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CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Buongiorno a tutti. Ringrazio tutti quanti i presenti, le Autorità Giudiziarie, il Sindaco di Beinasco, i rappresentanti dell'Associazione degli ex Consiglieri Comunali, ovviamente, il signor Sindaco, tutti i Consiglieri presenti e tutti gli amici, i parenti ed i conoscenti di Natale Aimetti, che fu Consigliere Comunale a Torino dal 3 dicembre 1964 al 22 aprile 1970, durante la reggenza dei Sindaci Grosso e Guglielminetti. Fu, poi, Consigliere della Provincia di Torino dal 1970 al 1975 e, infine, Consigliere Comunale a Beinasco dal 1970 al 1990, di cui è stato anche Sindaco dal 1975 al 1987. "Di fronte a situazioni diverse, la nostra Assemblea si è interessata ai problemi degli operai, dei tecnici e degli impiegati, con interventi che favorissero la nuova occupazione o con forme di assistenza; iniziative giuste, che il Consiglio Comunale ha fatto bene a portare avanti, ma che il più delle volte cercavano di sanare una situazione già drammatica. Ne risulta, pertanto, un'azione limitata alla sola solidarietà e non di indirizzo, di lotta, come, invece, è auspicabile e necessario". Questo era il Consigliere Natale Aimetti in uno degli interventi fatti da questi banchi; un discorso significativo nel quadro sociale, politico e sindacale della Torino degli anni Sessanta, protagonista del "miracolo economico" e dello sviluppo industriale del secondo Dopoguerra. La Città doveva affrontare il repentino aumento demografico dettato dalla maggiore offerta di lavoro e rispondere in modo adeguato al conseguente incremento della richiesta di infrastrutture, servizi e assistenza. Aimetti non faceva sconti: i suoi giudizi erano forti e severi verso l'operato della Pubblica Amministrazione, giudizi di un Consigliere che, con fervore e grinta, rappresentava su questi banchi il Partito Comunista Italiano. Fervore e grinta che emergevano spesso nei suoi interventi; tra questi, uno, in cui riportò i dati di infortuni, malattie professionali e morti sul lavoro, con particolare attenzione alla condizione operaia, quella che Aimetti identificava come "la vera artefice della produzione e delle risorse del Paese". Numeri sconcertanti quelli degli infortuni sul lavoro, allora come oggi. Li presentò - e lo cito direttamente - "come il prezzo pagato dai lavoratori alla ripresa economica in atto. Prezzo di cui nessuno parla, nessun bilancio recepisce". Parole che assumono un significato particolare perché pronunciate da Aimetti in occasione dell'approvazione del Bilancio Comunale del 1968, quasi a dire: "E quel bilancio non vale quanto o più del nostro?" Il suo discorso si concluse con un'esortazione rivolta al Consiglio ed alla Giunta perché rispondessero in modo opportuno alle esigenze del mondo lavorativo, prevedendo interventi concreti in materia di igiene e sicurezza. È giusto domandarci, allora, se le sue esortazioni siano state recepite pienamente. Credo che in questo senso le Istituzioni abbiano fatto qualche piccolo passo in avanti: lo confermano i numeri degli infortuni e delle morti cosiddette "bianche", che sono, negli ultimi anni, in continua (anche se lenta) diminuzione. Probabilmente, ciò è dovuto anche alla diminuzione della produzione in qualche misura, dall'aumento delle ore di cassa integrazione, eccetera, ma anche grazie ai controlli, all'impegno degli Enti ed al contributo dato dai mezzi di informazione al diffondersi di una maggiore cultura della sicurezza e della prevenzione e - perché no - anche grazie all'impegno di Amministratori sensibili ed attenti. La realtà lavorativa è migliorata, è stata conquistata, da allora, una serie di diritti in merito alla condizione del lavoro, in particolare, all'ambiente lavorativo e le diverse leggi che sono state introdotte nel nostro Paese a tutela della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro lo stanno a dimostrare: c'è una maggiore pulizia nelle fabbriche, c'è una