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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Possiamo iniziare la cerimonia. Saluto Sua Eminenza l'Arcivescovo di Torino Cardinale Severino Poletto, il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri, le Autorità civili e militari, il Presidente del Tribunale. Tutti. La nostra presenza qui oggi, in questa Sala, la Sala Rossa del Palazzo Civico, la Sala dove si riunisce il Consiglio Comunale e che rappresenta l'insieme della Città, luogo principe della democrazia nella nostra Città, oggi in questo luogo la nostra presenza è espressione della stima della Città verso il suo Arcivescovo, il Cardinale Severino Poletto che si accinge a lasciare la sua missione apostolica torinese. A nome del Consiglio Comunale e mio personale voglio ringraziarla, Eminenza. La sua è stata una presenza preziosa, come punto di riferimento del mondo cattolico, come guida spirituale della Chiesa locale e come autorità stimata e apprezzata sul piano umano. Lei ha interpretato il suo mandato alla luce dei valori che incarna e rappresenta, ha dato voce agli ultimi, agli emarginati, ai poveri, richiamando cittadini, Enti ed Istituzioni ad un principio sociale irrinunciabile: la solidarietà verso i soggetti deboli. Ha assunto posizioni chiare e coraggiose rispetto alle logiche del profitto e del mercato che agiscono a volte a discapito dei lavoratori, dimostrando la sua vicinanza a chi, a causa della crisi, ha dovuto affrontare condizioni difficili come la cassa integrazione, la mobilità o ancor peggio il licenziamento. Accanto alle Istituzioni ha saputo affrontare le sfide impegnative della società moderna, sempre più multietnica e multireligiosa, promuovendo il dialogo tra le religioni nonché tra la Chiesa e le più importanti realtà sociali, culturali, amministrative ed economiche locali, ma in questi undici anni trascorsi a Torino non sono mancati momenti drammatici, ai quali lei come pastore della sua comunità non si è mai sottratto. La morte dei sette operai della Thyssen è forse stato quello più toccante; in quella come in analoghe circostanze lei ha saputo portare sostegno e conforto al dolore profondo e inconsolabile di quelle famiglie, facendo sentire a loro la vicinanza della Città e del mondo cattolico. Ricordo quei funerali gremiti di una folla profondamente scossa dalla tragedia e le parole forti che ha pronunciato nelle omelie a favore dei diritti dei lavoratori, richiamando - e queste sono parole sue - il diritto alla giusta remunerazione, il diritto al riposo e il diritto ad ambienti di lavoro e a processi produttivi che non rechino pregiudizio alla salute fisica e soprattutto alla vita dei lavoratori, affermando poi che la salute e la vita dei lavoratori sono valori primari che per nessuna ragione dovrebbero essere messi a rischio. Abbiamo apprezzato queste sue frasi che drammaticamente si conservano attuali oggi quanto allora, ma in questo breve excursus ci fa piacere anche ricordare i momenti positivi e i prestigiosi risultati raggiunti. Penso al successo delle ultime Ostensioni della Sacra Sindone, in occasione delle quali la nostra Città ha saputo accogliere visitatori internazionali che arrivavano da ogni parte del mondo e alle prestigiose autorità che con loro sono arrivate nella nostra Città. Penso alla realizzazione della Chiesa del Santo Volto, nuova sede della Curia Vescovile, che si inserisce nel progetto di riqualificazione, trasformazione e rinnovamento del volto metropolitano e che rimarrà come segno tangibile del legame stretto che ha creato lei con la nostra Città. Lei con tutta la comunità cattolica della nostra Città. A lei Eminenza vogliamo esprimere oggi il sentimento di gratitudine e di riconoscenza di tutta la Città per ciò che ha fatto per Torino e per la Diocesi torinese, e insieme a questo porgerle l'affettuoso saluto di tutta la Sala Rossa. La parola al Sindaco Sergio Chiamparino. SINDACO Eminenza, la ringrazio per essere qui per la seconda volta, questa volta per il suo saluto (non diciamo l'addio, ma il suo saluto ufficiale alla Città), e insieme a lei saluto naturalmente tutti, Monsignor Fiandino, il Vicario e tutti gli altri esponenti della Curia che sono qui con noi, e naturalmente le autorità presenti, i Consiglieri Comunali, gli Assessori che hanno potuto essere qua. Come dicevo, è la seconda volta che lei accetta di venire qui in Sala Rossa, nel luogo simbolicamente più elevato di rappresentanza della Città. Credo che questo sia un primo segno che tutti dovrebbero cogliere, che è al