in altri ambiti questa condizione
ha contratto i diritti di ognuno di noi, sia che si tratti dei lavoratori di Mirafiori, che
di altri settori) rappresenta un fatto importante avere la prospettiva del mantenimento
del posto di lavoro, che può consentire una retribuzione maggiormente adeguata e
rispondente al contesto economico.
Per queste ragioni, ritengo che questa Amministrazione Comunale, questo Consiglio
Comunale e le Istituzioni debbano impegnarsi - come ha anticipato il Vicesindaco -,
da oggi in poi, per fare in modo che questo referendum epocale (prima lo è stato
quello di Pomigliano e, poi, lo è diventato anche quello di Mirafiori, dobbiamo
abituarci a fare i conti con la realtà) venga ricordato; non so se possa rappresentare
un ottimo risultato o il danno minore, ma so che, oggi, parliamo del proseguimento
dell'attività di FIAT nello stabilimento di Mirafiori con la possibilità di
un'incentivazione economica e di nuove assunzioni.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Bonino.

BONINO Gian Luigi
Gli interventi precedenti dimostrano la difficoltà e, sotto certi aspetti, anche
l'amarezza che ci porta a dover ragionare, in un momento di crisi così profonda, sul
futuro di uno stabilimento che, negli anni passati, rappresentava il fiore all'occhiello
dell'industria torinese, piemontese, italiana e, forse, europea.
Come è stato ricordato, questo stabilimento è stato costruito circa settant'anni fa e sta
diventando obsoleto. Il sì ha vinto con il 54% dei voti e sono dell'opinione che, sotto
il profilo dei numeri, non sia un risultato eclatante, ma toglie comunque la possibilità
alla dirigenza FIAT di addurre delle scuse per la delocalizzazione della produzione
da Torino.
Mi ha lasciato molta amarezza il percorso che ha portato, dal mese di dicembre (cioè,
da quando una parte dei Sindacati ha firmato l'accordo con la fabbrica) fino al
momento del referendum, molti dei nostri amministratori a rilasciare delle
dichiarazioni. Se non sbaglio, il Consigliere Ferrante ha parlato dell'assenza del
Sindaco, del Presidente della Regione e di altri amministratori fuori dai cancelli dello
stabilimento, ma a me pare di ricordare che il Sindaco (che rappresenta la Città e,
personalmente, ho condiviso le sue parole) si fosse espresso a favore del "sì",
dicendo che era un'opportunità e che sarebbe stato importante non perderla, per il
bene della nostra città, della regione e di tutto l'indotto. Il Presidente del Consiglio
Berlusconi, invece, si è espresso in maniera quanto meno poco corretta, perché ha
affermato che, se avesse prevalso il "no", la FIAT avrebbe avuto tutto il diritto di
andare a produrre all'estero.
Detto questo, credo che il Vicesindaco abbia illustrato molto bene quelli che possono
essere i passaggi del piano industriale; mi auguro che vada in porto - nonostante, da
questa settimana, riprenda la cassa integrazione -, anche se il Governo non ha mai
attuato un piano industriale innovativo in questa fase della crisi. Siamo in assenza
totale di un piano industriale e ciò rappresenta una carenza fondamentale per la
ripresa della nostra economia. Ritengo che in questa situazione l'investimento di un
miliardo di Euro illustrato dall'Azienda sia importante e chi amministrerà questa
Città nei prossimi cinque anni avrà il compito di controllare che il piano industriale
sia quello che è stato presentato. Non è soltanto il dovere delle Amministrazioni
locali, ma di tutto il Paese, se si vuole che l'Italia non perda un nodo industriale di
primaria importanza come quello dell'auto.
Per quanto riguarda i rapporti sindacali, mi sono chiesto com'è possibile che due fra
le maggiori sigle sindacali fossero favorevoli al "sì" e una al "no". Non riesco a
comprendere questo fatto: è possibile che quelle due sigle sindacali remassero contro
i lavoratori, oppure che solo una di quelle sigle sindacali avesse il diritto di poter
decidere quale fosse la scelta giusta per tutti i lavoratori?
Sono convinto che il risultato sia stato importante: il 54% di voti favorevoli da parte
dei lavoratori di Mirafiori - e non faccio distinzione tra impiegati e operai di officina,
perché si giocava il futuro di entrambi - ha dimostrato che era possibile esprimere la
propria opinione in modo libero e mantenendo la schiena dritta, come ha detto chi mi
ha preceduto.
