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Estratto dal verbale della seduta di Lunedì 12 Aprile 2010 ore 12,00
Paragrafo n. 5

Commemorazione dell’ex Consigliere Comunale Natale Aimetti
Interventi

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Buongiorno a tutti.
Ringrazio tutti quanti i presenti, le Autorità Giudiziarie, il Sindaco di Beinasco, i
rappresentanti dell'Associazione degli ex Consiglieri Comunali, ovviamente, il
signor Sindaco, tutti i Consiglieri presenti e tutti gli amici, i parenti ed i conoscenti di
Natale Aimetti, che fu Consigliere Comunale a Torino dal 3 dicembre 1964 al 22
aprile 1970, durante la reggenza dei Sindaci Grosso e Guglielminetti. Fu, poi,
Consigliere della Provincia di Torino dal 1970 al 1975 e, infine, Consigliere
Comunale a Beinasco dal 1970 al 1990, di cui è stato anche Sindaco dal 1975 al
1987.
"Di fronte a situazioni diverse, la nostra Assemblea si è interessata ai problemi degli
operai, dei tecnici e degli impiegati, con interventi che favorissero la nuova
occupazione o con forme di assistenza; iniziative giuste, che il Consiglio Comunale
ha fatto bene a portare avanti, ma che il più delle volte cercavano di sanare una
situazione già drammatica. Ne risulta, pertanto, un'azione limitata alla sola
solidarietà e non di indirizzo, di lotta, come, invece, è auspicabile e necessario".
Questo era il Consigliere Natale Aimetti in uno degli interventi fatti da questi banchi;
un discorso significativo nel quadro sociale, politico e sindacale della Torino degli
anni Sessanta, protagonista del "miracolo economico" e dello sviluppo industriale del
secondo Dopoguerra.
La Città doveva affrontare il repentino aumento demografico dettato dalla maggiore
offerta di lavoro e rispondere in modo adeguato al conseguente incremento della
richiesta di infrastrutture, servizi e assistenza. Aimetti non faceva sconti: i suoi
giudizi erano forti e severi verso l'operato della Pubblica Amministrazione, giudizi
di un Consigliere che, con fervore e grinta, rappresentava su questi banchi il Partito
Comunista Italiano. Fervore e grinta che emergevano spesso nei suoi interventi; tra
questi, uno, in cui riportò i dati di infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro,
con particolare attenzione alla condizione operaia, quella che Aimetti identificava
come "la vera artefice della produzione e delle risorse del Paese". Numeri
sconcertanti quelli degli infortuni sul lavoro, allora come oggi. Li presentò - e lo cito
direttamente - "come il prezzo pagato dai lavoratori alla ripresa economica in atto.
Prezzo di cui nessuno parla, nessun bilancio recepisce". Parole che assumono un
significato particolare perché pronunciate da Aimetti in occasione dell'approvazione
del Bilancio Comunale del 1968, quasi a dire: "E quel bilancio non vale quanto o più
del nostro?"
Il suo discorso si concluse con un'esortazione rivolta al Consiglio ed alla Giunta
perché rispondessero in modo opportuno alle esigenze del mondo lavorativo,
prevedendo interventi concreti in materia di igiene e sicurezza. È giusto domandarci,
allora, se le sue esortazioni siano state recepite pienamente.
Credo che in questo senso le Istituzioni abbiano fatto qualche piccolo passo in avanti:
lo confermano i numeri degli infortuni e delle morti cosiddette "bianche", che sono,
negli ultimi anni, in continua (anche se lenta) diminuzione. Probabilmente, ciò è
dovuto anche alla diminuzione della produzione in qualche misura, dall'aumento
delle ore di cassa integrazione, eccetera, ma anche grazie ai controlli, all'impegno
degli Enti ed al contributo dato dai mezzi di informazione al diffondersi di una
maggiore cultura della sicurezza e della prevenzione e - perché no - anche grazie
all'impegno di Amministratori sensibili ed attenti.