tempo stesso di attaccamento alla Città - perché nessun luogo più di questo esprime la Città al suo livello massimo, come ho detto - di rispetto per le istituzioni civili. Ritengo che vada sottolineata questa sua disponibilità a venire qui in una istituzione civile qual è la Sala del Consiglio Comunale per dare il suo saluto alla Città. Segno di attaccamento ma anche di grande rispetto. Si tratta di un attaccamento alla Città che, come ha già detto il Presidente, abbiamo visto in tante altre occasioni. Voglio ricordare, ripetendo alcuni aspetti già riferiti dal Presidente, i momenti difficili e dolorosi, come ad esempio la tragedia della ThyssenKrupp, di cui tutti ancora ricordiamo le sue parole di conforto alle famiglie degli operai morti e alla comunità nella sua interezza. Ricordo la sua vicinanza in tante situazioni - passate, ma anche presenti - di criticità e di crisi aziendali: da lei abbiamo avuto non soltanto parole di conforto, ma anche un interessamento attivo che, in molti casi, è stato utile. Un attaccamento che abbiamo notato anche in quello che definisco un lavoro di monitoraggio, che lei ha sempre svolto sulle situazioni più difficili che la nostra Città viveva e vive. Penso alla povertà che lei, giustamente, in molti momenti, ha sempre richiamato come una delle questioni centrali: l'impoverimento della nostra comunità per lei è sempre stato uno dei problemi principali a cui far fronte, senza mai indulgere né in pietismi, né in quegli atteggiamenti populistici che, a volte, è facile avere quando si parla di temi che toccano l'intima essenza della vita di famiglie e di persone. Penso all'immigrazione, un fenomeno che, da molti punti di vista, ha sottoposto e sottopone a tensione la nostra comunità che lei - e con lei tutta la comunità cristiana - ha sempre affrontato con temi di grande apertura e di grande aiuto all'inserimento di chi vuole inserirsi per migliorare se stesso e la nostra comunità. Vorrei anche sottolineare quello che chiamerei un monitoraggio strategico che lei ha voluto attivare. Penso al Forum, perché poi giustamente ci sono le situazioni concrete da seguire, passo dopo passo, per ricordarci sempre che certamente esistono i problemi, ma che bisogna anche guardar lontano, perché se ci si concentra soltanto sui problemi concreti si rischia di stare a rimorchio dei processi, di non essere in grado di condizionarli e di non creare le risorse necessarie per vincere le sfide che la nostra comunità deve affrontare. Da questo punto di vista, l'attività del Forum (che mi auguro possa continuare con il suo successore) è stata un'interessante attività di monitoraggio strategico tra principali istituzioni e agenzie culturali, formative, operative, economiche e sociali sul territorio, che ha fornito elementi importanti di riflessione e di azione per ognuno. Non potrei chiudere il mio intervento, senza ricordare le sue omelie durante la celebrazione del nostro patrono San Giovanni. Lei sorride, Eminenza, e infatti ha sempre detto che noi temiamo quanto da lei detto dal pulpito: in effetti, è vero. Interrompa pure il mio intervento, se ritiene di farlo (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Io dico sempre: "Cerchi di essere bravo", perché è sempre meglio essere trattati bene che essere trattati male. La ringrazio per l'interruzione, perché dà un tono quasi familiare a questo incontro, come vorrei che fosse. Non nascondo, però, non tanto il timore, quanto l'attenzione alle parole da lei pronunciate durante la Messa di San Giovanni. Era un'attenzione motivata dal fatto che, per la comunità torinese, quel momento ha sempre rappresentato quasi un bilancio d'annata, con le sue riflessioni su quanto successo e su quanto poteva succedere. Le sue parole sono sempre stato uno spunto di riflessione per tutti noi. Dalle sue parole emergevano l'attenzione e l'invito ad essere trattati il meglio possibile: poiché, poi, le sue parole fanno opinione, è evidente che, per chi come noi è preoccupato, per chi vive di consenso o di dissenso, ciò che lei diceva è sempre stato - e continuerà a essere - molto importante. Ho voluto ricordare queste poche cose, la sua attenzione in tanti momenti difficili, dolorosi, strategici, attenzione che credo abbia aiutato la nostra comunità in questi anni. Mi auguro - ma questo lo potrà dire lei, dopo - che la Città l'abbia ricompensato di questa sua attenzione, di questo suo attaccamento, di questo suo impegno. Da parte mia, posso soltanto analizzare alcuni eventi che si sono verificati. Ad esempio, l'ultima Ostensione della