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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Abbiamo ricevuto diverse richieste di comunicazioni urgenti in relazione alla vicenda collegata alla produzione della nuova monovolume della Fiat, che sembrava inizialmente destinata allo stabilimento di Mirafiori e che invece l'azienda, secondo le dichiarazioni dell'amministratore delegato Sergio Marchionne, avrebbe deciso di trasferire in Serbia. Le richieste di comunicazioni (le cito secondo l'ordine di arrivo presso la Presidenza del Consiglio) sono pervenute da Monica Cerutti del Gruppo Consiliare della Sinistra Ecologia e Libertà; Domenico Gallo del Gruppo Consiliare Nuova Sinistra per Torino; dai Consiglieri Ferrante, Cassano e Silvestrini del Gruppo Rifondazione Comunista; dal Capogruppo Olmeo del Gruppo Misto Alleanza per l'Italia; dall'Onorevole Ghiglia del Gruppo Consiliare Alleanza Nazionale Popolo della Libertà e dal Capogruppo Daniele Cantore del Gruppo Consiliare Forza Italia PdL. La parola al Sindaco. SINDACO Dopo l'allarme di ieri - al quale credo di essere stato uno dei primi rappresentanti delle istituzioni a rispondere, dando un segnale, mi pare, abbastanza chiaro - questa mattina ho avuto modo di sentire sia il dottor Marchionne che il ministro del Lavoro Sacconi; quindi, quello che dico riflette anche un po' il primo esito di questi colloqui. In questa fase interlocutoria, occorre innanzitutto ribadire con grande forza che è inaccettabile dal punto di vista produttivo, nonché insostenibile socialmente, una scelta che privi lo stabilimento di Mirafiori di quello che sembrava essere il modello produttivo prevalente e centrale. Questo va detto con molta chiarezza, anche se ciò non vuol dire che non ci possano essere altri modelli che a Mirafiori svolgano lo stesso ruolo. Noi per primi, in epoche non sospette e con pareri non sempre unanimi delle forze politiche, abbiamo giustamente sempre sostenuto lo sforzo per fare di Mirafiori e di Torino un centro dove la produzione di conoscenza applicata al sistema auto sostituisse la produzione materiale di auto, sapendo che c'è una soglia oltre la quale la conoscenza non progredisce, perché per quanto si investa in cervello, come è giusto fare per essere competitivi, se manca quel minimo di corpo in cui sperimentare e realizzare le applicazioni, anche la testa gira a vuoto. Quindi ci deve essere un equilibrio, una soglia oltre la quale anche l'investimento nella conoscenza diventa inutile se non c'è un po' di materia che garantisca le condizioni di base per poter sperimentare l'innovazione e la ricerca. Questo è il primo giudizio, già diffuso ieri dai giornali, che ovviamente ho espresso a tutti i miei interlocutori. Ritengo, inoltre, che la decisione della Fiat, oltre a essere insostenibile socialmente, sia a maggior ragione ingiusta e ingenerosa se si tiene conto che Torino, durante la crisi Fiat di 5-6 anni fa, fu la prima città che, insieme alla Provincia e alla Regione, investì proprio per dare una svolta al ruolo di Mirafiori, al ruolo del sistema Fiat, anche in questo caso non sempre con il parere unanime di tutti. Sarebbe ingeneroso se per una serie di contraddizioni (e chi non le vede vuol dire che è miope) presenti sulla strada della realizzazione di quello che è stato definito il progetto "Fabbrica Italia", a pagarne i costi fosse Mirafiori, lo stabilimento che più di ogni altro ha dimostrato di credere nella possibilità di rilancio del sistema Fiat. Io ho una forte preoccupazione circa la possibilità di realizzare questo progetto, per una serie di contraddizioni che, tuttavia, credo siano ancora recuperabili sia sul versante dei rapporti con il Governo, sia nei rapporti tra le organizzazioni sindacali e l'azienda stessa. Per questo, secondo me, ha fatto bene il Governo a dare il messaggio della necessità di apertura di un tavolo. Il ministro Sacconi mi ha confermato che sta lavorando per organizzare un appuntamento prima della pausa estiva. Io stesso ieri mi sono permesso di lanciare un appello all'azienda e alle parti sociali, affinché sfruttino questo incontro come un momento di confronto, perché secondo me bisogna che una volta per tutte siano messe sul tavolo alcune questioni, senza le quali rischiamo di perdere l'unica occasione "rivoluzionaria" che si sta creando per il futuro del nostro Paese, cioè quella di riportare a un livello significativo una produzione industriale di elevata qualità nel campo automobilistico, settore manifatturiero per eccellenza che continua a essere, nonostante tutto, il settore che dà più lavoro e innovazione. Un occasione, ripeto, che considero rivoluzionaria nel contesto di un Paese in cui invece la norma è la delocalizzazione, tanto più se alimentata da trasferimenti di produzioni che sono già all'estero, in paesi che offrono un costo di produzione più basso e delle condizioni di lavoro peggiori delle nostre; un'occasione per la quale bisogna che ognuno si assuma le proprie responsabilità in modo trasparente e fino in fondo. Quali sono le responsabilità che devono essere assunte? La Fiat ha preso un impegno preciso, ha presentato un progetto che prevedeva una determinata scansione di modelli da produrre, di stabilimenti da potenziare e valorizzare: nella sostanza tutti, tranne Termini Imerese. Io credo che l'azienda non possa smantellare questo progetto o lasciarlo rarefare a poco a poco, pezzo per pezzo, perché questo significherebbe la perdita dell'intero sistema. Dico una cosa che c'entra relativamente, ma che non va sottovalutata: lo spin-off, ossia la scissione tra la Fiat Industriale e la Fiat Auto, può indubbiamente aprire uno spazio di maggiore flessibilità dal punto di vista degli azionisti, della composizione del governo dell'azienda e delle alleanze del settore auto, ma proprio per questo è importante che in Italia vi sia un crescente radicamento e una crescente assunzione di responsabilità sul cosiddetto progetto Fabbrica Italia. In questo modo, qualunque sarà il governo dell'azienda nei prossimi decenni - perché adesso dobbiamo ragionare anche a medio e lungo periodo - se c'è un radicamento di produzione e di ricerca negli stabilimenti italiani, questa sarà una realtà da cui nessuno potrà prescindere. Viceversa se non è così. Quindi l'azienda deve mantenere questo impegno. Io ho ribadito questa esigenza a Marchionne e, devo dire la verità, ho avuto segnali di ampia disponibilità e di assoluta non volontà di pregiudicare quella "T" che nell'acronimo Fiat sta per Torino e che Mirafiori evidentemente simboleggia. Quindi, da questo punto di vista e senza indulgere in nessun facile ottimismo, credo che ci sia un segnale che sarebbe sbagliato interpretare come un generico rivendicazionismo estremistico. Secondo giudizio. Io non voglio fare polemiche e ho apprezzato il gesto del ministro Sacconi, che ho sentito poc'anzi e mi ha detto che sta lavorando. Io però credo che il Governo a quel tavolo, come dicono molti autorevoli commentatori, debba mettere qualcosa in più che non la sua affidabilità; ossia debba anche cominciare a valutare se il settore dell'auto è o non è uno dei punti forti della politica industriale del nostro Paese. Io capisco che noi non possiamo e non dobbiamo fare come la Serbia, e non c'è bisogno di aggiungere altro, non per ragioni razziste ma per ovvie ragioni; però, proprio perché vogliamo essere produzione materiale ma anche produzione di conoscenza e di ricerca, io credo che su questo terreno vadano affrontati temi che se non ricevono un concorso di risorse pubbliche e private, come è avvenuto in tutti gli altri paesi europei, non si va da nessuna parte. Questo