diminuzione dell'impatto acustico dei macchinari, una crescente attenzione alle malattie professionali, eccetera. Tutto questo è frutto di lotte sindacali ed operaie che hanno sicuramente condizionato fortemente il procedere di queste vicende; purtroppo, però, conosciamo quanto siano anche incalzanti gli attuali ritmi nelle fabbriche e quanto siano peggiorate le condizioni in cui si trovano i lavoratori "in nero", gli irregolari (sempre tanti e sempre troppi) e quelli definiti "lavoratori atipici", con contratti che tutelano molto più i datori di lavoro che non i lavoratori stessi. Questi, come altri problemi, sono le sfide che ogni Amministrazione deve affrontare, seguendo l'esempio di Aimetti, che, con impegno e passione, diede la sua disponibilità come Consigliere Comunale a Torino, poi, in Provincia e, quindi, a Beinasco, di cui è stato - come dicevo prima - Sindaco per più di 10 anni. Aimetti era guidato dai suoi ideali e riprendo una frase da lui pronunciata nel 1965 - "con l'obiettivo di rispondere di più e meglio alle esigenze di tutti i cittadini". Per questo motivo era sempre dalla parte dei più deboli, delle famiglie con un reddito basso, dei lavoratori e per questo spesso si espresse in aperto contrasto con le scelte della Giunta di allora, a suo parere troppo propensa a favorire i grandi dell'industria a scapito dei privati e più preoccupata del Bilancio positivo delle Municipalizzate, piuttosto che dell'adeguatezza del servizio offerto. Attaccò quella Giunta in merito all'aumento delle tariffe per la refezione scolastica in anni - siamo alla fine degli anni Sessanta - in cui le famiglie vivevano la realtà della cassa integrazione e dei licenziamenti (ahimè, non è molto cambiata la situazione oggi). In quegli anni lui invitò l'Ente a farsi carico della situazione con queste parole: "Mi pare che in questo momento non sia il caso di ricorrere ad aumenti di tariffe, ma sia, semmai, il momento di vedere come il Comune possa intervenire per aiutare le famiglie di lavoratori che, più che negli altri anni, sono stati colpiti da situazioni difficili". Aimetti era così: vero, diretto, schietto, concreto e coerente. Così noi lo ricordiamo, guardando a lui come esempio per il nostro modo di essere oggi Amministratori di questa Città. Prima di dare la parola al Consigliere Lavolta, vorrei leggervi due brevi note che mi sono state inviate dall'ex Sindaco Diego Novelli, il quale scrive: "Caro Presidente, ti prego di scusarmi anche con la famiglia Aimetti per l'assenza lunedì 12 aprile; sono fuori Torino tutta la settimana. Natale è stato un compagno ed un amico esemplare per la sua coerenza e per il suo impegno a farsi portavoce delle esigenze degli ultimi. Lo ricordo con grande affetto. Cari saluti, Diego Novelli". La parola al Consigliere Lavolta. LAVOLTA Enzo Io non ho avuto né la fortuna, né il piacere di conoscere Natale Aimetti; di lui ho, tuttavia, apprezzato le virtù rileggendo i resoconti dei lavori in Consiglio Comunale depositati presso l'Archivio di Stato. Permettetemi fin da subito di esprimere un sentito ringraziamento da parte dell'intero Gruppo Consiliare del Partito Democratico (che rappresento) ad un uomo che, riassumendo le qualità proprie della buona politica, quali la passione, il senso di responsabilità, anche la lungimiranza, diviene oggi inevitabilmente, per noi Consiglieri Comunali, in particolare, per i più giovani come me, un modello virtuoso per l'attività e l'impegno da Consiglieri Comunali. Ho riletto con attenzione tutti gli interventi che Natale Aimetti ha fatto in Consiglio Comunale, in particolare, vi riproporrò alcuni passaggi della discussione sul Bilancio di Previsione per l'esercizio del 1968. Ho ritenuto particolarmente significativi alcuni dei passaggi di questo suo intervento durante la discussione del Bilancio, anche perché proprio in queste ore il Consiglio Comunale di Torino è impegnato nello stesso esercizio. Natale Aimetti non ha dubbi ed è determinato, sa da quale parte stare