La realtà lavorativa è migliorata, è stata conquistata, da allora, una serie di diritti in
merito alla condizione del lavoro, in particolare, all'ambiente lavorativo e le diverse
leggi che sono state introdotte nel nostro Paese a tutela della sicurezza dei lavoratori
nei luoghi di lavoro lo stanno a dimostrare: c'è una maggiore pulizia nelle fabbriche,
c'è una diminuzione dell'impatto acustico dei macchinari, una crescente attenzione
alle malattie professionali, eccetera. Tutto questo è frutto di lotte sindacali ed operaie
che hanno sicuramente condizionato fortemente il procedere di queste vicende;
purtroppo, però, conosciamo quanto siano anche incalzanti gli attuali ritmi nelle
fabbriche e quanto siano peggiorate le condizioni in cui si trovano i lavoratori "in
nero", gli irregolari (sempre tanti e sempre troppi) e quelli definiti "lavoratori
atipici", con contratti che tutelano molto più i datori di lavoro che non i lavoratori
stessi.
Questi, come altri problemi, sono le sfide che ogni Amministrazione deve affrontare,
seguendo l'esempio di Aimetti, che, con impegno e passione, diede la sua
disponibilità come Consigliere Comunale a Torino, poi, in Provincia e, quindi, a
Beinasco, di cui è stato - come dicevo prima - Sindaco per più di 10 anni. Aimetti era
guidato dai suoi ideali e riprendo una frase da lui pronunciata nel 1965 - "con
l'obiettivo di rispondere di più e meglio alle esigenze di tutti i cittadini". Per questo
motivo era sempre dalla parte dei più deboli, delle famiglie con un reddito basso, dei
lavoratori e per questo spesso si espresse in aperto contrasto con le scelte della
Giunta di allora, a suo parere troppo propensa a favorire i grandi dell'industria a
scapito dei privati e più preoccupata del Bilancio positivo delle Municipalizzate,
piuttosto che dell'adeguatezza del servizio offerto.
Attaccò quella Giunta in merito all'aumento delle tariffe per la refezione scolastica in
anni - siamo alla fine degli anni Sessanta - in cui le famiglie vivevano la realtà della
cassa integrazione e dei licenziamenti (ahimè, non è molto cambiata la situazione
oggi). In quegli anni lui invitò l'Ente a farsi carico della situazione con queste parole:
"Mi pare che in questo momento non sia il caso di ricorrere ad aumenti di tariffe, ma
sia, semmai, il momento di vedere come il Comune possa intervenire per aiutare le
famiglie di lavoratori che, più che negli altri anni, sono stati colpiti da situazioni
difficili".
Aimetti era così: vero, diretto, schietto, concreto e coerente. Così noi lo ricordiamo,
guardando a lui come esempio per il nostro modo di essere oggi Amministratori di
questa Città.
Prima di dare la parola al Consigliere Lavolta, vorrei leggervi due brevi note che mi
sono state inviate dall'ex Sindaco Diego Novelli, il quale scrive: "Caro Presidente, ti
prego di scusarmi anche con la famiglia Aimetti per l'assenza lunedì 12 aprile; sono
fuori Torino tutta la settimana. Natale è stato un compagno ed un amico esemplare
per la sua coerenza e per il suo impegno a farsi portavoce delle esigenze degli ultimi.
Lo ricordo con grande affetto.
Cari saluti, Diego Novelli".
La parola al Consigliere Lavolta.

LAVOLTA Enzo
Io non ho avuto né la fortuna, né il piacere di conoscere Natale Aimetti; di lui ho,
tuttavia, apprezzato le virtù rileggendo i resoconti dei lavori in Consiglio Comunale
depositati presso l'Archivio di Stato. Permettetemi fin da subito di esprimere un
sentito ringraziamento da parte dell'intero Gruppo Consiliare del Partito
Democratico (che rappresento) ad un uomo che, riassumendo le qualità proprie della
buona politica, quali la passione, il senso di responsabilità, anche la lungimiranza,
diviene oggi inevitabilmente, per noi Consiglieri Comunali, in particolare, per i più
giovani come me, un modello virtuoso per l'attività e l'impegno da Consiglieri
Comunali.
Ho riletto con attenzione tutti gli interventi che Natale Aimetti ha fatto in Consiglio
Comunale, in particolare, vi riproporrò alcuni passaggi della discussione sul Bilancio
di Previsione per l'esercizio del 1968.