è il modo con cui si fa politica industriale nei nostri paesi e credo che su questo il Governo debba dire qualcosa. Infine, per quanto riguarda le organizzazioni sindacali, io da tempo dico che è necessaria una svolta, non tanto nel singolo codicillo del singolo accordo, ma una svolta che io chiamo di affidabilità, perché giustamente chi decide di fare l'opposto di quello che fanno tutti i capitalisti – tanto per usare un'espressione d'antan - e cioè riportare massicciamente produzioni industriali in Italia, chiede affidabilità e assunzione di responsabilità in prima persona anche da parte delle organizzazioni sindacali. Io credo che questa sia una svolta che deve avvenire in tutti i sindacati, perché la situazione attuale pone delle contraddizioni grandi come una casa e chi conosce un po' queste vicende sa benissimo che è così e non può negarlo. Ritengo, altresì, che vi siano tutte le condizioni fra le organizzazioni sindacali per un'assunzione non solo di responsabilità ma di affidabilità in prima persona da parte di tutti, perché questo è il presupposto fondamentale di questo progetto. Se si pensa di poter continuare a misurare il futuro industriale del nostro Paese con i metri con cui abbiamo misurato la gestione dell'industria negli anni che stanno ormai inesorabilmente alle nostre spalle, secondo me sbagliamo di grosso. Quando dico questo, per essere chiari, non faccio minimamente riferimento alle condizioni di lavoro salariale, anche se tutti sappiamo che in Germania Audi e Volkswagen hanno ridotto lo stipendio e i periodi di ferie; perché è chiarissimo a tutti che da noi ci sono condizioni salariali e normative che non sono comprimibili. Faccio riferimento al fatto che ci deve essere una gestione di tutta l'informalità che sta alla base dell'organizzazione del lavoro di fabbrica e nelle relazioni industriali, che non può essere totalmente deresponsabilizzata, come invece avviene adesso; perché il problema della produttività in uno stabilimento è essenzialmente legato alla gestione della informalità del modo quotidiano di lavorare all'interno degli stabilimenti. Su questo ci vuole un'assunzione di responsabilità e di affidabilità più netta, assunta in prima persona indistintamente da tutte le organizzazioni sindacali. Se si riesce a costruire un tavolo di confronto di questo genere, in cui queste risorse (affidabilità reciproca fra le parti e scelte di politica industriale del Governo) vengono affrontate, concordando insieme un percorso di gestione, io credo che ci siano tutte le condizioni per mantenere e anzi per rafforzare il valore, la qualità e anche la dimensione produttivo-occupazionale del progetto che la Fiat ha proposto per il nostro Paese. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Come ribadito in Conferenza dei Capigruppo, il tempo d'intervento a disposizione per i Gruppi è di cinque minuti. Sono iscritti a parlare il Consigliere Ghiglia, Ferrante, Domenico Gallo, Cerutti, Giorgis e Carossa. La parola al Consigliere Ghiglia. GHIGLIA Agostino Devo dire che una volta tanto mi trovo largamente d'accordo con quello che ha detto il Sindaco Chiamparino. Apprezzo questa sua posizione di serietà e di responsabilità, anche se devo sottolineare - ma non voglio far polemica - che esiste una certa distanza tra le sue parole e le dichiarazioni del Vicesindaco Dealessandri, pubblicate sulla stampa di oggi, che scaricano pesantemente e unicamente sul Governo la responsabilità di questa situazione; reo, secondo il Vicesindaco, di non avere una politica industriale. Non mi è sembrato di percepire questa accusa nelle parole del Sindaco, anche perché probabilmente il Vicesindaco Dealessandri - incapace, forse, di vedere oggettivamente la realtà a causa della sua vecchia professione - sa che un Ministro dello Sviluppo Economico c'è, il Presidente Berlusconi. Credo che in Italia pochi siano in grado di vantare un'esperienza industriale come quella del premier, e credo che questa possa rappresentare per tutti i problemi, compreso il tema di cui stiamo trattando, la migliore delle garanzie. Quindi, di fronte al fatto che qualche sociologo, tuttologo, menagramo, cerchi per forza di individuare un nemico, anziché assumere una posizione di responsabilità che deve essere condivisa da tutti, io credo invece che la cosa più importante sia mantenere la serenità, perché il momento è sicuramente drammatico. Mi piacerebbe poter condividere, ma non ho gli elementi, il prudente ottimismo del Sindaco; mi auguro e prego che la produzione rimanga in Italia. Dopo mesi di dichiarazioni assolutamente positive rispetto al futuro di Mirafiori, che ha registrato addirittura un incremento della produzione industriale, espresse dallo stesso amministratore delegato, ci siamo svegliati un mattino con la notizia del trasferimento della produzione in Serbia. Ora, se questo avverrà, con la fine della produzione dei modelli ormai obsoleti (siamo al 193° restyling), a Mirafiori sostanzialmente non rimarrebbe nulla. E questo è drammatico. Io sono certo che il Sindaco Chiamparino abbia bene interpretato la volontà positiva dell'azienda di far sì che la "T" nell'acronimo di Fiat non rimanga solo un richiamo al passato, su cui magari domani spendere una lacrimuccia, ma invece sia un rafforzativo della torinesità in quanto produzione autoctona di nuovi veicoli e non di restyling dell'azienda, con un rilancio della produzione piemontese, torinese, che interessa pesantemente la nostra città, la Fiat e l'indotto, migliaia di famiglie, decine di migliaia di lavoratori. Sinceramente, però, sono un po' preoccupato non tanto dall'affermazione "sposteremo o potremmo spostare la produzione", ma dal fatto che vengano indicati con precisione il modello e il luogo dove si intenderebbe spostare l'unica produzione in grado di rilanciare l'azienda; mi preoccupa un po' questa determinazione nell'individuare un'alternativa a Mirafiori. Io spero che il tavolo organizzato dal Governo - a cui auspico partecipino oltre alle parti sociali anche tutte le istituzioni, a partire dal Comune di Torino - possa trovare una soluzione positiva. È evidente però che uno dei principali ostacoli sia rappresentato da quella parte del mondo sindacale che dimostra di essere antidiluviano. Un sindacato flinstoniano, che si rifiuta di prendere in esame la realtà e i dati oggettivi, innescando una sorta di guerra ai mulini a vento, che spesso sembra fatta più per mantenere il numero dei tesserati piuttosto che per difendere gli interessi dei lavoratori. Di fronte a questa Sinistra antidiluviana e a questo sindacato flinstoniano, occorre invece porre le ragioni della realtà; perché ha ragione il Sindaco quando dice che il rilancio della produzione in Italia, dopo anni di delocalizzazione, rappresenta una rivoluzione che ha un costo che tutti insieme dobbiamo affrontare con responsabilità e coraggio, senza cercare di scaricare le proprie responsabilità a chi oggettivamente non le ha, perché forse solo al Vicesindaco Dealessandri è sfuggito che la delocalizzazione Fiat è iniziata tanti anni fa con ben altri governi. