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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 25 Ottobre 2010 ore 12,00
Paragrafo n. 8

Saluto al Consiglio del Cardinale Severino Poletto.
Interventi

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Possiamo iniziare la cerimonia. Saluto Sua Eminenza l'Arcivescovo di Torino
Cardinale Severino Poletto, il Sindaco, gli Assessori, i Consiglieri, le Autorità civili e
militari, il Presidente del Tribunale. Tutti.
La nostra presenza qui oggi, in questa Sala, la Sala Rossa del Palazzo Civico, la Sala
dove si riunisce il Consiglio Comunale e che rappresenta l'insieme della Città, luogo
principe della democrazia nella nostra Città, oggi in questo luogo la nostra presenza è
espressione della stima della Città verso il suo Arcivescovo, il Cardinale Severino
Poletto che si accinge a lasciare la sua missione apostolica torinese.
A nome del Consiglio Comunale e mio personale voglio ringraziarla, Eminenza. La
sua è stata una presenza preziosa, come punto di riferimento del mondo cattolico,
come guida spirituale della Chiesa locale e come autorità stimata e apprezzata sul
piano umano. Lei ha interpretato il suo mandato alla luce dei valori che incarna e
rappresenta, ha dato voce agli ultimi, agli emarginati, ai poveri, richiamando
cittadini, Enti ed Istituzioni ad un principio sociale irrinunciabile: la solidarietà verso
i soggetti deboli.
Ha assunto posizioni chiare e coraggiose rispetto alle logiche del profitto e del
mercato che agiscono a volte a discapito dei lavoratori, dimostrando la sua vicinanza
a chi, a causa della crisi, ha dovuto affrontare condizioni difficili come la cassa
integrazione, la mobilità o ancor peggio il licenziamento.
Accanto alle Istituzioni ha saputo affrontare le sfide impegnative della società
moderna, sempre più multietnica e multireligiosa, promuovendo il dialogo tra le
religioni nonché tra la Chiesa e le più importanti realtà sociali, culturali,
amministrative ed economiche locali, ma in questi undici anni trascorsi a Torino non
sono mancati momenti drammatici, ai quali lei come pastore della sua comunità non
si è mai sottratto.
La morte dei sette operai della Thyssen è forse stato quello più toccante; in quella
come in analoghe circostanze lei ha saputo portare sostegno e conforto al dolore
profondo e inconsolabile di quelle famiglie, facendo sentire a loro la vicinanza della
Città e del mondo cattolico.
Ricordo quei funerali gremiti di una folla profondamente scossa dalla tragedia e le
parole forti che ha pronunciato nelle omelie a favore dei diritti dei lavoratori,
richiamando - e queste sono parole sue - il diritto alla giusta remunerazione, il diritto
al riposo e il diritto ad ambienti di lavoro e a processi produttivi che non rechino
pregiudizio alla salute fisica e soprattutto alla vita dei lavoratori, affermando poi che
la salute e la vita dei lavoratori sono valori primari che per nessuna ragione
dovrebbero essere messi a rischio.
Abbiamo apprezzato queste sue frasi che drammaticamente si conservano attuali
oggi quanto allora, ma in questo breve excursus ci fa piacere anche ricordare i
momenti positivi e i prestigiosi risultati raggiunti. Penso al successo delle ultime
Ostensioni della Sacra Sindone, in occasione delle quali la nostra Città ha saputo
accogliere visitatori internazionali che arrivavano da ogni parte del mondo e alle
prestigiose autorità che con loro sono arrivate nella nostra Città. Penso alla
realizzazione della Chiesa del Santo Volto, nuova sede della Curia Vescovile, che si
inserisce nel progetto di riqualificazione, trasformazione e rinnovamento del volto
metropolitano e che rimarrà come segno tangibile del legame stretto che ha creato lei
con la nostra Città. Lei con tutta la comunità cattolica della nostra Città.