e chi rappresentare, una dote rara oggi che siamo in un periodo di profonda crisi delle rappresentanze sociali, che, molto spesso, sono preoccupate a voler rappresentare tutti e troppo spesso - ahimè - realmente sono incapaci di rappresentare alcuno. Non ha dubbi Natale Aimetti ed è determinato nel dichiarare quale ruolo deve svolgere la Città di Torino in un momento di importante sviluppo economico, che vede la produzione (ad esempio, quella automobilistica) triplicare nel corso di poco meno un decennio. È proprio sul ruolo della Città che nella discussione del Bilancio di Previsione del 1968, in modo molto chiaro, il Consigliere Aimetti dichiara: "Cogliere gli elementi della condizione operaia dentro e fuori dalla fabbrica noi riteniamo sia uno dei primi compiti del Consiglio e della Giunta, perché la Città di Torino non può e non deve essere la Città delle speculazioni edilizie o degli spazi verdi che scarseggiano, o delle scuole materne che sono oggi insufficienti. La Città, se vuole corrispondere alle esigenze dei suoi cittadini, non può non partire dalle condizioni di buona parte di tutta la popolazione attiva, per intervenire con tutti i mezzi per imporre e difendere i loro interessi". Non è solo retorica quella di Aimetti; proprio durante questo intervento in Consiglio Comunale propone che la Giunta e il Consiglio insieme avanzino fin da subito una consultazione - come veniva ricordato prima dal Presidente - per comprendere quali fossero le reali condizioni degli operai e di tutti lavoratori sul territorio torinese. È appassionato Natale Aimetti quando, nel denunciare le condizioni di lavoro degli stabilimenti torinesi, proprio durante quella seduta del Consiglio Comunale dà voce proprio ad un operaio, citando un'inchiesta che il suo Partito (il Partito Comunista Italiano) aveva condotto qualche settimana prima. Ripetendo le parole di questo operaio, cita: "A me piaceva leggere," - scrive l'operaio - "stare dietro alle cose che succedono, che accadono, aggiornarmi su quanto avviene per non vivere da bestia, ma ora non ce la faccio più. Ho la testa svuotata, continua a ballarmi davanti agli occhi il contatore della pressa ed ho solo una gran voglia di dormire, di riposarmi, per essere in grado, domani, di ritornare sulla linea". Ecco, il merito di Natale Aimetti è stato quello di portare la voce di questo operaio in Consiglio Comunale ed è lungimirante quando dichiara che questa lenta ed inesorabile alienazione di molti operai torinesi corrispondeva ad un totale (e lui definisce "pericoloso") disinteresse degli organi di informazione. Aggiunge: "La radio, la televisione e i grandi giornali di informazione ignorano tutto quanto succede nelle fabbriche e quando questi organi riescono a superare questo loro silenzio, lo fanno esclusivamente per dire dei progressi avvenuti nei processi produttivi". È drammaticamente attuale. Certo, i tempi sono cambiati, così come sono cambiati i lavori, sono cambiati i lavoratori; non vi è alcun dubbio, però, che in un momento economico diametralmente opposto a quello di cui ci racconta Aimetti, ancora una volta a farne le spese, in questo momento della crisi economica, siano sempre e continuino ad essere i più deboli, coloro i quali sono - ahimè e per fortuna - i veri protagonisti dell'economia reale. Lo ricordava prima il Presidente Castronovo: questo Consiglio e la Commissione Consiliare che io presiedo negli ultimi mesi hanno più volte affrontato situazioni di difficoltà del mondo lavorativo, dei lavoratori, abbiamo affrontato crisi che, plasticamente, denunciano proprio la distanza tra i lavoratori che si fanno carico di questa crisi economica ed una classe imprenditoriale molto e troppo spesso distante dall'economia reale. Abbiamo da poco finito di discutere del "caso Eutelia". Norberto Bobbio, nel ricordo di Ada Gobetti, diceva: "L'unico modo per far sì che il nostro passato non diventi un peso morto è di riviverlo e di ricomprenderlo ad ogni situazione nuova, di accoglierlo come un seme" ed è come un seme che - aggiungo - oggi cogliamo il contribuito da Natale Aimetti alla Sala Rossa, con l'auspicio che questa ne sappia rilanciare con passione e senso di responsabilità la profonda voglia di consapevolezza, necessaria ad un buon governo. Grazie. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) La parola ora a Giancarlo Quagliotti - vicepresidente dell'Associazione tra gli ex Consiglieri Comunali del Comune di Torino, oltre che amico personale di Aimetti e della famiglia -, che farà la commemorazione ufficiale. QUAGLIOTTI Giancarlo Signor Presidente e signor Sindaco, ringrazio voi e il Consiglio per l'onore che fate della memoria del Consigliere Natale Aimetti, ricordandone oggi l'impegno di amministratore della Città. Intervengo su invito della moglie Silvia e dell'Associazione tra gli ex Consiglieri Comunali della nostra Città, qui rappresentata dal suo presidente avvocato Dante Notaristefano, per dare voce in quest'occasione ai molti amici ed estimatori di Lino. Ringrazio per la sua partecipazione Angela Massaglia, a nome della Provincia, di cui Aimetti è stato a suo tempo Consigliere, e il Sindaco di Beinasco, Maurizio Piazza, e il suo predecessore Gilberto Giuffrida, per la loro presenza oggi a testimonianza del ricordo e della riconoscenza che la comunità beinaschese mantiene nel tempo verso Lino Aimetti. Tenterò di sfuggire al vezzo, assai comune in simili circostanze, di parlare di fatti e situazioni riconducibili alla lunga amicizia e frequentazione che ho avuto con Lino Aimetti, a partire dai primi anni Sessanta dello scorso secolo. Tuttavia, non posso tacere il nostro comune lavoro, prima alla direzione dell'Organizzazione Comunista torinese della zona nord della nostra Città e poi, in anni successivi, il comune impegno profuso alla direzione della Commissione Enti Locali del Partito Comunista torinese negli anni Settanta. Anni, com'è noto, che videro la massima espansione delle Giunte di Sinistra nella nostra provincia; la più importante di esse fu la Giunta del Sindaco Novelli a Torino. Aimetti, di quegli straordinari successi elettorali ed amministrativi, fu attivo costruttore e dirigente. Certo non eravamo soli, assieme a noi s'impegnò a fondo una non comune generazione di Amministratori, che hanno lasciato un segno positivo e profondo nel governo delle loro comunità. Ecco perché ricordare Natale Aimetti, il partigiano Lino, in quest'Aula che lo vide attivo protagonista in anni ormai lontane di battaglie amministrative, di cui abbiamo sentito or ora la testimonianza. Ciò non è un distratto atto dovuto alla memoria di chi ha servito la nostra comunità con passione, dignità ed irreprensibilità; semmai questa può essere un'occasione per svolgere una riflessione breve, ma non frettolosa, sul contributo dato al Consiglio Comunale di Torino dalla generazione di uomini come Aimetti, cresciuti in epoca fascista e fattisi protagonisti consapevoli della lotta di Liberazione, della conquista della Repubblica e del suo consolidamento democratico. Uomini umili, provenienti dalle classi lavoratrici, che attraverso il loro lavoro e le loro lotte aspiravano a conquistare la democrazia progressiva, la quale sapesse porre al centro dello sviluppo economico e civile l'uomo e le sue necessità nella sua piena dignità. Quest'Aula, signori Consiglieri e amici presenti, è stato il luogo in cui essi hanno dato un'alta testimonianza dell'importanza della politica, del cimento individuale e collegiale coi problemi del governo, del governo concreto delle situazioni concrete, per la crescita individuale e collettiva di una classe dirigente composita culturalmente e politicamente ma volta alla ricerca del bene comune. Entro questo quadro generale, si è avuta nel primo e nel secondo dopoguerra la presenza in quest'Aula del protagonismo di operai e tecnici dell'industria, che uscivano dalla marginalità sociale cui apparentemente erano relegati per censo, per farsi classe dirigente. L'impegno