Ho ritenuto particolarmente significativi alcuni dei passaggi di questo suo intervento
durante la discussione del Bilancio, anche perché proprio in queste ore il Consiglio
Comunale di Torino è impegnato nello stesso esercizio. Natale Aimetti non ha dubbi
ed è determinato, sa da quale parte stare e chi rappresentare, una dote rara oggi che
siamo in un periodo di profonda crisi delle rappresentanze sociali, che, molto spesso,
sono preoccupate a voler rappresentare tutti e troppo spesso - ahimè - realmente sono
incapaci di rappresentare alcuno. Non ha dubbi Natale Aimetti ed è determinato nel
dichiarare quale ruolo deve svolgere la Città di Torino in un momento di importante
sviluppo economico, che vede la produzione (ad esempio, quella automobilistica)
triplicare nel corso di poco meno un decennio.
È proprio sul ruolo della Città che nella discussione del Bilancio di Previsione del
1968, in modo molto chiaro, il Consigliere Aimetti dichiara: "Cogliere gli elementi
della condizione operaia dentro e fuori dalla fabbrica noi riteniamo sia uno dei primi
compiti del Consiglio e della Giunta, perché la Città di Torino non può e non deve
essere la Città delle speculazioni edilizie o degli spazi verdi che scarseggiano, o delle
scuole materne che sono oggi insufficienti. La Città, se vuole corrispondere alle
esigenze dei suoi cittadini, non può non partire dalle condizioni di buona parte di
tutta la popolazione attiva, per intervenire con tutti i mezzi per imporre e difendere i
loro interessi".
Non è solo retorica quella di Aimetti; proprio durante questo intervento in Consiglio
Comunale propone che la Giunta e il Consiglio insieme avanzino fin da subito una
consultazione - come veniva ricordato prima dal Presidente - per comprendere quali
fossero le reali condizioni degli operai e di tutti lavoratori sul territorio torinese. È
appassionato Natale Aimetti quando, nel denunciare le condizioni di lavoro degli
stabilimenti torinesi, proprio durante quella seduta del Consiglio Comunale dà voce
proprio ad un operaio, citando un'inchiesta che il suo Partito (il Partito Comunista
Italiano) aveva condotto qualche settimana prima. Ripetendo le parole di questo
operaio, cita: "A me piaceva leggere," - scrive l'operaio - "stare dietro alle cose che
succedono, che accadono, aggiornarmi su quanto avviene per non vivere da bestia,
ma ora non ce la faccio più. Ho la testa svuotata, continua a ballarmi davanti agli
occhi il contatore della pressa ed ho solo una gran voglia di dormire, di riposarmi,
per essere in grado, domani, di ritornare sulla linea".
Ecco, il merito di Natale Aimetti è stato quello di portare la voce di questo operaio in
Consiglio Comunale ed è lungimirante quando dichiara che questa lenta ed
inesorabile alienazione di molti operai torinesi corrispondeva ad un totale (e lui
definisce "pericoloso") disinteresse degli organi di informazione. Aggiunge: "La
radio, la televisione e i grandi giornali di informazione ignorano tutto quanto succede
nelle fabbriche e quando questi organi riescono a superare questo loro silenzio, lo
fanno esclusivamente per dire dei progressi avvenuti nei processi produttivi".
È drammaticamente attuale. Certo, i tempi sono cambiati, così come sono cambiati i
lavori, sono cambiati i lavoratori; non vi è alcun dubbio, però, che in un momento
economico diametralmente opposto a quello di cui ci racconta Aimetti, ancora una
volta a farne le spese, in questo momento della crisi economica, siano sempre e
continuino ad essere i più deboli, coloro i quali sono - ahimè e per fortuna - i veri
protagonisti dell'economia reale.
Lo ricordava prima il Presidente Castronovo: questo Consiglio e la Commissione
Consiliare che io presiedo negli ultimi mesi hanno più volte affrontato situazioni di
difficoltà del mondo lavorativo, dei lavoratori, abbiamo affrontato crisi che,
plasticamente, denunciano proprio la distanza tra i lavoratori che si fanno carico di
questa crisi economica ed una classe imprenditoriale molto e troppo spesso distante
dall'economia reale. Abbiamo da poco finito di discutere del "caso Eutelia".