A lei Eminenza vogliamo esprimere oggi il sentimento di gratitudine e di
riconoscenza di tutta la Città per ciò che ha fatto per Torino e per la Diocesi torinese,
e insieme a questo porgerle l'affettuoso saluto di tutta la Sala Rossa.
La parola al Sindaco Sergio Chiamparino.

SINDACO
Eminenza, la ringrazio per essere qui per la seconda volta, questa volta per il suo
saluto (non diciamo l'addio, ma il suo saluto ufficiale alla Città), e insieme a lei
saluto naturalmente tutti, Monsignor Fiandino, il Vicario e tutti gli altri esponenti
della Curia che sono qui con noi, e naturalmente le autorità presenti, i Consiglieri
Comunali, gli Assessori che hanno potuto essere qua.
Come dicevo, è la seconda volta che lei accetta di venire qui in Sala Rossa, nel luogo
simbolicamente più elevato di rappresentanza della Città. Credo che questo sia un
primo segno che tutti dovrebbero cogliere, che è al tempo stesso di attaccamento alla
Città - perché nessun luogo più di questo esprime la Città al suo livello massimo,
come ho detto - di rispetto per le istituzioni civili. Ritengo che vada sottolineata
questa sua disponibilità a venire qui in una istituzione civile qual è la Sala del
Consiglio Comunale per dare il suo saluto alla Città. Segno di attaccamento ma
anche di grande rispetto.
Si tratta di un attaccamento alla Città che, come ha già detto il Presidente, abbiamo
visto in tante altre occasioni.
Voglio ricordare, ripetendo alcuni aspetti già riferiti dal Presidente, i momenti
difficili e dolorosi, come ad esempio la tragedia della ThyssenKrupp, di cui tutti
ancora ricordiamo le sue parole di conforto alle famiglie degli operai morti e alla
comunità nella sua interezza.
Ricordo la sua vicinanza in tante situazioni - passate, ma anche presenti - di criticità
e di crisi aziendali: da lei abbiamo avuto non soltanto parole di conforto, ma anche
un interessamento attivo che, in molti casi, è stato utile. Un attaccamento che
abbiamo notato anche in quello che definisco un lavoro di monitoraggio, che lei ha
sempre svolto sulle situazioni più difficili che la nostra Città viveva e vive.
Penso alla povertà che lei, giustamente, in molti momenti, ha sempre richiamato
come una delle questioni centrali: l'impoverimento della nostra comunità per lei è
sempre stato uno dei problemi principali a cui far fronte, senza mai indulgere né in
pietismi, né in quegli atteggiamenti populistici che, a volte, è facile avere quando si
parla di temi che toccano l'intima essenza della vita di famiglie e di persone.
Penso all'immigrazione, un fenomeno che, da molti punti di vista, ha sottoposto e
sottopone a tensione la nostra comunità che lei - e con lei tutta la comunità cristiana -
ha sempre affrontato con temi di grande apertura e di grande aiuto all'inserimento di
chi vuole inserirsi per migliorare se stesso e la nostra comunità.
Vorrei anche sottolineare quello che chiamerei un monitoraggio strategico che lei ha
voluto attivare. Penso al Forum, perché poi giustamente ci sono le situazioni concrete
da seguire, passo dopo passo, per ricordarci sempre che certamente esistono i
problemi, ma che bisogna anche guardar lontano, perché se ci si concentra soltanto
sui problemi concreti si rischia di stare a rimorchio dei processi, di non essere in
grado di condizionarli e di non creare le risorse necessarie per vincere le sfide che la
nostra comunità deve affrontare. Da questo punto di vista, l'attività del Forum (che
mi auguro possa continuare con il suo successore) è stata un'interessante attività di
monitoraggio strategico tra principali istituzioni e agenzie culturali, formative,
operative, economiche e sociali sul territorio, che ha fornito elementi importanti di
riflessione e di azione per ognuno.
Non potrei chiudere il mio intervento, senza ricordare le sue omelie durante la
celebrazione del nostro patrono San Giovanni.