Sindone che, rispetto alla precedente, ho vissuto più da protagonista: colgo, allora, l'occasione per ringraziarla per l'impegno, perché senza l'impegno che lei ha profuso con Sua Santità il Pontefice non sarebbe stato possibile organizzare questa Ostensione straordinaria. Voglio anche ringraziarla per l'impegno e la collaborazione con la nostra organizzazione. Si è trattato di un momento alto di partecipazione, di protagonismo, di visibilità di tutta la nostra comunità. Credo, poi, che la visita di Sua Santità il Pontefice abbia rappresentato davvero un momento in cui tutta la comunità torinese si è ritrovata. C'è stato quasi un momento di sintesi alta tra la comunità civile torinese e la comunità cristiana. Direi, quindi, che la Città ha risposto, ha saputo rispondere a questa sua attenzione e al suo impegno di tutti questi anni. Ci tengo, infine, a concludere con qualche considerazione sulla nostra città. Torino è una città che definirei laica ma non laicista, che definirei cristiana ma non confessionale. "Laica", perché non confonde la comunità civile con la comunità cristiana o con le comunità religiose. Ma è una città che sa anche, per questo suo essere non laicista, che il valore della religione appartiene ma non è confinabile soltanto al privato di ognuno di noi. In altri termini, sa che il comportamento religioso o, meglio, le religiosità hanno un valore pubblico che non solo non può essere ignorato, ma che può rappresentare, se si coniuga con un concerto di posizioni culturali e politiche, una ricchezza per la comunità in cui si esprime. E per Torino, forse, è più facile apprezzare, per Torino che ha la storia dei Santi sociali, come ho avuto modo di dire salutando il Pontefice. Basta andare a quella storia per apprezzare il senso di quello che sto dicendo. Ma, appunto, non può essere neanche essere soltanto confinato a quella storia, perché - ripeto - il valore pubblico della religiosità lo ritroviamo come valore in tutte le comunità e spetta a tutti farlo operare come valore positivo, come valore per tutta la comunità. Torino è "cristiana", perché credo che una comunità come quella torinese sia permeata dai valori di fratellanza propri del messaggio cristiano ma, al tempo stesso, non confessionale, perché sa ben distinguere ciò che è della Chiesa e ciò che è dello Stato. Credo che questa città sia la città, detto in estrema sintesi, a cui lei ha dato, come già ricordava il Presidente Castronovo, così tanto, ed io per questo la ringrazio. Questi anni sono certamente passati, nel senso che è passato il tempo, come passa per tutte le cose e per tutti noi, ma non è passata la sua missione in questa nostra città: io sono convinto che ne resterà traccia profonda. In conclusione, quindi, vorrei dirle semplicemente grazie, un grazie di cuore a nome mio e a nome della comunità. Farò quanto di mia competenza perché questa nostra città le testimoni quanto profondo sia stato e sia il ricordo del suo Ministero in questa nostra comunità. Grazie, Eminenza. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Eminenza, per il saluto alla Città, può accomodarsi al posto del Sindaco. POLETTO Severino Illustrissimo signor Sindaco, signor Presidente del Consiglio Comunale, Assessori, Capigruppo e Consiglieri tutti, saluto anche le Autorità presenti, qualche altro mio collaboratore presente ed anche i giornalisti che ci seguono sempre. Desidero innanzitutto esprimere un commosso ringraziamento a lei, signor Sindaco, e al signor Presidente del Consiglio Comunale per avermi invitato qui a Palazzo di Città per portare il mio saluto all'intero Consiglio Comunale e, di conseguenza, a tutta la città di Torino che voi rappresentate, nel momento in cui sta per concludersi il mio mandato di pastore della Chiesa torinese. Guardando a questi undici anni del mio Ministero a Torino, non posso non sottolineare in questa importante sede istituzionale come il dialogo tra l'Arcivescovo e la società civile non solo non si è mai interrotto, ma è andato via via consolidandosi con il passare degli anni. Mi piace oggi ricordare un'altra importante possibilità di incontro tra questo Consiglio e la mia persona, che il Sindaco onorevole Sergio Chiamparino mi ha già offerto una volta in passato, invitandomi qui il 7 maggio 2002 a far visita ufficiale al Consiglio Comunale. Ora si ripete una analoga occasione di incontro che ho colto volentieri, perché mi si offre, ancora una volta, l'occasione di parlare a chi governa questa città e dire quello che sento importante nel mio cuore, come punti di attenzione