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Ferrante. FERRANTE Antonio La settimana scorsa in quest'Aula abbiamo esaminato il mio ordine del giorno sulla vicenda di Pomigliano, e in quella occasione io e il mio Gruppo avevamo espresso forti preoccupazioni circa la possibilità che il modello Pomigliano avesse delle ripercussioni su tutto il territorio nazionale. Ebbene, a distanza di qualche giorno il signor Marchionne ha dato l'annuncio che la vettura "L0" non si produrrà più a Mirafiori, ma in Serbia. Io ho ascoltato attentamente le parole del Sindaco e voglio dire che, se parliamo di affidabilità, in questo momento a non essere affidabile è il signor Marchionne. I lavoratori hanno dimostrato negli anni di essere affidabili: la crisi Fiat del 2004, citata dal Sindaco, è stata pagata dai lavoratori, dalla Città di Torino, dalla Provincia e dalla Regione; ma i lavoratori - signor Sindaco - continuano a pagare anche oggi con la cassa integrazione. Queste cose devono far riflettere. Il signor Marchionne ha inviato una lettera a tutti i dipendenti del Gruppo Fiat per spiegare le sue ragioni. Io l'ho letta attentamente, in essa si fa riferimento ai sacrifici che dovranno sostenere i lavoratori, ma non ho capito qual è il suo sacrificio, considerando i milioni di euro che incasserà come premio di risultato per attuare gli impegni non indifferenti che ha assunto, mentre in questo momento i lavoratori della Fiat stanno scioperando e lottando. Per chi non lo sa, il premio di risultato serve ai lavoratori per poter vivere, ma i risultati si raggiungono attraverso la produttività e il lavoro. Su "Repubblica", Marchionne ha dichiarato: "Mi chiedono il premio di risultato i lavoratori della Mirafiori che non lavorano"; come se fosse una loro scelta quella di non lavorare, di essere messi in cassa integrazione! Cominciamo, quindi, a stabilire chi deve essere affidabile, perché solo qualche mese fa il signor Marchionne e i Presidenti delle Regioni in cui è presente uno stabilimento Fiat, si sono incontrati a Roma per discutere il piano che oggi il signor Marchionne disattende. Al riguardo, io apprezzo la volontà del Sindaco di richiamare il signor Marchionne alle proprie responsabilità. Per quanto riguarda le responsabilità sindacali, in questi giorni un po' tutti – l'ultimo il Consigliere Ghiglia - si sono divertiti con i discorsi sulle responsabilità della Sinistra (sempre questa Sinistra, brutta e cattiva), senza rendersi conto che parliamo dei lavoratori. Qualche settimana fa, il Consigliere Ghiglia si lamentava del caldo di quest'Aula; io lo invito ad andare in fabbrica, vicino ai macchinari, dove c'è una temperatura di 60°, per vedere se si toglie solo la giacca. I lavoratori invece se la devono tenere perché devono rispettare certe norme. Dobbiamo, quindi, capire chi deve essere affidabile, perché è facile parlare sempre degli altri, di quello che devono fare, a quale condizione e in che modo. Il discorso ricorrente sul nuovo che avanza. Qual è il nuovo che avanza? Quello di ridurre i diritti e i salari per concorrere con i paesi emergenti? Noi dobbiamo ragionare sul fatto che il 30% delle vetture Fiat viene venduto in Italia. Pertanto la Fiat ha delle responsabilità non solo nei confronti dei suoi dipendenti ma di tutto il Paese, sia per gli ingenti finanziamenti pubblici ricevuti, sia perché gli italiani acquistano soprattutto vetture Fiat, dimostrando di essere nazionalisti, io per primo. In nome del nuovo che avanza si accusano di irresponsabilità quelle organizzazioni sindacali che in questo momento si stanno battendo per difendere i diritti che i lavoratori hanno acquisito negli anni. Ma qual è il nuovo? Perdere le pause, la mensa, Il diritto allo sciopero? Oppure avere dei contratti interinali di quattro anni? Questo è il nuovo che avanza? Per me è vecchio, vecchissimo! Neanche ai tempi di Valletta c'erano condizioni simili! Allora assumiamoci tutti le responsabilità, altrimenti i bamboccioni continueranno a rimanere bamboccioni, perché i giovani non hanno la possibilità di avere prospettive! CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Ferrante. FERRANTE Antonio Abbia pazienza, Presidente. Conoscendo personalmente la vita della fabbrica, mi esalto quando in quest'Aula sento parlare di fabbrica coloro che magari l'hanno vista passando da Corso Settembrini. Grazie Presidente, ho finito. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Io mi rendo conto che a volte può essere spiacevole ricordare il tempo a disposizione, però questa é la decisione che è stata assunta in Conferenza dei Capigruppo e invito tutti quanti a rispettarla. La parola al Consigliere Domenico Gallo. GALLO Domenico Siamo di fronte a uno strano modo di fare politica industriale, perché da una parte si localizza, riportando giustamente la produzione a Pomigliano d'Arco, e dall'altra si delocalizza. Nello spazio di poche settimane, il Paese intero ha vissuto questo modo di fare politica industriale un po' strano, francamente. Io denuncio questo modo schizofrenico di atteggiarsi rispetto alle problematiche della fabbrica e dell'industria. Se la decisione della Fiat di trasferire la produzione della nuova monovolume in Serbia è una conseguenza della inaffidabilità delle parti sindacali, io credo che siamo di fronte a un atteggiamento di infantilismo estremistico, perché si diceva che l'estremismo è la malattia infantile della politica. Io vedo in questo modo di gestire l'azienda una sorta di atteggiamento infantile da parte dell'amministratore delegato e mi dispiace, perché credo che Marchionne sia una persona straordinaria e capace, che ha saputo rilanciare le sorti della Fiat. Come può un amministratore delegato di una delle più importanti imprese automobilistiche del mondo assumere posizioni incomprensibili solo sulla base della vicenda di Pomigliano d'Arco, dove i lavoratori sono stati chiamati a rispondere a un quesito di fondo: volete vivere o volete morire? Io sintetizzo così quel referendum, pur apprezzando la volontà della Fiat di riportare la produzione a Pomigliano d'Arco. Ma a quali condizioni? Detto questo, io credo che Marchionne non stia colpendo la politica o il sindacato. Marchionne, come diceva il Sindaco ieri nell'intervista a "La Repubblica", sta colpendo la città nei suoi interessi vitali. Sta colpendo i lavoratori, ma anche gli interessi generali di una città. Una città e un Paese che hanno dato molto alla Fiat, la quale ha dato molto ai lavoratori e al mondo del lavoro, ma ha anche ricevuto molto. Quindi, io credo che in questo atteggiamento dell'amministratore delegato ci sia un po' di ingratitudine nei confronti di questi interessi generali. La domanda che pongo all'amministratore delegato è che cosa accadrà a Torino dopo una simile decisione? Se ne assume la responsabilità? È una domanda ovvia che gli rivolgo come cittadino, come lavoratore e come politico. Quali potrebbero essere le conseguenze - dal mio punto di vista nefaste - per gli interessi della città e dei lavoratori? L'intervento del Sindaco è stato molto chiaro e importante, perché c'è l'impegno a far ragionare i vertici Fiat, anche se non sarà un compito facile. Ma io vorrei che da questo Consiglio Comunale partisse un appello alla mobilitazione generale della città di Torino, ad esempio invitando tutta la città, nelle sue varie articolazioni - dai commercianti alle famiglie – a inondare la casella postale dell'amministratore delegato di messaggi che dicano che noi non ci stiamo, siamo contrari a un atteggiamento miope, incomprensibile, illogico, dopo che cinque anni fa la città e gli Enti locali hanno concorso a salvare la Fiat. Cinque anni fa, abbiamo realizzato un'operazione di politica industriale seria, forse il primo atto di politica industriale, che oggi viene vanificato. Sarebbe un atto di estrema ingratitudine, non per il sindacato, ma per i lavoratori e per Torino. Uno scherzo del genere io credo la Fiat non se lo può consentire, non dobbiamo accettarlo. Io invito veramente le singole persone di questa città a esprimere un messaggio forte, inviando una lettera a Marchionne, per dire che non ci stiamo perché è ingiusto e sbagliato, perché in questo modo si impoverisce una