Lei sorride, Eminenza, e infatti ha sempre detto che noi temiamo quanto da lei detto
dal pulpito: in effetti, è vero. Interrompa pure il mio intervento, se ritiene di farlo
(INTERVENTO FUORI MICROFONO). Io dico sempre: "Cerchi di essere bravo",
perché è sempre meglio essere trattati bene che essere trattati male. La ringrazio per
l'interruzione, perché dà un tono quasi familiare a questo incontro, come vorrei che
fosse. Non nascondo, però, non tanto il timore, quanto l'attenzione alle parole da lei
pronunciate durante la Messa di San Giovanni. Era un'attenzione motivata dal fatto
che, per la comunità torinese, quel momento ha sempre rappresentato quasi un
bilancio d'annata, con le sue riflessioni su quanto successo e su quanto poteva
succedere. Le sue parole sono sempre stato uno spunto di riflessione per tutti noi.
Dalle sue parole emergevano l'attenzione e l'invito ad essere trattati il meglio
possibile: poiché, poi, le sue parole fanno opinione, è evidente che, per chi come noi
è preoccupato, per chi vive di consenso o di dissenso, ciò che lei diceva è sempre
stato - e continuerà a essere - molto importante.
Ho voluto ricordare queste poche cose, la sua attenzione in tanti momenti difficili,
dolorosi, strategici, attenzione che credo abbia aiutato la nostra comunità in questi
anni. Mi auguro - ma questo lo potrà dire lei, dopo - che la Città l'abbia
ricompensato di questa sua attenzione, di questo suo attaccamento, di questo suo
impegno.
Da parte mia, posso soltanto analizzare alcuni eventi che si sono verificati.
Ad esempio, l'ultima Ostensione della Sindone che, rispetto alla precedente, ho
vissuto più da protagonista: colgo, allora, l'occasione per ringraziarla per l'impegno,
perché senza l'impegno che lei ha profuso con Sua Santità il Pontefice non sarebbe
stato possibile organizzare questa Ostensione straordinaria. Voglio anche ringraziarla
per l'impegno e la collaborazione con la nostra organizzazione.
Si è trattato di un momento alto di partecipazione, di protagonismo, di visibilità di
tutta la nostra comunità. Credo, poi, che la visita di Sua Santità il Pontefice abbia
rappresentato davvero un momento in cui tutta la comunità torinese si è ritrovata. C'è
stato quasi un momento di sintesi alta tra la comunità civile torinese e la comunità
cristiana. Direi, quindi, che la Città ha risposto, ha saputo rispondere a questa sua
attenzione e al suo impegno di tutti questi anni.
Ci tengo, infine, a concludere con qualche considerazione sulla nostra città.
Torino è una città che definirei laica ma non laicista, che definirei cristiana ma non
confessionale. "Laica", perché non confonde la comunità civile con la comunità
cristiana o con le comunità religiose. Ma è una città che sa anche, per questo suo
essere non laicista, che il valore della religione appartiene ma non è confinabile
soltanto al privato di ognuno di noi. In altri termini, sa che il comportamento
religioso o, meglio, le religiosità hanno un valore pubblico che non solo non può
essere ignorato, ma che può rappresentare, se si coniuga con un concerto di posizioni
culturali e politiche, una ricchezza per la comunità in cui si esprime. E per Torino,
forse, è più facile apprezzare, per Torino che ha la storia dei Santi sociali, come ho
avuto modo di dire salutando il Pontefice. Basta andare a quella storia per apprezzare
il senso di quello che sto dicendo. Ma, appunto, non può essere neanche essere
soltanto confinato a quella storia, perché - ripeto - il valore pubblico della religiosità
lo ritroviamo come valore in tutte le comunità e spetta a tutti farlo operare come
valore positivo, come valore per tutta la comunità.
Torino è "cristiana", perché credo che una comunità come quella torinese sia
permeata dai valori di fratellanza propri del messaggio cristiano ma, al tempo stesso,
non confessionale, perché sa ben distinguere ciò che è della Chiesa e ciò che è dello
Stato.