L'invito che rivolgo al Sindaco e alla prossima Amministrazione Comunale è che
venga posta la massima attenzione per controllare che i patti sindacali firmati e gli
investimenti promessi dalla FIAT vengano realizzati, in modo che la nostra città
possa ancora avere uno dei primati industriali più importanti del nostro Paese.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Boero.

BOERO Valter
A nome dell'UDC vorrei dire che riteniamo importante questo dibattito sul tema
della FIAT, ringrazio pertanto il Consigliere Grimaldi per aver sollecitato questa
iniziativa. Vorrei sottolineare alcune cose, in particolare la necessità di una
riappacificazione (come è già stato detto prima dal Consigliere Giorgis),
indispensabile sia all'interno dello stabilimento in cui 5.000 lavoratori si sono
misurati sul referendum, sia all'esterno, perché inevitabilmente questo clima di
contrapposizione ha delle ripercussioni sulla città. Naturalmente la riappacificazione
interna avrà un effetto positivo sulla produttività della FIAT, che è uno dei nodi sui
quali ci si è cimentati in tutti questi mesi di discussione.
La necessità di una pacificazione secondo noi va anche a vantaggio dell'indotto
FIAT, perché è vero che sul referendum si sono misurati 5.000 lavoratori FIAT, ma
(come diceva prima il Consigliere Cantore) anche l'indotto FIAT è stato con il fiato
sospeso in attesa di conoscere l'esito della consultazione.
Adesso è necessario accettare l'esito del referendum e procedere nella direzione
indicata, non lasciando che le cose vadano per proprio conto ma impegnando le
Istituzioni, in particolare il Comune, la Provincia e la Regione, a vigilare affinché gli
accordi stabiliti e gli impegni presi vengano mantenuti.
Nel passato come sono andate le cose? Per esempio, se il Comune eroga un
contributo di 2.000 Euro a un'associazione privata, questa deve rendicontare il
denaro ricevuto. I 100 milioni di Euro che sono stati dati al polo FIAT qualche anno
fa sono stati rendicontati? 100 milioni di Euro sono il 10% dell'investimento che la
FIAT sta per fare, quindi non è una cifra irrilevante, soprattutto se consideriamo che,
essendo stati erogati cinque o sei anni fa, se li capitalizzassimo otterremmo forse una
cifra ben superiore. Quindi da parte dell'Amministrazione ci vuole sicuramente una
grande attenzione rispetto agli impegni che la FIAT ha preso.
Vorrei portare la vostra attenzione su un altro aspetto che, secondo me, potrebbe
essere anche più interessante, che è quello di individuare nel prodotto
automobilistico una componente etica, perché un prodotto automobilistico si può
produrre in diversi modi: rispettando, per esempio, i diritti umani, l'ambiente oppure
no. Nel contesto della globalizzazione, questo aspetto non è secondario, perché
produrre auto in Cina o in India non rispettando né diritti umani, né condizioni
ambientali accettabili, significa realizzare una concorrenza sleale. Quindi parlare di
produttività richiede che vengano posti i termini in un'identica cornice; diversamente
è una comparazione del tutto inaccettabile.
Penso che le istituzioni pubbliche abbiano il compito di valorizzare questa
componente etica, che per esempio nello stabilimento di Mirafiori potrebbe essere
connotata in modo specifico e valorizzata all'estero. In tutto il mondo è stata
amplificata ed è cresciuta la sensibilità in campo ambientale, grazie a iniziative di
vario genere soprattutto da parte di Enti pubblici, a partire dall'Unione Europea in
ambito europeo ed extraeuropeo. Questa sensibilità potrebbe essere accresciuta
rispetto alla componente etica e di conseguenza, secondo me, avremmo una visione
più completa del sistema e dei confronti sicuramente più accettabili.
Sono convinto che istituzioni pubbliche come il Comune possano vigilare in questa
direzione, dando degli impulsi e dei suggerimenti che sicuramente produrranno
benefici alla nostra città.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Angeleri.

ANGELERI Antonello
Seguendo il dibattito in Aula, riflettevo sul fatto che se il referendum avesse visto la
vittoria dei "no", oggi avremmo dovuto discutere dei problemi sul futuro di questa
città. A differenza del Consigliere Lonero, io penso che per Torino il dato emerso dal
referendum sia un dato storico, perché questa città è intrisa di FIAT, è intrisa di una
politica industriale che in quest'ultimo secolo ha condotto la nostra città a diventare
un punto di riferimento.