città, disarticolando un sistema industriale che ha retto nei tempi e che, grazie agli Enti Locali, ha continuato a vivere, con un rilancio importante che non si ottiene solamente trasferendo le produzioni fuori dalla città. La città deve essere il cuore delle produzioni, e se tu togli questa monovolume - che rappresenta l'unica boccata d'ossigeno che in questo momento c'è per i lavoratori - è chiaro che metti a rischio la sopravvivenza dello stabilimento di Mirafiori. Queste sono le considerazioni che faccio, come persona e come lavoratore. Spero che qualcuno riferisca all'amministratore delegato che c'è indignazione prima che preoccupazione, e mi auguro che il buonsenso alla fine prevalga facendo marcia indietro. Se la logica è quella di importare un nuovo modello di fabbrica e di relazioni industriali, lo si dica chiaramente, perché non è vero che i sindacati non hanno capito: ci sono due sindacati che hanno firmato un accordo e un pezzo di sindacato che è stato contrario. Ci sono parti sindacali che sono d'accordo a quel tipo di orientamento. La divisione del sindacato... CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Gallo. GALLO Domenico La drammaticità di tutto questo è che il sindacato purtroppo è diviso da logiche interne, questa è la cosa che preoccupa e allarma. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Cerutti. CERUTTI Monica Grazie Sindaco per le comunicazioni. Noi come Gruppo di Sinistra Ecologia e Libertà abbiamo richiesto oggi queste comunicazioni perché riteniamo doveroso che il Comune di Torino esprima la propria posizione. Ovviamente leggiamo sui giornali le dichiarazioni del Sindaco, però crediamo che sia giusto che tutto il Consiglio Comunale, nonostante i limiti della propria azione, dia un contributo su questa vicenda decisamente critica. Siamo contenti di aver sentito un leggero ottimismo nelle parole del Sindaco verso la disponibilità dimostrata da Sergio Marchionne. Tuttavia, riteniamo che il momento sia particolarmente grave se non ci sarà un cambio di rotta dell'azienda. Con l'internazionalizzazione del Gruppo Fiat avvenuta in seguito all'integrazione con Chrysler, noi ci siamo accorti immediatamente che il piano industriale presentato al Lingotto aveva delle luci ma anche delle ombre, perché puntava soprattutto sul tema del costo del lavoro, ma non sufficientemente sul tema, ad esempio, dell'innovazione. Tuttavia, abbiamo accolto con favore il progetto "Fabbrica Italia" perché c'era la volontà dell'azienda di non procedere a una delocalizzazione, nonostante le difficoltà di Termini Imerese. Ora, invece, l'azienda vuole procedere in un'altra direzione. Nel suo intervento il Sindaco, parlando dei capitalisti, ha usato il termine "d'antan"; io vorrei citare Nichi Vendola: "Davvero si pensa che rievocare grottescamente un vallettismo d'antan possa rilanciare l'industria automobilistica nel nostro Paese?". Credo che il termine "vallettismo d'antan" sia, purtroppo, un termine adatto ai nostri giorni. La vicenda di Pomigliano è stata certamente un momento doloroso, ma sembrava essere un caso isolato; invece adesso sembra che Pomigliano abbia un seguito, per questo motivo riteniamo importante andare avanti per capire cosa è possibile fare a livello istituzionale. Anche noi crediamo che questo Governo non abbia una politica industriale e che non ci sia un ministro per lo Sviluppo Economico. Abbiamo il ministro Sacconi disponibile per un tavolo e il Presidente Cota che ha riconosciuto la gravità della situazione e ha offerto la sua disponibilità. Abbiamo letto sui giornali le affermazioni di Callieri, ex dirigente Fiat, secondo il quale Torino deve rimboccarsi le maniche e puntare a una produzione di qualità. Ebbene io credo che Torino si sia già rimboccata le maniche e sia ingiusto dimenticare che in passato proprio dal sindacato sono arrivate le sollecitazioni per la progettazione di nuovi modelli di qualità. Quante volte si è discusso sul fatto che proprio a Torino esistono le conoscenze e le competenze tecniche idonee alla realizzazione di nuovi modelli: si è parlato dell'auto elettrica, del motore a idrogeno, dell'aspetto tecnologico e di come ci si potesse mettere in linea rispetto alle eccellenze presenti sul mercato. È bene parlare di tavoli, ma è bene anche rilanciare le proposte del sindacato, il quale - mi permetta, signor Sindaco - non credo debba essere richiamato all'affidabilità, perché ha già dimostrato di essere affidabile attraverso queste proposte sicuramente innovative. Forse la svolta deve farla la politica, dicendo parole chiare sui diritti dei lavoratori e sul fatto che se si va in una certa direzione, anziché passare dal Novecento al nuovo secolo, rischiamo di tornare nell'Ottocento. Questo, nessuno dei lavoratori e nessuna forza della Sinistra lo vuole. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Giorgis. GIORGIS Andrea In Conferenza dei Capigruppo abbiamo deciso di aprire la seduta di lunedì prossimo inserendo all'ordine del giorno una proposta del Partito Democratico che chiede al Governo un intervento deciso per scongiurare una delocalizzazione che non solo arrecherebbe un grave danno ai lavoratori della Fiat Mirafiori, ma più in generale al sistema produttivo italiano. Io credo che sarebbe necessario ben altro tempo rispetto ai pochi minuti che abbiamo oggi a disposizione; del resto qui noi abbiamo voluto sentire dal Sindaco se vi erano elementi di novità e quali erano le prime risposte che l'amministratore delegato aveva dato alla Città. Al di là della moderata fiducia che a questa apertura dell'azienda seguano poi dei comportamenti concreti, e della moderata fiducia nei confronti dell'iniziativa del ministro Sacconi, io mi auguro che il Governo si renda conto della gravità della posta in palio, e si renda conto soprattutto che far morire sul nascere quello che era un atteggiamento testimoniato dalla localizzazione a Pomigliano, significherebbe non soltanto perdere la produzione di un pezzo del sistema industriale italiano, ma significherebbe chiudere le porte a quello che era sembrato a molti l'avvio di una nuova stagione. Faccio solo un'osservazione molto puntuale che poi riprenderemo nel dibattito più approfondito di lunedì prossimo. Probabilmente ha ragione il Sindaco quando dice che sarebbe auspicabile un nuovo clima nelle relazioni sindacali. È vero, la produttività di una impresa dipende da molti fattori e il costo del lavoro è solo uno di questi, peraltro assai marginale nella complessiva capacità di un'impresa di stare sul mercato. Ma in ogni caso, anche per parlare del costo del lavoro, l'esperienza dell'Asia e della Cina lo dimostrano, se si comprimono i salari oltre un certo livello, a pagarne le conseguenze non sono solo i salariati e le famiglie dei salariati, ma è l'economia complessiva, perché si riducono i consumi. Ma a parte questo, tornando alle relazioni sindacali, un tema sul quale da tempo si riflette, sarebbe da questo punto di vista importante che anche la Fiat si impegnasse maggiormente nella costruzione di quel clima che rende le imprese più competitive. Un diverso atteggiamento, un diverso clima negli stabilimenti Fiat è possibile non solo se il sindacato responsabilmente si rende conto di quanto sia importante il rilancio dell'attività produttiva e la qualità della produzione, ma anche se la dirigenza Fiat - a tutti i livelli, non soltanto l'amministratore delegato – si rende conto che un atteggiamento di fiducia nasce se si ha quella corresponsabilità e quella apertura, quella tolleranza e quella costruzione di relazioni umane che troppo spesso ancora oggi sentiamo denunciarne l'assenza. Io non credo che siano