Credo che questa città sia la città, detto in estrema sintesi, a cui lei ha dato, come già
ricordava il Presidente Castronovo, così tanto, ed io per questo la ringrazio.
Questi anni sono certamente passati, nel senso che è passato il tempo, come passa per
tutte le cose e per tutti noi, ma non è passata la sua missione in questa nostra città: io
sono convinto che ne resterà traccia profonda.
In conclusione, quindi, vorrei dirle semplicemente grazie, un grazie di cuore a nome
mio e a nome della comunità.
Farò quanto di mia competenza perché questa nostra città le testimoni quanto
profondo sia stato e sia il ricordo del suo Ministero in questa nostra comunità.
Grazie, Eminenza.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Eminenza, per il saluto alla Città, può accomodarsi al posto del Sindaco.

POLETTO Severino
Illustrissimo signor Sindaco, signor Presidente del Consiglio Comunale, Assessori,
Capigruppo e Consiglieri tutti, saluto anche le Autorità presenti, qualche altro mio
collaboratore presente ed anche i giornalisti che ci seguono sempre.
Desidero innanzitutto esprimere un commosso ringraziamento a lei, signor Sindaco,
e al signor Presidente del Consiglio Comunale per avermi invitato qui a Palazzo di
Città per portare il mio saluto all'intero Consiglio Comunale e, di conseguenza, a
tutta la città di Torino che voi rappresentate, nel momento in cui sta per concludersi
il mio mandato di pastore della Chiesa torinese.
Guardando a questi undici anni del mio Ministero a Torino, non posso non
sottolineare in questa importante sede istituzionale come il dialogo tra l'Arcivescovo
e la società civile non solo non si è mai interrotto, ma è andato via via consolidandosi
con il passare degli anni.
Mi piace oggi ricordare un'altra importante possibilità di incontro tra questo
Consiglio e la mia persona, che il Sindaco onorevole Sergio Chiamparino mi ha già
offerto una volta in passato, invitandomi qui il 7 maggio 2002 a far visita ufficiale al
Consiglio Comunale.
Ora si ripete una analoga occasione di incontro che ho colto volentieri, perché mi si
offre, ancora una volta, l'occasione di parlare a chi governa questa città e dire quello
che sento importante nel mio cuore, come punti di attenzione da coltivare nei
confronti di quanti vivono a Torino - città che, da sempre, amo definire complessa e
piena di fascino - per offrire loro condizioni di vita serene, fondate sulla giustizia e
solidarietà, valori essenziali perché la gente possa sentire in sé e intorno a sé come
reali e non utopistiche le prospettive di speranza per un futuro migliore.
In questi anni del mio episcopato torinese ho cercato, con sincero impegno, in fedeltà
alla missione che il Signore mi ha affidato, di condividere avvenimenti lieti e tristi
della nostra storia (già ricordati sia dal Presidente del Consiglio, sia dal signor
Sindaco) e di lasciarmi coinvolgere, senza risparmio di energie, da tutte le situazioni
di vita di ogni cittadino, specialmente nei momenti più difficili per mancanza di
sicurezza occupazionale, per la dilagante povertà che tutti avvertiamo in questa
stagione di minori risorse e per la ben nota crisi economica mondiale, che non ha
risparmiato la nostra nazione e il nostro territorio.
Chiesa e società civile non sono due realtà contrapposte ma complementari tra loro e
convergenti sull'impegno di costruire il tessuto sociale delle persone su valori
condivisi, pur nella distinzione di ruoli e competenze.
I cattolici si sentono cittadini a pieno titolo e non costituiscono altro rispetto alla
totalità. Anzi, sapendo di essere maggioranza in questa città così ricca di fede, di
tradizione cristiana e di Santi che hanno reso Torino conosciuta e apprezzata in tutto
il mondo, i cattolici avvertono una responsabilità ancora più grande per costruire qui
non solo la Città dell'Uomo ma anche la Città di Dio, perché sanno con la certezza
della loro fede che, se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i
costruttori, se il Signore non vigila sulla Città, invano veglia la sentinella, come
recita il salmo 127.