amministrativo divenne dunque anche occasione di crescita culturale, di responsabilità civile e di mobilità sociale. Lino Aimetti, operaio specializzato alle ferriere FIAT (ed allora questa qualifica aveva il significato insieme di una conquista e di un'appartenenza) è giunto in quest'Aula con le elezioni del 1964, scelto dagli elettori del Partito Comunista anche per dare rappresentanza diretta alla classe operaia torinese. Abbiamo sentito, dalle parole del Presidente e del Consigliere Lavolta, quanto sia stato attivo in questo campo. Egli apparteneva a quel gruppo di eccezionali operai, militanti nei Sindacati e nel Partito Socialista e Comunista, che - negli anni Cinquanta e Sessanta, all'interno delle fabbriche torinesi, tra persecuzioni individuali e collettive oggi inimmaginabili - difesero non un generico diritto alla contrattazione e alla rappresentanza sindacale, ma la ragione stessa dell'esistenza, della presenza organizzata dei lavoratori in fabbrica, a tutela dei loro diritti costituzionali come ragione di libertà e di progresso per tutti: fattore essenziale per lo sviluppo economico e sociale della nostra Città e del Paese intero. Anche per queste ragioni, al culmine delle persecuzioni contro i lavoratori sindacalizzati, si elevarono alte e forti le proteste degli intellettuali torinesi, prima fra tutte quelle di Norberto Bobbio, Massimo Milo e Franco Antonicelli. L'esperienza politica ed umana di quei militanti non rimaneva chiusa dentro le mura delle fabbriche, anzi; in quest'aula alcuni di essi si sono impegnati già a partire dal 1945, sopportando le fatiche della fabbrica e dello studio individuale. Instancabili autodidatti, che hanno dato vita alla figura del tecnico e dell'operaio colto, raccontato da Primo Levi attraverso le vicende dell'operaio Faussone, protagonista del romanzo "La chiave a stella". Un fenomeno sociale e politico mai sufficientemente indagato nelle sue peculiarità e già presente all'inizio del '900, quando - tra le fila del Partito Socialista e del Partito Popolare - sedettero in quest'aula forti personalità che in diverso modo rappresentarono le istanze politiche e sociali della crescente massa di lavoratori torinesi. Anche i due primi Sindaci della Liberazione, Giovanni Rovedo e Celeste Negarville, venivano dalla scuola dell'officina. Molti di loro erano figli di immigrati, come Vito D'Amico, Sante Baiardi, Mario Garvi, Ferdinando Bianchi; altri trovarono la loro radice nel nostro Piemonte: Egidio Sulotto, Fernando Vacchetta, Bruno Ferner, Gianni Alagia, Ferruccio Bosisio e molti altri di cui non mi è possibile dar conto, che su questi banchi si sono seduti ed hanno contributo in modo determinante al governo della Città. Essi erano in grado di competere con i migliori tecnici di fabbrica quanto alla conoscenza dello sviluppo delle tecniche produttive e della loro organizzazione, e in pari tempo farsi amministratori pubblici di eccelsa qualità. Essi - è del tutto evidente - non appartenevano, per caratteristiche professionali e collocazione del ciclo produttivo, alla figura dell'operaio massa, caratterizzante le fabbriche torinesi dell'ultimo quarto del secolo scorso, vittima della spersonalizzazione professionale che tanti guai ha prodotto. Al contrario erano padroni delle leggi, dei regolamenti e delle procedure, difensori degli interessi dei loro amministrati, specie dei più umili e bisognosi, dotati di una visione di sviluppo ordinato di Torino e della sua area metropolitana; fautori delle autonomie locali, così come è disegnata nella Carta Costituzionale. Lino Aimetti fu uno dei migliori tra di loro. Amministratore per vocazione e per scelta personale, indirizzò verso l'esperienza del governo locale il suo impegno prevalente accanto a quello di dirigente del Partito Comunista di Torino. Consigliere Comunale di Torino dal 1964 al 1970, poi Consigliere Provinciale dal 1970, fu Sindaco di Beinasco dal 1975 al 1987 e successivamente fece parte della Commissione Regionale di Controllo