Io penso che i Consiglieri che definiscono la FIAT un'azienda con una politica
avulsa dalla città, non conoscano la storia di Torino, perché la città non sarebbe stata
sicuramente la stessa senza la FIAT, nel bene e nel male.
Credo che la politica debba intervenire, perché questa città, grazie al risultato del
referendum, continuerà a essere la città dell'auto nel nostro Paese. Non è facile
cambiare le vocazioni economiche di una città e sia il Sindaco Chiamparino sia il
Presidente della Giunta Regionale Cota, lo hanno compreso bene, ma lo hanno
compreso anche i Sindaci ed i Presidenti di Giunta che si sono succeduti in questi
ultimi anni.
Io ritengo che proprio in questo momento sia necessaria un'azione di responsabilità
da parte della politica, perché una politica seria deve contribuire a ristabilire quel
clima costruttivo e di collaborazione che è stato in parte avvelenato da una campagna
elettorale sul referendum dai toni esageratamente accesi.
Sono convinto che anche il ragionamento espresso oggi in Aula dagli altri
Consiglieri, al di là di alcune differenze, vada proprio in questo senso. Mi sembra che
la posizione del Sindaco, ma anche del Presidente della Giunta Regionale, vadano
nella direzione di una concordia istituzionale, che deve in qualche modo
salvaguardare un investimento determinante per questa Regione.
Pertanto ritengo utile, a questo punto, vigilare affinché gli investimenti annunciati
vengano realizzati e i posti di lavoro mantenuti. Ma c'è di più: credo che i posti di
lavoro in questa Regione debbano e possano anche essere aumentati se la politica
riesce a governare adeguatamente questa fase difficile. Solo in questo caso il futuro
di questa città e di questa Regione potrà ancora essere un futuro di guida per il nostro
Paese, sul piano della politica industriale.
Desidero però evidenziare una questione: il "sì" ha vinto con il 54%, non con il 90%;
quindi tutti i lavoratori devono essere rispettati. Non si può far pagare a qualche
migliaio di operai un risultato che deve essere tenuto presente da tutta la classe
politica e sindacale.
Da questo risultato dobbiamo ripartire, attraverso un ragionamento che deve
necessariamente vedere i lavoratori al centro del futuro della Regione. Il Comune di
Torino, la Regione Piemonte e il Governo devono vigilare per ricostituire una
vocazione antica, che ha reso il Piemonte una guida della politica industriale.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al Consigliere Petrarulo.

PETRARULO Raffaele
Ascoltando gli interventi in Aula e leggendo le interviste rilasciate dai politici e dai
cittadini sulla vittoria dei "sì" e sulla sconfitta dei "no", mi sono convinto che in
realtà nessuno abbia vinto. Io credo che abbiano perso i lavoratori veri, cioè gli
operai che in fabbrica lavorano alla catena di montaggio.
Perché se è vero, signor Sindaco, che il presupposto di un referendum consiste nel
verificare il consenso o il dissenso liberamente espresso su qualcosa (glielo dice uno
che ha organizzato molti referendum in questi anni: lodo Alfano, nucleare, acqua,
eccetera), allora la consultazione di Mirafiori - condizionata dalla minaccia di
perdere il lavoro in caso di vittoria del "no" - non è stata un referendum, ma un
ricatto. Questo l'ho già detto, lo ripeto e me ne assumo la responsabilità politica.
Vorrei leggere, in sintesi, cinque o sei punti dell'accordo FIAT, perché qualcuno
forse non li ricorda e qualcun altro fa finta di non saperli: possibilità, per l'Azienda,
di imporre turnazioni a sua discrezione, senza contrattazione. Imposizione di 120 ore
di straordinario obbligatorio, quindi il sabato, giorno di lavoro straordinario,
diventerà parte integrante dell'orario lavorativo. Taglio della paga in caso di malattia.
Riduzione di dieci minuti della pausa pranzo. Mobilità interna. Accettazione
dell'accordo da parte di ogni singolo lavoratore.
Se questo è un accordo che migliora le condizioni di lavoro degli operai, allora vorrei
che tutti noi (Sindaco, Consiglieri e Assessori) provassimo a lavorare un mese alla
catena di montaggio della FIAT, per capire se queste condizioni imposte
dall'accordo sono positive per gli operai.