Vorrei brevemente accennare alla splendida vocazione di Torino nell'Italia Unita.
Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e non dobbiamo dimenticare che
l'unificazione del nostro Paese ha avuto da Torino la sua spinta propulsiva, per cui
giustamente, sia pure per poco tempo, la nostra Città fu la prima capitale dell'Italia
Unita.
Guardando alla nostra storia degli ultimi due secoli, noi vediamo come Torino sia
stata per eccellenza il vero laboratorio del graduale progresso sociale e politico
dell'Italia intera. È con sano orgoglio che possiamo affermare che la nostra Città e il
nostro territorio svolsero un ruolo fondamentale nell'epoca della rivoluzione
industriale.
Qui ci fu un crescendo di iniziative innovative su vari fronti, per cui Torino si meritò
la qualifica di città del lavoro e della cultura. La creatività, la ricerca, la laboriosità,
la tenacia nel cercare di realizzare progresso su tutti i campi del vivere sociale sono
tutte qualità che col passare degli anni hanno fatto la grandezza di Torino in Italia, in
Europa e nel mondo.
Non posso inoltre tacere del determinante apporto della Chiesa nel dare splendore a
Torino, che con i suoi Santi sociali si è meritata il titolo di "Città della carità". San
Giuseppe Benedetto Cottolengo, Don Bosco, Santa Maria Mazzarello, San Giuseppe
Cafasso, San Giuseppe Allamano, San Leonardo Murialdo, con i loro carismi di
sapienza e di amore hanno contribuito non solo a dare un volto più umano,
accogliente ed educativo al nostro tessuto sociale, ma hanno portato nel mondo intero
il nome di Torino, con la presenza di religiosi e religiose in ogni parte della Terra.
È sulla spinta di queste nostre caratteristiche civili e religiose che Torino è sempre
stata capace, più di altri, di capire e gestire i grandi cambiamenti sociali, di
accogliere e di integrare popolazioni provenienti da diverse regioni italiane e, in
tempi più recenti, da altre nazioni europee e extraeuropee.
Questo processo di integrazione oggi si è fatto più complesso e difficile, ma la storia
ci spinge a vestire con più coraggio l'abito di città multietnica, multiculturale e
multireligiosa. Torino ha sempre saputo rinnovarsi, anticipando le condizioni per
affrontare con coraggio ed equilibrio le nuove frontiere della globalizzazione.
D'altronde siamo stati tutti testimoni di come Torino ha saputo in questi anni
organizzare con successo e ammirazione generale grandissimi eventi, come le
Olimpiadi Invernali e le Ostensioni della Santa Sindone. Eventi che hanno offerto
l'occasione alla Città di rivalorizzare i numerosi suoi tesori d'arte e ripresentarsi al
mondo con un volto così rinnovato da suscitare stupore nell'opinione pubblica
nazionale e internazionale, che ha potuto così scoprire la grandezza di Torino, in gran
parte dovuta allo splendore dei suoi monumenti.
Devo, però, dire che Torino è anche una città ferita. Quanto finora ho cercato di
sottolineare di bello e di grande Torino ha realizzato nella sua storia, ci induce a non
perdere la speranza in questo periodo di crisi economica e di valori che anche noi
stiamo attraversando, e dalla quale non dobbiamo lasciare travolgerci.
Oggi Torino è una città ferita, e non credo che questa sia una espressione
pessimistica ma realistica, se abbiamo occhi e cuore per guardarci intorno e vedere le
tante situazioni di sofferenza e disagio che molte, troppe persone stanno vivendo.
Se guardiamo la situazione sul versante del lavoro e dell'occupazione, abbiamo più
di un motivo per essere preoccupati. Ho detto preoccupati, non tristi, perché ci sono
le risorse intellettuali, politiche, amministrative e imprenditoriali per superare questa
fase critica, ma ci vuole un impegno sincero di tutti.
Questo è il momento del dialogo.