da coltivare nei confronti di quanti vivono a Torino - città che, da sempre, amo definire complessa e piena di fascino - per offrire loro condizioni di vita serene, fondate sulla giustizia e solidarietà, valori essenziali perché la gente possa sentire in sé e intorno a sé come reali e non utopistiche le prospettive di speranza per un futuro migliore. In questi anni del mio episcopato torinese ho cercato, con sincero impegno, in fedeltà alla missione che il Signore mi ha affidato, di condividere avvenimenti lieti e tristi della nostra storia (già ricordati sia dal Presidente del Consiglio, sia dal signor Sindaco) e di lasciarmi coinvolgere, senza risparmio di energie, da tutte le situazioni di vita di ogni cittadino, specialmente nei momenti più difficili per mancanza di sicurezza occupazionale, per la dilagante povertà che tutti avvertiamo in questa stagione di minori risorse e per la ben nota crisi economica mondiale, che non ha risparmiato la nostra nazione e il nostro territorio. Chiesa e società civile non sono due realtà contrapposte ma complementari tra loro e convergenti sull'impegno di costruire il tessuto sociale delle persone su valori condivisi, pur nella distinzione di ruoli e competenze. I cattolici si sentono cittadini a pieno titolo e non costituiscono altro rispetto alla totalità. Anzi, sapendo di essere maggioranza in questa città così ricca di fede, di tradizione cristiana e di Santi che hanno reso Torino conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, i cattolici avvertono una responsabilità ancora più grande per costruire qui non solo la Città dell'Uomo ma anche la Città di Dio, perché sanno con la certezza della loro fede che, se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori, se il Signore non vigila sulla Città, invano veglia la sentinella, come recita il salmo 127. Vorrei brevemente accennare alla splendida vocazione di Torino nell'Italia Unita. Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e non dobbiamo dimenticare che l'unificazione del nostro Paese ha avuto da Torino la sua spinta propulsiva, per cui giustamente, sia pure per poco tempo, la nostra Città fu la prima capitale dell'Italia Unita. Guardando alla nostra storia degli ultimi due secoli, noi vediamo come Torino sia stata per eccellenza il vero laboratorio del graduale progresso sociale e politico dell'Italia intera. È con sano orgoglio che possiamo affermare che la nostra Città e il nostro territorio svolsero un ruolo fondamentale nell'epoca della rivoluzione industriale. Qui ci fu un crescendo di iniziative innovative su vari fronti, per cui Torino si meritò la qualifica di città del lavoro e della cultura. La creatività, la ricerca, la laboriosità, la tenacia nel cercare di realizzare progresso su tutti i campi del vivere sociale sono tutte qualità che col passare degli anni hanno fatto la grandezza di Torino in Italia, in Europa e nel mondo. Non posso inoltre tacere del determinante apporto della Chiesa nel dare splendore a Torino, che con i suoi Santi sociali si è meritata il titolo di "Città della carità". San Giuseppe Benedetto Cottolengo, Don Bosco, Santa Maria Mazzarello, San Giuseppe Cafasso, San Giuseppe Allamano, San Leonardo Murialdo, con i loro carismi di sapienza e di amore hanno contribuito non solo a dare un volto più umano, accogliente ed educativo al nostro tessuto sociale, ma hanno portato nel mondo intero il nome di Torino, con la presenza di religiosi e religiose in ogni parte della Terra. È sulla spinta di queste nostre caratteristiche civili e religiose che Torino è sempre stata capace, più di altri, di capire e gestire i grandi cambiamenti sociali, di accogliere e di integrare popolazioni provenienti da diverse regioni italiane e, in tempi più recenti, da altre nazioni europee e extraeuropee. Questo processo di integrazione oggi si è fatto più complesso e difficile, ma la storia ci spinge a vestire con più coraggio l'abito di città multietnica, multiculturale e multireligiosa. Torino ha sempre saputo rinnovarsi, anticipando le condizioni per affrontare con coraggio ed equilibrio le nuove frontiere della globalizzazione. D'altronde siamo stati tutti testimoni di come Torino ha saputo in questi anni organizzare con successo e ammirazione generale grandissimi eventi, come le Olimpiadi Invernali e le Ostensioni della Santa Sindone. Eventi che hanno offerto l'occasione alla Città di rivalorizzare i numerosi suoi tesori d'arte e ripresentarsi al mondo con un volto così rinnovato da suscitare stupore nell'opinione pubblica nazionale e