Norberto Bobbio, nel ricordo di Ada Gobetti, diceva: "L'unico modo per far sì che il
nostro passato non diventi un peso morto è di riviverlo e di ricomprenderlo ad ogni
situazione nuova, di accoglierlo come un seme" ed è come un seme che - aggiungo -
oggi cogliamo il contribuito da Natale Aimetti alla Sala Rossa, con l'auspicio che
questa ne sappia rilanciare con passione e senso di responsabilità la profonda voglia
di consapevolezza, necessaria ad un buon governo. Grazie.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
La parola ora a Giancarlo Quagliotti - vicepresidente dell'Associazione tra gli ex
Consiglieri Comunali del Comune di Torino, oltre che amico personale di Aimetti e
della famiglia -, che farà la commemorazione ufficiale.

QUAGLIOTTI Giancarlo
Signor Presidente e signor Sindaco, ringrazio voi e il Consiglio per l'onore che fate
della memoria del Consigliere Natale Aimetti, ricordandone oggi l'impegno di
amministratore della Città. Intervengo su invito della moglie Silvia e
dell'Associazione tra gli ex Consiglieri Comunali della nostra Città, qui
rappresentata dal suo presidente avvocato Dante Notaristefano, per dare voce in
quest'occasione ai molti amici ed estimatori di Lino. Ringrazio per la sua
partecipazione Angela Massaglia, a nome della Provincia, di cui Aimetti è stato a suo
tempo Consigliere, e il Sindaco di Beinasco, Maurizio Piazza, e il suo predecessore
Gilberto Giuffrida, per la loro presenza oggi a testimonianza del ricordo e della
riconoscenza che la comunità beinaschese mantiene nel tempo verso Lino Aimetti.
Tenterò di sfuggire al vezzo, assai comune in simili circostanze, di parlare di fatti e
situazioni riconducibili alla lunga amicizia e frequentazione che ho avuto con Lino
Aimetti, a partire dai primi anni Sessanta dello scorso secolo. Tuttavia, non posso
tacere il nostro comune lavoro, prima alla direzione dell'Organizzazione Comunista
torinese della zona nord della nostra Città e poi, in anni successivi, il comune
impegno profuso alla direzione della Commissione Enti Locali del Partito Comunista
torinese negli anni Settanta. Anni, com'è noto, che videro la massima espansione
delle Giunte di Sinistra nella nostra provincia; la più importante di esse fu la Giunta
del Sindaco Novelli a Torino. Aimetti, di quegli straordinari successi elettorali ed
amministrativi, fu attivo costruttore e dirigente. Certo non eravamo soli, assieme a
noi s'impegnò a fondo una non comune generazione di Amministratori, che hanno
lasciato un segno positivo e profondo nel governo delle loro comunità.
Ecco perché ricordare Natale Aimetti, il partigiano Lino, in quest'Aula che lo vide
attivo protagonista in anni ormai lontane di battaglie amministrative, di cui abbiamo
sentito or ora la testimonianza. Ciò non è un distratto atto dovuto alla memoria di chi
ha servito la nostra comunità con passione, dignità ed irreprensibilità; semmai questa
può essere un'occasione per svolgere una riflessione breve, ma non frettolosa, sul
contributo dato al Consiglio Comunale di Torino dalla generazione di uomini come
Aimetti, cresciuti in epoca fascista e fattisi protagonisti consapevoli della lotta di
Liberazione, della conquista della Repubblica e del suo consolidamento democratico.
Uomini umili, provenienti dalle classi lavoratrici, che attraverso il loro lavoro e le
loro lotte aspiravano a conquistare la democrazia progressiva, la quale sapesse porre
al centro dello sviluppo economico e civile l'uomo e le sue necessità nella sua piena
dignità.
Quest'Aula, signori Consiglieri e amici presenti, è stato il luogo in cui essi hanno
dato un'alta testimonianza dell'importanza della politica, del cimento individuale e
collegiale coi problemi del governo, del governo concreto delle situazioni concrete,
per la crescita individuale e collettiva di una classe dirigente composita culturalmente
e politicamente ma volta alla ricerca del bene comune. Entro questo quadro generale,
si è avuta nel primo e nel secondo dopoguerra la presenza in quest'Aula del
protagonismo di operai e tecnici dell'industria, che uscivano dalla marginalità sociale
cui apparentemente erano relegati per censo, per farsi classe dirigente. L'impegno
amministrativo divenne dunque anche occasione di crescita culturale, di
responsabilità civile e di mobilità sociale. Lino Aimetti, operaio specializzato alle
ferriere FIAT (ed allora questa qualifica aveva il significato insieme di una conquista
e di un'appartenenza) è giunto in quest'Aula con le elezioni del 1964, scelto dagli
elettori del Partito Comunista anche per dare rappresentanza diretta alla classe
operaia torinese.