Non è salendo sulle barricate, ma mettendosi intorno a un tavolo e facendo ciascuno
la propria parte, assumendosi le proprie responsabilità, che si potrà trovare equa
soluzione degli attuali problemi.
Non si va da nessuna parte se gli imprenditori non tengono conto dei giusti diritti dei
lavoratori e non cercano il miglioramento delle loro condizioni di vita, come non si
va da nessuna parte se i lavoratori non considerano la responsabilità sociale dei datori
di lavoro, coadiuvando a creare quel giusto profitto con quelle necessarie
collaborazioni concordate, che consentano non solo di reinvestire per salvare la
fabbrica e il posto di lavoro, ma anche per l'innovazione e la ricerca, al fine di
dilatare le possibilità di occupazione stabile ai tanti precari e ai giovani che attendono
di entrare nel circuito produttivo e di reddito, che consenta loro di crearsi i
presupposti necessari per realizzare i loro progetti di vita, a cominciare dal
matrimonio e dalla famiglia, dove poter far nascere nuove vite.
Se non si ha chiara questa prospettiva, la nostra è una società che invecchia, e il calo
demografico ci porterà a vivere scenari nuovi, ai quali c'è il rischio di non arrivare
preparati. I Sindacati su questo punto hanno una non piccola responsabilità, per cui
credo importante che si muovano uniti per arricchire la loro conoscenza dei problemi
con scambi di idee, sia per saper orientare i rapporti di lavoro così da risolvere in
modo efficace le nuove problematiche che la spietata concorrenza mondiale ci mette
davanti in tutti i campi, non solo nei settori tradizionali che sono quelli industriali,
ma anche -chi lo avrebbe detto qualche decennio fa? - in quello alimentare.
Altrettanta importanza hanno le scelte del Governo e delle Istituzioni locali.
Un'altra situazione di sofferenza di cui dobbiamo prendere coscienza per farcene
carico, di prevenzione prima e di sostegno poi, è lo sfaldamento dell'armonia e
dell'amore di tante famiglie, con la conseguenza di coppie di sposi che vedono
cadere ideali che avevano nutrito con tanta fiducia, e di figli, spesso ancora in tenera
età, che non sanno su quali genitori appoggiarsi e fanno fatica a ritrovare quel sorriso
e quella gioia che solo una sicurezza affettiva di un papà e di una mamma presenti
sanno dare.
A questo si aggancia il grande tema dell'emergenza educativa, che sta interessando e
preoccupando molto i vescovi italiani, e di cui si è parlato nella recente Settimana
Sociale dei Cattolici Italiani, che aveva come tema: "Un'agenda di speranza per il
futuro del Paese".
Il compito educativo è urgente e delicato sia per la Chiesa, sia per l'intera società
civile. Esso richiede un rinnovato impegno di fiducia, di entusiasmo e di
collaborazione sincera tra tutte le istituzioni, non solo per il bene delle giovani
generazioni ma per tutta la società.
Per educare è necessario sconfiggere la diffusa tendenza egoistica del pensare solo a
se stessi, è necessario far capire il valore positivo della fedeltà agli impegni presi con
se stessi e con gli altri e dei sacrifici necessari perché questo si realizzi e, soprattutto,
è urgente impedire che il relativismo imperante a livello morale diventi criterio unico
di discernimento per le scelte da fare, sia a livello personale che collettivo.
L'educazione, si è detto a Reggio Calabria nella Settimana Sociale dei Cattolici
Italiani, è il tema pubblico per eccellenza. Si capisce perciò come, in questo luogo, io
abbia sentito il dovere di evidenziare questa emergenza, sollecitando tutti noi, Chiesa
e società, a trovare la forza per farcene carico.
Non posso tacere di un'altra fatica che la nostra città deve saper affrontare. Si tratta
di educarci ad una maggiore flessibilità culturale, che ci renda capaci di accoglienza
degli immigrati, che saranno sempre più numerosi e con i quali bisogna creare ponti
di dialogo per una graduale ma giusta e doverosa integrazione, per preparare un
futuro di pace e di giustizia che consenta di realizzare una convivenza pacifica e
collaborativa per il progresso di tutti, e anche le condizioni perché sia salvaguardata
la sicurezza e il rispetto delle persone e del territorio.