internazionale, che ha potuto così scoprire la grandezza di Torino, in gran parte dovuta allo splendore dei suoi monumenti. Devo, però, dire che Torino è anche una città ferita. Quanto finora ho cercato di sottolineare di bello e di grande Torino ha realizzato nella sua storia, ci induce a non perdere la speranza in questo periodo di crisi economica e di valori che anche noi stiamo attraversando, e dalla quale non dobbiamo lasciare travolgerci. Oggi Torino è una città ferita, e non credo che questa sia una espressione pessimistica ma realistica, se abbiamo occhi e cuore per guardarci intorno e vedere le tante situazioni di sofferenza e disagio che molte, troppe persone stanno vivendo. Se guardiamo la situazione sul versante del lavoro e dell'occupazione, abbiamo più di un motivo per essere preoccupati. Ho detto preoccupati, non tristi, perché ci sono le risorse intellettuali, politiche, amministrative e imprenditoriali per superare questa fase critica, ma ci vuole un impegno sincero di tutti. Questo è il momento del dialogo. Non è salendo sulle barricate, ma mettendosi intorno a un tavolo e facendo ciascuno la propria parte, assumendosi le proprie responsabilità, che si potrà trovare equa soluzione degli attuali problemi. Non si va da nessuna parte se gli imprenditori non tengono conto dei giusti diritti dei lavoratori e non cercano il miglioramento delle loro condizioni di vita, come non si va da nessuna parte se i lavoratori non considerano la responsabilità sociale dei datori di lavoro, coadiuvando a creare quel giusto profitto con quelle necessarie collaborazioni concordate, che consentano non solo di reinvestire per salvare la fabbrica e il posto di lavoro, ma anche per l'innovazione e la ricerca, al fine di dilatare le possibilità di occupazione stabile ai tanti precari e ai giovani che attendono di entrare nel circuito produttivo e di reddito, che consenta loro di crearsi i presupposti necessari per realizzare i loro progetti di vita, a cominciare dal matrimonio e dalla famiglia, dove poter far nascere nuove vite. Se non si ha chiara questa prospettiva, la nostra è una società che invecchia, e il calo demografico ci porterà a vivere scenari nuovi, ai quali c'è il rischio di non arrivare preparati. I Sindacati su questo punto hanno una non piccola responsabilità, per cui credo importante che si muovano uniti per arricchire la loro conoscenza dei problemi con scambi di idee, sia per saper orientare i rapporti di lavoro così da risolvere in modo efficace le nuove problematiche che la spietata concorrenza mondiale ci mette davanti in tutti i campi, non solo nei settori tradizionali che sono quelli industriali, ma anche -chi lo avrebbe detto qualche decennio fa? - in quello alimentare. Altrettanta importanza hanno le scelte del Governo e delle Istituzioni locali. Un'altra situazione di sofferenza di cui dobbiamo prendere coscienza per farcene carico, di prevenzione prima e di sostegno poi, è lo sfaldamento dell'armonia e dell'amore di tante famiglie, con la conseguenza di coppie di sposi che vedono cadere ideali che avevano nutrito con tanta fiducia, e di figli, spesso ancora in tenera età, che non sanno su quali genitori appoggiarsi e fanno fatica a ritrovare quel sorriso e quella gioia che solo una sicurezza affettiva di un papà e di una mamma presenti sanno dare. A questo si aggancia il grande tema dell'emergenza educativa, che sta interessando e preoccupando molto i vescovi italiani, e di cui si è parlato nella recente Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che aveva come tema: "Un'agenda di speranza per il futuro del Paese". Il compito educativo è urgente e delicato sia per la Chiesa, sia per l'intera società civile. Esso richiede un rinnovato impegno di fiducia, di entusiasmo e di collaborazione sincera tra tutte le istituzioni, non solo per il bene delle giovani generazioni ma per tutta la società. Per educare è necessario sconfiggere la diffusa tendenza egoistica del pensare solo a se stessi, è necessario far capire il valore positivo della fedeltà agli impegni presi con se stessi e con gli altri e dei sacrifici necessari perché questo si realizzi e, soprattutto, è urgente impedire che il relativismo imperante a livello morale diventi criterio unico di discernimento per le scelte da fare, sia a livello personale che collettivo. L'educazione, si è detto a Reggio Calabria nella Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, è il tema pubblico per eccellenza. Si capisce perciò come, in questo luogo, io abbia sentito il dovere di evidenziare questa