Abbiamo sentito, dalle parole del Presidente e del Consigliere Lavolta, quanto sia
stato attivo in questo campo. Egli apparteneva a quel gruppo di eccezionali operai,
militanti nei Sindacati e nel Partito Socialista e Comunista, che - negli anni
Cinquanta e Sessanta, all'interno delle fabbriche torinesi, tra persecuzioni individuali
e collettive oggi inimmaginabili - difesero non un generico diritto alla contrattazione
e alla rappresentanza sindacale, ma la ragione stessa dell'esistenza, della presenza
organizzata dei lavoratori in fabbrica, a tutela dei loro diritti costituzionali come
ragione di libertà e di progresso per tutti: fattore essenziale per lo sviluppo
economico e sociale della nostra Città e del Paese intero. Anche per queste ragioni, al
culmine delle persecuzioni contro i lavoratori sindacalizzati, si elevarono alte e forti
le proteste degli intellettuali torinesi, prima fra tutte quelle di Norberto Bobbio,
Massimo Milo e Franco Antonicelli.
L'esperienza politica ed umana di quei militanti non rimaneva chiusa dentro le mura
delle fabbriche, anzi; in quest'aula alcuni di essi si sono impegnati già a partire dal
1945, sopportando le fatiche della fabbrica e dello studio individuale. Instancabili
autodidatti, che hanno dato vita alla figura del tecnico e dell'operaio colto, raccontato
da Primo Levi attraverso le vicende dell'operaio Faussone, protagonista del romanzo
"La chiave a stella". Un fenomeno sociale e politico mai sufficientemente indagato
nelle sue peculiarità e già presente all'inizio del '900, quando - tra le fila del Partito
Socialista e del Partito Popolare - sedettero in quest'aula forti personalità che in
diverso modo rappresentarono le istanze politiche e sociali della crescente massa di
lavoratori torinesi.
Anche i due primi Sindaci della Liberazione, Giovanni Rovedo e Celeste Negarville,
venivano dalla scuola dell'officina. Molti di loro erano figli di immigrati, come Vito
D'Amico, Sante Baiardi, Mario Garvi, Ferdinando Bianchi; altri trovarono la loro
radice nel nostro Piemonte: Egidio Sulotto, Fernando Vacchetta, Bruno Ferner,
Gianni Alagia, Ferruccio Bosisio e molti altri di cui non mi è possibile dar conto, che
su questi banchi si sono seduti ed hanno contributo in modo determinante al governo
della Città.
Essi erano in grado di competere con i migliori tecnici di fabbrica quanto alla
conoscenza dello sviluppo delle tecniche produttive e della loro organizzazione, e in
pari tempo farsi amministratori pubblici di eccelsa qualità. Essi - è del tutto evidente
- non appartenevano, per caratteristiche professionali e collocazione del ciclo
produttivo, alla figura dell'operaio massa, caratterizzante le fabbriche torinesi
dell'ultimo quarto del secolo scorso, vittima della spersonalizzazione professionale
che tanti guai ha prodotto. Al contrario erano padroni delle leggi, dei regolamenti e
delle procedure, difensori degli interessi dei loro amministrati, specie dei più umili e
bisognosi, dotati di una visione di sviluppo ordinato di Torino e della sua area
metropolitana; fautori delle autonomie locali, così come è disegnata nella Carta
Costituzionale.
Lino Aimetti fu uno dei migliori tra di loro. Amministratore per vocazione e per
scelta personale, indirizzò verso l'esperienza del governo locale il suo impegno
prevalente accanto a quello di dirigente del Partito Comunista di Torino. Consigliere
Comunale di Torino dal 1964 al 1970, poi Consigliere Provinciale dal 1970, fu
Sindaco di Beinasco dal 1975 al 1987 e successivamente fece parte della
Commissione Regionale di Controllo sugli atti del Comune della Regione Piemonte.