Mi è caro ripetere qui tre espressioni con le quali, già nella mia visita a questo illustre
Consiglio nel 2002, indicai le condizioni per affrontare, senza traumi o paure ma
come una vera opportunità di risorse umane nuove, il tema dell'immigrazione.
Torino - dicevo allora - deve essere una città accogliente e tollerante, ma anche
esigente. Questo significa che riconosciamo i diritti delle persone ad emigrare, che le
nostre porte sono aperte, a condizione che sia rispettata la legalità.
La Chiesa si è sempre sentita al servizio della Città; anche il Santo Padre Benedetto
XVI nella sua visita è stato molto colpito dall'entusiasmo e dall'accoglienza dei
torinesi. La Chiesa che io sento di rappresentare qui, perché rappresento tutta la
comunità cattolica e credente di Torino, ma sono anche certo di interpretare il
comune sentire dei fedeli cattolici nel dire che le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono,
sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e
nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. Sto citando
l'incipit della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II.
Il mio Ministero episcopale è stato ispirato a due attenzioni fondamentali e connesse
tra loro: sostenere, rimotivare e rendere credibile la vita di fede dei cattolici e
mettermi in relazione con tutta la società civile per dare il mio personale contributo a
collaborare, con tutti indistintamente, per costruire con pazienza e tenacia il
progresso di tutta la città. Ho creduto e credo nel valore del dialogo con tutti, senza
discriminazioni tra credenti e non credenti, per costruire insieme migliori condizioni
di vita e per creare ponti di collaborazione tra le più svariate realtà presenti nel
territorio che si spendono con professionalità ed ammirevole generosità per il bene
del prossimo. Ho cercato di mettermi dentro i problemi della gente. Ogni categoria di
persone è stata da me tenuta in seria considerazione: le istituzioni civili e culturali, il
mondo del lavoro, i giovani, le famiglie, gli immigrati, e soprattutto quanti sono nella
sofferenza perché vivono ogni giorno in gravi difficoltà economiche, oppure sono
ammalati o si trovano in carcere.
Momento privilegiato, come ha ricordato il Sindaco, per il mio mettermi dentro i
problemi della Città è stata sempre la celebrazione annuale del Patrono di Torino San
Giovanni Battista.
Nelle omelie da me pronunciate in queste occasioni, si è potuto percepire come il
mio cuore sia stato sensibile e attento ai diversi problemi che, in questi anni, la nostra
città ha dovuto affrontare.
L'augurio che, alla conclusione del mio servizio di Arcivescovo, faccio a questa
nobile assemblea del Consiglio Comunale è che il vostro impegno aiuti Torino a non
perdere il suo fascino di città ricca di una storia gloriosa e, soprattutto, a rimanere
sempre una città aperta non solo a quanti arrivino qui per viverci, ma specialmente
aperta alla luce di verità e forza di impegno che vengono dal messaggio cristiano che,
da diciassette secoli, qui è stato portato e ha plasmato moltitudini di credenti, per cui
sarebbe ingiustizia storica dimenticare o negare le nostre comuni radici cristiane.
A quanti si dichiarano laici, con il significato di non credenti, desidero tendere la mia
mano di pastore che sente di rappresentare il Signore Gesù che dice a tutti di non
chiudersi in se stessi, a non considerare definitive le proprie convinzioni ma rimanere
in ricerca di una verità che ci trascende.
Il mio definitivo atto di amore per Torino lo esprimo con una splendida formula
biblica di benedizione che ora in preghiera voglio pronunciare sulla mia città: "Ti
benedica il Signore e ti custodisca, il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti
faccia grazia, il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace".
Grazie.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La cerimonia è conclusa.
Invito i presenti ad alzarsi in piedi per permettere al Gonfalone di uscire dalla Sala.
Grazie a tutti per la partecipazione.
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