Italia dei Valori si domanda anche se il diritto di sciopero e il diritto sindacale, che
sono tutelati dalla Legge 300, possano essere messi in deroga da un accordo
aziendale che sostituisce il contratto nazionale. Secondo me no, perché rappresenta
una violazione della Legge e potrebbe indurre tutte le aziende italiane a ritenersi in
diritto di proporre nuovi accordi attraverso un referendum mascherato.
Prima si parlava di economia, ma io vorrei che qualcuno mi spiegasse come farà la
FIAT a ridurre il costo del lavoro - che attualmente varia da un 3,5% a un 7% del
costo complessivo - attraverso la riduzione di 10 minuti di pausa e l'aumento di
qualche ora dell'orario di lavoro.
Visto che il Sindaco si è dichiarato soddisfatto di questo accordo, perché non
propone un simile contratto ai 10.000 dipendenti del Comune di Torino, chiedendo
loro se sono disposti a lavorare dieci ore, anche il sabato e la domenica, per garantire
i servizi dell'Amministrazione agli operai che lavoreranno il sabato e la domenica?
Sicuramente avremo il 98% di "no" ed il 2% di "sì". Vorrei proprio vedere chi sono i
dipendenti del Comune di Torino che accetterebbero simili condizioni. E sto
parlando di impiegati, non di operai che lavorano alla catena di montaggio.
Consideriamo l'investimento di un miliardo di Euro promesso dalla FIAT. Ho spesso
sentito parlare di promesse e di piani industriali, ma in passato quante Società
partecipate hanno proposto piani industriali che sembravano la soluzione di tutti i
mali, ma alla fine hanno fatto ricorso alla ricapitalizzazione mediante la richiesta di
ulteriori finanziamenti da parte degli Enti Locali? La FIAT quante volte ha
beneficiato dei finanziamenti pubblici?
È ovvio che di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro, diventa difficile per i
lavoratori rifiutare un accordo. Però non vorrei che in futuro, sull'esempio di
Marchionne, altri imprenditori imponessero nelle proprie imprese nuovi accordi
aziendali mediante simili referendum, in violazione del diritto di sciopero e del
diritto sindacale. Su questo la politica dovrà vigilare.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La invito a concludere, Consigliere Petrarulo.

PETRARULO Raffaele
La Fiat seguirà la sua strada, ma intanto per i lavoratori è scattata la Cassa
Integrazione della durata di un anno.
Io sono pronto a riconoscere i miei errori politici, ma è convinzione di molti che altri
abbiano la responsabilità politica di questa situazione e sicuramente oggi gli operai
della FIAT devono ringraziare costoro per non aver agito tempestivamente al fine di
tutelare i loro diritti.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola al signor Sindaco.

SINDACO
Non accetto il suggerimento del Consigliere Petrarulo per una ragione molto
semplice: il Comune, come peraltro la Regione, è un settore notoriamente protetto e
domestico.
Vorrei fare tre considerazioni, se possibile fuori dal clima derby che ha alimentato il
pre-referendum, anche per la strumentalizzazione abbastanza pretestuosa che alcune
forze politiche hanno fatto della vicenda, di cui abbiamo avuto eco anche oggi negli
interventi in Aula. Anche un certo circo mediatico ha in alcuni casi, salvo lodevoli
eccezioni, preferito alimentare un clima incandescente piuttosto che aiutare a capire,
con la sicumera di chi, protetto dal monopolio di una telecamera o di un microfono,
ha snocciolato come verità inconfutabili quelle che in realtà erano e sono delle
falsità. Basta pensare a chi in prima serata lancia il titolo "il referendum passa solo
grazie agli impiegati" oppure a chi dice, ad esempio, che a Mirafiori ci sono solo i
5.000 dipendenti che hanno partecipato al referendum, quando anche i bambini sanno
che quelli sono i lavoratori delle carrozzerie e, per fortuna, Mirafiori non si riduce
solo a quel settore.
Prima considerazione. Cinque anni fa, insieme a Regione e Provincia, abbiamo
salvato Mirafiori, dicendo tre cose chiare. Primo: l'operazione di acquisizione delle
aree era finalizzata innanzitutto per dare nel breve periodo una boccata d'ossigeno a
uno stabilimento che era sull'orlo della chiusura.