solo denunce strumentali. Credo che siano il segnale di un malessere che deve essere interpretato non con le categorie classiche dello scontro tra capitale e lavoro, ma come il malessere di chi comincia a percepire che bisogna trovare il modo di rompere quella dinamica e di uscire da un arroccamento reciproco, perché per onestà intellettuale io credo che, quando si discute di globalizzazione e di mercato, dobbiamo anche renderci conto che in Italia il mercato (perlomeno per le grandi imprese) è disconosciuto. Il mercato, così come viene teorizzato e mitizzato, è molto difficile da realizzare. Prenderlo sul serio vuole dire fare dei sacrifici da tutte le parti, vuol dire per esempio che se i discorsi sulla sinergia tra conoscenza, relazioni industriali e produzione materiale sono seri, allora certe prove di forza o certe dinamiche... CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Giorgis. GIORGIS Andrea ... che sanno molto di ricatto nei confronti della possibilità che i governi non europei finanzino le imprese, a differenza dei governi europei che non le possono finanziare - sarebbe bene che non si consumassero in maniera così diretta e direi anche così volgare. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Carossa. CAROSSA Mario Devo ammettere che non ho capito del tutto l'intervento del Capogruppo Giorgis, ma mi sembra un po' troppo dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte, perché in questi casi bisognerebbe essere un po' più tranchant e dire le cose come stanno. Premesso che quando si parla di certi argomenti - Presidente - bisognerebbe avere a disposizione un tempo maggiore di cinque minuti, io apprezzo il discorso che ha fatto il Sindaco Chiamparino, soprattutto quando ha sottolineato la necessità che tutte le parti siano credibili, compresa l'azienda. Riallacciandomi alle parole del Governatore Cota quando dice che Marchionne ha fatto delle promesse per il Piemonte, per Torino e per l'Italia, credo che essere credibili significhi soprattutto mantenere le promesse. Sicuramente la politica e il sindacato devono fare la propria parte, ma anche l'azienda deve assolutamente dimostrarsi credibile. E questa è l'occasione. Forse sono troppo ottimista, ma io spero ancora che quella di Marchionne sia solo pretattica. Di sicuro il referendum di Pomigliano non si può accantonare così, non si può pensare che un imprenditore come Marchionne possa dimenticare di colpo il risultato del referendum di Pomigliano, tenendo presente tra l'altro che la Fiom è decisamente più forte a Torino che a Pomigliano. Su questo l'azienda deve fare un'attenta riflessione. Quindi spero che sia solo pretattica, lo spero come cittadino torinese, perché non dimentichiamo (è già stato detto, ma voglio ripeterlo) che Torino e il Piemonte hanno dato molto alla Fiat in questi anni. Se ricordiamo Mirafiori di trent'anni fa... (INTERVENTO FUORI MICROFONO). No, è chiaro che non è possibile ritornare a quei tempi, ma di certo oggi il divario è decisamente forte. Quindi, Torino e il Piemonte hanno qualcosa da chiedere a questa azienda e a Marchionne in particolare. Confido inoltre in una vera sinergia (sono certo che avverrà) tra lo Stato, il Ministro Sacconi, il Presidente della Regione Cota e il Sindaco Chiamparino; perché se alla Fiat arriva un segnale forte di collaborazione, non solo di richieste, da tutti i livelli della politica (ripeto, sono sicuro che ciò avverrà), questo mi fa sentire leggermente più ottimista. Il Presidente Cota (sono contento che oggi se ne sia parlato in questa sede) riferirà in Regione martedì pomeriggio; lì avremo occasione di dibattere di nuovo su questo problema, e io spero che nel frattempo ci siano stati dei segnali positivi da tutte le parti. Un'ultima annotazione veloce: io cerco di fare il Consigliere Comunale e non voglio assolutamente fare altre cose che non mi competono e di cui non sono all'altezza, quindi non voglio entrare nel merito della politica sindacale. Tuttavia, spero che anche la parte sindacale avvii una riflessione al proprio interno, perché la Fiat non può dimenticare una presa di posizione così forte come quella del sindacato a Pomigliano. Quindi bisogna cercare tutti insieme di fare la propria parte. Ho apprezzato, e concludo, l'intervento del Consigliere Ferrante, perché quando uno dimostra di aver vissuto determinate situazioni, merita rispetto. Non condivido alcuni passaggi del suo intervento, però lo rispetto, perché si sente che parte dal cuore, che è una cosa vissuta, e le cose vissute sono sempre da rispettare. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Cantore. CANTORE Daniele Signor Sindaco, penso anch'io che le sue comunicazioni siano state importanti, e peraltro anche il risultato del dibattito ne è testimonianza. Vorrei però iniziare con una battuta che faceva sovente secondo me un grande personaggio, ex Sindaco di Torino, che si chiama Giovanni Porcellana. Egli diceva che c'era una classe politica e di amministratori che stava con il cappello in mano sotto Corso Marconi. Questa era una battuta che io mi permetto di ripetere, perché Porcellana l'ha fatta diverse volte. Io in un dibattito dissi a Porcellana un'altra cosa: che in realtà questa città era divisa tra quelli con il cappello in mano sotto Corso Marconi - e oggi si potrebbe parlare di Via Nizza - e quelli invece che erano in modo pregiudiziale contro la Fiat. Perché ho voluto fare questa battuta? Perché penso che anche in questa vicenda si debba riconoscere l'autorevolezza della politica e delle istituzioni nei confronti dell'azienda. Parto dall'inizio. A settembre è previsto lo spin off: molti hanno applaudito, tutti hanno detto che finalmente si divide la parte auto dalla Fiat industriale. Io devo dire che nei confronti di questa operazione mantengo ancora delle perplessità, che peraltro erano emerse già qualche anno fa quando si parlava di questa ipotesi di sganciamento, di scissione di Fiat Auto dal resto della Fiat. È ovvio che tutto questo potrà avere una ricaduta positiva se, come diceva lei, si investe e si scommette su Fiat Auto, ma questo è tutto da vedere. Dobbiamo tener conto dei rapporti della Fiat con Chrysler, della paura di essere americanizzati; sappiamo tutti che Chrysler non sta andando bene, perché mentre c'è stata una lieve ripresa di Fiat sui mercati internazionali, Chrysler è ancora in una situazione difficile. Quindi io ritengo che ci debba essere una concordia istituzionale e politica nei confronti dell'azienda, e che anche i sindacati debbano fare la loro parte. Non raccolgo le polemiche sull'azione governativa, perché c'è un Governo, un Presidente del Consiglio che ha la delega alle Attività Produttive, c'è un Ministro del Lavoro che mi pare si stia muovendo con capacità ed efficacia, e penso che non sia il momento di fare delle polemiche. È vero, ci vuole un richiamo alla responsabilità, ma io penso che questo richiamo alla responsabilità debba andare nei confronti delle organizzazioni sindacali e dell'azienda. E qui voglio dire due parole provocatorie, signor Sindaco. Non vorrei che dopo Pomigliano, che alcuni di noi hanno segnato come un momento positivo (si è detto che parte una nuova stagione industriale per l'Italia e finisce la delocalizzazione), Fiat possa pensare di poter fare quello che vuole ovunque, non mantenendo le promesse e i rapporti con il Governo e con le istituzioni. Io penso che questo non possa avvenire. Qui ritorna l'autorevolezza della politica e delle istituzioni, l'importanza di un tavolo che sappia guardare al futuro, a questa ipotesi di Fabbrica Italia, e che dica con grande chiarezza "Fiat, hai fatto delle promesse sul tuo