Un impegno amministrativo durato circa trent'anni, nel corso dei quali ha profuso
intelligenza, impegno e capacità di ascolto dei bisogni dei suoi cittadini. Egli ha
lasciato, specie a Beinasco, un segno tangibile della sua intelligenza operosa e della
sua capacità di tradurre i programmi amministrativi in fatti concreti.
Come tanti della sua generazione, entrò giovanissimo nel mondo del lavoro: a 12
anni già faticava in una fornace; appena quindicenne fu alle ferriere FIAT, in un
ambiente operaio mai omologato al regime Fascista. Essi, non a caso, saranno tra i
primi a scioperare nel 1943 e poi a prendere le armi in pugno per darsi alla lotta
partigiana.
E' alle ferriere che Lino incontra il Partito Comunista e ne diventa membro attivo;
partecipa alla lotta partigiana nella VII Brigata Sap "Edoardo De Angeli", sin dai
giorni immediatamente successivi all'8 settembre del 1943.
Nei giorni dell'insurrezione della città e della Liberazione, prende parte alla battaglia
contro i tedeschi per salvare l'impianto industriale dalla possibile distruzione e
contro i cecchini fascisti. Viene ferito seriamente il 26 aprile 1945, giorno del suo
diciassettesimo compleanno, durante l'assalto ad un treno tedesco alla Stazione Dora;
si salva grazie all'intervento dei suoi compagni e in particolare di Rita Lamberti
Bonino, mamma di Renzo Bonino, che sarà anche lui operaio alle ferriere, poi
imprenditore di successo e Consigliere Comunale della nostra Città per più mandati,
nelle fila del Partito Comunista.
Negli anni successivi alla Liberazione, Lino divenne un operaio altamente qualificato
- "Mudler ad prima" per dirlo nel gergo di allora -, fu membro della Commissione
interna delle ferriere e componente della delegazione che aveva mandato a trattare
con la Direzione FIAT. Nel 1962 accolse un invito del P.C. a divenire suo
funzionario, dedicandosi a tempo pieno al lavoro politico e allo studio.
Aimetti aveva una visione alta della politica, anche quando a dargli corpo concreto
erano per così dire i piani bassi, i militanti di base. Uomo disciplinato dall'esperienza
di fabbrica ad essere sempre parte di un tutto, seppe far diventare questa sua
esperienza un elemento di qualità politica. Disciplina per lui non significava
acquiescenza a un ordine, ma la disponibilità ad agire entro un progetto unitario che
per essere realizzato richiedeva disciplina mentale, operativa e organizzativa. Lino
Aimetti era un uomo sobrio ed elegante nel portamento e nel tratto umano, di
maniere naturalmente gentili; ciò non significa che all'occorrenza non sapesse alzare
la voce per difendere le sue opinioni; anche in questo, interprete migliore di quella
classe operaia che aspirava a farsi classe dirigente lungo il travagliato cammino delle
vicende tragiche del Novecento italiano.
Certo oggi, caduti i muri fisici e ideologici, sono più chiari i torti e le ragioni. Ai
giovani, che talvolta molto distrattamente ci ascoltano, i nostri discorsi possono
apparire ricordi di reduci, concetti lontani dalla realtà. Ma troviamo ragione di
speranza nel vedere che molti di loro partecipano con interesse e passione alle lezioni
di Bobbio e alle numerose conferenze che accompagnano l'avvicinarsi del 2011,
anniversario dei 150 anni dell'Unità della nostra Patria, la quale, quando sembrava
sull'orlo del precipizio, fu salvata grazie al sacrificio e all'impegno di tanti giovani
del tempo, come Lino Aimetti.
Essa fu risollevata moralmente e spiritualmente, ricostruita fisicamente e dotata delle
istituzioni democratiche della cui protezione oggi felicemente godiamo; un lascito
che ci hanno consegnato uomini come Lino Aimetti e che tocca a noi e ai giovani
conservare e tramandare come il bene massimo e prezioso di cui disponiamo. Grazie.

CASTRONOVO Giuseppe (Presidente)
Si conclude qui la commemorazione. Invito tutti quanti ad alzarsi in piedi per
permettere al Gonfalone di lasciare la Sala.
Ancora grazie a tutti e arrivederci.
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