Secondo: con l'acquisizione delle aree, creavamo le condizioni affinché Mirafiori
non fosse solo più un luogo di produzione materiale, ma anche un luogo di
produzione di conoscenza, che è esattamente quello che stiamo facendo in questi
giorni. Insieme a Regione e Provincia, infatti, stiamo cercando di trasferire la Facoltà
di Ingegneria dell'Auto e del Centro di Design del Politecnico in quell'area. Io ho
usato un espressione forse è un po' immaginifica: "Hub delle tecnologie per la
mobilità sostenibile", comunque quella è la direzione.
È chiaro che, se non ci fosse stato un accordo che garantiva una produzione materiale
di alta gamma, come ha ben spiegato il Vicesindaco, è evidente che la nostra
strategia sarebbe stata monca. Quindi il nostro consenso all'accordo non è dettato da
una contingenza, ma da una strategia che abbiamo costruito negli anni.
Terzo: abbiamo detto molto chiaramente che questo era quello che potevamo fare
noi; la prossima volta toccherà ai sindacati. Se volete, andare a consultare gli archivi.
Ed è esattamente quello che è avvenuto, perché non bisognava essere profeti per
capire che qualora si fosse ripresentato il problema (e il problema si è puntualmente
ripresentato) la soluzione sarebbe stata quella di trovare delle regole e un modo di
lavorare simile a quello degli altri Paesi dell'Europa occidentale. Oggi, in Aula, ho
sentito dire delle cose che non stanno né in cielo né in terra: basta andare a prendere
le tabelle e fare una comparazione per scoprire che tutti i Paesi dell'Europa
occidentale (scusatemi se uso questa divisione ante "muro", ma è solo per farmi
capire) hanno pause lavorative che sono pari o inferiori a 30 minuti.
Seconda considerazione. Il Consigliere Ferrante ha ragione: la politica scarica la
responsabilità di questa situazione sui lavoratori. È vero. Io credo però che questo sia
un passaggio che purtroppo è diventato inevitabile (non solo per Mirafiori) da
quando non c'è più l'unità sindacale, perché è chiaro che se vi fosse l'unità
sindacale, la democrazia rappresentativa in fabbrica si dovrebbe assumere le stesse
responsabilità che qui si assume il Consiglio Comunale. L'esempio del Consigliere
Ferrante è perfetto, salvo che se ci fosse l'unità sindacale, quel mondo poteva
assumersi (o non assumersi, naturalmente) la responsabilità di fare delle scelte, senza
mettere il singolo lavoratore di fronte alla responsabilità di compierle in vece sua. E
la politica ha la responsabilità di non aver contribuito (ma tornerò alla fine su questo)
a costruire su un livello più avanzato l'unità sindacale.
Io credo che in una situazione così frammentata la responsabilità della politica
consista nel dire le cose nel modo più chiaro possibile, caro Consigliere Calgaro. Ho
usato anch'io l'espressione "se io fossi un operaio farei…", perché è l'unico modo
per farsi capire in quel circo mediatico di cui ho parlato prima. Credo che soprattutto
chi ha responsabilità non solo politiche ma anche istituzionali, tanto più a Torino,
non può permettersi il lusso di avere posizioni ispirate al "maanchismo".
(INTERVENTO FUORI MICROFONO). "Maanchismo" da "ma anche" o
"benaltrismo" da "il problema è ben altro".
Terza considerazione. In questi giorni ho ascoltato delle dichiarazioni pericolose,
ovviamente non da parte dei Consiglieri di questa Amministrazione. Innanzitutto non
ci sono lavoratori di serie A e di serie B; cerchiamo di non tornare ai tempi in cui gli
impiegati erano quelli che partecipavano ai cortei con il cappello d'asino. Io quei
tempi li ho vissuti, forse troppo acriticamente, e guai a tornarci, perché gli impiegati
e i tecnici sono lavoratori come gli altri.
Gli stessi operai si sono divisi quasi a metà, con una prevalenza di chi ha votato
"no", ma forse la divisione è meno profonda di quanto pensiamo o qualcuno di noi
vuole far credere. Sicuramente chi ha votato "no" l'ha fatto mettendo in primo piano
il disagio per l'appesantimento delle condizioni di lavoro, (che esiste, ma come ho
detto prima le nostre condizioni di lavoro sono diverse da quelle presenti negli
stabilimenti metalmeccanici dell'Europa occidentale), ma non l'ha fatto a cuor
leggero, perché sapeva che con quel "no" poteva pregiudicare una possibilità di
crescita.