futuro ma anche sul futuro degli insediamenti industriali che hai nel nostro Paese" (quindi non parliamo solo di Mirafiori ma anche degli altri insediamenti industriali), "devi quindi mantenere queste promesse", perché queste erano previste (lei lo ha ricordato, Sindaco) nel cosiddetto "piano di Fabbrica Italia". Io penso che riportare Fiat su questo binario, al di là che le dichiarazioni di Marchionne siano state dei tatticismi o delle provocazioni, sia il primo dovere della politica. Tutti insieme, Governo e istituzioni, dobbiamo certamente dire al sindacato che i tempi sono cambiati e ci si deve adeguare (ma penso che quasi tutta la base del sindacato comprenda queste cose); ma dobbiamo anche dire "Fiat, guarda che il nostro compito non è solo quello di far ragionare il sindacato e i cittadini, ma è anche quello di pretendere che tu mantenga gli impegni che hai preso". CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Galasso. GALASSO Ennio Lucio È agevole concordare sulla necessità di credibilità che debbono avere l'azienda, i sindacati e la politica, e mi pare che il nodo sia soprattutto questo. È stato scritto che la vicenda di cui ci occupiamo è un terremoto che frantuma i rapporti azienda sindacati e si abbatte su tutta la politica. Questa constatazione, che coglie bene il momento, è il segno della poca credibilità in cui la politica si dimena e della mancanza di progettualità di cui c'è urgente bisogno. Tutti concordiamo con le misurate e, debbo dire, piuttosto consuete parole di equilibrio del Sindaco, che richiama opportunamente alla responsabilizzazione e all'affidabilità, che sono tutti corollari di quanto finora è stato detto; però, per non smarrirci e non dividerci in infeconde individuazioni o di responsabilità o di nemici, dobbiamo capire che questa situazione è il termometro del momento storico e che c'è quindi la necessità che tutte le forze responsabili, tutte le intelligenze, le istituzioni e tutte le manifestazioni della società (civili, sociali e imprenditoriali) abbiano e sappiamo trovare un momento di incontro. Che cosa emerge qui? Un impegno che sembra disatteso, non adeguatamente coltivato - o comunque c'è il timore che non possa essere adeguatamente coltivato - di un Governo che reagisce e mostra subito, per quello che ci dice il Sindaco, un'attenzione al problema. Però, secondo me, emerge un altro problema a monte: l'incapacità di progettualità e di offrire orizzonti più vasti. Perché si è colti impreparati? Perché un manager di grande spessore e personalità, e di grande autorevolezza assume certe posizioni che possono sembrare incaute? Tutto questo accade perché c'è una debolezza di tutta la politica, incapace non solo di progettualità ma anche di trovare, almeno sui nodi fondamentali di questo momento storico, una reciproca armonia. È necessario, quindi, che il sindacato colga fino in fondo il dato del superamento della conflittualità, perché se è vero che certi atteggiamenti possono sembrare incauti, è anche vero però che riproporre il modello della conflittualità significa non solo tornare indietro, ma soprattutto non offrire nessuna soluzione feconda ai problemi. Io non voglio essere retorico, ma circa due anni fa avevo già detto che quando ci sono momenti di crisi, la società politica, civile, gli imprenditori e gli intellettuali devono saper trovare un motivo di incontro (avevo citato addirittura l'Inghilterra di metà Ottocento), e la vicenda di Mirafiori è un momento significativo che bisogna saper cogliere. Quindi mi pare che questo sia il momento opportuno... CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Galasso. Sono già 5 minuti e 30 secondi. GALASSO Ennio Lucio Concludo con una battuta, dicendo che questo momento deve porci in un atteggiamento serio e culturalmente adeguato. Riprendendo quanto diceva prima Cantore - perché è vero quello che diceva Porcellana - io aggiungo che il limite di allora (e che oggi forse non c'è più, né nel bene né nel male) era che non solo c'era chi voleva presentarsi "col cappello in mano" o si presentava "col cappello in mano", ma c'era anche chi agognava a presentarsi pur denunciando tutti gli aspetti che non apprezzava. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Calgaro. CALGARO Marco Innanzitutto, volevo fare due rapide notazioni. Qualcuno ha richiamato il fatto che l'intervento del Consigliere Giorgis sollevasse troppe complessità; ma io credo che oggettivamente siamo di fronte a un mondo così complesso che le interpretazioni un po' tranchant di alcuni (ad esempio della Lega Nord) non servono a comprendere questa complessità, mentre sarebbe necessario che queste situazioni complesse fossero interpretate con una certa complessità anche culturale. Penso anche che se vogliamo trarre un insegnamento dagli ultimi vent'anni, non dobbiamo correre dietro agli intellettuali della sinistra radical chic, perché tante volte negli ultimi 10 15 anni ho sentito parlare del terziario come del futuro di questa Città e della fine del settore manifatturiero; addirittura, secondo alcuni intellettuali e "Soloni", gli operai non esistevano quasi più. Mi sembra di ricordare quando tutti costoro ci dicevano che il maggior problema dell'Italia era la sovrappopolazione, mentre oggi siamo in una crisi demografica senza precedenti. Quindi direi che non bisogna prenderli come maestri, perché per fortuna oggi il Sindaco ci dice - e io condivido totalmente - che una piccola rivoluzione per l'Italia forse è proprio quella che il manifatturiero sta recuperando uno spazio forte. Forse questo è proprio uno dei piccoli spin up della nostra ripresa che va sfruttato in tutti i modi, e credo che questo sia vero e concordo assolutamente. Naturalmente concordo anche sul fatto che (qualcuno ha citato Porcellana, ma credo in tanti lo abbiano detto) in un mondo globalizzato sarebbe tremendo oggi perderci a fare la lotta contro il sindacato, per rendere il sindacato meno importante. Credo che il sindacato debba riacquisire la propria importanza e anche la propria peculiarità, nell'ottica citata dal Sindaco, perché sarebbe tremendo se una delle due parti vincesse in questa situazione; in un mondo globalizzato, proprio perché così complesso, bisogna invece che ciascuno riprenda a fare la propria parte fino in fondo. Bisogna abbandonare alcune categorie del passato, come quella della lotta di classe, e capire che (forse questo le piccole e medie imprese lo hanno capito bene) all'interno di questo sistema l'imprenditore e l'operaio giocano dalla stessa parte della barricata. Credo quindi che bisogna riuscire a fare tesoro di questa valutazione: ciascuno faccia la propria parte fino in fondo, senza eccessivi sovra o sottolivellamenti. Questa è una cosa che dobbiamo imparare. Un'altra cosa che mi pare importante è che non vorrei perdermi a ragionare solo di Fiat e solo di Mirafiori, perché già tutti ne abbiamo parlato; vorrei parlare della Città di Torino, cioè della parte che dobbiamo fare noi. Al riguardo io credo che la Città di Torino negli ultimi anni abbia fatto bene la propria parte. Di fronte al fatto che oggi le politiche industriali e le grandi politiche economiche passano ampiamente sopra le nostre teste, cosa possiamo fare noi? Possiamo costruire un tessuto sociale, industriale e infrastrutturale nel nostro territorio, affinché sia pronto a cogliere le opportunità che da queste decisioni, sulle quali non possiamo intervenire direttamente, ci vengono offerte. E io credo che noi abbiamo fatto la nostra parte, perché uno degli aspetti più importanti di un sistema come quello della Città di Torino è la coesione sociale, e noi abbiamo fatto la nostra parte