emergenza, sollecitando tutti noi, Chiesa e società, a trovare la forza per farcene carico. Non posso tacere di un'altra fatica che la nostra città deve saper affrontare. Si tratta di educarci ad una maggiore flessibilità culturale, che ci renda capaci di accoglienza degli immigrati, che saranno sempre più numerosi e con i quali bisogna creare ponti di dialogo per una graduale ma giusta e doverosa integrazione, per preparare un futuro di pace e di giustizia che consenta di realizzare una convivenza pacifica e collaborativa per il progresso di tutti, e anche le condizioni perché sia salvaguardata la sicurezza e il rispetto delle persone e del territorio. Mi è caro ripetere qui tre espressioni con le quali, già nella mia visita a questo illustre Consiglio nel 2002, indicai le condizioni per affrontare, senza traumi o paure ma come una vera opportunità di risorse umane nuove, il tema dell'immigrazione. Torino - dicevo allora - deve essere una città accogliente e tollerante, ma anche esigente. Questo significa che riconosciamo i diritti delle persone ad emigrare, che le nostre porte sono aperte, a condizione che sia rispettata la legalità. La Chiesa si è sempre sentita al servizio della Città; anche il Santo Padre Benedetto XVI nella sua visita è stato molto colpito dall'entusiasmo e dall'accoglienza dei torinesi. La Chiesa che io sento di rappresentare qui, perché rappresento tutta la comunità cattolica e credente di Torino, ma sono anche certo di interpretare il comune sentire dei fedeli cattolici nel dire che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Sto citando l'incipit della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II. Il mio Ministero episcopale è stato ispirato a due attenzioni fondamentali e connesse tra loro: sostenere, rimotivare e rendere credibile la vita di fede dei cattolici e mettermi in relazione con tutta la società civile per dare il mio personale contributo a collaborare, con tutti indistintamente, per costruire con pazienza e tenacia il progresso di tutta la città. Ho creduto e credo nel valore del dialogo con tutti, senza discriminazioni tra credenti e non credenti, per costruire insieme migliori condizioni di vita e per creare ponti di collaborazione tra le più svariate realtà presenti nel territorio che si spendono con professionalità ed ammirevole generosità per il bene del prossimo. Ho cercato di mettermi dentro i problemi della gente. Ogni categoria di persone è stata da me tenuta in seria considerazione: le istituzioni civili e culturali, il mondo del lavoro, i giovani, le famiglie, gli immigrati, e soprattutto quanti sono nella sofferenza perché vivono ogni giorno in gravi difficoltà economiche, oppure sono ammalati o si trovano in carcere. Momento privilegiato, come ha ricordato il Sindaco, per il mio mettermi dentro i problemi della Città è stata sempre la celebrazione annuale del Patrono di Torino San Giovanni Battista. Nelle omelie da me pronunciate in queste occasioni, si è potuto percepire come il mio cuore sia stato sensibile e attento ai diversi problemi che, in questi anni, la nostra città ha dovuto affrontare. L'augurio che, alla conclusione del mio servizio di Arcivescovo, faccio a questa nobile assemblea del Consiglio Comunale è che il vostro impegno aiuti Torino a non perdere il suo fascino di città ricca di una storia gloriosa e, soprattutto, a rimanere sempre una città aperta non solo a quanti arrivino qui per viverci, ma specialmente aperta alla luce di verità e forza di impegno che vengono dal messaggio cristiano che, da diciassette secoli, qui è stato portato e ha plasmato moltitudini di credenti, per cui sarebbe ingiustizia storica dimenticare o negare le nostre comuni radici cristiane. A quanti si dichiarano laici, con il significato di non credenti, desidero tendere la mia mano di pastore che sente di rappresentare il Signore Gesù che dice a tutti di non chiudersi in se stessi, a non considerare definitive le proprie convinzioni ma rimanere in ricerca di una verità che ci trascende. Il mio definitivo atto di amore per Torino lo esprimo con una splendida formula biblica di benedizione che ora in preghiera voglio pronunciare sulla mia città: "Ti benedica il Signore e ti custodisca, il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia, il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace". Grazie. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La cerimonia è conclusa. Invito i presenti ad alzarsi in piedi per permettere al Gonfalone di uscire dalla Sala. Grazie a tutti per la partecipazione. |