Allo stesso modo, chi ha votato per il "sì" non è servo del padrone e non è neanche
un debole che accetta il ricatto mentre gli altri sono eroi invitti, ma è una persona che
sicuramente ha fatto prevalere la preoccupazione di conservare il lavoro, ben
sapendo che il nuovo accordo aziendale avrebbe creato un appesantimento serio delle
condizioni di lavoro.
Se si ragiona così, credo che sarà possibile ricostruire un clima di governabilità e di
affidabilità all'interno degli stabilimenti. Quindi credo che la via dei ricorsi alla
Magistratura non sia la strada giusta da seguire, perché crea delle spaccature che mi
sembrano difficilmente recuperabili. I risultati dei referendum vanno rispettati, così
come vanno rispettati gli esiti delle consultazioni elettorali quando danno la vittoria
per soli 20.000 voti.
Pertanto, la strada da seguire è quella di garantire, innanzitutto, che gli investimenti
avvengano con i tempi, le modalità e le qualità indicate dall'accordo, a Torino ma
non solo, perché esiste anche il "Progetto Fabbrica Italia". Dato che Pomigliano e
Mirafiori, che sono i due nodi più intricati e cruciali del sistema FIAT italiano, sono
stati in qualche modo sciolti, credo ci siano le condizioni politico-sindacali
necessarie per ricuperare quel progetto. Il Governo italiano dovrebbe fare uno sforzo
per riaprire il tavolo aperto nel mese di agosto con la Regione, per capire che cosa
succederà nei prossimi mesi.
Inoltre bisogna riprendere una trattativa tra sindacati e Confindustria, per ricostruire
un sistema che sia fondato su due principi fondamentali. Primo, gli accordi devono
essere esigibili, perché il vero problema non è il costo del lavoro, ma è l' affidabilità
degli accordi all'interno dei luoghi di lavoro. Anzi, il costo del lavoro in qualche
misura dovrà aumentare, nel senso che dovrà aumentare la parte netta di questo
costo, mentre il Governo e il Parlamento dovrebbero riuscire a far diminuire, o
perlomeno a stabilizzare, la parte lorda. Perciò il costo del lavoro non è il problema
principale, ma è l'affidabilità, perché ciò che si sancisce in materia di organizzazione
del processo produttivo e del lavoro deve essere esigibile.
Secondo, è giusto che i lavoratori abbiano una loro rappresentanza sul luogo di
lavoro.
Questo è del tutto fattibile, perché ci sono accordi interconfederali già definiti, che
devono essere solo riproposti in un tavolo con sindacati e Confindustria, modificando
eventualmente la struttura negoziale, che permetta alla FIAT di tornare dentro alle
regole del Contratto nazionale.
Non è una strada difficile da praticare, ma ci vuole la volontà politica, perché in Italia
c'è una strana Legge in materia di relazioni sindacali, io la chiamo la 'Legge dei
dieci anni'. Se la politica non ha il coraggio (e non l'ha avuto fino ad oggi) di
spezzare la "Legge dei dieci anni", non possiamo poi lamentarci che gli interventi si
fanno solo quando ci sono gli scossoni provocati da Marchionne. Perché se l'accordo
del 1993 (firmato tra scontri politici e di piazza, con i leader sindacali di allora, a
cominciare da Cofferati, che venivano a Torino a fare i comizi in Piazza San Carlo
difesi dagli schermi di plexiglass) fosse stato fatto nel 1984, quando ci fu il
referendum sulla scala mobile, forse i lavoratori ci avrebbero rimesso un po' meno
salario, attraverso l'inflazione, e forse i conti dell'Italia sarebbero stati messi in
ordine un po' prima dell'arrivo del Governo Ciampi.
Se la politica italiana avesse adeguato le relazioni sindacali alla competitività
internazionale (nel 1998 il Governo di centrosinistra - il primo Prodi - propose di
farlo, ma fu bloccato dalla CGIL di Cofferati), forse oggi non saremmo arrivati allo
strappo di Marchionne.
Quindi io spero che questo scossone sia una lezione che ci impedisca di far passare
altri dieci anni per creare quelle condizioni che hanno permesso alla Germania (che
non è un paese del terzo mondo, senza diritti) di raggiungere una produttività
industriale superiore di tre volte a quella italiana, dove i salari netti di un operaio di
Wolfsburg sono quasi il doppio di quelli italiani. Io penso che il buonsenso dovrebbe
convincere la politica a lavorare per avvicinare l'Italia più alla realtà di Wolfsburg e
meno alla situazione che stiamo vivendo oggi.
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