negli ultimi anni affinché Torino mantenesse la sua coesione sociale: abbiamo cercato di lavorare per l'integrazione, per mantenere il livello raggiunto dalle politiche dell'assistenza e dell'integrazione, nonostante la scarsità di risorse, proprio perché la coesione sociale è uno degli aspetti importanti di un territorio per attirare la localizzazione di imprese e di aziende. Dal punto di vista infrastrutturale, nonostante alcuni cattivi pensieri ed esempi, io credo che il nostro giocare sempre e con tutta chiarezza a favore dello sviluppo infrastrutturale di quest'area e della TAV sia stato assolutamente importantissimo. Qui ci sono delle contraddizioni che alcune forze politiche, anche in quest'Aula, devono superare, perché se vogliamo essere competitivi e richiamare lo sviluppo in quest'area, questo è uno degli altri aspetti essenziali. In merito alla politica dell'energia - e qui non c'entriamo solo noi, ma anche il Governo - io credo che il Governo certo farà la sua parte, ma dobbiamo notare che dal punto di vista delle politiche dell'energia e delle politiche industriali questo Governo non ha ancora fatto appieno la sua parte. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Calgaro. CALGARO Marco Credo anche che, dal punto di vista della presenza, della conoscenza, della ricerca, dell'innovazione e della formazione, quest'area abbia fatto la sua parte: la città di Torino è stata una delle poche città italiane che negli ultimi anni ha svolto davvero una politica industriale con ciò che si è deciso di fare sull'area di Mirafiori. Al termine di questo discorso (che era più complesso, ma chiudo) vorrei dire che Marchionne deve tenere conto di un fatto: tutti, lui compreso, parliamo di meritocrazia; beh, se per la localizzazione di alcune imprese industriali conta anche il "merito" delle aree, io credo che Torino abbia fatto ampiamente la sua parte: le istituzioni, chi l'ha governata, la città, il sistema. Credo quindi che dobbiamo richiamare anche Marchionne a una scelta di merito e nel merito, che non penalizzi il merito di questa Città e di questo sistema che la costituisce. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Lonero. LONERO Giuseppe Voglio intervenire dicendo che è evidente che ci uniamo al coro di chi si indigna davanti alle ipotesi di delocalizzazione della produzione industriale di Mirafiori, ma cerchiamo - e attraverso questo dibattito possiamo dare un grosso contributo - anche di capire che cosa sta succedendo in generale nella politica industriale della Fiat. Qualcuno prima di me ha sollevato un dubbio: ma Fiat naviga a vista? Dopo l'avanti e indietro su Pomigliano, dopo la comunicazione estemporanea data senza preavvisi dello spin off, dopo questa ipotesi di delocalizzazione, dopo aver annunciato trionfalisticamente l'utile di 130 milioni di Euro solo nel primo periodo di quest'anno, senza però rinunciare alla cassa integrazione, qualcuno veramente potrebbe pensare che Fiat navighi a vista. In realtà, troppe volte abbiamo pensato la stessa cosa e poi ci siamo accorti che invece così non era: l'amministratore delegato di Fiat (e il management in generale di Fiat) si sta muovendo in una direzione che sicuramente ha una giustificazione globale e complessiva. E allora le istituzioni, che tanto hanno dato a Fiat e quindi hanno un credito nei confronti di Fiat, a quel tavolo che il Ministro Sacconi ha auspicato e che auspichiamo tutti venga attivato quanto prima, dovrebbero mettere Fiat con le spalle al muro e chiedere una indicazione circa il progetto generale di sviluppo o di trasformazione dell'azienda stessa, senza aspettare quotidianamente le comunicazioni dell'amministratore delegato o la sorpresa che possa venire dal management di Fiat. Questo è un aspetto che le istituzioni sicuramente possono rivendicare da Fiat, perché solo avendo una conoscenza del quadro complessivo della direzione reale nella quale Fiat si sta muovendo noi possiamo eventualmente metterci a fianco di Fiat per supportarla nella realizzazione di questo progetto complessivo, oppure porre dei paletti attraverso i quali Fiat deve passare, per ottenere la miglior ricaduta possibile sul territorio e sui cittadini. Ma secondo me, in linea generale c'è anche un altro aspetto che bisogna prendere in considerazione: in tutte le società, in tutte le nazioni in cui si è dovuto affrontare una crisi profonda anche dal punto di vista industriale, come quella che si preannuncia in Italia, in tutte quelle situazioni c'è stato un elemento che ha caratterizzato la politica per superare quella crisi, che è stato quello di indebolire, se non annullare, il sindacato. Ora, Marchionne, con queste iniziative, con queste proposte, con queste minacce, con quelli che qualcuno potrebbe definire dei ricatti, probabilmente sta tracciando questa linea, probabilmente sta dicendo alla politica che in questo momento non sta svolgendo pienamente il suo ruolo, come ricordava prima il Consigliere Galasso; probabilmente Marchionne sta dicendo che per superare la crisi bisogna come minimo indebolire il sindacato, togliergli tutte le armi di ricatto che ha utilizzato negli ultimi anni, e non guardare tanto al giorno di ferie o alla mezz'ora di riposo, ma pensare alla produttività e dire ad alta voce che il nuovo che sta arrivando e che si prospetta non è tanto - ripeto - la pausa o il giorno di ferie, ma è avere il posto di lavoro. Quindi la modifica radicale che il sindacato dovrebbe fare, secondo la mia interpretazione dell'azione di Marchionne, è quella di pensare a fare in modo che ci siano dei posti di lavoro anche domani, dopodomani e fra due giorni, piuttosto che attaccarsi alla difesa di un privilegio conseguito quando c'erano le vacche grasse, e ora che le vacche grasse non ci sono più conservare almeno il posto di lavoro, perché c'è il rischio di non avere più neanche questo. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Bonino. BONINO Gian Luigi Io ho ascoltato attentamente le comunicazioni del Sindaco e devo dire che su questo problema sono state puntuali e più che condivisibili. Ha toccato tutti i temi di un argomento che è estremamente complesso, che non si può certamente analizzare in cinque minuti. Però possiamo portare alcune testimonianze, alcune riflessioni che possono essere utili su come muoverci per il futuro. Intanto il Sindaco parlava di rassicurazioni, di aver ascoltato sia il Ministro che l'amministratore delegato; io mi auguro, signor Sindaco, che la Città di Torino possa partecipare al tavolo auspicato dal Ministro, visto che è la città della Fiat e che questo problema riguarda in modo particolare Mirafiori. La preoccupazione però - almeno da quello che abbiamo letto sui giornali - è che la Fiat e Marchionne abbiano dato già delle indicazioni estremamente precise, cioè che la produzione va in Serbia, la fabbrica è localizzata, come pure il tipo di auto che verrà costruito. Leggevo stamani, se non ho letto male, che addirittura i tecnici della Fiat sono già sul luogo per preparare, credo, le nuove catene di montaggio o quant'altro serve tecnicamente all'operazione. Questa è una forte perplessità e io non so se ci siano gli spazi, signor Sindaco, per fare marcia indietro: questo vorremmo capire e credo che lei per primo voglia essere rassicurato. Probabilmente gli spazi ci sono per avere una localizzazione diversa da quella che si pensava per la monovolume "L0", e mi auguro che Mirafiori non venga penalizzata. È chiaro che chi fa industria, chi produce auto fa i conti anche sui costi di produzione, e noi non possiamo imputare alla Fiat e a Marchionne il tipo di politica industriale che bisogna realizzare. La