sugli atti del Comune della Regione Piemonte. Un impegno amministrativo durato circa trent'anni, nel corso dei quali ha profuso intelligenza, impegno e capacità di ascolto dei bisogni dei suoi cittadini. Egli ha lasciato, specie a Beinasco, un segno tangibile della sua intelligenza operosa e della sua capacità di tradurre i programmi amministrativi in fatti concreti. Come tanti della sua generazione, entrò giovanissimo nel mondo del lavoro: a 12 anni già faticava in una fornace; appena quindicenne fu alle ferriere FIAT, in un ambiente operaio mai omologato al regime Fascista. Essi, non a caso, saranno tra i primi a scioperare nel 1943 e poi a prendere le armi in pugno per darsi alla lotta partigiana. E' alle ferriere che Lino incontra il Partito Comunista e ne diventa membro attivo; partecipa alla lotta partigiana nella VII Brigata Sap "Edoardo De Angeli", sin dai giorni immediatamente successivi all'8 settembre del 1943. Nei giorni dell'insurrezione della città e della Liberazione, prende parte alla battaglia contro i tedeschi per salvare l'impianto industriale dalla possibile distruzione e contro i cecchini fascisti. Viene ferito seriamente il 26 aprile 1945, giorno del suo diciassettesimo compleanno, durante l'assalto ad un treno tedesco alla Stazione Dora; si salva grazie all'intervento dei suoi compagni e in particolare di Rita Lamberti Bonino, mamma di Renzo Bonino, che sarà anche lui operaio alle ferriere, poi imprenditore di successo e Consigliere Comunale della nostra Città per più mandati, nelle fila del Partito Comunista. Negli anni successivi alla Liberazione, Lino divenne un operaio altamente qualificato - "Mudler ad prima" per dirlo nel gergo di allora -, fu membro della Commissione interna delle ferriere e componente della delegazione che aveva mandato a trattare con la Direzione FIAT. Nel 1962 accolse un invito del P.C. a divenire suo funzionario, dedicandosi a tempo pieno al lavoro politico e allo studio. Aimetti aveva una visione alta della politica, anche quando a dargli corpo concreto erano per così dire i piani bassi, i militanti di base. Uomo disciplinato dall'esperienza di fabbrica ad essere sempre parte di un tutto, seppe far diventare questa sua esperienza un elemento di qualità politica. Disciplina per lui non significava acquiescenza a un ordine, ma la disponibilità ad agire entro un progetto unitario che per essere realizzato richiedeva disciplina mentale, operativa e organizzativa. Lino Aimetti era un uomo sobrio ed elegante nel portamento e nel tratto umano, di maniere naturalmente gentili; ciò non significa che all'occorrenza non sapesse alzare la voce per difendere le sue opinioni; anche in questo, interprete migliore di quella classe operaia che aspirava a farsi classe dirigente lungo il travagliato cammino delle vicende tragiche del Novecento italiano. Certo oggi, caduti i muri fisici e ideologici, sono più chiari i torti e le ragioni. Ai giovani, che talvolta molto distrattamente ci ascoltano, i nostri discorsi possono apparire ricordi di reduci, concetti lontani dalla realtà. Ma troviamo ragione di speranza nel vedere che molti di loro partecipano con interesse e passione alle lezioni di Bobbio e alle numerose conferenze che accompagnano l'avvicinarsi del 2011, anniversario dei 150 anni dell'Unità della nostra Patria, la quale, quando sembrava sull'orlo del precipizio, fu salvata grazie al sacrificio e all'impegno di tanti giovani del tempo, come Lino Aimetti. Essa fu risollevata moralmente e spiritualmente, ricostruita fisicamente e dotata delle istituzioni democratiche della cui protezione oggi felicemente godiamo; un lascito che ci hanno consegnato uomini come Lino Aimetti e che tocca a noi e ai giovani conservare e tramandare come il bene massimo e prezioso di cui disponiamo. Grazie. CASTRONOVO Giuseppe (Presidente) Si conclude qui la commemorazione. Invito tutti quanti ad alzarsi in piedi per permettere al Gonfalone di lasciare la Sala. Ancora grazie a tutti e arrivederci. |