responsabilità dove sta? Chi è che deve fare la politica industriale? La devono fare gli industriali o chi governa ai vari livelli, impostando delle politiche che sottolineino l'interesse sulla produzione? Io penso che sulla produzione dell'auto l'Italia non possa assolutamente abbandonare i progetti di cui avevamo parlato negli anni passati, perché la produzione dell'auto è indubbiamente trascinante per l'occupazione ma anche per la ricerca. Quindi chi fa la politica dell'auto? In questo Paese c'è stata una volontà forte di rilancio, come c'è stata negli altri Paesi, oppure questa volontà è mancata? Cioè la colpa sta soltanto da una parte, dalla parte degl'industriali, o sta anche dalla parte di chi doveva realizzare la politica industriale? In questi anni Torino certamente ha fatto molto per la Fiat, ha dato fiducia e ha creduto nella ripresa dell'azienda, investendo anche molto. E veniamo a uno degli ultimi argomenti che ritengo importante, che anche lei, signor Sindaco, ha affrontato: le responsabilità e le condivisioni delle responsabilità. L'impressione, almeno secondo l'opinione più diffusa, è che una parte del sindacato stia facendo una politica di retroguardia, e non riesca a liberarsi dei vecchi schemi politici, che erano adatti negli anni passati ma che oggi non lo sono più. il Sindacato (una parte di esso) non può... CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La invito a concludere, Consigliere Bonino. BONINO Gian Luigi il sindacato non può continuare con questa politica miope. In Europa (vedi l'esempio della Germania) il sindacato ha assunto un ruolo di forte responsabilità nei confronti degli industriali a favore dei lavoratori, ponendosi il problema del superamento della crisi e del mantenimento del livello occupazionale. Io credo che anche in Italia questa responsabilità debba essere vista e presa più seriamente in considerazione da tutta la parte sindacale. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola al Consigliere Petrarulo. PETRARULO Raffaele Siamo gli ultimi in Aula, ma siamo stati i primi a denunciare questa situazione alcuni mesi fa. Io penso che il caso Fiat vada collocato in una serie di atti che sono stati perpetuati fino ad oggi: la notizia della chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, con duemila posti di lavoro che saltano; l'annuncio di nuova cassa integrazione in tutte le realtà Fiat; il teatrino di Pomigliano, dove sono stati contrapposti i diritti individuali dei lavoratori agli investimenti; per ultimo, la separazione dal Gruppo Fiat delle attività di Iveco e di New Holland, con il pericolo reale per la solidità delle fabbriche italiane. E naturalmente, dulcis in fundo, l'annuncio che Mirafiori produrrà la nuova monovolume in Serbia. Oggi la politica sembra avere aperto gli occhi, ma noi di Italia dei Valori è da sei mesi che denunciamo questa situazione, sia in questa sede sia presso la Presidenza del Consiglio, ma naturalmente è stata lettera morta. Abbiamo scritto una lettera a Marchionne e ai lavoratori in cui abbiamo ribadito... Presidente, può non essere interessante la sorte dei lavoratori, e la politica non fa nulla al riguardo, però se c'è anche la disattenzione totale sicuramente la politica non riuscirà a salvare i lavoratori. Dicevo che noi abbiamo scritto alcune settimane fa, caro Sindaco, una lettera a Marchionne e ai lavoratori (firmata da Maurizio Zippone, Antonio Di Pietro e naturalmente il sottoscritto), in cui abbiamo ribadito esattamente il punto della questione... CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Chiedo scusa, Consigliere Petrarulo. Consigliere Goffi, finché non è arrivato lei in Aula c'era attenzione e silenzio. La invito a non proseguire nel disturbo della quiete della Sala Rossa. (INTERVENTO FUORI MICROFONO). Ovviamente il tempo sarà recuperato dal Consigliere Petrarulo. PETRARULO Raffaele Stavo dicendo che in questa lettera abbiamo ricordato gli ingenti finanziamenti pubblici percepiti dalla Fiat e il graduale abbandono delle attività principali avvenuto in tutto il Paese, Torino compresa, e questo in molti oggi lo hanno capito. Qualcuno parlava del Ministro del Lavoro Sacconi, io lo chiamo "Ministro della disoccupazione", perché non so quale politica del lavoro abbia attuato in Italia e a Torino. Quello che noi dobbiamo capire è anche il fatto che la Fiat oggi sta usando (e noi l'abbiamo denunciato) i fornitori come banche, perché vengono pagati dopo 180 200 giorni. Dobbiamo renderci conto che il problema della Fiat è il debito che con le operazioni in atto viene riversato su tutta la collettività. La questione aperta, signor Sindaco, è quella di far rimanere la Fiat un'azienda orgogliosamente italiana, che sappia costruire macchine di qualità ed ecologicamente compatibili con i nuovi standard del rispetto ambientale. Un obiettivo, questo, che impone di abbandonare la vecchia politica che ha reso la Fiat un'azienda pubblica nei finanziamenti e privata nella divisione degli utili agli azionisti. Questa è la discrasia che Fiat ha perpetrato, sta perpetrando e continuerà a perpetrare. Qualcuno parlava del recente utile della Fiat e del prossimo spin off. Noi crediamo che il piccolissimo utile dichiarato nei giorni scorsi serva unicamente e sostanzialmente a sostenere l'operazione in Borsa dello spin off (lei l'aveva citato all'inizio, Sindaco). Occorre capire che l'utile ricavato dall'azienda deriva esattamente dai 600 euro di premio di risultato che la Fiat non ha pagato ai lavoratori nel mese di luglio (il calcolo è all'incirca questo). Siamo naturalmente ben felici del prossimo incontro tra le istituzioni e la Fiat, e speriamo che il "Ministro della disoccupazione" Sacconi si risvegli dal torpore e risponda alle nostre richieste direttamente alle istituzioni. Sindaco, ovviamente noi riconosciamo il suo costante impegno, il suo essere sempre in prima linea a difesa degli interessi dei lavoratori, e il suo intervento oggi in Aula lo dimostra; però mi permetta di dire che alla fine si ha l'impressione che gli unici a scontare questa situazione siano solo i lavoratori, che guadagnano 1.200 Euro al mese. Questo forse ci fa capire che l'imprenditoria sta scaricando la crisi sui lavoratori e Pomigliano è stato l'ultimo atto. Noi l'avevamo detto in Aula che la vicenda di Pomigliano era la punta dell'iceberg, infatti quello che sta accadendo a Pomigliano si sta ripercuotendo in tutto il comparto Fiat Auto, con ricadute negative nella nostra città e negli Enti Locali. Io, Sindaco, non credo che la politica abbia il potere di cambiare la situazione, perché quando un'azienda come Fiat decide di attuare una determinata politica, lo fa senza ma e senza se. Tuttavia la politica, locale e nazionale, può non riconoscere più quei benefit che molte volte sono stati concessi a tutela di certe aree localizzate in Torino, perché quei benefit sono legati all'occupazione: se non c'è occupazione, non ci sono benefit; se ci sono benefit, deve esserci occupazione. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Abbiamo esaurito gli interventi. La parola al Sindaco, per una replica. SINDACO Mi riservo di intervenire lunedì, così vediamo anche gli aggiornamenti e gli effetti di questo nostro dibattito sull'evoluzione della situazione. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Quindi, il Sindaco si riserva di procedere come primo atto del Consiglio Comunale di lunedì prossimo alla discussione di un ordine del giorno, già depositato da parte del Gruppo del Partito Democratico, al quale (se non ho capito male) se ne aggiungeranno altri che saranno discussi in sede congiunta, avendo lo stesso oggetto. |